Marilina Intrieri, la “Pasionaria” di Crotone
Pino Nano
Da ragazza era bellissima, almeno cosi mi dicono a Crotone, da dove è di fatto partita la sua vita e la sua carriera politica. Donna di potere e non solo, Marilina Intrieri è soprattutto donna delle Istituzioni. Donna guerriera, certamente, donna dalle mille risorse e dalle mille pulsioni, e come tutte le donne che hanno grande carisma ha sempre affrontato la sua vita di petto e di corsa, con una grinta e una passione che non rispecchiamo affatto la sua educazione borghese e cattolica. Non conosce mediazioni, e se si innamora di una battaglia civile vera diventa impossibile convincerla del contrario. Impulsiva, a tratti irruente, non ha mai smesso di credere di poter essere utile alla sua gente e al suo territorio. A tratti anche spavalda e volutamente esuberante, ma mai superficiale e scontata. Mamma di due ragazzi, un maschio e una femmina, oggi professionisti entrambi nel mondo del diritto, ha la dote dei vecchi politici di un tempo, che non si negavano mai a nessuno e da nessuna parte e che erano sempre disponibili a ragionare di tutto ciò che poteva tornare utile alla comunità.
Alle spalle Marilina Intrieri ha una dinastia familiare importante, quasi una “casta”, ma lei è sempre stata “da sola”, in prima linea là dove la portava il suo cuore, e in questo davvero sempre istintiva e compulsiva come solo certe donne protagoniste sanno ancora esserlo. Non una qualunque, insomma. E in una regione come la Calabria, e soprattutto in una terra come quella dei “Fuochi di Crotone” una donna così intellettualmente libera e ribelle rischia anche di essere scomoda e poco amata. Ma lei credo questo lo abbia anche messo nel conto generale della sua esperienza di “pasionaria” della politica locale.
Altre donne impegnate in politica come lei in Italia per la verità sono arrivate ai vertici dello Stato, ma il suo difetto più grande è stato quello di pensare sempre ad alta voce, e questo spesso e volentieri nella politica dei poteri più classici di questo mondo l’ha resa “inaffidabile”, perché “ingestibile e inutilizzabile”. Impastata di cultura cattolica, grande lettrice di classici, appassionata maniacale di diritti soggettivi, soprattutto dei diritti dell’infanzia, lei oggi vive ancora la sua condizione di “cittadina crotonese” come se in realtà lei da Crotone non si fosse mai allontanata neanche per un giorno, e non c’è giorno che non trovi spunti e motivi per discutere e ragionare in pubblico dei problemi della sua città. Assolutamente scomoda, assolutamente affascinante, assolutamente brava.

Il suo vero nome è Maria Emilia e lei oggi è ufficialmente la Presidente nazionale di Child’s Friends, un’Associazione che si occupa della tutela dei diritti di cui è titolare la persona del minore, ma anche della condizione femminile e delle politiche sociali. Parliamo di una associazione nazionale con sede a Roma, che ha sedi periferiche in diverse altre regioni italiane, senza scopo di lucro, e che ha come mission fondamentale appunto lo studio, la ricerca la promozione dei diritti soggettivi – “sanciti dalle Convenzioni e dai trattati internazionali e dalla normativa di dettaglio, di rango costituzionale e di terza generazione” – di cui la persona del minore è titolare. Parliamo quindi, soprattutto, di politiche per l’infanzia e per l’adolescenza. L’associazione -dice lei- è aperta a Giuristi, Accademici, Studiosi del Diritto Minorile, Professionisti, Operatori e quanti altri, a vario titolo, si occupano di infanzia e adolescenza. Ma lei è stata anche Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria dal 2010 al 2016, esperta esterna del gruppo “osservatorio giuridico” del Consiglio Nazionale Utenti presso l’AGCOM, così come è stata anche Deputata al Parlamento nella xv Legislatura, Presidente del Consorzio Universitario di Crotone dal 2003 al 2010, Consigliere Regionale della Calabria nella V Legislatura, Amministratore Locale negli anni ’80. Più precisamente, Consigliere Comunale di Crotone dal 1983 al 1996 e dal 1992 al 1993 ricopre l’incarico di Assessore alle politiche sociali, sanità e ambiente dello stesso comune.

Oggi, a settant’anni per altro meravigliosamente ben portati, si porta alle spalle, vi dicevo, un curriculum politico da fare impallidire i veterani della vecchia Dc o del vecchio Pci, e non a caso è stata sempre considerata una delle donne più affascinanti e più interessanti della politica meridionale.

Dirigente nazionale della Dc, del Ppi, dirigente dei Ds in direzione nazionale come vice responsabile degli enti locali e del Partito Democratico. Presidente Nazionale dell’UDEUR -allora direttamente su proposta del segretario nazionale On. Mastella nel 2009-, come parlamentare della XV legislatura è stata membro delle Commissioni parlamentari Giustizia, Bicamerale per l’infanzia, e Politiche dell’Unione Europea.
Marilina Intrieri con Tina Anselmi e Marisa FagàIntensissima la sua attività parlamentare.
Dagli archivi della Camera lei risulta prima firmataria, e firmataria, di molte proposte di legge, come la riforma dell’ordinamento minorile e del processo civile minorile, l’istituzione del Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, le modifiche alla legge 184/1983 in materia di affidamento internazionale, le modifiche al codice civile e altre disposizioni in materia di attribuzione del cognome dei genitori ai figli, il diritto delle bambine e dei bambini all’educazione ed alla istruzione dalla nascita a sei anni, le norme a sostegno delle donne non coniugate, legalmente separate, divorziate, vedove, non conviventi more uxorio con uno o più figli a carico, le disposizioni a tutela della maternità delle donne non occupate, e infine l’inasprimento delle norme per i reati di mafia. Tanto lavoro.
Dirigente in passato come consulente giuridica e sindacale della Confartigianato, è anche giornalista pubblicista regolarmente iscritta all’Albo dei Giornalisti della Calabria e in questa veste Direttore responsabile della rivista trimestrale” Diritto di famiglia e pedagogia della persona”. Così come in passato è stata più volte Amministratrice di diversi Enti pubblici e privati.Nelle foto che seguono lei è con Pierre Carniti, Marco Minniti, Massimo Dalema e Rosy Bindi.




Curriculum di tutto rispetto a quanto pare. Alle spalle una Laurea in Giurisprudenza, un Diploma di laurea in servizi giuridici per l’impresa, un corso post universitario di management in sanità alla Bocconi, un secondo corso post universitario manageriale per dirigenti della sanità, e un Certificato d’inglese FCE English academy (B2), il che vuol dire che parla anche bene l’inglese.

Nel periodo in cui è Deputata -è il 2006- lei subisce tre diverse minacce di morte. Alla base di tutto questo ci sarebbe stata la sua battaglia politica, anche insistente e plateale, contro le possibili candidature di familiari di ‘ndrangheta. Lei in sostanza si era opposta all’ipotesi che parenti di mafiosi potessero essere inseriti nelle liste elettorali per il rinnovo del consiglio comunale di Crotone, e si era dichiarata pubblicamente contraria all’ipotesi di nomine in giunta di persone in qualche modo interessate al progetto di costruzione del centro turistico Europaradiso che fu poi oggetto di indagini da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e che sfociarono nel famoso processo Heracles, processo in cui Marilina Intrieri si costituì anche parte civile.
Poi, alle elezioni politiche del 2008, esattamente a distanza di soli 15 giorni dall’ultima minaccia di morte subita, la “pasionaria di Crotone” non viene più ricandidata al Parlamento. Cosa accadde realmente? Lo spiega lei stessa sul suo profilo internet. Durante la Direzione nazionale del partito che a quel tempo deliberava le candidature definitive, viene messo a verbale che “che la Deputata Marilina Intrieri non poteva più essere ricandidata perché non gradita al gruppo dirigente crotonese del partito” dimenticando però di precisare – sorride oggi Marilina- “che era lo stesso gruppo dirigente che lei aveva contrastato per via delle candidature di ‘ndrangheta da evitare al comune di Crotone”. La guerra andò oltre, ma allora in politica, vent’anni fa, accadeva davvero di tutto nel chiuso delle segreterie di partito, e durante una riunione regionale di partito la Intrieri subisce un’aggressione fisica da dirigenti politici che volevano impedirle di parlare. Possibile che sia successo tutto questo?
A rendere ancora più bruciante quella seduta di segreteria di partito furono al tempo le immagini di alcune televisioni locali che ripresero la scena della aggressione dall’inizio fino alla fine, e che nei giorni successivi convinsero poi la stessa deputata a mollare il campo. Marilina Intrieri scrisse infatti una lunga lettera al segretario nazionale che allora era Walter Veltroni e si dimise dalla direzione nazionale del partito di cui faceva parte. Questo la dice abbastanza lunga sul carattere battagliero della nostra protagonista.

Le passioni e i dolori della mia vita
Onorevole Intrieri, vogliamo partire dalla sua famiglia di origine?
Provengo da una famiglia che ha fatto dello studio, del senso dello Stato e dell’impegno civile i propri valori fondamentali. Mio padre era preside e ufficiale durante la II guerra mondiale in Etiopia, al comando di una truppa di ascari, reduce da cinque anni di prigionia in India. La sua storia personale ha profondamente segnato la mia formazione. Ufficiale durante la II Guerra mondiale in Etiopia, fu fatto prigioniero e trascorse cinque anni nei campi di prigionia in India. Tornò in Italia senza rancore, con una straordinaria dignità e una fiducia incrollabile nello Stato e nei valori democratici, europeista convinto. È stato un padre affettuoso, esigente, dolcissimo, che ci ha educati soprattutto con l’esempio. Ci ha insegnato a studiare con impegno, a rispettare gli altri, a non cercare scorciatoie, a considerare ogni incarico pubblico un servizio. Ancora oggi, ogni volta io devo assumere una decisione importante, cerco idealmente il suo consiglio. Mi domando che cosa avrebbe pensato lui, quale scelta mi avrebbe suggerito. Il nostro è un dialogo silenzioso che continua da quando non c’è più e che mi accompagna. Forse è solo un’illusione del cuore, ma mi piace pensare che, nelle decisioni più difficili, una parte della risposta mi arrivi ancora da lui.
Quanto ha pesato realmente sulla sua vita?
Completamente. Mi ha trasmesso il senso del dovere, il valore della parola data, dell’onestà, dello studio e del servizio verso gli altri. Con il suo esempio mi ha insegnato che la credibilità di una persona si costruisce con la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Si, mio padre mi ha insegnato a camminare con rettitudine. Se ho sempre cercato di agire con rigore, equilibrio e senso di giustizia, lo devo agli insegnamenti che mi ha lasciato.
E la mamma?
Mia madre era una donna molto colta, una delle prime laureate in Giurisprudenza nella prima metà del ‘900. Mia madre è stata il punto di riferimento della mia vita adulta. Con la maternità ho scoperto forte il mio legame con lei, da bambina la vedevo severa. Mia madre mi ha supportato in tutto e mi ha sostituita nel ruolo materno con i miei figli che per Lei hanno un amore incommensurabile. Mi ha sempre esortato ad andare avanti, proseguire ciò che facevo, senza arrendermi mai. Era felice dei miei risultati, si amareggiava dinanzi a qualche intrigo e trovava sempre il modo per consolami. Solo lei, che aveva conosciuto il discrimine del mondo maschile nei suoi studi, poteva farlo così bene.
Cosa si porta dento oggi di lei?
Da lei ho ereditato la forza silenziosa, la capacità di affrontare le difficoltà senza arrendersi, la sensibilità verso le persone più fragili, il coraggio e la forza di riuscire ad aprire strade sempre nuove anche quando sembrano precluse. È stata una donna elegante, colta, determinata e moderna pur con una formazione molto classica, capace di dimostrare che si può essere ferme nei principi senza rinunciare alla gentilezza. Mia madre mi ha insegnato a non fermarmi mai. E oggi ai miei genitori devo ciò che sono, come donna e come persona.
Immagino, una vita compressa tra libri e progetti?
In casa si respiravano cultura, rigore morale e attenzione per il bene comune.
I nonni?
Non ho avuto la fortuna dei miei figli, che è la grande fortuna di crescere con i nonni. Io ho conosciuto solo Nonna Marietta, la nonna paterna.
Che ricordo ne ha?
Di una donna saggia. Aveva uno sguardo intelligentissimo e pungente, donna severa, e che dava un valore estremo al vincolo familiare e affettivo. E poi, aveva la capacità di tenere insieme uniti i figli, se pur lontani. La ricordo vestita di nero con l’immancabile scialle sulle spalle, seduta nella sua poltrona dinnanzi al braciere d’ottone, lucidissimo.
Peccato che lei non abbia conosciuto gli altri nonni, non crede?
Lo credo anch’io, ma i nonni che non ho conosciuto li ho vissuti in compenso nei racconti di mia madre e mio padre. Sto ricostruendo la storia del ramo materno di mia madre con suo nonno giurista e amministratore pubblico della Crotone ottocentesca, e sua madre Emilia, mia nonna, una donna molto colta, della quale vado orgogliosa, che a Roma partecipava ai salotti culturali femminili nei quali discuteva della condizione femminile e della emancipazione della donna.
Altri tempi…
Pensi che di Lei conservo gelosamente ancora la letterina di auguri che a sei anni, nel 1887, scrisse ai suoi genitori. E nel mio impegno politico l’ho spesso pensata.Lei era vissuta in un tempo in cui vigeva lo Statuto Albertino, che proclamava l’eguaglianza dei regnicoli dinanzi alla legge, ma non il principio di uguaglianza tra uomini e donne. Tanto meno, la partecipazione politica o l’esercizio dei diritti elettorali.
Che infanzia ricorda?
La mia è stata un’infanzia felice. Ricca di affetti. Circondata dall’amore della mia famiglia e dei miei tre fratelli, ai quali sono profondamente legata. Uno di loro, Francesco, è il mio gemello. Siamo cresciuti in una famiglia che ci ha educati molto presto allo studio. Io e il mio gemello affrontammo la scuola elementare a soli quattro anni e mezzo. Fu un’esperienza insolita la nostra per la verità, ma che ci rese presto autonomi, e ci abituò allo studio. Ma ricordo anche, talvolta, faticosa.
Pensa mai al passato?
Ricordo la casa in cui sono cresciuta, piena di oggetti che raccontavano storie.
In che senso “raccontavano storie”?
Erano oggetti che erano diventati parte della mia vita. Penso al modernissimo televisore di casa, marca Geloso bianco, davanti al quale si rimaneva fino a Carosello, e dopo si andava a letto. Penso alla Fiat 1100 bianca di mio padre, con cui ci accompagnava a scuola. Ma penso anche al grammofono a tromba di mio nonno Cataldo, medico, del quale conservo i suoi dischi, 78 giri, della casa discografica La Voce del Padrone, con la celebre etichetta di fabbrica. Se la ricorda lei? C’era il cagnolino bianco che ascoltava la voce del suo padrone provenire da un grammofono a tromba. Io vivevo tra questi oggetti che erano quasi sacri per me. Ricordo poi la grande libreria di mio padre ad angolo, nel salotto-studio di casa che prendeva due pareti, zeppa di libri e il pianoforte verticale nero a muro di mia madre che riempiva la casa di musica.
Una madre presente e importante mi pare di capire?
Se non fosse mia madre, direi una donna solenne. Desiderava insegnarci a suonare il pianoforte, e teneva molto anche allo studio dell’inglese, lingua che parlava correntemente e che insegnava, ma era soprattutto il modo per trasmetterci l’importanza di aprirsi al mondo e ad altre culture diverse. E poi ricordo la toletta da camera di mia nonna, era un piccolo universo di specchi, profumi, porta ciprie, uno scrigno che osservavo con infinita meraviglia.
Ne parla con grande emozione?
Le confesso che mi sento fortunata. L’affetto della mia famiglia, i valori che mi sono stati trasmessi, la curiosità verso il mondo, il clima culturale nel quale sono cresciuta sono in realtà le fondamenta di quello che poi è stato il mio percorso umano, professionale, soprattutto istituzionale.
Ha qualche ricordo particolare di quella stagione?
Si. Ricordo con particolare piacere le vivaci discussioni a tavola, la domenica tra noi quattro fratelli alla presenza dei nostri genitori. In realtà cominciammo presto a confrontarci sulle idee del momento e sulla politica di quegli anni.
Posso chiederle da che parte stavate?
Cataldo al liceo aveva posizioni di sinistra, Franco un chiaro orientamento a destra, e io mi sentivo di centro, ma solo forse per via della mia formazione cattolica che era poi quella dei nostri genitori. Mio Padre era cresciuto con lo zio Monsignore. Io cominciai a frequentare molto presto il movimento giovanile della DC.
E papà e mamma?
Loro ascoltavano tutto quello che ci dicevamo tra di noi, facevano da moderatori, sorridevano. Ricordo ancora quanto fosse sacro in casa il principio democratico del rispetto delle opinioni altrui, e il valore del dialogo, su cui insisteva molto mio padre, anche se tra posizioni diverse. Un principio che si radicò in me già da bambina e che non mi ha mai abbandonata nel corso del tempo.
Le è servito poi tutto questo da grande?
È un principio che ho applicato e che applico molto ancora nella vita politica. Una grande risorsa, mi creda.
Che ricordi nitidi ha ancora di suo padre?
Di lui ricordo i lunghi pomeriggi trascorsi insieme, accanto a lui alla scrivania nel suo studio. Io facevo i compiti mentre lui lavorava. Ricordo le nostre conversazioni, i suoi silenzi improvvisi, con questo suo sguardo lontano che probabilmente lo riportava ai fronti di guerra, ed io ad osservarlo nei suoi silenzi di dolore. Ricordo la sua libreria inondata di libri. Lui fu vicesindaco e sindaco reggente della città, e ricordo ancora il suo grande senso del dovere e il profondo rispetto per le istituzioni che mi ha insegnato. È un patrimonio infinito di cose che lui mi ha trasmesso con l’esempio prima ancora che con le parole. E sono cose che continuano a vivere in me, e che hanno sempre orientato molte delle mie scelte future.
Che scuole ha frequentato lei?
Ho studiato a Crotone, e ricordo che allora frequentai una scuola, che a quel tempo era tradizionalmente e tutta maschile, l’Istituto Tecnico per Geometri. Unica ragazza di tutto l’istituto e poi, nel corso dell’anno, mi raggiunsero altre tre ragazze incoraggiate probabilmente dalla mia presenza.
Questo non me lo sarei mai aspettato…
Vede, la mia prima scelta scolastica rappresentò un momento non semplice in famiglia.
Perché?
Perché mia madre Elda, studentessa del Liceo Classico “Pitagora” negli anni’ 30, riteneva naturale e doveroso che, come i miei tre fratelli, anch’io lo frequentassi. Non voleva assolutamente saperne della mia iscrizione all’Istituto Tecnico, nonostante fosse appena passata la riforma che apriva l’accesso agli studi universitari da tutti i percorsi scolastici, quindi anche dall’Istituto Tecnico.
Le spiegò mai perché non voleva che frequentasse quella scuola?
Mia madre considerava assolutamente inadeguata la mia iscrizione a un istituto tecnico per giunta frequentato allora solo da maschi. Erano gli anni in cui sui percorsi di studi classici e tecnici si consumava un grande discrimine, un forte classismo, ed era assolutamente impensabile che una ragazza di buona famiglia come la mia potesse frequentare un istituto tecnico.
Come superò alla fine questi problemi di famiglia?
Anche in quella circostanza ebbi il sostegno convinto di mio Padre, il mio faro perenne, e che per consentirmi di frequentare gli studi che avevo scelto di seguire decise di seguirmi.
In che modo?
Decise di lasciare la presidenza del suo amatissimo Istituto Tecnico Industriale che dirigeva da molti anni, per trasferirsi come preside all’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri di Crotone, che allora era un istituto unico con due indirizzi diversi.
Doveva amarla molto suo padre per fare una scelta di questo genere?
La verità è che il cambiamento per lui da una scuola all’altra fosse in realtà necessario e fondamentale a rassicurare le preoccupazioni iniziali di mia madre.
Alla fine che esperienza è stata per lei?
Le dirò che quella che ho vissuto all’Istituto Tecnico per Geometri è stata una incredibile e straordinaria esperienza formativa.
Ma se potesse tornare indietro la rifarebbe?
La rifarei altre cento volte.
Quale era il clima che si respirava a scuola?
La mia scuola era allora frequentata da circa seicento ragazzi, una vera palestra di vita per me, che mi diede la possibilità di studiare quotidianamente quel mondo maschile che non avevo mai conosciuto prima.
Le fu utile?
Se non altro, ne compresi i linguaggi, i bisogni, le dinamiche, imparai a riconoscere soprattutto i modi maschili di relazionarsi. Osservai, a lungo e a fondo, quell’universo maschile, molto proficuamente. E imparai a difendermi, avvertendo i miei compagni di scuola che non avrei fatto sconti a nessuno.
Già allora diretta e viscerale?
Dissi loro con grande chiarezza che li avrei accusati ai professori e alla presidenza per ogni fastidio o molestia che avessi subito.
E loro?
Loro capirono che sarebbe stata una lotta impari, e si adeguarono subito.
Come finì?
Che nacque del rispetto tra di noi, in pochi casi anche amicizia. Pensi che durante gli scioperi e l’occupazione delle scuole, eravamo nel cuore della rivoluzione studentesca che in quegli anni percorse l’Italia da cima a fondo, io ero una di loro. Quella scuola fu davvero la mia palestra di vita, sia nell’attività politica che avrei fatto da grande, ma sia anche nei lavori piuttosto maschili che mi sono ritrovata a fare.
Che tipo di lavori maschili?
Io ho fatto la geometra, poi il consulente tecnico di tribunali, prima donna iscritta all’albo professionale di Catanzaro, poi ancora la segretaria provinciale di Confartigianato, e ho ricoperto tanti incarichi istituzionali di amministratore pubblico e privato.
Delle sue scuole medie invece quali insegnanti ricorda ancora?
Certamente l’insegnante di Latino. Era una signorina non più giovane, severa ed estremamente esigente. Ma devo ammettere che fu determinante per la mia avversione per il latino, una materia che non suscitava il mio interesse, e per gli studi classici in genere. Di quella maestra ho un curioso ricordo. Molti anni dopo, ormai, quasi al termine della sua carriera, una mia cara amica, che era tesoriera della FIDAPA durante la mia presidenza, la incontrò perché voleva iscrivere a scuola sua figlia con lei e in quell’occasione l’insegnante le parlò di me e della mia compagna di banco, Anastasia. Con un tono non certo benevolo, ci definì “la politicante e l’ostetrica”, riferendosi al fatto che, nel frattempo, io ero diventata una donna della politica e Anastasia era una ginecologa affermatasi tra Roma e Dubai per via delle sue ricerche sull’endometriosi. Ebbene, la mia amica mi raccontò che l’insegnante quel giorno le disse che non prendeva più classi con ragazze dopo quella esperienza avuta con me e con Anastasia.
Che effetto le ha fatto tutto questo?
Francamente rimasi colpita del fatto che lei conservasse ancora un ricordo così vivido di due sue allieve e che, evidentemente, non aveva mai dimenticato. Come d’altronde ho fatto anche io con lei, parlandone ancora oggi.
E delle scuole superiori, invece, quali insegnanti le piace ricordare?
Tra gli insegnanti dell’istituto tecnico per geometri ricordo con grande stima il professor Fabrizio Picchio, autorevole docente di Estimo. Pur essendo appena ragazza, si rivolgeva a me e all’altra mia compagna dandoci del “Lei”, utilizzando invece abitualmente il “tu” con il resto dei nostri compagni maschi.
Davvero curioso devo dire…
Confesso che in quegli anni, così profondamente segnati dal clima culturale del Sessantotto e dal progressivo venir meno delle forme più tradizionali di formalità nei rapporti tra docenti e studenti, quel gesto di garbo e di rispetto, di autentica signorilità direi anche, ci faceva sentire valorizzate. Un gesto che non ho mai dimenticato. Mia madre mi raccontava che al liceo i suoi professori davano regolarmente il “Lei alle studentesse ma parliamo degli anni ’30 del secolo scorso. E poi ricordo con stima e gratitudine anche il prof Cesare Biondi, insegnava matematica, e il prof Emilio Bellezza, mio professore di Chimica.
Come nasce poi la sua scelta universitaria?
Quell’anno apriva la prima università in Calabria, feci domanda a Cosenza, ma non fui ammessa al corso di ingegneria che avevo richiesto ma a quello di scienze economiche e sociali.
Come ricorda il suo primo giorno all’UNICALn
Parliamo degli anni 1972-1973. Ricordo che tra noi studenti si respirava l’entusiasmo di chi partecipava in prima persona alla nascita di una grande istituzione destinata a cambiare il futuro della Calabria. Eravamo la prima generazione di calabresi a frequentare l’università nella propria regione, e questo ci riempiva di entusiasmo. Avevamo la consapevolezza di vivere un momento storico.
Una bellissima realtà già allora?
L’Unical nasceva secondo il modello del campus universitario, ispirato alle grandi università anglosassoni. Ricordo il discorso inaugurale del giovanissimo Rettore Beniamino Andreatta, scelto dal Ministro Riccardo Misasi, che ci colpì profondamente. Andreatta aveva poco più di quarant’anni, ma già trasmetteva una straordinaria autorevolezza e una visione moderna dell’università. Nei giorni successivi ci convocava spesso in assemblea per ascoltare gli studenti, comprenderne le esigenze e spiegare personalmente le scelte dell’Ateneo. Quel rapporto diretto e umano ci faceva sentire parte del progetto collettivo. Di quella mia esperienza all’Unical ho sempre conservato un ricordo speciale e, molti anni dopo a Beniamino Andreatta, Ministro del Tesoro dissi di quanto avessimo apprezzato il suo modo di interpretare il ruolo di Rettore con la sua capacità di dialogo continuo con gli studenti, uno dei punti di forza di quella straordinaria esperienza.
Mi ha detto che non fu ammessa a ingegneria ma a scienze economiche. E lei cosa ha fatto?
La facoltà di scienze economiche e sociali non mi convinceva, e quando dopo qualche mese di frequenza a Cosenza, venne comunicata l’apertura a Catanzaro del corso di laurea in Giurisprudenza, promossa dalla Libera università degli studi di Catanzaro, con docenti che erano gli accademici delle facoltà di Messina e Napoli non ebbi dubbi. La scelta di iscrivermi a Catanzaro abbandonando gli studi a Cosenza fu una conseguenza naturale. Alla fine sono cresciuta in una famiglia nella quale diritto, cultura e servizio alle istituzioni erano valori vissuti ogni giorno.
Posso immaginare, un regalo speciale a sua madre?
Per la verità io avevo una forte ammirazione per mia madre, Elda Pitascio. Lei aveva avuto la possibilità e la fortuna di laurearsi, nel 1941, in Giurisprudenza, a Napoli, in un tempo in cui vigeva l’orribile distinzione tra impieghi “compatibili” con la condizione femminile e carriere invece completamente riservate agli uomini, e tutto questo glielo ricordo sulla base di una radicata idea di inidoneità femminile all’esercizio della funzione giurisdizionale. Emblematico che l’accesso alla magistratura ordinaria alle donne fu consentito con legge dello Stato solo nel 1963, ben 17 anni dopo l’introduzione del principio di eguaglianza tra i sessi nella Costituzione italiana.
Torniamo alla sua scelta universitaria?
È evidente che i racconti di mia madre e di mio padre hanno sempre suscitato in me un grande interesse per il diritto e la giustizia, ma soprattutto per il rispetto del principio di eguaglianza tra i sessi, per i diritti delle donne, per la cosa pubblica, per le regole sociali. Scelsi quindi di iscrivermi alla Libera Università di Catanzaro, animata dalla convinzione di poter studiare Giurisprudenza nella mia terra, consapevole soprattutto, con i miei compagni di corso, del valore degli insegnanti che avrei trovato a Catanzaro.
Arriviamo al giorno della sua laurea?
Non subito. Devo prima raccontarle un’altra storia. E’ la vicenda amara del mancato riconoscimento della libera Università di Catanzaro, dopo circa tre anni dalla nascita, e questo comportò l’annullamento degli esami che tutti noi avevamo regolarmente sostenuto fino a quel giorno.
Deve essere stato terribile?
Fu la fine di un sogno, almeno in quei giorni immediatamente successivi a quella decisione. Si interruppe bruscamente un percorso che era iniziato all’insegna dell’entusiasmo. Sa cosa significò? Che una generazione di giovani vide repentinamente svanire sacrifici, speranze, legittime aspettative, e per ragioni del tutto indipendenti dalla propria volontà. Molti si scoraggiarono, cambiarono strada o rinunciarono definitivamente a quel progetto di vita.
E lei cosa fece?
Anch’io fui costretta a ripensare il mio percorso. Mi abilitai all’insegnamento, feci il concorso, entrai di ruolo nella scuola media e, nel 1978, da poco maggiorenne, mi candidai, per la prima volta, alle elezioni comunali della mia città. Da quel momento iniziò il lungo percorso di impegno politico e istituzionale che ha accompagnato poi la mia vita. Ma non rinunciai a completare gli studi. Dopo diverso tempo, ripresi il percorso universitario e tra una elezione e l’altra conseguii finalmente la mia brava laurea in Giurisprudenza. Fu un’esperienza durissima, travagliata, e molto amara.
Ci fu un altro momento terribile nella sua vita di studentessa, e di giovane attivista politica?
In quegli anni di studi universitari fui colpita da un immenso dolore, la morte della mia bambina, l’amatissima Doretta. Era nata con una gravissima cardiopatia, dopo mio figlio Michele, e prima di Daria, e fu impossibile operarla. Neanche in America. Oggi sarebbe, forse, sopravvissuta. È una tragedia che porto nel cuore, avverto ancora oggi il grave vuoto per la sua assenza.
Oggi quanti anni avrebbe avuto
Oggi Dora avrebbe avuto 45 anni. Mi creda, è innaturale e terribile per una madre la perdita di un figlio che dovrebbe invece accompagnarla fino alle fine dei suoi giorni. Ancora più disumana l’esperienza di crescere una figlia che sai che non vivrà. Una vita sospesa. Il mio impegno politico e istituzionale per l’infanzia e l’adolescenza l’ho appunto dedicato a lei.
Chi le è stata più vicina in quei momenti?
Naturalmente mia madre. Non mi ha lasciata neanche un attimo durante la tragedia di mia figlia Doretta. Sempre con me, in viaggio verso le cliniche dove l’abbiamo portata. Quando il chirurgo mi comunicò che non c’era al mondo nessun modo per salvarla, e la mia disperazione sembrava potersi trasformare in follia, mia madre mi prese per mano e mi fece capire che la vita è fatta anche di prove terribili come quella. Durante il funerale, con le studentesse di alcune classi della scuola di mio padre che facevano da ala al lungo corteo con i gigli bianchi tra le braccia, mentre io piangevo avevo accanto lei a sussurrarmi nell’orecchio. Compostezza, dignità, rispetto per la morte. Con lei ho pianto tutte le mie lacrime. Poi per fortuna la nascita della mia Daria, una benedizione del Signore, e con Daria ricomincia il mio lento ritorno alla vita, ma sempre col cuore ferito e sanguinante.
Le dispiace se torno per un attimo alla politica?
Assolutamente no. Tutta la mia vita è stata un mix di pubblico e privato.
Lei un giorno diventa anche Presidente del consorzio universitario di Crotone, quale è stato poi il suo impegno concreto per i giovani della sua terra?
La mia esperienza di studentessa alla Libera Università di Catanzaro ha certamente inciso sul mio modo di concepire il diritto allo studio. Avendo vissuto in prima persona la nascita delle università in Calabria, il valore che hanno rappresentato per tanti giovani, e ho sempre ritenuto un dovere imprescindibile contribuire a restituire quella stessa opportunità alle nuove generazioni. Mi sono impegnata con convinzione per promuovere il diritto agli studi universitari.
Come nasce in realtà questo suo incarico?
A Presidente del Consorzio Universitario di Crotone mi volle l’allora Presidente della Regione Giuseppe Chiaravalloti. Ero stata designata Amministratore dalla Provincia di Crotone, guidata dal Presidente Carmine Talarico e la successiva convergenza della Regione sul mio nominativo mi portò alla Presidenza. Chiaravalloti riteneva necessario consolidare un polo universitario a Crotone. La mia era una provincia che allora registrava la più alta percentuale di diplomati calabresi che non proseguivano gli studi universitari, neppure nelle vicine università di Catanzaro e Cosenza.
Come ricorda quell’esperienza?
Furono anni di intenso lavoro. Molti gli studenti laureatisi in Giurisprudenza con l’Università di Camerino, al corso per Mediatore Linguistico, ai corsi di laurea in Scienze Infermieristiche, in convenzione con l’Università di Catanzaro e con l’Azienda Sanitaria Provinciale. Tantissimi i diplomati ai corsi dell’Accademia di Belle Arti di restauro, pittura, fotografia ceramica, e i partecipanti ai corsi specialistici per dirigenti della sanità, in psicologia, ambiente e in altri settori di particolare interesse per il territorio. Fu un vero peccato che quell’esperienza ad un certo punto si sia interrotta.
Perché si è interrotta?
Io dovetti dimettermi da presidente dell’Ente a seguito della mia nomina da parte del consiglio regionale, a prima Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria. Dopo le mie dimissioni da presidente del consorzio universitario di Crotone , nel giro di pochi mesi, l’ente subì una trasformazione societaria, da società per azioni, a partecipazione pubblica, in società a responsabilità limitata, trasformazione che face venire meno la clausola statutaria di salvaguardia che garantiva la copertura annuale delle spese da parte dei soci pubblici, previa delibera assembleare, cosa a cui il cda da me presieduto aveva sempre adempiuto procedendo al recupero delle somme anche in forma coattiva. Di fatto i soci decisero di avviare il percorso di chiusura dell’ente. Non ho mai compreso le ragioni di quella scelta di chiudere un ente a partecipazione pubblica e maggioranza regionale, un patrimonio del territorio che andava preservato assolutamente e che il governo Chiaravalloti aveva voluto dare al territorio crotonese.
Lei crede ancora in quella avventura?
Resto convinta che Crotone abbia bisogno di un polo universitario tutto suo. La giunta Voce ha meritoriamente attivato un corso di laurea in medicina ma non basta, servono almeno un paio di corsi generalisti per una risposta adeguata ed elevare il livello dello studio. Le università telematiche rappresentano oggi un’importante opportunità, ma non possono sostituire la funzione educativa, culturale e sociale di un campus vissuto quotidianamente. L’università non è soltanto il luogo in cui si conseguono crediti e laurea, è invece uno spazio di crescita personale, di confronto tra studenti, di formazione civile e di costruzione delle future classi dirigenti.
Cosa e stata la politica per lei?
La politica è stata il grande amore della mia vita pubblica. Mi ha conquistata da adolescente e non mi ha mai lasciata. Cominciai a frequentare il movimento giovanile della DC. grazie all’ispettore scolastico Rosario Bevilacqua, che sarebbe poi diventato sindaco di Crotone. Riuniva alcuni ragazzi nel circolo culturale cittadino per avvicinarli alla politica. Io partecipavo insieme ai miei fratelli. Ogni pomeriggio ci dedicava un’ora durante la quale ci parlava di istituzioni, democrazia, partecipazione, impegno civile. Al termine dell’incontro ci permetteva di usare la sala per ballare un paio d’ore. Arrivavamo con mangiadischi e dischi e potevamo invitare anche altri amici, purché partecipassero anche loro prima alla riunione. Era un modo semplice ma straordinariamente intelligente di educare i giovani alla cittadinanza. Si studiava, si discuteva, ci si confrontava e quasi senza accorgercene nasceva la passione civile.
C’è chi la ricorda come una guerriera nata…
Sa qual è la verità? È che io ho vissuto la politica con entusiasmo. Erano gli anni delle sezioni di partito, dei dibattiti, dei congressi che duravano fino a tarda notte. Mi piaceva il confronto, anche quando era acceso, ero convinta che dalle idee potesse nascere il cambiamento.
Allora chi faceva politica era destinato a gestire anche del potere…
Francamente non mi sono mai innamorata del potere in quanto tale, ma della possibilità di incidere sulla realtà questo sì, di trasformare un progetto in opportunità, o un problema in una soluzione faceva parte della mia educazione permanente.
Lo rifarebbe?
La politica mi ha regalato esperienze straordinarie, e l’incontro con donne e uomini che hanno segnato la storia del nostro Paese. Mi ha insegnato ad ascoltare, a decidere, ad assumermi responsabilità, soprattutto, a non smettere mai di credere che sono le idee che possono cambiare la società. Non ho mai considerato la politica un mestiere, e neanche l’unica dimensione della mia vita. Ho continuato a lavorare, insegnare, scrivere, dedicarmi all’impegno sociale, convinta che nelle istituzioni si debba portare la ricchezza della propria esperienza professionale e umana, senza ivere esclusivamente di politica. Ogni incarico l’ho vissuto con entusiasmo, orgoglio, senza mai identificare la mia persona con il ruolo ricoperto. E ho sempre pensato che la politica fosse una parte della vita, ma non tutta la vita. Forse è anche per questo che conclusi gli incarichi istituzionali, ho continuato con la stessa convinzione, ad occuparmi di diritti, infanzia, cultura, ricerca, associazionismo, volontariato. La passione è rimasta immutata: ha semplicemente trovato nuove strade per esprimersi.
Se non avesse fatto politica cos’altro avrebbe fatto?
Probabilmente avrei fatto ciò che, in realtà non ho mai smesso di fare, che è quello di occuparmi delle persone e dei loro diritti, di promuovere iniziative culturali, sociali, e formative, di studiare, di scrivere, di insegnare. La politica è stata una parte fondamentale del mio percorso, ma non ha mai esaurito la mia identità. Anche fuori dalle istituzioni continuo, con entusiasmo, a progettare iniziative, scrivere saggi giuridici, svolgere attività di formazione, lavorare per la tutela e la promozione dei diritti dei fanciulli e delle donne. Credo che ciascuno abbia una vocazione. La mia è sempre stata quella di un impegno costante verso la comunità. Ho semplicemente trovato, nelle diverse stagioni della vita, strumenti differenti per realizzarla.
Scusi se glielo dico, ma lei sei impastata di fierezza e di orgoglio. Non è troppo?
Vede, io non mi sono mai sentita una politica di professione, una professionista che ha scelto di mettersi al servizio delle istituzioni questo sì. Ho lavorato sempre, fin da giovanissima, ho fatto l’insegnante di scuole pubbliche, il consulente tecnico di Tribunali, il dirigente dell’organizzazione sindacale della Confartigianato, il direttore di centri servizi alle imprese, l’amministratore di molteplici enti pubblici e privati. L’associazionismo ha attraversato la mia vita, oggi sono alla guida di Child’s Friends, associazione di promozione sociale per la tutela dei diritti dell’infanzia, l’adolescenza, le donne e la promozione delle politiche sociali. Soo tutte esperienze che mi hanno arricchita, consentendomi di conoscere vari ambiti del mondo del lavoro, delle professioni, dell’impresa, della pubblica amministrazione, del sindacato e dell’associazionismo. Il mio impegno oggi prosegue nello studio, nella ricerca, nella progettazione per la tutela dei diritti. Sono cambiati gli strumenti ma non la passione e l’impegno verso la comunità, e di questo ha ragione lei vado fortemente fiera.
Qual è stato il momento più esaltante della sua esperienza politica?
È difficile scegliere un solo momento, perché il mio percorso politico è stato ricco di esperienze che mi hanno profondamente coinvolta. L’elezione alla Camera dei deputati è stata certamente una delle emozioni più grandi. Entrare a Montecitorio, dopo tanti anni di impegno nelle istituzioni locali e regionali, è stato un onore che porterò sempre con me.
Che anni sono stati?
Ho vissuto ai massimi livelli della politica nazionale, nelle Direzioni nazionali dei grandi partiti, e ho vissuto in prima persona i principali passaggi politici degli anni Novanta e Duemila, vivendo dall’interno decisioni che hanno poi inciso sulla storia della Repubblica.
Di cosa parliamo più esattamente?
Della fine dei partiti di massa e, successivamente, dell’affermarsi di una stagione politica sempre più segnata dalla personalizzazione e dal populismo. Forse anche per questo credo che la memoria storica debba essere affidata al rigore della ricerca e al pluralismo delle interpretazioni. Non alla contrapposizione politica. Ho vissuto una delle pagine più complesse della storia del Partito Popolare Italiano al Consiglio nazionale dell’Ergife, nel marzo 1995, in cui si confrontarono due diverse strategie politiche: il segretario Rocco Buttiglione proponeva l’alleanza con Forza Italia e il Polo delle Libertà per le imminenti elezioni regionali, mentre la componente di Gerardo Bianco era contraria all’accordo e si collocò nel centro sinistra. La linea di Buttiglione fu messa in minoranza per pochi voti, in un clima segnato anche da contestazioni sulla legittimazione al voto di alcuni consiglieri. Da quella frattura nacquero il contenzioso giudiziario e la scissione del partito. Successivamente la magistratura definì la controversia attribuendo a Rocco Buttiglione il simbolo storico dello Scudo Crociato, mentre alla componente guidata da Gerardo Bianco rimase la denominazione di Partito Popolare Italiano.
Come arrivò lei al Consiglio Regionale?
Fui candidata a quelle elezioni regionali per volontà di Mario Tassone e Rocco Buttiglione con il simbolo del PPI alleato con il Polo delle Libertà. Fui eletta e mi vollero capogruppo. Ebbi così modo di vivere la delicata fase di transizione istituzionale che seguì quella decisione, tra il passaggio delle consegne al rappresentante del PPI e la costituzione del nuovo gruppo del CDU. Dopo qualche anno, beghe locali e piccole gelosie di partito non governate, forse volutamente dagli organismi nazionali, mi fecero sentire isolata.
E lei cosa fece?
Non senza rammarico le confesso, lasciai. Aderii in Regione al gruppo misto e poi ai Cristiano Sociali di Pierre Carniti, di cui ero stata sua dirigente per la CISL scuola, rappresentandoli in consiglio regionale. Il movimento di Carniti, successivamente, nel 1999, partecipò alla fondazione dei Democratici di Sinistra, al congresso di Torino, e io entrai in direzione nazionale, con Veltroni segretario. Al successivo congresso sostenni Piero Fassino segretario nazionale. Tornai in direzione, venni nominata Vicepresidente nazionale degli Enti Locali dei DS. Fu una esperienza importante che mi fece conoscere il corpo del partito in tutte le regioni italiane.
Da Carniti a Mastella?
Nella mia lunga esperienza politica, in una certa fase, ci fu anche quella di presidente nazionale dell’UDEUR, accanto a Clemente Mastella, segretario nazionale: Avevamo la sede in largo Arenula. Alle regionali del 2010 in Calabria con Peppe Scopelliti candidato alla presidenza la lista UDEUR fu l’unica delle formazioni minori a superare lo sbarramento. Una esperienza intensa anche quella vissuta con un gruppo dirigente importante. Nel 2011 il consiglio regionale della Calabria mi nominò prima Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza della Calabria, il vertice della pubblica amministrazione indipendente. Ripensando a quegli anni, la soddisfazione più grande non è rappresentata dagli incarichi ricoperti, ma dalla possibilità di aver partecipato, con passione e libertà, a una stagione di intenso confronto politico e culturale, mettendo sempre al centro il servizio alle istituzioni e ai cittadini.
Cosa ricorda e come ricorda lei i fuochi di Crotone?
I “fuochi” di Crotone rappresentano uno dei momenti più difficili e dolorosi della storia contemporanea di Crotone. Non furono soltanto la protesta dei lavoratori, ma il simbolo di una transizione industriale non governata. Allora ero assessore comunale alle politiche sociali e segretario provinciale di Confartigianato che aveva una significativa rappresentanza di microimprese operanti nell’indotto del polo industriale. Partecipai ai tavoli di Palazzo Chigi. La crisi delle grandi fabbriche non arrivò all’improvviso e avrebbe richiesto un accompagnamento alla riconversione produttiva con un più forte sostegno del Governo nazionale.
Che lettura politica va data a quella stagione così difficile per Crotone?
La verità è che quella fase fu segnata dall’insediamento del Governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi, ex Governatore della Banca d’Italia, col compito di una forte politica economica di risanamento e rigore nei conti dello Stato, conti che erano in crisi per i vincoli imposti dall’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria europea. E quella impostazione, in quel momento, penalizzò pesantemente la realtà industriale di Crotone, dove è mancato che la necessaria ristrutturazione fosse accompagnata da un altrettanto forte intervento pubblico a tutela dell’occupazione e della riconversione produttiva. Il primo e più grande polo industriale della Calabria, dal quale dipendevano migliaia famiglie, fu lasciato solo ad affrontare una crisi senza un piano straordinario di investimenti e di sviluppo capace di governarne la trasformazione. Sul piano locale ricordo si consumò uno scontro politico tra PDS e DC legato alle imminenti elezioni politiche. Il PDS convinto, ma si sbagliava, di poter vincere le elezioni, sostenne le rivendicazioni dei lavoratori a difesa della produzione dello zinco quando era invece evidente che il settore fosse fuori mercato.
Insomma, il classico corto circuito?
In questo clima di contrapposizione per aspettative irrealistiche si rafforzò la difficolta di costruire una visione condivisa sul futuro della citta, e la crescente sfiducia dei cittadini aprì la strada all’affermazione delle forze di destra, che negli anni successivi segnarono una nuova fase della vita politica.
Quale è stato in politica il suo primo incarico importante?
L’elezione nel Consiglio comunale di Crotone, nel 1983, ininterrottamente per 13 anni, fino a quando diventai consigliera regionale. In precedenza, da prima dei non eletti alle elezioni comunali del 1978, appena maggiorenne, il consiglio comunale mi nominò membro della commissione amministratrice dell’azienda municipalizzata pubblici servizi. Fu quello il mio primo incarico di amministratore. A livello locale le donne politiche candidate alle elezioni comunali del 1978 fummo appena due, io per la DC e Maria Teresa Ligotti per il PCI.
In politica lei aveva dei punti di riferimento imprescindibili?
In quell’avvio di mio impegno politico, nel 1978, Tina Anselmi era divenuta, da poco, la prima donna Ministra d’Italia. Il racconto della sua vita da staffetta partigiana e la sua formazione cattolica mi affascinavano molto. Su quella scia, i miei riferimenti sono stati la centralità della persona, una visione cristiana della solidarietà tradotta in impegno civile, il valore della competenza e ho sempre vissuto la politica come servizio, molto più di quanto si immagini.
Quante eravate? Se lo ricorda?
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, all’inizio del mio percorso le donne in politica eravamo davvero poche, costrette per giunta a dimostrare molto di più dei maschi per ottenere credito. Anna Maria Nucci, cosentina, venne eletta, nel 1983, deputata della Repubblica e fu punto di riferimento per me , non facendomi mancare mai il suo sostegno.
Come donna quanto ha sofferto in politica?
Sofferenza assolutamente no, parlerei piuttosto di un certo fastidio per atteggiamenti e pregiudizi che, all’inizio del mio impegno politico istituzionale, appartenevano a una cultura diffusa. Del resto, li riscontravo anche nel lavoro che svolgevo. Quando come perito geometra del Tribunale, mi presentavo ai sopralluoghi insieme agli avvocati spesso le parti in attesa del geometra mi scambiavano per la segretaria dei legali e quando gli avvocati chiarivano il mio ruolo alle parti, coglievo nei volti di ognuno di loro forte perplessità. Anche da segretaria della Confartigianato trovai, in quegli anni ’80, qualche artigiano perplesso nel vedere una donna in quel ruolo. Ma fu anche quella fu un’esperienza straordinaria, alla quale mi volle l’On. Franco Bova, che mi consentì di avvicinarmi al mondo della piccola impresa e costruire rapporti umani e politici che mi hanno poi accompagnata nel tempo. Una esperienza davvero appagante.
Ricorda di altre donne protagoniste di quella stagione politica?
Le donne elette erano allora davvero pochissime. Ricordo benissimo ancora le assemblee nazionali delle amministratrici locali promosse dal movimento femminile della DC. Era davvero un’altra stagione. Ma già allora come donne sentivamo il dovere di esserci e sapevamo che per essere riconosciute dal mondo che ci circondava dovevamo dimostrare di essere molto più brave e prearate degli uomini. In quegli anni, ricordo, insieme alla consigliera comunale di Catanzaro Marisa Fagà, promuovemmo, con apposite deliberazioni delle Giunte comunali di Catanzaro e Crotone, la prima Assemblea delle elette locali calabresi. L’iniziativa, articolata in due giornate tra Catanzaro e Crotone, fu preceduta da un invito rivolto a tutti i Comuni della Calabria affinché inviassero e comunicassero le proprie rappresentanti elette. Furono poco più di una decina, segno di quanto fosse più che mai necessario e urgente promuovere reti di confronto e di sostegno per candidature di donne.
Era pura diffidenza? O altro?
All’interno del partito non mancavano atteggiamenti apertamente misogini. Ricordo, in particolare, quello di un assessore regionale e di un segretario regionale della DC. Addirittura, alcuni si infastidivano quando rivestivo ruoli particolari o rivendicavo spazi per il principio di pari opportunità. Erano atteggiamenti figli di una cultura politica maschilista che fortunatamente oggi appartiene al passato, ma che allora non erano per niente rari. Ricordo un sindaco DC di Crotone che a una seduta di consiglio comunale mentre con due colleghe rivendicavamo il rispetto del principio di pari opportunità nella composizione di una commissione consiliare, ci invitò a “vergognarci” di quella rivendicazione, non avendone motivo ricoprendo noi tre incarichi importanti, io ero anche consigliere regionale e le altre erano state assessore comunali. Si rifiutava insomma di accettare che la nostra battaglia non riguardasse le posizioni personali ma piuttosto l’applicazione del principio di pari opportunità tra i sessi.
Deve essere stata dura?
Le dirò ancora, nel 1993, entrata in vigore quell’anno la legge n 81 che prevedeva il rispetto dell’equilibrio tra i sessi nella composizione delle liste elettorali, i partiti più grandi si apprestavano a presentare alle elezioni comunali di Vibo Valentia, liste senza donne candidate, affermando che non ce ne fossero disponibili.
Era vero?
Cos’è una provocazione? Le dico solo questo, Io e la collega Marisa Faga, anche lei eternamente in prima fila, fummo tempestivamente informate da alcune amiche della DC locale disponibili a candidarsi ma che non erano state coinvolte nella formazione delle liste. Capimmo che il problema era la persistente resistenza dei gruppi dirigenti dei partiti ad aprire alla rappresentanza femminile.
Come andò a finire?
Intervenimmo dunque senza indugio, pubblicamente e lo facemmo in trasmissioni televisive in cui denunciammo la situazione che avevamo davanti.
Quali erano le vostre ragioni?
È che in realtà c’erano donne competenti pronte a candidarsi alle varie responsabilità istituzionali, ma non incluse in lista. Pochi giorni dopo, la Commissione elettorale di Vibo Valentia, presieduta dalla magistrata Gabriella Reillo, ricusò le liste non conformi alla nuova normativa. Quella vicenda divenne un caso nazionale e rappresentò uno spartiacque nel dibattito sull’effettiva attuazione delle pari opportunità nella rappresentanza politica. Per questo guardo con soddisfazione ai passi avanti compiuti negli ultimi decenni con maggiore presenza di donne nelle istituzioni elettive che grazie alle quote oggi beneficiano delle battaglie per le pari opportunità che da nord a sud la nostra generazione ha fatto. Non abbiamo mai chiesto privilegi, ma abbiamo lavorato per aprire nuove strade che oggi altre donne possono percorrere con meno ostacoli
Come ha conciliato vita politica e la sua vita familiare?
Non è stato semplice. La politica, soprattutto negli anni in cui ho svolto il mandato elettorale in regione e al parlamento richiedeva una presenza continua e spostamenti giornalieri. Andavo e venivo da Reggio Calabria ogni giorno. Partenza alle 6,30 del mattino e rientro tardissimo. Se sono riuscita a svolgere quel percorso lo devo alla mia famiglia.
Che l’ha sempre aspettata?
La verità è che mio marito, il mio vero grande compagno di viaggio, non ha mai contrastato il mio impegno pubblico, cosa questa di cui gli sono immensamente grata. Non era una scelta scontata. Nella Calabria di oltre quarant’anni fa non era facile accettare una moglie sempre in giro, in viaggio continuamente, per riunioni fino a tarda sera e spostamenti continui in tutta Italia, ricoprendo anche incarichi nazionali di partito. Ero settimanalmente sugli aerei.
Serve tanta pazienza, questo almeno lo riconosce?
Mio marito affrontò tutto questo con grande equilibrio, senza mai farmi pesare i sacrifici che quella mia vita comportava per la nostra famiglia. Una grande forma di rispetto e di fiducia la sua, che ha reso possibile il mio percorso.
Non mi ha ancora parlato di lui…
Uomo molto colto e molto raffinato. Avvocato, di carattere molto riservato, ha scelto consapevolmente di restare sempre lontano dalla scena pubblica, per non creare mai commistioni tra la mia attività politica e la nostra vita familiare. Le dirò di più, non ha mai partecipato neppure alle cerimonie ufficiali di insediamento nelle istituzioni dove io ero finita o ero stata eletta. Il suo sostegno lo dava con discrezione, lasciando che ogni mio incarico fosse valutato per il lavoro svolto. È stata la sua, lo riconosco, una scelta di grande eleganza, di grande affetto e soprattutto di rispetto, che ho sempre apprezzato. Come lui i miei più convinti sostenitori sono stati i miei genitori. Mia madre e mio padre hanno sempre creduto profondamente nel valore della mia partecipazione alla vita politica e istituzionale e, con un affetto straordinario, hanno condiviso con mio marito la responsabilità educativa dei nostri figli.
Evviva i nonni, posso scriverlo?
Ai nostri figli, i miei genitori e mio marito hanno cercato di trasmettere un messaggio semplicissimo: il lavoro della mamma era un lavoro diverso da quello delle mamme degli altri loro compagni di scuola e di vita, consisteva in un impegno nelle istituzioni per la collettività, e del quale dovevano essere orgogliosi. Certo, le rinunce, per loro ci sono state. Spesso ero assente alle feste di compleanno, alle recite, ai colloqui a scuola con i loro insegnanti, ai piccoli appuntamenti della quotidianità come l’incontro con le mamme dei loro compagni di scuola.
Non si è mai lamentato nessuno?
Ricordo una confidenza che, ormai adulta, mi fece mia figlia Daria che un giorno mi disse che da bambina soffriva nel vedermi ripresa in televisione nelle aule consiliari e parlamentari anche se aveva capito che sua mamma faceva cose importanti per gli altri. Ma le racconto anche questa, da consigliere regionale ebbi un incidente stradale mentre mi stavo recando a Reggio Calabria. Quel giorno guidavo io la macchina, non c’era il mio collaboratore. Daria lei lo seppe ricevendo la telefonata di una mia amica. Io per fortuna me l’ero cavata con qualche escoriazione, con un controllo al pronto soccorso, e non dissi niente. Volevo evitare che si preoccupassero, ma non tenni conto che la notizia potesse finire sui giornali. Il giorno dopo Daria aprì il quotidiano che giornalmente portava a casa nostra la nostra collaboratrice domestica, dove c’era la notizia del mio incidente. Bene, in quel momento compresi quanto i figli, avvertano per i propri genitori, ansie e paure che spesso gli adulti neanche immaginano. Oggi, vedendo i mei figli adulti, autonomi e consapevoli, con i loro percorsi e i loro successi penso che il sacrificio sia stato ampiamente ripagato. Se sono riuscita a conciliare famiglia e impegno pubblico, il merito è soprattutto dell’affetto, del sostegno e dalla fiducia che ho ricevuto da chi come loro mi è stato sempre accanto.
Le è mai capitato in giro per l’Italia di “vergognarsi” di essere figlia della Calabria?
Mai. Al contrario, mi è capitato nel corso dei miei viaggi che fossero semmai gli altri a meravigliarsi che non io rispondessi all’immagine stereotipata che lontano da noi avevano dei calabresi. Ricordo che, in due diverse occasioni, due segretari nazionali di partito mi dissero: “non sembri calabrese”. Era un complimento nelle loro intenzioni, per me era invece la conferma dei tanti luoghi comuni costruiti sulla nostra testa e riferiti alla terra che ci ha visti crescere. Ho sempre detto che la Calabria è molto più degli stereotipi che troppo spesso l’hanno accompagnata. Una terra ricca di intelligenze, cultura, professionalità e straordinarie energie umane.
L’ultimo libro che lei ha letto dall’inizio alla fine?
A me piace molto leggere biografie femminili. Da giovanissima mi piacevano quelle delle regine, poi ho continuato con le figure femminili contemporanee. Ho letto anche di recente biografie di donne che hanno aperto nuove strade nelle istituzioni e nella vita pubblica, nelle professioni, quelle di Michelle Hobama, Ilary Clinton. Da poco ho letto “Tina Anselmi. La donna delle riforme sociali “di Alba Lazzaretto e “Io sono Giorgia” di Giorgia Meloni, la prima presidente del Consiglio dei ministri italiana. Sto anche facendo un lavoro di ricerca sulle prime donne laureate in Giurisprudenza tra fine ‘800 e i primi del ‘900, donne che hanno contributo alla storia del diritto e delle istituzioni italiane.
Posso chiederle anche quale è stato l’ultimo film visto al cinema?
L’ultimo film che ricordo di aver visto al cinema è stato “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. Mi è piaciuto molto. Attraverso la storia di una donna nella Roma del secondo dopoguerra, il film racconta una vicenda familiare in cui si consumano umiliazioni, sottomissione femminile, violenza domestica e il peso di una cultura che per troppo tempo ha negato alle donne dignità, autonomia e libertà di scelta. La protagonista sopporta soprusi e privazioni ma è anche una storia si riscatto e speranza con il momento culminante che coincide con il primo voto delle donne. Perchè votare è il primo gesto libero che quella donna compie. Negli ultimi anni, dopo il covid, frequento poco le sale cinematografiche, seguo, ogni tanto i film attraverso le piattaforme streaming, ma credo che lo faccia anche lei?
Ebbene sì, io vedo molti film su Netflix. Ma mi dice anche quale è stato l’ultimo concerto live a cui ha partecipato?
L’ultimo concerto live che ho seguito risale a trenta anni fa. A Reggio Calabria, ero consigliere regionale, assistetti a un concerto dei Pooh insieme a Peppe Scopelliti, allora Presidente del Consiglio regionale, ed alcuni colleghi. Non amo i grandi assembramenti e da molti anni, non partecipo a concerti con migliaia di persone.
Avrà almeno una canzone del cuore, o della vita?
SI, mi piace molto “Canzone” di Lucio Dalla, che parla della forza dei sentimenti anche quando le persone sono lontane, dell’attesa, della speranza e della capacità di guardare oltre l’immediato. Una canzone sul desiderio di qualcosa che dia senso alla vita.
Onorevole, chi trova quando la sera torna a casa?
Mio Marito, Peppino Filippelli, la mia autentica bussola. Glielo ho detto, oltre cinquanta anni insieme. Una benedizione di Dio.
Cosa le piacerebbe che i suoi figli, domani, pensassero di lei?
Mi piacerebbe che Michele e Daria, oggi sono avvocati entrambi, mi pensassero come una madre presente anche quando gli impegni istituzionali mi hanno tenuta, troppo spesso, lontana da Loro. Vorrei che mi ricordino come una donna che non ha mai rinunciato ai principi di giustizia e che si è sempre impegnata per la tutela dei diritti dei più deboli, per il rispetto della persona, e l’attenzione ai più fragili. Spero anche che pensino che il loro spirito libero, la loro curiosità intellettuale, l’interesse per il mondo e l’ambizione e la tenacia con cui hanno costruito il proprio percorso di vita, e i loro successi, siano stati in parte anche il frutto di quanto io e loro padre abbiamo cercato di trasmettere loro. E mi piacerebbe, quando non ci sarò più, che mi avvertissero vicinissima, quasi appoggiata sulla loro spalla, nei momenti più importanti della loro vita, pronta ad accompagnarli con lo stesso amore con cui io ho cercato di farlo ogni giorno, nella vita, con loro.
Che consiglio darebbe ad una giovane donna che oggi volesse intraprendere la sua carriera?
Di studiare molto, di avvertirne la passione, di non smettere mai di indignarsi davanti alle ingiustizie e di trasformare quell’indignazione in impegno concreto. Il consenso può essere effimero, ma la fiducia si costruisce con anni di lavoro serio.
Qual è stata la vera arma del suo successo?
Non parlerei di successo, ma di un percorso costruito con costanza e presto, partecipando ai movimenti giovanili e femminili. Ho cercato di affrontare ogni incarico con coerenza, studiando sempre molto, senza mai piegare le mie convinzioni alla convenienza del momento. E non me ne pento, la serietà viene prima di qualsiasi altra qualità.
Marilina Intrieri, lei ha ancora un sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe continuare a contribuire alla crescita di una cultura dei diritti dei bambini, delle donne, e delle persone più povere. Mi piacerebbe vedere strumenti necessari e urgenti come i Gruppi di Parola, per i figli nella separazione dei genitori, diventare una realtà stabile in tutta Italia, specialmente in Calabria, perché nessun bambino dovrebbe sentirsi solo mentre la sua famiglia, come l’ha conosciuta fino a qual momento, si sta separando. Un dolore terribile per i figli, ai quali bisogna dare risposte adeguate rassicurandoli, che pur separati, l’amore dei genitori ci sarà sempre. E vorrei avere la forza di continuare a scrivere, come sto facendo maggiormente da qualche anno, perché articoli e libri sono uno strumento prezioso per lasciare idee e testimonianze alle nuove generazioni. E se un giorno qualcuno dirà che, anche solo in piccola parte, il mio impegno ha contribuito a una società più giusta e più attenta ai diritti, io sarò davvero molo contenta. Sentirò finalmente di aver vissuto bene.

