Piero Vigorelli,i grandi giornalisti del passato

Piero Vigorelli, il mio Maestro

di Pino Nano

Il 15 giugno 1944 nasceva a Zugo, comune svizzero di 30 mila abitanti, ai piedi del monte Zugerberg, Piero Vigorelli. 82 anni, dunque, orgogliosamente ben portati. Direi anche, sfacciatamente dichiarati. Impertinente, arrogante, prepotente, cocciuto, determinato come pochi, carattere spigoloso, che fa di lui un personaggio scomodo, altero, non sempre avvolgente, ma fedele al suo mantra, “Gli amici sono sacri e vanno difesi fino in fondo, ad ogni costo, sempre e comunque, e senza nessuna mediazione possibile”.

Combattente, partigiano nel senso più puro del termine. Se lo hai amico si vende l’anima per te e per la tua vita, e se hai bisogno di aiuto basta chiamarlo, il suo telefono è sempre acceso e sempre lo stesso, da 30 anni a questa parte, e la sua casa è aperta a chiunque abbia ancora qualcosa da dirgli, quasi un confessionale istituzionale dove da anni lui incontra e riceve chiunque abbia necessità di incontrarlo e chiederli un consiglio.

Grande cronista, grande inviato speciale, grande polemista e saggista contemporaneo. Piero non si nega mai a nessuno, ma guai ad averlo avversario. Come tutti i combattenti divide il mondo in due parti, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. La sua vita sembra quasi un romanzo d’appendice, e alla soglia dei suoi primi 80 anni l’uomo ha ancora mille sogni da realizzare nel cassetto privato della sua casa, nel cuore della Roma più antica.

Quando gli chiedo di poter raccontare la sua storia mi nega ogni possibilità di farlo, “Non sono ancora morto” mi grida al telefono, ma alle quarta volta si convince a farlo, anche perché gli spiego che un domani la sue nipotine, figlie di Ilaria la figlia, giornalista come lui, potrebbero essere felici di leggere un giorno un’intervista completa del “nonno-combattente”.

Come giornalista, avendo io lavorato molto con lui, posso solo dire di avere avuto a che fare con un professionista di altissimo profilo. Per me è stato soprattutto un grande Maestro di vita e di giornalismo.

Su Rai 2, canale allora diretto da Giampaolo Sodano, dal 25 febbraio 1991 al 29 aprile 1994, ideò e condusse la trasmissione quotidiana Detto tra noi (La Cronaca in Diretta) con oltre 600 puntate in diretta dai luoghi dove il fatto di cronaca era accaduto. Un programma che rivoluzionò il pomeriggio televisivo della RAI, prima appannaggio di telefilm e soap opere, con il racconto in diretta della cronaca nera, bianca, e dei misteri religiosi. Il programma ebbe un ascolto medio del 30 per cento, con un record del 48 per cento con quasi 5 milioni di telespettatori. Il record di ascolti lo fece nel 1992 una puntata sulla mistica calabrese di Pravati Natuzza Evolo e che io ebbi l’onore di condurre in diretta insieme a lui dalla Chiesa di Paravati, con in regia un numero uno del tempo, Giuseppe Sciacca, siciliano di Palermo e che Piero chiamava in maniera confidenziale “U pruppu“, che in siciliano è il polipo, tanta era la sua capacità professionale di irretire con le immagini la musica e il montaggio milioni di italiani ogni giorno.

Due erano le regole etiche per la “sua” cronaca nera: essere sempre dalla parte delle vittime e raccontare il fatto solo se autorizzati dai familiari delle vittime. Ancora oggi questo format televisivo inventato da Piero Vigorelli è fra i più longevi della Rai ed è un punto di forza della programmazione pomeridiana di Raiuno, col titolo La vita in diretta.

Cronista educato al rispetto delle parti, rigorosissimo nella scelta degli argomenti da affrontare, e nel modo di raccontare le cronache del giorno, attentissimo alle sue fonti, che ha sempre tenute segrete e difeso a ogni costo. Puntuale fino all’esasperazione, guai a concedersi un attimo di distrazione, mai una querela, mai un problema legale, mai un contradditorio negato a nessuno, pluralista, provocatoriamente aperto alle posizioni anche più estreme, e sempre pronto al confronto.

La trasmissione Miracoli da lui immaginata scritta e condotta ha avuto ascolti altissimi,uno share medio del 25 per cento, un vero e proprio record per la storia della televisione. Andava in onda in prima serata su Rete 4, con oltre 50 puntate che hanno raccontato eventi straordinari riconosciuti della Chiesa cattolica e da altre confessioni religiose, nonché le storie di mistici e presunti veggenti viventi, in Italia e nel mondo.

Le puntate di maggiore ascolto sono state quelle sui miracoli di papa Giovanni XXIII, di Padre Pio, del fondatore dell’Opus Dei Josemaría Escrivá de Balaguer, del libanese San Charbel, di Maria Faustina Kowalska, di Madre Teresa di Calcutta, di Riccardo Pampuri e di Rosario Livatino. Sulle personalità mistiche in vita, lui stesso amava ricordare le puntate su Natuzza Evolo, sui veggenti fratel Cosimo, fra’ Elia, Maddalena Azara, Rita Cutolo, la siriana Myrna, l’austriaca Maria Simma e la coreana Julia Youn Hong-Song. La trasmissione ha anche smascherato alcuni falsi veggenti, profittatori della credulità popolare. Nel dicembre 2005 viene nominato vicedirettore del TG5, con delega al programma Verissimo condotto da Paola Perego, programma che aveva già diretto nel 1998-1999 quando la conduttrice era Cristina Parodi. Nel settembre 2006, con il passaggio di Verissimo alla testata Videonews, Piero Vigorelli rimane in carica come vicedirettore del TG5, prima dirigendo la redazione di Milano (direttore Carlo Rossella) e poi nella sede centrale di Roma.

Ha diviso la sua vita tra giornalismo e passione politica, ma magna pars della sua vita è stato anche il sindacato. “Oggi lui- dice Carlo Parisi Segretario Generale della FIGEC – è uno dei nostri punti di riferimento assoluti. All’interno del Consiglio Nazionale della FIGEC lo consideriamo non solo un’icona, ma soprattutto una guida e un maestro”.

Sembra che il tempo per lui non passi mai, e oggi all’età di 82 anni, alla Piero Vigorelli è più moderno di tanti di noi, e più avanti di tantissimi altri colleghi che a 40 o 50 anni credono di essere maestri del web. Con l’avvento dell’era digitale, Vigorelli ha saputo adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione, senza mai perdere di vista l’essenza del giornalismo: la ricerca della verità e il servizio al pubblico. Ha abbracciato le nuove tecnologie, utilizzando i social media e le piattaforme online per raggiungere un pubblico ancora più vasto e diversificato. E a 82 anni Piero Vigorelli continua a essere una fonte di ispirazione per molti dei giovani giornalisti oggi sul campo. La sua carriera è esempio di infinita dedizione, passione e impegno civile, e in un’epoca in cui il giornalismo è spesso messo in discussione, la figura di Vigorelli rappresenta ancora un faro di integrità e grande professionalità. La sua carriera ci ricorda che il giornalismo, quando fatto con passione e dedizione, può essere uno strumento potente per il cambiamento e la giustizia del Paese.

Puntiglioso e informatissimo, aggiornato e mai scontato, Piero Vigorelli rimane uno dei punti di riferimento del giornalismo italiano, e non solo del giornalismo più classico, che era quello della carta stampata, ma anche e soprattutto della storia della Televisione italiana, maestro come pochissimi altri del racconto in RAI della cronaca quotidiana in televisione. È stato anche Vicesegretario nazionale della Fnsi, Consigliere Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e a Parigi Presidente della prestigiosa Associazione della Stampa Estera.

Padre e figlio, Piero Vigorelli e suo padre Giancarlo

Direttore, come inizia la tua storia di giornalista?

La professione è spesso ereditaria. Mio padre Giancarlo era giornalista e scrittore, suo padre aveva una tipografia, sua madre era della famiglia Ghislanzoni, poeta della Scapigliatura milanese… Tutto torna.

Giornalista già predestinato, mi pare di capire?

In verità, da ragazzo ero più propenso a fare politica. A 22 anni ero vicesegretario nazionale dei giovani socialisti. Poi mi ha preso la mano e ho cominciato a scrivere su un settimanale socialista (L’Opinione) e pian piano sono entrato nel giornalismo.

Che avvio è stato?

Partenza con uno scoop mondiale.

Me lo racconti?

A fine settembre del 1970 ero in Egitto con una delegazione del Psi. Il 28 settembre muore il presidente Nasser. Due giorni prima avevamo incontrato il vice presidente Sadat, che ci aveva detto che era per fare la pace con Israele e che ci dovevano essere due popoli e due Stati. Ricordo che in quei giorni ancora si sparava dalle due rive del canale di Suez. Sadat succede a Nasser e pubblico sul settimanale Tempo Illustrato un articolo dove riporto le idee “rivoluzionarie” del successore di Nasser. Fanno il giro del mondo, anche se molti erano scettici. Ma Sadat lo farà anni dopo, con gli accordi di Camp David del 1979 con Israele, che costarono l’espulsione dell’Egitto dalla Lega Araba per 10 anni.

Un bel colpo?

Pensa che sono stato assunto come praticante al settimanale nel novembre 1970, ma devo dirti anche che giocavo in casa: mio padre era il critico letterario del Tempo.

–Chi fu il tuo primo maestro?

A parte mio padre, che osservava e non interferiva, dispensando qualche consiglio (lo stesso ho fatto io con mia figlia Ilaria), devo dire che i miei articoli scritti nella redazione romana (Enrico Nassi caporedattore) alla redazione centrale di Milano passavano al vaglio del direttore Nicola Cattedra, di redattori del calibro degli scrittori Guido Vergani e Ermanno Rea, e a Roma Vittorio Gorresio e Andrea Barbato… Insomma, ero fra tanti guanciali.

–I momenti più importanti?

Al Tempo ricordo le inchieste sulla mafia, le interviste ai boss mafiosi che fecero scalpore, fatte insieme con Enzo Catania (poi in un libro, L’Industria della droga, Marsilio editore). Chiuso il settimanale il 1° maggio 1974, vengo assunto dal Messaggero, direttore Italo Pietra. Qui c’è il passaggio dalle inchieste investigative tipiche del settimanale, al cronista di punta e da strada.

-Mi spieghi meglio.

“Vigorelli, è mai stato in Algeria?”, mi dice Italo Pietra, che c’era stato anche per aiutare i partigiani contro il colonialismo francese. “Allora lei va al quartiere Balduina di Roma, dorme lì in albergo, mangia lì, ci resta una settimana e ogni giorno, come se fosse in Algeria, mi manda un articolo sulle malefatte dei fascisti di Ordine Nuovo. Articoli memorabili, andavo casa per casa a raccogliere testimonianze. Oppure Silvano Rizza, il capocronista: “Fammi un’inchiesta sul mercato ortofrutticolo di Testaccio”: Gli porto un’inchiesta molto documentata, nomi e cognomi del sistema mafioso, tutta perfettina. Lui: “Non ci siamo capiti… Vai al mercato alle tre di notte, punta una cassetta di frutta portata da un agricoltore e seguila passo per passo dentro il mercato, segui la moltiplicazione del prezzo fino al banco del negoziante che l’ha acquistata e venduta a un cliente”.

–

–Altri tempi, altra classe.

Mi chiedo… Si fa ancora un giornalismo così? Anni dopo, da Direttore avevo preso giovani in prova che volevano fare giornalismo. Dopo tre giorni, mi si presenta uno di loro… “Direttore, avrei pensato di scrivere un editoriale su…”. Il suo periodo di prova finì quel giorno…

–Pentito di essere passato dalla politica al giornalismo?

Assolutamente no. Le radici etiche del socialismo -libertà, fraternità, uguaglianza, neutralismo, garantismo- mi guidano sempre. Ma come diceva Winston Churchill, “Se a 20 anni non sei di sinistra, sei senza cuore: Ma se a 40 anni non sei di destra, sei senza cervello”. Quindi voto felicemente e convintamente a destra. Per me è stato così. Spero accada anche per questi giovani di Free Palestina, che non sanno neanche dove sia la Palestina, non conoscono la storie e le guerre fra Israele e Stati arabi e – soprattutto – ignorano il fatto che non esiste un solo stato arabo o mussulmano che è pronto ad accogliere un palestinese che vuole fuggire da Rafah e dalla dittatura assassina di Hamas.

–Posso dire che mi pare un giudizio eccessivamente severo?

Vedi, quei giovani starnazzano di genocidio, senza conoscere il significato e la tragica portata della parola. Non comprendono il valore della democrazia, perché Israele fa una guerra giusta, ma ogni giorno in Israele ci sono manifestazioni che chiedono la cacciata del governo. Per caso, nei paesi arabi e mussulmani che vogliono cancellare Israele e sterminare gli ebrei -questo sarebbe un genocidio- accadono cose del genere? Da che parte sta la democrazia? Da ragazzo ho fatto tante manifestazioni contro la guerra americana nel Vietnam e c’erano tanti giovani americani che manifestavano in Usa. Questa è la democrazia.

–Il direttore che più hai amato nella carta stampata?

Al settimanale Tempo Illustrato, Nicola Cattedra. Parlava poco. era molto paterno. Al Messaggero, Italo Pietra e poi Vittorio Emiliani. Il primo era la classe. Ex partigiano che ha inventato il quotidiano Il Giorno, con un mix tra l’autorevolezza dei collaboratori e la carica emotiva della cronaca. Il secondo, Vittorio Emiliani, era cresciuto al Giorno con Italo Pietra. Devo a lui la scelta di mandarmi a Parigi come corrispondente del Messaggero Cinque anni meravigliosi.

Parigi vale bene una messa?

Mi sono disintossicato. Avevo sulle spalle un decennio di sindacalismo praticamente full time e stavo perdendo il gusto per la professione. La mia famiglia è sempre stata di cultura francese, mi trovavo bene, ricordavo i miei trascorsi nel Maggio 1968 nella capitale, quartier generale in un ristorantino (Le Requin Chagrin, Il pescecane triste) in place de la Contrescarpe.

Una stagione felice?

Francamente mi sono rigenerato. In cinque anni esatti, avrò mandato a Roma più di 1.500 articoli, dalla politica alla cronaca, dalla cultura agli spettacoli e anche un po’ di sport. Un bel periodo anche per la Francia, con Mitterrand presidente, ma anche dopo con Chirac. Veri leader. Altro che Macron-Micron!

Quanti incontri importanti, direttore?

A Parigi sono diventato presidente della Stampa Estera, residuo della passione sindacale, e in questa veste ho conosciuto i leader di governo e dell’opposizione francese. Ho conosciuto bene anche Silvio Berlusconi, che in Francia voleva far nascere La Cinq. Gli ho organizzato una memorabile conferenza stampa nella quale ha illustrato il suo progetto. Berlusconi non era il solo big italiano alla conquista della Francia. C’erano anche Raul Gardini e Carlo De Benedetti, che ho incontrato più volte. Tristezza, oggi, quando vedo che molte aziende francesi hanno fatto shopping in Italia.

L’intervista più difficile?

Quella con Massoud Rajavi, il leader dei Mojahedin del Popolo, l’esercito degli oppositori alla islamizzazione di Khomeini. Un viaggio in auto bendato, una serie di posti di blocco dei seguaci di Rajavi, una villa piena di uomini armati. Ma Rajavi e anche sua moglie erano persone simpatiche e genuine. Purtroppo, l’Iran è ancora sotto dittatura e non sarebbe male che i Free Palestina urlassero e manifestassero “Donna, Vita, Libertà“. È una mia illusione.

Tornato da Parigi, inizi a lavorare in tivù.

A Parigi, al Museo Picasso, incontro per caso il mio vecchio amico Giampaolo Sodano, che era da poco diventato direttore di Raidue. “Perché non molli gli ormeggi e vieni a lavorare per me?”. Detto e fatto. Dopo 15 anni al Messaggero come cronista, giornalista parlamentare, e inviato speciale e Parigi, avevo bisogno di ricaricare le batterie.

A RAI DUE nasce con te “La vita in diretta”, un successo che non è mai scemato…

L’invidia fa spesso capolino…Ricordo che all’epoca, nel 1990, la tivù del pomeriggio era dominata da una lotta fra varie soap opera, da Sentieri a Uccelli di rovo. La vita in diretta sbaragliò il campo. Invece della fiction, ecco la realtà. C’era il racconto, tutto in diretta dal luogo dove era accaduto, di un fatto di cronaca nera, ma poi di uno di cronaca rosa, e ancora una questione sociale (cronaca bianca) da risolvere o un’inchiesta sui misteri religiosi e i presenti veggenti. C’erano tutti i colori della cronaca. Era il racconto della vita di tutti i giorni.

Come reagì soprattutto Fininvest, che allora era “padrona” del pomeriggio tivù?

Berlusconi mi ha spesso ripetuto che “All’epoca ci hai fatto molto male”. Allora ho dovuto resistere a non pochi attacchi mediatici sulla “crudeltà” del racconto, che puntavano alla cancellazione del programma. Missione per fortuna fallita.

Nei fatti cosa è cambiato concretamente?

Che si è scatenata la concorrenza, con trasmissioni quasi fotocopia dove – rilevo – il racconto di cronaca è diventato veramente truculento, dai plastici dell’abitazione di un delitto ai dettagli più scabrosi delle intercettazioni telefoniche. E a farlo erano quelli che mi avevano criticato.

Quale era la tua regola di vita e di lavoro in televisione?

La mia etica per la trasmissione era semplice: mai dalla parte degli assassini, sempre dalla parte delle vittime e la diretta si poteva fare solo se i parenti della vittima ci autorizzavano a farla. Nelle altre trasmissioni, ieri e oggi, quelle regole etiche difettano spesso.

La tua “invenzione” continua oggi la tua strada. Sono passati 36 anni, anche se la cronaca in diretta oggi è traslocata su Raiuno con Alberto Matano.

E mi godo il successo! Ricordo che nei miei quattro anni ha fatto una media superiore al 30 per cento di share, e che il record è stato il 48 per cento, con 5,6 milioni di spettatori, nella puntata del 6 gennaio mi pare del 1993, quando ho fatto conoscere agli italiani gli autentici doni mistici di Natuzza Evolo. Record che resta inviolato.

Perché a un certo punto lasci “La vita in diretta”?

In verità me l’hanno fatta lasciare. Il 1° maggio del 1994, Raidue -direttore Giovanni Minoli- non mi rinnova il contratto di autore e conduttore. Se ricordate, anche il 1° maggio del 1974 ero rimasto disoccupato, Non chiedetemi quindi perché, da allora, non ho mai più festeggiato la cosiddetta Festa del Lavoro. Il perché del mancato rinnovo, Giovanni Minoli non me l’ha mai spiegato, anche perché non mi ha neppure incontrato. Comportamento inspiegabile non solo televisivo. Eravamo perfino in sintonia politica, vicini a Bettino Craxi.

Pochi mesi dopo, nel settembre 1974, diventi direttore della TGR Rai, la corazzata con quasi mille giornalisti in tutte le regioni italiane.

Devo questa nomina al mitico Vincenzo Muccioli, che mi ha fatto conoscere la signora Letizia Moratti, presidente della Rai, a San Patrignano. Ricordo che Lei rimase impressionata per avermi visto arrivare con auto blindata e la scorta dei Carabinieri, perché dopo il fallito (per fortuna) attentato a Maurizio Costanzo del 14 maggio 1993, secondo la Direzione Antimafia sarebbe toccato a me, per via di tutte le puntate della Vita In Diretta contro la mafia. Ma ancora più impressionata – credo – è stata per le proposte innovative che le ho presentato sull’unghia. Non mi ero preparato ad essere candidato alla Tgr. Ovviamente, la mia candidatura è stata sostenuta senza riserve da Silvio Berlusconi, da Gianfranco Fini e da Umberto Bossi, che ero fra i pochi che lui frequentava a Roma quando era un semplice e unico senatore della Lega Nord, ed io ero giornalista parlamentare del Messaggero.

In due anni alla TGR, ricordo, hai dato non pochi scossoni.

Servivano. I Tg regionali erano troppo “seduti” e troppo legati al potere politico locale. Prima direttiva: meno tagli dei nastri e più cronaca vera. Seconda direttiva: almeno una volta la settimana il Tg andava condotto in diretta da uno dei Comuni della Regione. Terzo: cambio di molti conduttori per mettere in pista figure più giovani. Ho assunto circa 150 giornalisti. Erano quasi tutti precari. E ho inventato la “terza edizione” della TGR, alle ore 23 circa, attesa e promessa da una decina di anni, ma soppressa un anno fa. Ho inaugurato il Tg in lingua slovena e in Valle d’Aosta il Tg in francese. Ho creato una trasmissione sul semestre europeo dell’Italia e cercato una valorizzazione culturale degli antichi dialetti locali. Nel 1996 vince la sinistra di Prodi, cambia la dirigenza della Rai, resto senza incarichi e trasmissioni insieme a Michele Santoro, e dopo qualche mese entriamo in Mediaset. Lui prima di me.

Passi a Mediaset. La maggiore differenza con la Rai?

La Rai era un gigante abbastanza malato di burocrazia, bastava vedere il numero del personale, mentre Mediaset era più allegra e tendente a risolvere i problemi in fretta. Ma adesso queste differenze si sono azzerate. Sono due Mammut burocratici.

Cosa rivendichi della tua esperienza nella tivù privata?

Ricevuto l’incarico, mi costruivo un nido e potevo lavorare in santa pace. Ho fatto trasmissioni politiche come Parlamento In, Super Partes, Lex, con storie di ingiustizia. Ho diretto per due volte Verissimo, con Cristina Parodi e Paola Perego come conduttrici, che era la copia della Vita in Diretta. Ho guidato la redazione milanese del Tg5 e con Carlo Rossella, fino alla pensione nel 2010, sono stato vicedirettore del Tg5 a Roma.

Il tuo maggiore successo di pubblico è stata la trasmissione “Miracoli“.

I dirigenti Mediaset non credevano che sarebbe stata una trasmissione di successo. Io ho insistito. Ricordate che il record del 48% con La Vita in Diretta sui misteri religiosi. Allora i dirigenti mi proposero, con scetticismo, di fare due puntate sperimentali a giugno. La prima puntata era contro la partita Italia Svezia agli europei. 26% la partita e 22% Miracoli Briciole per le altre reti.

Esame superato?

Dopo ho fatto una cinquantina di puntate in tre anni, senza esagerare, perché i fatti straordinari non possono diventare ordinari banalizzandoli tutti i giorni. E ho scritto due libri, Miracoli e Nuovi Miracoli, Piemme editore. Regole etiche sempre le stesse. Si raccontava la vita di un Santo solo se le persone che avevano avuto un miracolo di guarigione per sua intercessione accettavano di parlarne. Per non limitare l’ambito alla sola Chiesa Cattolica, ho raccontato miracoli avvenuti in ambito ortodosso e maronita, oppure andando a Cuba per la Santeria o in Iran alle tombe di alcuni profeti, o in Israele per spiegare la Kabbala. Protagonisti anche alcuni veggenti viventi, da Natuzza Evolo a Fratel Cosimi e a Fra Elia. Ho assistito e filmato quando gli si sono formate le stimmate nei tre giorni della Passione. Ho anche distrutto la carriera di alcuni falsi veggenti, come Renato Baron di Schio, che diceva di parlare con la Madonna, che lo irrorava di profumo celestiale. Peccato che quel profumo era Paris di Yves Saint Laurent.

Andato in pensione, approdi a Telecom.

Franco Bernabè mi nomina presidente di TIMB, Telecom Italia Media Broadcasting, l’azienda che gestisce le frequenze televisive, proprio nel periodo critico del passaggio al nuovo digitale terrestre. Per fortuna, la transizione si è realizzata in maniera indolore Bella esperienza manageriale. Ottima squadra di dirigenti, competenza a parte, tutti e quattro di fede juventina come me.

Rinneghi il tuo passato di sindacalista dei giornalisti?

Ho iniziato nel 1975, sono stato per anni vice segretario nazionale della Fnsi, con Luciano Ceschia, Piero Agostini, Sergio Borsi. Ho poi fondato una nuova corrente sindacale (Svolta Professionale), perché quella maggioritaria (Rinnovamento) era diventata un Fronte popolare stalinista. Da Parigi, ho gioito alla vittoria di Giuliana del Bufalo e di Giorgio Santerini. Poi la Fnsi è ripiombata nell’oscurità e ho deciso di cancellare la mia iscrizione. Solo da tre anni, con la nascita della Figec, ho di nuovo una tessera sindacale.

Nel 2012 vieni eletto Sindaco della splendida isola di Ponza. 

E’ un po’ un ritorno alle origini giovanili, alla politica. Erano più di 45 anni che Ponza era diventata la mia isola prediletta, dove trascorrevo le mie vacanze e pescavo a traina bei pesci, ricciole, dentici e cernie. Nel 2012 Ponza usciva da una brutta vicenda giudiziaria, I Ponzesi sono stati coraggiosi nel votare il primo Sindaco “forestiero”, che non aveva parenti o interessi privati da coltivare o difendere. Queste “mani libere” del forestiero mi hanno consentito di fare non poche scelte innovative e di legalità.

Cosa rivendichi di quel tuo impegno?

Sapevo che non sarebbe stato un passatempo. Quando sono diventato Sindaco, a Ponza non c’era un semaforo e non c’era un’altalena pubblica per i bambini. Fatto. Rivendico l’ordinanza del Sindaco che ha imposto alla SEP (Società elettrica ponzese) di realizzare una nuova centrale elettrica fuori dal centro abitato. A Ponza se ne parlava da 40 anni. La nuova centrale è operativa dal 5 aprile 2015, in collina. Ho fatto scelte, anche dolorose, come la chiusura della grande struttura della movida che era totalmente abusiva, la chiusura di due pontili con una serialità di abusi, o la riorganizzazione della Polizia Locale con alcuni vigili “forestieri”. Ho svuotato di detriti (una ventina di camion) due cisterne romane, che ora sono un’attrazione turistica e a Ponza, per stupire, ho fatto arrivare otto gondole veneziane, grazie all’ex caporedattore della Tgr Veneto, Maurizio Crovato. Quanto ai progetti messi in piedi, quali il porto turistico, il dissalatore, la protezione del porto borbonico, sono tuttora rimasti progetti e sogni. Peccato, per Ponza e per i Ponzesi. La mia sola consolazione è che sono tanti che mi rimpiangono, nonostante avessi usato più il bastone che la carota.

Torniamo alla professione. C’è ancora libertà di stampa in Italia?

Penso che ce ne sia fin troppa e che – questo è il problema – si eserciti spesso in modo sguaiato e irrispettoso della verità. I giornalisti di oggi, specie i più giovani, sono dipendenti dai social che li autorizzano a sentirsi padroni invincibili. Oppure sono dipendenti dalla magistratura, a cui fanno le fusa per avere sottobanco verbali di intercettazioni, allestendo così quel processo di piazza che piace tanto sia ai magistrati che ai giornalisti politicizzati, che si accucciano alle toghe rosse per diventare ciechi strumenti di occhiuti disegni. Lasciamo poi perdere le alzate di testa per compiacere il partito di riferimento. Tipo il Caso-Scurati, la mitica ufficio stampa delle primarie del PD che forse ha pensato che la sua uscita l’avrebbe messa al riparo da una epurazione che però non ci sarà mai. O l’Usigrai, che si inventa bavagli solo quando la sinistra va all’opposizione e la destra toglie i bavagli che loro avevano messo. O Saviano che fa il martire, anche se in Italia non c’è persecuzione… Che tristezza infinita.

–Direttore, hai appena aderito alla FIGEC, perché? Quale è la vera motivazione di fondo?

Perché la Fnsi non è più un sindacato. Non lo è da almeno una ventina di anni e non a caso da allora non sono più iscritto. Non è stata una scelta a cuor leggero. Dal 1975 al 1984, sono stato vicesegretario nazionale della Fnsi. Per altri anni ho seguito le vicende della Fnsi dietro le quinte. Infine, quando ho compreso che il sindacato che avevo contribuito a creare non c’era più, me ne sono andato, senza fare clamore, senza esultare come fanno quei calciatori che fanno un gol alla squadra dove avevano militato nel precedente campionato. Adesso, la nascita della FIGEC mi ha dato nuove speranze.

-Tu credi che il sindacato sia ancora utile ai giornalisti, e a che condizioni?

Ovunque nel mondo le organizzazioni sindacali di ogni tipo sono in piena crisi. Perché il mondo è cambiato, ma il sindacato no. Di solito i nonni danno consigli ai nipoti. Il sindacato è rimasto nonno e i nipoti non ci sono più.

-Non capisco…

Vedio, io ho vissuto dal 1984 al 1989 in Francia, come corrispondente del Messaggero. Lì, quando i sindacati proclamavano una vertenza o uno sciopero, tutti si mettevano a ridere. Non contavano quasi nulla, e il presidente della Repubblica era il socialista Mitterrand. In Gran Bretagna la Thatcher li ha fatti secchi, e il laburista Blair non li teneva in considerazione. In Italia, la maggioranza degli iscritti alla triplice sono pensionati, e i lavoratori dal 1994 votano per i partiti del centrodestra. I sindacati dei giornalisti, poi, sono nel mondo in situazioni peggiori. Per una professione intellettuale, la gabbia di un sindacato è un qualcosa che stona. E se il sindacato, invece di creare le condizioni minime di lavoro nell’impresa editoriale, si mette a fare politica o la lobby, è condannato ad essere un fantasma di sé stesso. Diventa una ditta e pretende che la professione sia ideologica. Nulla di più sbagliato.

-Qualche esempio?

Il documento finale del congresso della Fnsi di Riccione ha questo incipit: “Noi giornaliste e giornalisti che si riconoscono nella Costituzione antifascista…”. E’ la solita pretesa della sinistra di ergersi a unico custode monopolista della democrazia. Da antifascista dalla nascita, ritengo che quando l’informazione e l’opposizione parlamentare inseguono i loro fantasmi, si scivola fatalmente nella propaganda. E non a caso la prima uscita pubblica della nuova dirigenza di Riccione è stata quella di partecipare alla manifestazione di Firenze promossa dalla Cgil di Landini (star al congresso della Fnsi) dopo la scazzottata fra studenti di opposte fazioni.

-La FIGEC come può opporsi?

La strada che la FIGEC ha scelto per un ritorno alle origini di un sindacato libero, la vedo molto in salita. Ma vale la pena avventurarsi. E poiché ritengo che la ragione sociale di un sindacato sia il contratto di lavoro, nelle nuove condizioni economiche, sociali e professionali, il contratto deve essere una cornice nazionale di diritti e doveri, lasciando alla concorrenza aziendale interna il libero dispiegarsi della professionalità. Contratto nazionale quadro e contratti aziendali su misura. Il giornalista è profondamente individualista e va assecondato. Ma questo non vuol dire che sia anche egoista.

-Dopo tanti anni di battaglie sindacali qual è stata la tua esperienza più importante?

Direi il contratto che ha introdotto quelli che allora si chiamavano i videoterminali. La maggioranza dei giornalisti all’inizio era contraria, preferiva la bambagia della conservazione alla culla dell’innovazione tecnologica. Poi c’era l’opposizione dei poligrafici, che si rendevano conto che la loro era una categoria in via d’estinzione, come dissi al mio amico Guglielmo Epifani che era il leader della Cgil poligrafici. Il contratto fu approvato dalla base, anche perché innaffiato da un aumento di 50.000 lire del minimo, mentre i precedenti contratti erano stati di appena 10.000 lire. Ma non sono mancati dei colpi di coda. L’assostampa Veneta di Gabriele Cescutti fece un integrativo regionale dove si aumentò di altre 10.000 lire il minimo, in cambio della rinuncia a un giorno di “corta” al mese. Una scelta indegna.

-E l’esperienza più deludente?

Vedere come, lentamente e progressivamente, la Fnsi si politicizzava e si burocratizzava. Diventava settaria e lavorava per l’esclusione. Ai miei tempi e un po’ dopo, i dirigenti del sindacato erano dei professionisti di rango elevato che regalavano le ore libere al sindacato. Vuoi mettere presidenti come Paolo Murialdi o Miriam Mafai, rispetto a Beppe Giulietti o a Vittorio Di Trapani? Segretari come Ceschia, Agostini o Giuliana del Bufalo, rispetto a Lorusso o Alessandra Costante? Quelli che hanno governato la Fnsi negli ultimi vent’anni sono responsabili dello sfascio dell’Inpgi, della crisi della Casagit e del degrado della professione.

-Come giornalista, Direttore, ti sei mai sentito solo e con un sindacato lontano?

Più volte, ma non me ne importava. Ho fatto la mia bella carriera con il lavoro professionale. Penso che questa sia anche la convinzione di molti giornalisti, che se ne fregano della Fnsi e che sono iscritti all’Ordine solo perché di fatto obbligatorio.

-Come ricordi la nascita del SINGRAI che tu hai fondato?

Negli ultimi anni del mio impegno sindacale, ero passato all’opposizione con la corrente “Svolta Professionale” che avevo fondato, con un manifesto programmatico illustrato in copertina con la Statua della Libertà che brandiva un microfono. “Svolta” poi vinse il successivo congresso. Prima il “Gruppo dei Cento” e poi il Singrai erano la versione Rai della corrente di “Svolta”, organizzata da Paolo Cantore, Paolo Corsini e molti altri professionisti. All’epoca ero il direttore della TGR. Seguivo e tifavo senza troppo apparire. Di fronte c’era l’Usigrai, che è stata l’incubatrice e la genitrice della politicizzazione e della burocratizzazione della Fnsi. Ricordo che l’Usigrai annunciò una querela (mai depositata) sostenendo che l’avevo definita “una banda di ricattatori”. Citazione errata: avevo detto invece che era “una piccola banda di ricattatori”.

-Tu ritieni che un sindacato nuovo come FIGEC possa tornare utile alla dialettica RAI?

La Rai è il regno della lottizzazione e dei repentini cambi di casacca. E’ chiusa in se stessa e ha contagiato anche Mediaset, che si è burocratizzata. Nei due fronti prevale lo spirito dell’auto conservazione. Le novità come la FIGEC possono essere un grimaldello.

-La tua è stata una storia professionale esaltante, quale fase della sua vita ami ricordare di più?

Ho già avuto la medaglia dei 50 anni di professione. Ho avuto la fortuna di aver lavorato in un settimanale (Tempo Illustrato), in un quotidiano (Il Messaggero), in Rai e a Mediaset. Ogni periodo professionale ha la sua storia. I cinque anni come corrispondente da Parigi sono indelebili. L’aver inventato la televisione del pomeriggio in Rai, con la trasmissione Cronaca in diretta (che è in onda da oltre trent’anni) è stato un salto di qualità. La direzione della TGR e la vicedirezione del Tg5 mi hanno visto dietro scrivania, ma sempre paterno per la crescita professionale dei colleghi e il lavoro di squadra. Mi fa anche piacere ricordare che ho firmato o suggerito l’assunzione di oltre trecento giornalisti.

-L’inchiesta a cui sei rimasto più legato nel tempo?

Direi due. Quelle sulla mafia, sulla carta stampata e in Rai, vissute anche pericolosamente e per alcuni anni sotto scorta. E quella sui “Miracoli“, in Rai e a Mediaset, sui fenomeni soprannaturali riconosciuti dalle varie religioni, che nessuno aveva prima raccontato in televisione (e anche descritti in due miei libri).

-Se tu dovessi tornare indietro, rifaresti questo mestiere?

Assolutamente sì e non solo per tradizione familiare. Non c’è nulla di più emozionante del raccontare le emozioni altrui.

-Se ti chiedessero di tornare in campo preferiresti farlo alla televisione o ti piacerebbe tornare alla carta stampata?

Indifferente. Ma è ancora il mio tempo?

-Direttore, come immagini il futuro della professione?

Non sono un inguaribile ottimista, come si sarà compreso nelle risposte precedenti. In epoca social, dove chiunque può credersi giornalista, occorre ridisegnare la figura del professionista nell’universo tecnologico. E questo può essere fatto solo ritrovando una sana autonomia professionale.

-Posso chiederti come vedi la nascita di UNIRAI?

Penso che i giornalisti italiani del libero sindacato nazionale Figec, alternativo alla Fnsi, troppo politicizzata a mio avviso, debbano salutare con il dovuto rispetto e grande simpatia la nascita di “Unirai”, l’associazione dei liberi giornalisti della Rai. I promotori dell’associazione hanno presentato le loro idee, i loro progetti, e le speranze riposte, e lo hanno fatto per riportare finalmente un vento di libertà fra i colleghi della Rai che da anni sognano un’alternativa all’oligopolio Usigrai, sindacato affiliato alla Fnsi ormai travolto dalla sua gelida burocratizzazione.

-Se tu fossi ancora in servizio aderiresti?

“Credo che tutti i giornalisti della Rai iscritti alla Figec, che hanno cancellato la loro adesione alla Fnsi e all’Usigrai, fanno certamente parte dell’Unirai per adesione spontanea e costruttiva. Naturalmente insieme con tanti altri colleghi che per la prima volta hanno deciso di mettere la propria faccia in iniziative professionali e sindacali come questa”.

-Ma c’era proprio bisogno di un contraltare come UNIRAI?

Credo che UNIRAI, come ai miei tempi il SINGRAI, nasca proprio dalla consapevolezza che la professione giornalistica esercitata nella più grande azienda pubblica di cultura, abbia urgente bisogno di ritrovare e ripercorrere la strada del pluralismo e delle libertà. Un impegno morale, un dovere quasi istituzionale, che era stato in larga parte soffocato da anni di gestione in Rai del sindacato unico Usigrai, posso dirlo?, a mio parere fortissimamente condizionato dalla politica”.

-Non è un’analisi eccessiva la tua?

Ciedilo in giro ai giornalisti delle 21 sedi regionali della RAI, chiedi loro come vivono la loro condizione professionale? Diciamolo con grande convinzione: questa svolta ci voleva, e personalmente rendo onore ai giornalisti di Unirai che hanno deciso di diventarne attivi protagonisti della storia aziendale.

-Lo pensi anche come dirigente della FIGEC?

La Figec, che è la Federazione Italiana Giornalismo Editoria e Comunicazione, non può non porsi a completa disposizione dei colleghi di “Unirai”, senza nulla pretendere sia chiaro, ma per collaborare alla crescita di una valida alternativa alla stagnazione prodotta dall’Usigrai, e questa di UNIRAI è una sfida intellettuale che in tantissimi in RAI, nei loro cuori e magari anche in piena solitudine, attendevano da anni”.

–Come per i giovani pro-Palestina, vedo che anche su parte dei giornalisti hai un giudizio severo.

Mi rendo conto di aver esercitato la professione in tempi più eroici di quelli odierni. Osservo che molti giornalisti che oggi fanno i gradassi e i sapientoni, non hanno mai dettato un pezzo al volo da una cabina telefonica e non saprebbero farlo. E’ facile stare in panciolle dietro la scrivania e il computer, trovando la pappa pronta con il copia-incolla delle agenzie. Indro Montanelli diceva che spesso i giornalisti spiegano ai lettori quello che loro stessi non hanno capito. E Luigi Barzini jr ricordava che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. All’epoca lo dicevano con autoironia. Temo che in molti casi oggi sia tragicamente vero.

–Posso chiederti, direttore, a chi credi di voler dedicare oggi, a 82 anni, quello che hai fatto? 

A mia moglie, a mia figlia Ilaria e alle mie due nipotine, che sono la mia vita. E alle moltissime persone che mi vogliono bene.

Rai Due,8 dicembre 1992, Piero Vigorelli porta Natuzza Evolo in diretta.

Il primo ad intuire che era una “storia ideale” per la televisione, e quindi un personaggio che avrebbe colpito molto il grande pubblico, fu Michele Santoro.

Erano gli anni della mitica Samarcanda, quando nessuno, dico proprio nessuno, avrebbe mai immaginato di trovare tra gli ospiti del giovane “Robespierre” di RAI TRE Natuzza Evolo, “una povera contadina calabrese che vive da almeno 50 anni il grande mistero delle stigmate e che parla con i defunti”.

La puntata fu un successo di audience, ma l’approccio che Michele Santoro riservò alla “mistica di Paravati” non piacque molto alla Chiesa locale, e quando Samarcanda l’anno successivo bussò per la seconda volta alla sua porta trovò un insormontabile muro di diffidenza e di rifiuti.

Da quel momento Natuzza Evolo, e la sua storia, e i suoi miracoli di fede scomparvero completamente dal grande video. Per tre anni consecutivi gli inviati delle più grandi reti televisive del mondo proveranno a diventare titolari di una intervista esclusiva con “questa donna che vede la Madonna e che parla con l’angelo custode che sta alle nostre spalle”, ma inutilmente.

Poi, all’improvviso il “miracolo”.

Tre anni più tardi, 1992, ci riprova Piero Vigorelli, allora esordiente conduttore di “Detto Tra Noi” su RAI DUE, cronista graffiante e dall’aspetto assai burbero, ma estremamente attento verso i tanti “misteri della fede”.

Piero Vigorelli è alla ricerca di un qualcosa di “forte” da mandare in onda l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, quando tutti stanno a casa e la sua redazione gli propone una decina di casi diversi, ma sono storie che non lo convincono. Maniacale come lo è sempre stato il grande cronista si tuffa allora tra la rassegna stampa che Pier Guido Cavallina, il capostruttura responsabile del programma, ha sistemato nella sua stanza e dopo giorni di ricerche e di solitarie riflessioni rispunta il “caso-Natuzza Evolo”.

Ma accetterà mai?

Il colpo di genio. Piero Vigorelli decide di chiamare personalmente il marito della donna al telefono, e alla fine lo convince a ricevere un suo cronista, poi fa in modo di ottenere il placet del vescovo di Mileto mons. Domenico Tarcisio Cortese. L’allora vescovo di Mileto non esita un solo istante ad accettare. È un lavoro estenuante, ma che produce l’effetto sperato.

Alla fine, Natuzza accetta di diventare protagonista di una puntata, di Detto tra noi, e pone a Vigorelli una sola condizione: vuole essere trattata -manda a dire al giornalista di RAI DUE- con la stessa “serenità di giudizio e lo stesso rispetto umano con cui la tratta la gente che da trent’anni a questa parte ogni parte del mondo arriva fin quaggiù” per incontrarla e parlarle.

Da vecchio inviato speciale abituato a mari più procellosi di questo, Piero Vigorelli decide di “vendersi l’anima”, ma lo fa solo perché intuisce che il gioco vale la candela. Soprattutto in termini di ascolto.

La puntata va in onda regolarmente l’8 dicembre 1992, e all’indomani mattina, i dati Auditel proclamano Natuzza Evolo “regina incontrastata della televisione”.

Quasi sei milioni di italiani hanno seguito la diretta di Vigorelli, un record che diventa una delle pagine più belle della storia di RAI DUE.

Il 6 gennaio successivo, giorno della Befana, Piero Vigorelli rimanda in onda uno spezzone dell’intervista fatta a Natuzza Evolo in occasione della sua festa a Paravati, ed è per la seconda volta un trionfo dell’audience.

Dalle colonne dell’AVVENIRE don Claudio Sorgi, critico televisivo del giornale della Conferenza Episcopale Italiana, tenta una interpretazione, tesse le lodi di Vigorelli, e spiega che a vincere la battaglia dell’auditel è stata, questa volta, la semplicità di questa donna, “ma forse anche la necessità per ognuno di noi di riscoprire la fede e di interpretare i misteri della vita”. Un’opinione personale di un sacerdote illuminato già allora molto seguito e amato dalla Santa Sede, ma che ridà a Vigorelli la forza di proseguire sulla strada intrapresa con maggiore vigore e maggiore tranquillità, alla riscoperta dei tanti misteri di questa Italia così ricca di suggestioni popolari.

Ma che cosa scatta nella mente di ognuno quando Natuzza compare in video? Perché questo “povero verme di terra”, così come Natuzza Evolo ama definire sé stessa, fa man bassa di ascoltatori e riporta ai picchi più alti la curva dell’audience di qualunque programma televisivo la abbia come sua ospite principale?

Risposte non facili, a cui da anni tentano di dare una interpretazione scientifica studiosi ed esperti di ogni parte del mondo. Per lei, vera grande star della televisione di questi anni, è un fatto normale. La gente vuoi vedere cosa di nuovo e di diverso sul fronte della fede si muove. nel mondo, lo fa con lei, ma in passato lo aveva già fatto con i misteri di Medjugorje, qualcuno ricorda anche un’altra puntata di Detto tra noi che Piero Vigorelli dedicò alla storia della Madonna delle Lacrime di Siracusa, altro grande trionfo televisivo di quell’anno, con oltre 5 milioni di italiani “appesi al video”.

Natuzza insiste: “Non so da cosa possa dipendere“.

Sa però che la televisione ha il grande merito di portarla là dove nessuno· potrebbe mai farlo, facendola entrare nelle case di tantissima gente che non può muoversi da casa propria e che solo così ha invece la possibilità’ di toccare con mano altre storie”. Qualche anno dopo accadde la medesima cosa con il caso di un frate· di Placanica, Fra Cosimo, storia anche la sua di misticismo e di miracoli che Vigorelli presentò in televisione come uno dei pochi “eventi straordinari dell’anno”.

“Natuzza-superstar”, dunque, un successo dell’auditel che potrebbe avere mille interpretazioni diverse.

La sua era la storia di una donna che all’età ormai di 70 anni continuava a vivere durante la Settimana Santa, tra il venerdì santo e la domenica di Pasqua, il grande vero mistero delle stigmate.

“Sono stigmate molto particolari -racconta Piero Vigorelli in diretta dallo studio centrale di Via Teulada-. Le compaiono sulle mani, ai piedi, persino sulle ginocchia dové il sangue forma degli strani disegni geometrici. Pare che qualcuno si fosse divertito ad “Intagliare” la pelle di questa donna e a disegnare sulle sue ginocchia il volto di Gesù. Ma altrettanto “importante” è la ferita che compare sul costato di questa· donna, nello stesso punto dove Gesù venne colpito a morte dalla lancia nemica. Tutto questo in una settimana di dolori atroci e di sofferenze inenarrabili che per gli psichiatri della New York University che sono venuti in Calabria per studiare il fenomeno non hanno nessun precedente e nessun termine di paragone. Lo è altrettanto per le stigmate, quasi identiche a quelle che aveva· padre Pio, ma nel caso di Natuzza più profonde e più evidenti, soprattutto quelle delle mani, dove attorno al foro classico delle stigmate il sangue disegna ogni anno dei misteriosi segni di croce”.

Ma il mistero di Natuzza non finisce qui.

Piero Vigorelli analizza il fenomeno in tutte le sue sfaccettature raccontando in televisione i momenti in cui Natuzza va in trance, e incomincia a parlare le lingue più strane di questo mondo, persino il russo e l’ebraico: “Siamo in presenza, giova ricordarlo-sorride Vigorelli- di una donna che non ha frequentato la scuola e che non sa né leggere né scrivere”.

Dopo il primo successo televisivo Pier Guido Cavallina, instancabile capostruttura di RAI DUE, chiese a degli esperti di comunicazione di massa di analizzare i dati auditel, e si scopre che il momento di maggiore “tensione popolare” e quindi di ascolto generale si registrò nel momento in cui Vigorelli tentò di spiegare il rapporto che Natuzza “vive con il mondo dei morti”.

Questa donna si dice in Calabria ha “il potere di comunicare con l’al di là, e di mettersi in contatto con i defunti”, ecco allora che Piero Vigorelli si fa spiegare da Natuzza, in diretta da Paravati, come tutto questo fosse possibile, e Natuzza risponde con la sua solita grande semplicità di sempre: “ma è l’angelo custode che ho alle mie spalle che mi suggerisce e mi guida in questo cammino a ritroso nel tempo”.

Piero Vigorelli insiste: “Ma è vero che lei riesce a sapere tutto degli altri?”, e lei di rimando: “Ma non sono io il miracolo, il vero miracolo è Gesù che mi usa per i suoi obiettivi umanitari, molti giurano di essere stati guariti da me, ma tutte queste guarigioni straordinarie e anche misteriose sul piano scientifico non dipendono dalla mia volontà. È Gesù che mi dice cosa devo fare e cosa devo dire alla gente che viene a trovarmi, il resto poi accade senza che io sappia nulla”.

Natuzza, ma come fa a trovare la forza per ricevere tutta questa gente?

“Neanche questo dipende da me, risponde la donna di Paravati, è sempre Gesù che mi dà la forza di andare avanti”.

Dopo la sua seconda trasmissione dedicata a Natuzza Evolo Piero Vigorelli tenta un calcolo, ne viene fuori che da questa “sua casa” in tutti questi anni siano passati milioni di persone, un mistero che i grandi giornali americani presenteranno a tutta pagina subito dopo, approfittando forse del fatto che la RAI CORPORATION (allora si chiamava così, oggi è RaiNews24) avesse deciso di ritrasmettere per due volte di seguito il programma di Piero Vigorelli sulle reti destinate agli italiani d’America.

È inutile sottolinearlo, anche a New York fu un nuovo boom di ascolti e di interesse popolare. Ma già qualche mese prima in Giappone, la prima rete televisiva nipponica, aveva fatto “il pieno” mandando in onda le immagini commentate di uno dei tanti raduni che ogni anno si verificano in Calabria per la Festa della Mamma, giorno in cui Natuzza pubblicamente raccontava il “suo rapporto con la Madonna, che mi apparve per la prima volta a dodici anni…”.

Natuzza sorride, come sempre, con la sua solita grande semplicità, sa di essere al centro di un’attenzione popolare che non conosce confini ideologici o geografici, ma vive tutto questo con una serenità senza pari.

Oggi gli archivi di RAI Teche conservano gelosamente centinaia e centinaia di bobine diverse dove trovare lei, Natuzza Evolo, in tutte le sue mille sfaccettature possibili. Nessuno come lei, nessuno più di lei, neanche Padre Pio che è uno mistici italiani più amati più seguiti e più ammirati al mondo

Subito dopo quella trasmissione dagli ascolti record, del “Caso-Evolo” si interessa anche l’Università di Cassino, dove la cattedra di sociologia teorizza per la prima volta “1’idea di un successo televisivo legato all’aspirazione della gente comune, nella ricerca – spiega l’autore dell’indagine che era il ricercatore calabrese prof. Rocco Turi – di una fede più solida e di certezze assolute”.

Il movimento di massa che si è creato attorno a Natuzza Evolo – spiega in quella occasione Rocco Turi – “è legato al desiderio diffuso di personalizzare la propria dottrina cristiana. Le preghiere ·non soddisfano del tutto quei credenti che sono ancora sprovvisti di una debole fede. In tutti c’è la speranza e il desiderio di un contatto diretto con Gesù, la madonna, i santi, affinché sia possibile sottoporre loro e risolvere più efficacemente le proprie angosce e le proprie inquietudini. Attraverso il video, dunque, tutti sognano di incontrar1a, di conoscerla, di parlarle, di chiedere a Natuzza la sua intercessione … “

Natuzza Evolo, insomma, “ultima spiaggia” di un pianeta di sofferenza e di dolore. Ma l’analisi elaborata dal sociologo Rocco Turi va molto oltre.

“Natuzza è una figura di penitente che supera qualsiasi immaginazione. È necessario osservare la sua vita per rendersene conto. Ma questo non basta. È una figura talmente straordinaria che non può non sconfinare nel mistero delle sue manifestazioni. La via che rimane da percorrere a coloro che intendono capire ciò che accade in questo luogo è di allargare gli orizzonti degli studi e della ricerca”.

E come se tutto questo non bastasse già da solo a dare l’idea della stordinarietà del fenomeno, lo studioso aggiunge un dettaglio quasi “azzardato”: “Non si può non rilevare sul piano simbolico – direi semiologico- un fatto singolare, bizzarro, originale, che può rappresentare l’anello mancante che unisce Natuzza alla storia delle Religioni. Infatti, questo luogo, Paravati, evoca proprio il nome di una Dea penitente per eccellenza, Parvati, una divinità dell’induismo, pacifica e personificata sotto forma regale ed è la più grande penitente dell’induismo … mistica, sofferente”.

Parvati -argomento lo studioso- è una figura penitenziale indiana a cui fa riferimento anche il Cardinale Franz Konig, Arcivescovo di Vienna, in un vecchio libro che egli curò alla fine degli anni Sessanta e in cui scriveva che “Esiste quanto meno una similitudine o -come dire? – una stranezza di assonanza fra Natuzza che vive a Paravati e una Dea penitente di grande fascino e ammirazione che si chiama, appunto, Parvati, proprio come questa località. Parvati è la moglie di Sciva, uno fra i Dei più importanti dell’induismo”.

Ma questa tesi vale ancora per il vecchio sociologo?

Dall’Università di Cassino ci danno un contatto telefonico e scopriamo che Rocco Turi vive ormai gran parte della sua vita all’estero, molto lontano dalla sua terra di origine. Lo cerchiamo, e la risposta che ci dà è più netta che mai.

“Vede, tutti si immedesimano nelle storie raccontate in televisione. Molti sognano di guarire. Per molti, Natuzza rappresenta l’ultima spiaggia. Certo, il coinvolgimento del pubblico nelle vicende di Natuzza Evolo è inversamente proporzionale alla radicazione della loro fede. Il Cristiano che ha una fede tiepida ha bisogno di vederla, di provare, di toccare per mano. C’è insomma la necessità di ottenere un segno per credere di più e fare pratica di bontà e di altruismo. C’è un desiderio di vita fatta di cose semplici come quella di Natuzza dal cui volto traspare la gioia e la serenità, beni sempre più rari nel caos della vita quotidiana. Ecco perché Natuzza in realtà vivrà in eterno, perché basta cercarla in rete, e la ritrovi dappertutto. È la vittoria assoluta della televisione, che annulla la morte ed esalta la vita. Altro che superstar, molto di più. Il bello deve ancora arrivare”.

(Pino Nano)

(Pino Nano)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *