
La storia e la vita di Massimo Proietto
Pino Nano
“La mia famiglia è stata la mia forza. Mio papà Sergio è sempre stato una presenza fondamentale, un uomo instancabile, il motore della nostra famiglia, sempre pronto a esserci e a sostenerci con il suo esempio, la sua determinazione e il suo lavoro. Mia mamma Maria mi ha dato coraggio nei momenti più difficili, insegnandomi a non mollare mai. È stata il mio sostegno più grande, la mia prima fan, ma anche la mia critica più sincera… quella persona capace di incoraggiarmi e allo stesso tempo aiutarmi a migliorare. Mio fratello Romeo, musicista e contrabbassista, e mia sorella Maria Carla, pianista, hanno portato nella nostra famiglia la bellezza della musica, con la loro passione e il loro talento. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa: la forza, il coraggio, la sensibilità e la voglia di andare avanti. Sono le radici da cui sono cresciuto e il sostegno che mi ha accompagnato nel mio cammino”.
In RAI è tempo di nomine e quindi di addi e di nuovi arrivi. In questi giorni il nuovo direttore di RAI Sport Marco Lollobrigida ha presentato al consiglio di amministrazione RAI il suo rispettivo piano editoriale con il pacchetto dei vicedirettori prescelti, nomine che presentate ai rispettivi cdr – sono gli organismi sindacali della Testata- hanno trovato il massimo del consenso.
A RaiSport la squadra dei vicedirettori a disposizione di Marco Lollobrigida vede in campo insieme Arianna Secondini, Riccardo Pescante, Marco Mazzocchi, Annalisa Bartoli, Andrea De Luca, ma soprattutto il giornalista calabrese Massimo Proietto, crotonese dalla testa ai piedi, un vero e proprio personaggio d’altri tempi, con questa sua eleganza innata e questo suo stile da vecchio borghese.
Educato, sobrio, mai sopra le righe, attentissimo al linguaggio che usa, Massimo è da sempre così, addirittura io a volte penso che sia nato già “grande”. Perché anche quando era ragazzo, e io lo conosco da almeno 25 anni, aveva le stesse movenze e le stesse caratteristiche fisiche.
Estroverso, brillante, dinamico, gioviale, eternamente sorridente, mai scontato, mai superficiale, da ragazzo era appassionato di politica e di cinema, e questo gli ha insegnato due regole fondamentali della vita: il rigore e il rispetto per gli altri. Lui non lo dice, ma credo che nessuno meglio di lui in RAI sia oggi in grado di mettere assieme attorno allo stesso tavolo grandi protagonisti dello sport e del mondo dello spettacolo. Già da ragazzo, e non ancora giornalista professionista in RAI, lui a Crotone organizzava ogni anno un premio che puntualmente finiva su tutti i grandi giornali italiani, se non altro per le star che riusciva a portare proprio dietro casa sua. Lui poi diventa giornalista professionista e io ne perdo le tracce, se non per ritrovarlo poi tanti anni dopo ai vertici di RAI Sport. È anche retorico chiedergli “Ma come hai fatto?”, perché lui ti abbraccia, ti sorride e ti fa credere che la vita in realtà sia una bellissima favola tutta da vivere. Un animale da televisione, per non dire un maestro dello stile televisivo, moderno e veloce come lo impongono oggi i ritmi della tv.
Oggi la responsabilità maggiore che ha in RAI è il coordinamento e il controllo suoi Mondiali di Calcio, un ruolo di immensa responsabilità istituzionale e sociale considerato che ogni sera milioni di italiani in tutto il mondo sono davanti al televisore per seguire le partire del mondiale. Lo cerco soprattutto per questo.
Massimo, che esperienza è questa del Mondiale?
È un’esperienza totalizzante. Un Mondiale non è mai soltanto una competizione sportiva, è una macchina emotiva a tutti gli effetti fatta di partite, volti, attese, delusioni, gioie improvvise. Ti trovi dentro un racconto che cambia ogni giorno e devi essere pronto a coglierne il senso, non solo il risultato. Per chi fa il mio mestiere è una grande responsabilità, perché milioni di persone seguono da casa e si affidano al tuo racconto. Ma è anche un privilegio.
Quali sono le difficoltà maggiori nella gestione di un grande evento come questo?
La difficoltà più grande è tenere insieme tutto: tempi, persone, contenuti, imprevisti, qualità del racconto. Da casa sembra tutto naturale, ma dietro una trasmissione, un collegamento o una telecronaca c’è un lavoro enorme. Ci sono riunioni, scalette che cambiano, notizie da verificare, immagini da coordinare, decisioni da prendere rapidamente. In un grande evento non puoi permetterti superficialità. Devi essere veloce ma preciso, appassionato ma lucido. È un equilibrio delicato. E poi c’è la squadra, che è fondamentale. Anche nel giornalismo, come nello sport, nessuno vince da solo. La riuscita di un evento dipende da tanti professionisti che lavorano spesso lontano dai riflettori.
Qual è l’emozione più forte vissuta in questi giorni?
Una delle immagini che mi porterò dentro è quella di Capo Verde. Una nazionale alla sua prima esperienza mondiale che, dopo aver già fermato la Spagna campione d’Europa, è riuscita a strappare un pareggio anche all’Uruguay in una partita incredibile. Vedere l’esultanza dei giocatori, le lacrime dei tifosi sugli spalti, la consapevolezza di stare scrivendo una pagina di storia per il proprio Paese, è stato qualcosa di molto bello. Sono momenti che ricordano perché amiamo raccontare lo sport. Dietro un risultato ci sono anni di sacrifici, allenamenti, rinunce e sogni coltivati in silenzio. Quando una squadra considerata “piccola” riesce a superare i propri limiti, il calcio diventa molto più di una partita. Diventa un racconto umano capace di emozionare anche chi non tifa per nessuno. Ed è proprio in quei momenti che capisci quanto sia un privilegio fare questo mestiere
Qual è stata finora la risposta del pubblico che sta a casa?
La risposta è stata molto bella, nonostante l’assenza della nostra nazionale. Il pubblico italiano è esigente, conosce lo sport, lo ama e sa riconoscere quando dietro un racconto c’è lavoro vero. Quello che percepiamo è il desiderio di essere accompagnati non solo dentro la partita, ma anche dentro le storie che la circondano. Oggi il pubblico non vuole soltanto sapere chi vince e chi perde. Vuole capire, emozionarsi, conoscere i protagonisti, scoprire cosa c’è dietro un gesto tecnico o una scelta dell’allenatore. Quando arrivano messaggi di persone che dicono “mi avete fatto vivere l’atmosfera” oppure “mi sembrava di essere lì”, capisci che il servizio pubblico ha fatto il suo mestiere.
Quello che fai oggi coincide con i tuoi sogni di ragazzo?
Eccome! E a volte faccio
ancora fatica a crederci fino in fondo. Da ragazzo guardavo la televisione con
una curiosità enorme. Mi affascinava tutto quello che accadeva dietro una
trasmissione, non solo ciò che si vedeva da casa. Nelle prime esperienze nelle
tv locali aiutavo l’operatore, il cameraman, osservavo come sistemava la
camera, come cercava l’inquadratura, come nasceva un servizio.
La luce rossa della telecamera, quando si accendeva, per me aveva qualcosa di
speciale. Era il segnale che stava iniziando un racconto. Io ero curioso di
quel mondo, volevo capire, imparare, stare dentro quel meccanismo. Oggi ritrovo
lo stesso ragazzo di allora. Cambiano i ruoli, cambiano le responsabilità, ma
quella scintilla resta.
Come si diventa giornalisti sportivi del tuo livello?
Con tanta gavetta e con la capacità di non sentirsi mai arrivati. Bisogna studiare, ascoltare, osservare, fare domande, accettare gli errori e imparare da chi ha più esperienza. Il giornalismo sportivo non è soltanto conoscere classifiche, moduli o risultati. È capire le persone, leggere i momenti, distinguere ciò che è importante da ciò che fa solo rumore. A me è servito molto partire dal basso. Quando hai fatto un po’ di tutto, quando hai visto come nasce un servizio dall’inizio alla fine, impari a rispettare ogni passaggio. E poi serve curiosità. Senza curiosità questo mestiere si spegne. Un giornalista deve continuare a guardare il mondo come se avesse sempre qualcosa da scoprire.
Ti sarebbe piaciuto restare in Calabria per sempre?
La Calabria è una parte profonda della mia identità. Restare sarebbe stato bello per gli affetti, per le radici, per quel senso di appartenenza che certi luoghi ti lasciano addosso. Però la vita a un certo punto ti chiede anche di muoverti, di rischiare e di uscire dalla tua zona di conforto. Andare via non significa dimenticare. Anzi, spesso la distanza ti fa capire ancora di più il valore del posto da cui vieni. La Calabria me la porto dietro nel carattere, nel modo di affrontare le difficoltà, nella gratitudine verso chi mi ha visto crescere. Non è soltanto un luogo geografico. È una lingua emotiva, una radice che continua a parlarti.
Una Rai sempre più votata allo sport, mi pare di capire?
La Rai ha sempre avuto un rapporto fortissimo con lo sport, perché lo sport appartiene a tutti. È cultura popolare, memoria collettiva, servizio pubblico. Raccontare lo sport in Rai significa non fermarsi soltanto ai grandi eventi, ma dare spazio anche ai valori, alle discipline meno visibili, alle storie che meritano di essere conosciute. Lo sport unisce generazioni diverse. Può far sedere davanti allo stesso schermo un ragazzo, un padre, un nonno. Questa è una forza enorme. Una Rai attenta allo sport è una Rai che racconta il Paese, le sue passioni, i suoi sacrifici, le sue eccellenze e anche le sue periferie.
Che estate sarà la tua?
Sarà un’estate intensa, come
spesso accade quando si lavora nello sport. Gli eventi non si fermano, le
notizie corrono, le programmazioni cambiano. Però spero sia anche un’estate con
qualche spazio per respirare, per stare con la famiglia, per leggere, per
scrivere e magari per tornare nei luoghi del cuore.
Con il tempo ho capito che non esistono solo le grandi pause. A volte bastano
piccoli momenti, un pranzo tranquillo, una passeggiata, qualche ora senza
telefono. Sono quei frammenti che ti rimettono in ordine. Anche noi che
raccontiamo il movimento continuo dello sport abbiamo bisogno ogni tanto di
fermarci.
Se non avessi fatto il cronista sportivo cosa ti sarebbe piaciuto fare?
Credo che sarei rimasto comunque dentro il mondo del racconto. Forse avrei insegnato, forse avrei scritto di più, forse avrei lavorato in un altro ambito della comunicazione. Mi ha sempre interessato osservare le persone, capire le loro storie, trovare il modo giusto per raccontarle.Il giornalismo sportivo è stato la mia strada, ma alla base c’è qualcosa di più ampio: il desiderio di dare voce alle esperienze umane. Anche lo sport, alla fine, è questo. Non sono solo record e risultati. Sono uomini, donne, famiglie, cadute, ripartenze. È lì che mi sono sempre sentito a casa.
Che rapporto hai con Crotone oggi?
Crotone non è semplicemente la città dove sono nato. È il luogo dove si sono formati il mio carattere, i miei valori e il mio modo di guardare il mondo. Oggi vivo altrove e il lavoro mi porta spesso lontano, ma ogni volta che torno ritrovo una parte di me. Ci sono i luoghi della memoria, gli affetti, le persone che mi hanno visto crescere. Le radici non sono una questione geografica, sono qualcosa che ti accompagna ovunque. E io porto Crotone con me in ogni esperienza professionale e umana.
Che infanzia è stata la tua?
È stata un’infanzia serena e semplice, fatta di famiglia, amicizie e tanta curiosità. Erano anni in cui si viveva molto all’aperto, si giocava per strada, si imparava a stare insieme. Ricordo il mare, i pomeriggi interminabili, i primi sogni che iniziavano a prendere forma. Guardandomi indietro credo che proprio quella semplicità mi abbia insegnato ad apprezzare le cose essenziali della vita.
Le scuole frequentate a Crotone?
Le ricordo con grande affetto perché la scuola non è stata soltanto un luogo di studio, ma uno spazio di crescita. È lì che ho incontrato insegnanti che hanno saputo incoraggiarmi e compagni con cui ho condiviso una parte importante della mia formazione. Ogni esperienza scolastica lascia qualcosa e anche a distanza di anni mi accorgo di quanto certi insegnamenti siano ancora presenti nel mio modo di essere.
Gli amici dell’infanzia?
Gli amici dell’infanzia occupano un posto speciale nel cuore di ciascuno di noi. Alcuni li sento ancora oggi, altri li incontro più raramente, ma il legame e l’affetto restano. Con loro condividi il tempo in cui tutto era ancora da costruire. Sono le persone che conoscono i tuoi sogni prima ancora che diventino realtà e che ti ricordano sempre da dove sei partito.
Hai mai avuto paura di non farcela?
Sì, molte volte. Credo sia capitato a chiunque abbia inseguito un sogno importante. Ci sono momenti in cui i risultati non arrivano, in cui ti chiedi se la strada che hai scelto sia quella giusta. Però ho sempre cercato di trasformare quella paura in energia. La paura può bloccarti oppure può spingerti a dare qualcosa in più. Io ho provato a fare la seconda cosa.
C’è un giorno che per te rimarrà indimenticabile?
Il momento più bello della mia vita è stata la nascita di mio figlio Brando. Era il 25 settembre del 2018. La sera prima ero con un gruppo di amici calabresi capitanato dal grande maestro orafo Gerardo Sacco col quale ho iniziato presentando in giro per la Calabria le sue sfilate. Con noi quella sera Elisabetta Gregoraci e Alberto Matano. Tutti al museo MAXXI di Roma per celebrare i 90 anni di un altro mito tra i calabresi di Roma, il produttore cinematografico Fulvio Lucisano. Dove ti giravi vedevi solo volti di star internazionali e della politica. Rientrato alle due di notte a casa si rompono le acque a mia moglie Valeria, e di lì la corsa in clinica alla Santa Famiglia in via dei Gracchi a Roma. Una lunga notte di attesa, ma ricevere poi un batuffolo in braccio alle prime ore dell’alba è stata un’emozione che non dimenticherò mai più.
Posso chiederti quale è stata per te la telecronaca più sofferta o più difficile?
Sicuramente le telecronache e le radiocronache che facevo agli inizi, nelle tv e nelle radio private, non ero ancora maggiorenne, ma già commentavo le squadre calcistiche calabresi. Prima a RTI, Radio Tele International, dove sono nato e cresciuto giornalisticamente. Mi hanno accolto che avevo appena 16 anni, e successivamente a Video Calabria. Diretta meno facile non esiste, forse c’è la più complicata. Ricordo volentieri una diretta sul lungotevere a Roma su un battello a La vita in diretta in occasione della festa della musica nel mondo, 21 giugno, ed ero collegato con Edoardo Vianello. Faceva molto caldo col battello in movimento, e una super band di venti elementi che ci suonava intorno”.
Come nasce oggi il tuo ultimo libro?
Il libro nasce da una riflessione che mi accompagna da molti anni. Nel mio lavoro ho avuto la fortuna di raccontare grandi campioni, vittorie straordinarie e momenti indimenticabili dello sport, ma col tempo ho capito che le storie più belle non sono sempre quelle che finiscono sulle prime pagine. Spesso sono quelle dei ragazzi che lottano lontano dai riflettori, che affrontano difficoltà enormi e trovano nello sport una ragione per rialzarsi.
Ispirazione pura mi pare di capire?
Quando ho incontrato Antonio Barracato, ci siamo resi conto di condividere la stessa sensibilità. Volevamo raccontare una storia che parlasse di calcio, ma che in realtà parlasse soprattutto di vita. Da lì è nato Paolino, un ragazzo che perde tutto troppo presto ma che trova nella passione per il pallone la forza di non arrendersi.
Un colpo di fulmine insomma?
L’ispirazione non arriva da un singolo episodio o da una persona precisa. È il frutto di tanti incontri, di tante vicende ascoltate negli anni, di ragazzi conosciuti nei campi sportivi, nelle periferie, nelle scuole. Abbiamo cercato di raccogliere queste esperienze e trasformarle in una storia capace di parlare a tutti. Per questo Chi vive d’amore (Edizioni Minerva) non è un libro soltanto per chi ama il calcio. È un romanzo per i ragazzi che inseguono un sogno, ma anche per gli adulti che magari hanno bisogno di ricordare quanto sia importante continuare a credere nei propri valori. Il calcio è il punto di partenza, ma il vero tema del libro è la capacità dell’essere umano di rialzarsi dopo una caduta e di trovare nell’amore, nell’amicizia e nella solidarietà la forza per andare avanti.
Come lo racconti in giro per l’Italia?
Cerco sempre di raccontarlo partendo dalle emozioni. Spiego che è un romanzo che usa il calcio come linguaggio, ma che in realtà parla di amicizia, famiglia, solidarietà, sogni e resilienza. Mi piace vedere come ragazzi e adulti trovino nella storia di Paolino qualcosa che appartiene anche alla loro esperienza personale. È il segnale più bello che un autore possa ricevere.
Un calabrese ai vertici del giornalismo sportivo, che effetto ti fa?
Mi rende orgoglioso, ma soprattutto grato. So bene da dove sono partito e quanta strada è stata necessaria per arrivare fin qui. Se la mia esperienza può essere un messaggio per qualche giovane che sogna un futuro nel giornalismo o in qualsiasi altro settore, allora ne sono felice.
Che peso ha avuto nelle tue scelte professionali la tua famiglia?
Un peso enorme. La famiglia è stata il primo luogo in cui ho imparato il valore del lavoro, del sacrificio e del rispetto. Nei momenti più difficili è stata il mio punto di riferimento. Quando insegui un sogno hai bisogno di qualcuno che creda in te anche quando tu stesso hai dei dubbi. Io ho avuto questa fortuna.
Se tu dovessi dire grazie a qualcuno, qual è la prima cosa che ti viene in mente?
Dire grazie a tutte le persone che hanno creduto in me lungo il percorso. Nessuno arriva da solo. Ci sono maestri, colleghi, amici, familiari che in momenti diversi ti tendono una mano, ti incoraggiano, ti aiutano a crescere. Se guardo indietro, la prima parola che mi viene in mente è proprio gratitudine.
Immagino che uno come te abbia una canzone del cuore?
Non ne ho una sola. Ci sono canzoni che si legano ai momenti della vita e finiscono per accompagnarti per sempre. Mi piacciono particolarmente quelle che raccontano storie, che parlano di sogni, di coraggio, di persone comuni. In fondo sono gli stessi temi che amo raccontare nel mio lavoro.
Quanti incontri importanti in tutti questi anni?
Davvero tanti. Ho avuto la fortuna di conoscere campioni straordinari, allenatori, dirigenti, ma anche persone lontane dai riflettori che mi hanno lasciato insegnamenti importanti. Col tempo ho imparato che non sempre gli incontri più significativi sono quelli con i personaggi più famosi. Spesso sono quelli che ti fanno vedere le cose da una prospettiva diversa.
Hai ancora un sogno nel cassetto?
Sì, e spero di averne sempre. Credo che il giorno in cui una persona smette di sognare sia anche il giorno in cui smette di crescere. Ho ancora tante storie che vorrei raccontare, tanti progetti da realizzare e tante sfide da affrontare. È questo che rende bello il viaggio.
Hai tempo sufficiente per te stesso e per la tua famiglia?
Probabilmente meno di quanto vorrei. Il lavoro occupa una parte importante delle mie giornate, soprattutto nei periodi più intensi. Però con il tempo ho imparato che bisogna proteggere gli spazi dedicati alle persone che ami. Sono loro che ti aiutano a mantenere l’equilibrio e a ricordarti ciò che conta davvero.
Ti piacerebbe se tuo figlio diventasse un giornalista come te?
Mi piacerebbe vederlo felice e realizzato, qualunque strada scelga. Se dovesse scegliere il giornalismo ne sarei orgoglioso, naturalmente. Ma la cosa più importante è che trovi una passione autentica e abbia il coraggio di seguirla fino in fondo.
Un bilancio dunque positivo in assoluto?
Assolutamente sì. Con tutte le difficoltà, gli errori e le fatiche che ogni percorso porta con sé. Ma quando guardo indietro vedo una vita costruita attorno a una passione vera, tante persone straordinarie incontrate lungo il cammino e la possibilità di fare ogni giorno un lavoro che amo. E credo che questa sia già una forma di successo.


Il Successo dei Mondiali in RAI è anche Massimo Proietto
Nato a Crotone il 20 gennaio 1974, giornalista professionista iscritto all’Ordine della Calabria dall’11 marzo 2009, Massimiliano Proietto dopo una lunga gavetta nelle emittenti televisive private, è approdato a Rai Sport lavorando per quasi cinque anni a Bologna nella Testata Giornalistica Regionale della Rai. Dal 2018 è Cavaliere al Merito della Repubblica per riconosciute qualità professionali.
Tra le ultime esperienze ricordiamo quella di giornalista e inviato su Rai1 de “La Vita in diretta”. Tra gli appuntamenti più importanti della sua carriera, Massimo ha condotto dallo Sferisterio di Macerata “Musicultura”, il festival della musica popolare e d’autore, trasmesso dalla Rai.
La sua gavetta inizia a 16 anni nelle tv private, per poi approdare dopo anni come inviato, a Rai1 in programmi quali “Sabato&domenica”, “Uno Mattina in famiglia” e “Linea Verde”, conducendo inoltre importanti programmi dedicati al festival di Sanremo. Per Rai1 e Rai International ha condotto da Loreto il primo concerto in memoria di Giovanni Paolo II “Totus Tuus”.
Storico conduttore e autore del premio televisivo “Meeting del Mare” che da anni si celebra a Crotone, Massimo ha trascorso cinque anni a Bologna, alla Tgr Emilia Romagna, per poi passare a Rainews nella testata AllNews, con l’allora direttore Antonio Di Bella. Recentemente ha condotto dal Teatro Ariston di Sanremo il festival “SanremocantaNapoli”. Ma ha condotto anche la prima e la seconda edizione del festival cinematografico “CineMediterraneo” con la presenza di Pupi Avati, Michele Placido, Laura Morante, Isabella Ferrari, Alessandro Preziosi, Francesco Scianna, Adriano Giannini, Giorgio Verdelli e Ricky Tognazzi.
Conduttore, sempre lui, della decima edizione de “La Primavera del cinema italiano“ a Cosenza con la partecipazione di Lodo Guenzi, Pupi Avati, Pilar Fogliati, Edoardo Leo, Mario Martone, Roberto Andò, Giulia Andò, Marco Bellocchio, Riccardo Milani e Matteo Garrone.
Da diverse edizioni è alla conduzione del “Bergafest” di Reggio Calabria dove è stato insignito dall’Accademia del Bergamotto quale Ambasciatore del prezioso agrume nella sezione “Giornalismo televisivo”. Ha vinto il premio “Massimo Marrelli” per la “Comunicazione e giornalismo” e il premio “CrotoneOk 2021” quale personaggio dell’anno insieme al cantautore Sergio Cammariere.
Ma è stato anche inviato su Rai2 del programma “I Fatti Vostri “, diretto da Michele Guardi’. A Rai Sport ha condotto “C Siamo” storica trasmissione dedicata alla serie C girando i campi d’Italia. (Pino Nano)

Quando lo sport richiama i grandi valori della vita
“Chi vive d’amore. Il Cannoniere”. Il Vicedirettore di Rai Sport Massimo Proietto e il pluripremiato autore Antonio Barracato portano in libreria un romanzo sull’importanza dello sport come riscatto sociale.
Massimo Proietto non si smentisce mai. È un cronista che vive la strada con il cuore e che ha fatto della sua passione per il giornalismo una sorta di missione sociale. Ne è la conferma questo suo ultimo libro “Chi vive d’amore. Il Cannoniere”, scritto a quattro mani con Antonio Barracato, per le Edizioni Minerva, e destinato ad un pubblico vastissimo che non è solo quello dello sport e che Massimo Proietto conosce come le sue tasche per via del suo lavoro e soprattutto del suo ruolo come Vice Direttore di Rai Sport.
“Questo è un romanzo – dice Massimo Proietto-che parla di calcio, ma che in realtà racconta molto di più: l’infanzia difficile di un ragazzo, le prove della vita, la forza dei legami, il coraggio di rialzarsi e la capacità di non smettere mai di credere nei propri sogni, un libro che mette insieme passione sportiva e valori universali, capace di emozionare chiunque, anche chi del calcio conosce poco o nulla”.
Ad aprire il volume è la prefazione di Federica Cappelletti Rossi, presidente della Divisione Serie A Femminile Professionistica Figc, che sottolinea la capacità degli autori di raccontare una vicenda capace di appassionare e commuovere senza forzature emotive, toccando corde profonde e universali.
“L’idea – spiega Massimo Proietto- nasce dal desiderio di raccontare una storia che unisse due passioni: quella per lo sport e quella per la vita vera, con le sue cadute e i suoi riscatti. Volevamo dimostrare come il calcio possa essere molto più di un gioco: un linguaggio universale, capace di trasformarsi in una scuola di coraggio, lealtà e speranza. Chi vive d’amore nasce così, dall’urgenza di tornare a parlare di sentimenti autentici in un mondo dove tutto corre veloce, e dove spesso ci si dimentica quanto contino l’amicizia, la solidarietà e l’amore per ciò che si fa. Su un campo di calcio si concentrano infatti la fatica, le sconfitte, i momenti di svolta, la gioia della squadra, la solitudine del rigore: tutto ciò che forma un essere umano. Noi abbiamo voluto restituire al calcio la sua anima originaria, quella che non ha nulla a che fare con i riflettori o il denaro, ma con l’educazione, la lealtà e la solidarietà”.
Il protagonista del romanzo è Paolino Rinaldi, un bambino cresciuto nell’hinterland milanese, fragile in apparenza ma dotato di un’energia straordinaria. La sua vita è segnata da eventi dolorosi e da perdite precoci che lo costringono a confrontarsi con la durezza della realtà. “Eppure, dentro di sé, Paolino custodisce una risorsa insospettata: l’amore per il pallone, che diventa presto -scrivono gli autori- la sua ragione di vita, lo strumento per affermarsi, riscattarsi, e in qualche modo salvarsi.
Massimo Proietto parla di questo romanzo come se fosse il diario della sua vita, e in realtà non lo è, ma lo fa con una passione così evidente e palese da renderlo ancora più giovane e “bambino” di quanto non lo sia. L’uomo ha raccontato l’Italia e le sue storie più belle attraverso programmi amati dal pubblico, da “Linea Verde” a “Uno Mattina in Famiglia”, da “La Vita in Diretta” a “Sabato&domenica”, ha condotto festival e trasmissioni che hanno saputo fondere cultura, musica e sentimento, come “Musicultura”, “SanremocantaNapoli” e “CineMediterraneo”, insomma un cronista che sa parlare alla pancia del suo pubblico.
La sua voce e il suo volto hanno accompagnato eventi importanti, sempre con quel tocco umano e quel senso di rispetto che lo distinguono. Anche nello sport, che oggi è il suo mondo quotidiano, ha portato questo stile: vicino alle persone, capace di leggere dietro il risultato, di cogliere l’anima del gioco.
“Vorrei che il lettore sentisse che la vita, anche nei momenti più duri, merita sempre fiducia. Paolino attraversa il dolore, ma trova nel calcio e nell’amore per gli altri la forza di rialzarsi. Il messaggio è proprio questo: nessuna sconfitta è definitiva, se c’è un sogno da inseguire e qualcuno con cui condividerlo. Di Paolino Rinaldi – aggiunge il Vice Direttore di Rai Sport- “raccontiamo la sua ascesa calcistica, tra sogni e sacrifici, è segnata da momenti di svolta, da incontri significativi e da cadute improvvise che mettono alla prova la sua determinazione. Ma il calcio, come la vita, è fatto di sorprese: gol insperati, sconfitte amare, occasioni da cogliere al volo. Chi vive d’amore non è solo la parabola sportiva di un giovane talento. È soprattutto una riflessione sul valore dell’amicizia, della solidarietà, della lealtà”.
Il romanzo in realtà si legge tutto d’un fiato, scritto con uno stile semplice e diretto, soprattutto moderno, veloce, accattivante, parla ai ragazzi ma anche agli adulti, e a chi cerca una storia che mostri come la passione possa diventare motore di riscatto, e come anche nelle difficoltà più grandi sia possibile trovare la forza per andare avanti. Quasi la sceneggiatura di un film, dai ritmi vivaci e assolutamente cinematografici, con dentro colpi di scena e stravolgimenti che mantengono alta l’attenzione fino all’ultima pagina.
Bello, avvolgente, da leggere questo libro, vi assicuro, perché il calcio, nel romanzo di Massimo Proietto e Antonio Barracato, diventa simbolo iconico della vita, con le sue regole, i suoi rischi, le sue sfide.
“Paolino- sottolineano gli autori- come il Nino cantato da Francesco De Gregori ne La leva calcistica della classe ’68, impara che non bisogna avere paura di sbagliare un rigore e che un giocatore lo vedi “dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”. Anche quando la vita sembra mettere tutto in discussione, il campo rimane lo spazio dove dimostrare chi si è davvero”.
Accanto alla dimensione sportiva, nel libro emergono l’amore e gli affetti familiari. Ci sono i genitori di Paolino, c’è il dolore delle perdite, ma ci sono anche le figure che lo accolgono e lo sostengono lungo il cammino: amici sinceri, educatori, allenatori che sanno guardare oltre la superficie. “Una rete di relazioni –si commuove Massimo Proietto quando mi dice queste cose- che mostra come nessuno possa davvero farcela da solo, e come l’amore – nelle sue diverse forme – sia la vera linfa per crescere”.
Non è solo un libro “per chi ama il calcio”, ma una storia di resilienza e di passione che appartiene a chiunque abbia affrontato sfide, cadute e ripartenze.
(Pino Nano)
