
Eccellenza della farmacologia internazionale
Dalla Calabria a Londra con un sogno da realizzare: combattere e lenire il dolore cronico che oggi affligge milioni di persone nel mondo.
di Pino Nano
<<Ho vissuto a Londra per nove anni, ed è stata una parte molto importante della mia vita, sia personale che professionale. Poi, nel 2020, ho vinto un concorso all’Università di Reading e l’anno successivo ci siamo trasferiti lì, a circa 80 chilometri da Londra. È stato un cambiamento significativo: da una grande metropoli a una realtà più raccolta. Ma è stato anche un passo naturale, legato a una nuova fase della mia vita. Oggi vivo Reading come un luogo più a misura di famiglia, senza però rinunciare al legame con Londra, che resta sempre una presenza importante nel mio percorso…>>
Nascere a Calopezzati e ritrovarsi poi nel Regno Unito, prima a Londra e poi a Reading per fare ricerca avanzata è un salto di non poco conto. Questa che vi racconto oggi è una favola moderna, perché racconta di una ragazza nata in Calabria, Maria Maiarù, che da bambina sognava di poter fare il medico, voleva aiutare gli altri, ma dopo la bocciatura ai test di medicina, che una volta erano durissimi, si iscrive per ripiego a farmacia e oggi -venti anni dopo aver preso la sua bella laurea con 110 e lode- è uno dei punti di riferimento della ricerca farmacologica avanzata e internazionale. Direttore della Scuola di dottorato presso la scuola di Farmacia a Reading, nel Regno Unito, una ricercatrice di altissimo profilo accademico, una donna di scienza con alle spalle un curriculum da sballo, molte pubblicazioni importanti che oggi fanno di lei una delle massime conoscitrici al mondo del dolore cronico.

“Il dolore cronico -spiega da anni ai suoi studenti- è un dolore la cui durata si estende oltre sei mesi. Tutta la mia ricerca ha come oggetto centrale il dolore cronico, che è molto comune; 1 persona su 5 della popolazione mondiale è affetta da dolore cronico. In Italia circa 13 milioni di abitanti, mentre nel Regno Unito circa 30 milioni. Purtroppo la maggior parte dei pazienti non riceve una cura adeguata in quanto i farmaci disponibili al momento non sono efficaci. Prendiamo il caso della morfina, il migliore per il dolore severo: nei pazienti con dolore cronico non funziona. L’uso prolungato è associato ad un enorme rischio di dipendenza e overdose. Alcuni soggetti sottoposti alla chemioterapia sviluppano dolore cronico dovuto alla chemio stessa, tant’è che alcuni devono sospenderla con le conseguenze che conosciamo. Per loro i farmaci disponibili sono ancora limitati, ed io mi occupo di studiare le dinamiche inerenti al dolore cronico per svilupparli”.
Tenacia, sperimentazione, prove e su prove, confronti con i grandi centri di ricerca di tutto il mondo, e soprattutto il sogno di trovare alla fine una soluzione che riporti in migliaia di ammalati il sorriso e soprattutto la certezza di star meglio.
Maria Mariaù si laurea nel 2010 con il massimo dei voti a Catanzaro, lo stesso anno vince una borsa di studio finanziata dall’Unione Europea che prevedeva un anno di studio all’estero. Prima in assoluto. Il suo terzo e ultimo anno di dottorato lo spende quindi a Londra. Al suo ritorno in Calabria, sulle colline di Arcavacata, confessa di voler continuare a formarsi all’estero per poi tornare con un bagaglio di competenze molto più vasto, ma è a quel punto che si becca la delusione forse più brutta della sua storia accademica. Le viene risposto a bruciapelo che se avesse deciso di ripartire, per lei non ci sarebbe stato più posto in Calabria. Peccato.
Maria rifà allora la valigia e riparte per Londra, e dove nel giro di pochi anni conquista la fiducia assoluta del mondo scientifico. Oggi è Professore Associato di Farmacologia e Ricerca sul Dolore alla Reading University, a due passi da Londra e dove le sue ricerche sul dolore cronico sono diventate tema centrale del mondo della ricerca scientifica.
“Fino a una persona su cinque nel mondo -sottolinea- soffre di dolore cronico e, purtroppo, queste condizioni sono notoriamente difficili da trattare. Con una delle mie ricerche abbiamo fatto una svolta: abbiamo utilizzato un componente della tossina botulinica e lo abbiamo legato a una molecola molto simile alla morfina, un antidolorifico. Iniettato nel midollo spinale dei topi, il complesso di tossina botulinica si lega alle cellule nervose del dolore, normalmente sensibili agli antidolorifici oppioidi. La tossina botulinica entra quindi nella cellula nervosa e blocca selettivamente la trasmissione dei segnali dolorifici al cervello per un periodo fino a 3 mesi. Questa strategia rappresenta un approccio estremamente promettente ed efficace per alleviare il dolore cronico. Il nostro studio è stato accolto molto positivamente a livello mondiale da specialisti del dolore e neuroscienziati”.
Tutto questo le ha permesso di portare a casa decine di riconoscimenti accademici che oggi anno di lei una vera star della ricerca internazionale. Il più prestigioso, il Premio Early Career Neuroscience Prize le viene assegnato che non ha ancora 30 anni, nel 2016.
“Circa l’80% dei pazienti con dolore cronico -sottolinea la giovane scienziata calabrese- a cui vengono prescritti oppioidi manifesta almeno un effetto collaterale e le terapie prolungate sono associate a dipendenza e abuso. La nostra ricerca apre una nuova strada per il trattamento del dolore cronico e la molecola coniugata con tossina botulinica potrebbe rappresentare un’alternativa priva di oppioidi per la cura del dolore cronico. La mia conoscenza della ricerca sul dolore e del comportamento animale è stata fondamentale per il successo di questo studio. Non solo ho contribuito alla progettazione dello studio, all’analisi dei dati e alla stesura del manoscritto, ma le mie competenze nei test comportamentali sui topi e la mia esperienza nelle iniezioni intratecali sono state assolutamente necessarie per la buona riuscita di questa ricerca”.
Professoressa, lei crede che prima o poi la medicina vincerà questa battaglia così ardua contro il dolore cronico?
Io lo spero con tutte le mie forze. Anzi io credo che la ricerca abbia già fatto tanta strada in avanti, ma molta altra ne dovrà fare. Guai a perdere la speranza di arrivare fino in fondo. Il nostro compito di scienziati è invece credere di potercela fare. E’ in gioco la vita e lo stato di salute di milioni di persone nel mondo.
Lei è nata e cresciuta a Calopezzati, un piccolo paese della fascia ionica cosentina. Partiamo dalla sua famiglia?
Cosa posso dirle? Che sono cresciuta in una famiglia in cui il lavoro e i valori hanno sempre avuto un ruolo centrale: valori concreti, come il rispetto per gli altri, il senso del dovere, l’onestà e la capacità di impegnarsi senza mai risparmiarsi. I miei genitori mi hanno insegnato tutto questo con l’esempio, prima ancora che con le parole. Ma ho anche un fratello e due sorelle, che adoro fino all’incredibile, Francesca, Beatrice e Giuseppe.
Quanto tutti loro hanno pesato sulla sua storia professionale e sui successi della sua carriera?
La mia è una famiglia che mi ha sempre sostenuta, anche nelle scelte più difficili, e che è stata il mio punto fermo, anche da lontano. Sempre. Tutto ciò che sono oggi lo devo in gran parte a loro. Lo devo soprattutto ai valori che mi hanno trasmesso e alla forza silenziosa con cui mi hanno accompagnata nel mio percorso.
Ha voglia di parlare dei nonni?
Con i miei nonni ho avuto un legame molto forte. Loro sono stati per me un punto di riferimento importante e da loro ho imparato tantissimo, non solo nell’assorbire i valori della loro generazione e della loro vita, ma anche nel modo di guardare alla vita.
Ha dei ricordi particolari di quella stagione?
Ho perso il nonno paterno quando avevo otto anni, quindi i ricordi sono pochi, ma ce n’è uno che mi è rimasto particolarmente nel cuore.
Quale?
L’attesa del suo ritorno dalla campagna con i piselli appena raccolti. Ma anche il nonno materno è venuto a mancare quando i ero ancora piccola. Condivideva la stessa passione dell’altro nonno per l’agricoltura, e ricordo con affetto quanto tenesse all’unità familiare.
In che senso lo dice?
Le do un dettaglio, così forse si capisce meglio. Soprattutto durante le nostre cene di famiglia aveva una sua fissazione quasi sacra, voleva che fossimo tutti seduti insieme allo stesso tavolo.
E le nonne?
Le mie nonne, invece, sono state presenti più a lungo nella mia vita. Di loro mi porto dentro una dolce nostalgia, fatta di momenti semplici ma pieni di significato. Penso ai sapori della loro cucina, come le crocchette di riso o le polpette di carne che mi facevano perché sapevano che mi piacevano molto.Sono ricordi vivi che ancora oggi associo immediatamente a loro. E sono legami che continuano ad accompagnarmi, anche a distanza, e che fanno parte di ciò che io oggi sono.
Che infanzia è stata la sua in Calabria
La mia infanzia in Calabria è stata una fase della mia vita che definirei con un aggettivo, “semplice”. Autentica soprattutto. Profondamente legata alla comunità in cui vivevo. Allora non c’erano i social media, e gran parte del tempo si trascorreva all’aperto, giocando per strada. Era una condizione e uno stato di libertà che oggi, purtroppo, è diventata sempre più rara.
Ha un ricordo speciale di quella fase della sua vita?
Tanti ricordi speciali. Anche momenti come il catechismo, il sabato pomeriggio, o la messa la domenica erano per noi ragazzi occasioni importanti per ritrovarsi, per stare insieme e per condividere la quotidianità.
Cosa le ha insegnato la sua vita di paese?
Che crescere in un piccolo paese come il mio, come Calopezzati ti insegna ad apprezzare le piccole cose della vita di ogni giorno, e ad adattarti a ciò che hai, trovando valore aggiunto proprio nella semplicità generale che ti ruota attorno. Ricordo ancora con affetto e un po’ di nostalgia quando giocavamo alla “campana” davanti casa, o quando ci sembrava di fare qualcosa di molto coraggioso semplicemente tornando a casa per una strada diversa.
Altri tempi professoressa…
Allora eravamo forse più ingenui, ma anche più spensierati, e ripensandoci oggi non posso fare a meno di sorridere.
Cosa le è rimasto oggi di quel suo passato?
Alcune delle amicizie nate in quegli anni per fortuna sono ancora oggi una parte importante della mia vita, ed è sempre bello ritrovarsi e ricordare insieme chi eravamo, e guardare poi, magari con un po’ di stupore, ciò che siamo diventati.
Nostalgia?
Tanta nostalgia. La mia è stata e rimane un’infanzia fatta di ricordi semplici, ma profondi, che continuano ad accompagnarmi giorno per giorno.
Che scuole ha frequentato?
Ho frequentato le scuole elementari e medie a Calopezzati, e poi il liceo scientifico a Rossano.
Delle medie quali insegnanti ricorda ancora?
È passato un po’ di tempo, ma ricordo ancora il professor Fabio Menin e le esplorazioni nel boschetto vicino alla scuola, “la Jannella”. Era, e credo lo sia ancora, una persona profondamente appassionata di natura, e quello era il suo modo di trasmetterci questa passione: non solo attraverso le lezioni, ma facendocela vivere direttamente. Sono ricordi molto semplici, ma molto vivi, che raccontano quanto anche un insegnante possa lasciare un segno importante, andando oltre il tradizionale programma scolastico.
E delle scuole superiori cosa ricorda?
Le confesso, non saprei dire se ci sia un insegnante in particolare che valga la pena di ricordare, ma ce n’è uno certamente che mi torna spesso in mente, soprattutto per il suo metodo di insegnamento, decisamente insolito. All’epoca non lo condividevo del tutto, o forse semplicemente non lo capivo fino in fondo. Ricordo però il suo “metodo del calendario”, e sono sicura che i miei compagni di liceo che leggeranno questo capirebbero subito a chi mi riferisco.
E’ un giudizio negativo?
Allora forse lo era, ma oggi però, da scienziata, mi rendo conto che, in qualche modo, io utilizzo ancora quel metodo: col tempo ne ho compreso il valore e l’efficacia. È una di quelle cose che si apprezzano davvero solo con la maturità, quando ci si accorge di quanto certi insegnamenti restino dentro, anche se inizialmente non li riconosciamo come assoluti e perfetti.
Come nasce la sua scelta universitaria?
Nasce da un sogno coltivato fin da bambina.
Che sogno era?
Quello di diventare medico. Volevo comunque cercare e trovare un modo per essere utile agli altri.
Giudicando da dove lei è arrivata oggi, ne deduco che sia andato tutto bene?
Per la verità non ho superato il test di ingresso a Medicina, ed è stato un momento difficile, ma non ho mai abbandonato quel desiderio profondo. Ho scelto quindi di iscrivermi a Farmacia e, quasi inaspettatamente, me ne sono innamorata.
Così tanto da rinunciare al suo sogno?
Vede, studiando, ho capito che anche quella branca scientifica della farmacia poteva essere la mia strada. Ho capito insomma che anche studiando farmacia alla fine avrei potuto prendermi cura degli altri. Certo, in modo diverso, ma altrettanto significativo.
Quindi non è stato un ripiego?
Nessun ripiego, ma solo una deviazione del mio percorso originario,ma che alla fine mi ha portata però dove forse dovevo arrivare.
Posso chiederle se oggi rifarebbe tutto quello che ha fatto?
Assolutamente sì. Guardando al mio percorso professionale sento che, almeno in parte, quel mio sogno di bambina si è realizzato. Io volevo solo riuscire a contribuire, anche solo un po’, a migliorare la vita degli altri, cosa che credo di fare oggi e ogni giorno della mia vita, ed è tutto questo che dà un senso profondo a tutto ciò che faccio.
Quanto ha pesato il carisma della sua famiglia sulla sua vita?
Il carisma della mia famiglia ha avuto un peso enorme sulla mia vita. È stato un punto di riferimento costante, qualcosa che mi ha dato forza, valori e identità, anche quando ho scelto di andare lontano. Crescere in un contesto familiare forte, tipico della cultura calabrese, significa portarsi dentro un senso profondo di appartenenza che non si perde nemmeno con la distanza. Allo stesso tempo, però, è proprio questo legame così intenso a rendere più difficile lo stare lontani. Più forte è il legame, più se ne avverte la mancanza. Credo che, in fondo, sia proprio quel carisma ad avermi dato la forza di affrontare le sfide della vita fuori. Ma è anche ciò che rende ogni ritorno e ogni partenza così carichi di emozione, come se una parte di me restasse laggiù per sempre.
Che prezzi si pagano secondo lei rinunciando a non vivere in Calabria?
Il prezzo da pagare è molto alto.
In che termini lo è professoressa?
Non riesco a tornare spesso a casa per come vorrei, e il tempo da dedicare alle persone che si amano non è mai abbastanza. Una volta un mio amico, anche lui calabrese qui in Inghilterra, mi ha detto che ogni volta che torna a casa nota una ruga in più sul volto dei suoi genitori.
Commovente…
Vede, questa immagine descrive perfettamente bene la sensazione del tempo che passa, e dà l’idea di quanto la distanza possa essere difficile da gestire.
Sento che le pesa ancora tanto tutto questo?
Mi creda, non ci si abitua mai alle partenze. Nemmeno dopo tanti anni di lontananza. Ogni volta diventa, se possibile, ancora più difficile.
Quale è stato il suo primo incarico e la sua prima esperienza importante?
Direi che le due cose coincidono. Ho firmato il mio primo contratto di ricerca nel 2014 a Londra, all’University College London, dove ero arrivata un anno prima per completare gli studi di dottorato.
Lei allora veniva dalla Calabria?
Gli anni del dottorato in Calabria non sono stati facili, ma l’esperienza a Londra è stata determinante.
Posso chiederle perché?
Perché mi ha permesso di ritrovare la passione per il mio lavoro, e la motivazione di fondo che mi serviva per proseguire su questa strada. Londra è stata un momento importante della mia vita, non solo dal punto di vista professionale, ma anche personale, perché ha segnato l’inizio di un percorso più consapevole e del tutto internazionale.
Quale è la ricerca o l’obiettivo a cui lei è più legata?
Il dolore cronico, è il fulcro della mia ricerca. È ciò a cui mi dedico interamente. Si tratta di una condizione complessa e ancora difficile da trattare, che colpisce nel mondo circa una persona su cinque. Al momento non esistono terapie realmente efficaci e i trattamenti disponibili sono spesso associati a effetti collaterali importanti. Per questo, il mio obiettivo principale è sviluppare un trattamento che sia finalmente efficace e sicuro, capace di migliorare concretamente la qualità della vita di milioni di pazienti nel mondo.
Una bella sfida mi pare?
È una sfida che sento profondamente mia, non solo come scienziata ma anche come persona.
Lei oggi vive a Londra città o nei sobborghi?
Ho vissuto a Londra per nove anni, ed è stata una parte molto importante della mia vita, sia personale che professionale. Poi, nel 2020, ho vinto un concorso all’Università di Reading e l’anno successivo ci siamo trasferiti lì, a circa 80 chilometri da Londra. È stato un cambiamento significativo: da una grande metropoli a una realtà più raccolta. Ma è stato anche un passo naturale, legato a una nuova fase della mia vita. Oggi vivo Reading come un luogo più a misura di famiglia, senza però rinunciare al legame con Londra, che resta sempre una presenza importante nel mio percorso.
Che consiglio darebbe ad una giovane che oggi volesse intraprendere la sua carriera?
Le direi di credere profondamente nei propri sogni, anche quando sembrano difficili da raggiungere.
Ma è davvero così semplice come dice?
Il percorso della ricerca – e in generale quello scientifico – non è mai semplice. Ci saranno sempre mille ostacoli diversi, momenti di solitudine e di dubbio e tante porte che si chiudono. Ma sono proprio queste sfide a renderlo poi così significativo.
Cos’altro le direbbe?
Le direi di non avere paura di sbagliare, né di cambiare strada, perché a volte sono proprio le deviazioni a portarci dove dobbiamo essere davvero.
Nient’altro?
Le direi di coltivare la curiosità, di fare mille domande diverse, di non fermarsi mai, di non accontentarsi mai delle risposte facili. E soprattutto, di non avere paura di andare lontano.
Quindi, partire può essere utile?
A volte sì, diventa anche necessario. Uscire dalla propria zona di comfort può essere difficile, lo riconosco, ma è lì che spesso avviene la crescita più grande.
Nient’altro?
No, le direi anche di ricordarsi sempre perché da dove è partita e perché ha iniziato. Se c’è passione e determinazione, mi creda, anche il percorso più complesso può trasformarsi in qualcosa di straordinario.
Qual è stata la vera arma del suo successo?
Credo che la mia vera arma sia quella che, con un sorriso, chiamo la mia “capa tosta calabrese”. Ho sempre creduto nei miei sogni e li ho inseguiti con determinazione, senza mai arrendermi davanti alle difficoltà.
I suoi compagni di lavoro mi dicono che lei è severa prima di tutto con sé stessa, è vero?
Sono molto esigente con me stessa, questo è vero. Punto sempre al massimo, e sono io la mia prima anima critica. Si è vero, a volte anche fin troppo severa.
Ma perché?
Perché non mi piace sbagliare. Anche se col tempo ho imparato che spesso sono proprio gli errori a insegnarci di più.
A chi sente di dover dire grazie?
Se sono arrivata fin qui, lo devo soprattutto al mio impegno, ai sacrifici fatti e alla capacità di non mollare mai. Alla fine, più che il talento, è la determinazione che fa davvero la differenza. Mi piacerebbe però dire grazie anche ai sei studenti di dottorato che oggi sono nel mio laboratorio, Daniel, Anjana, Sofia, Daniil, Anju, e Judith.
Immagino avrà avuto anche un maestro?
Non uno qualunque, ma un numero uno al mondo, la mia guida e il mio mentore, è il prof Steve Hunt dell’University College di Londra. È stato lui il primo a credere in me nel 2012.
Mi scusi, ma non le ho ancora chiesto se ha una canzone della sua vita?
Una canzone a cui sono molto legata è “Quando canterai la tua canzone” di Luciano Ligabue. È una di quelle canzoni che non ho semplicemente ascoltato, ma che mi ha accompagnata in momenti diversi della mia vita, quasi come un filo conduttore. Mi ci ritrovo perché parla di fiducia, di attesa, di quel percorso spesso non lineare che ognuno di noi è chiamato a fare prima di trovare la propria voce. E in effetti, guardandomi indietro, il mio cammino è stato proprio così: fatto di tappe incerte, di scelte difficili, di ostacoli che a volte sembravano più grandi di me. Ci sono stati momenti in cui sarebbe stato più facile fermarsi, dubitare, prendere strade più semplici, non solo nel campo professionale. Ma ho continuato a credere, anche quando non avevo certezze, anche quando i risultati non erano immediati. Ho creduto nella possibilità di costruire qualcosa di mio, passo dopo passo. Per questo quella canzone per me non è solo un brano musicale: è un promemoria. Mi ricorda che nulla è scontato, ma anche che vale la pena restare fedeli a ciò in cui si crede, perché prima o poi arriva il momento in cui, davvero, “canti la tua canzone”.
L’ultimo libro non suo letto dall’inizio alla fine?
L’ultimo libro che ho letto dall’inizio alla fine è “L’amore mio non muore” di Roberto Saviano.
Le è piaciuto?
È stata una lettura intensa, di quelle che non riesci a fare in modo distratto. Mi ha colpito profondamente perché racconta una storia di coraggio e di resistenza, ma anche di grande umanità. Leggendolo, mi sono trovata spesso a fermarmi, a riflettere, a sentire il peso e allo stesso tempo la forza delle scelte individuali. È uno di quei libri che ti restano addosso, che continuano a lavorarti dentro anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. E credo che, in fondo, sia proprio questo che cerco nella lettura: qualcosa che non si esaurisca nel momento, ma che lasci una traccia, anche nel modo in cui guardo le cose.
E l’ultimo concerto live a cui ha partecipato?
L’ultimo concerto live a cui ho partecipato è stato quello di Luciano Ligabue qui a Londra. È stato un momento speciale, quasi sospeso tra due mondi: da una parte la mia vita oggi, dall’altra tutto ciò che porto con me, anche da lontano. C’è qualcosa di unico nell’ascoltare dal vivo canzoni che hanno accompagnato tanti momenti della propria vita, e farlo in una città che rappresenta una scelta, un cambiamento importante. È stato come ritrovare un pezzo di casa in un contesto diverso, e allo stesso tempo rendermi conto di quanto il percorso fatto finora abbia unito esperienze e luoghi così diversi. Più che un concerto, è stata un’emozione condivisa, un modo per sentirmi, per qualche ora, esattamente al posto giusto.
Frequenta la Little Italy di Londra?
Sì, in un certo senso sì. Ho vissuto a Londra per nove anni e per lungo tempo ho frequentato assiduamente la chiesa italiana di St Peter a Farringdon, che per me è stata molto più di un luogo di culto. Era una vera e propria comunità. Lì facevo parte dello St Peter Project, che si occupava degli italiani senza fissa dimora a Londra. È stata un’esperienza molto intensa, che mi ha permesso di entrare in contatto con realtà difficili ma anche con una grande umanità e solidarietà.
Non ci crederebbe nessuno, Londra come Calopezzati, e la Chiesa che rimane il cuore del mondo…
Ho costruito legami profondi in quegli anni. Padre Andrea, il parroco, è diventato una figura importante nella mia vita. Pensi che è venuto anche in Italia a celebrare il mio matrimonio, un gesto che porto nel cuore. Oggi frequento quella comunità con meno assiduità, ma non è mai davvero uscita dalla mia vita. Le amicizie nate in quel periodo sono rimaste, e continuano a essere una parte importante di ciò che sono.
Non mi ha ancora parlato di sua figlia…
Francesca Teresa, compirà due anni a luglio. È il mio più grande amore, prima ancora che il mio più grande orgoglio. Con lei è cambiato tutto, in un modo che è difficile spiegare a parole. È come se ogni cosa avesse trovato un senso più profondo: il tempo, le scelte, il futuro. L’essere diventata mamma mi ha insegnato una forma di amore che non conoscevo, fatta di piccoli gesti quotidiani ma anche di una forza incredibile. Ogni giorno, guardandola crescere, vedo in lei una parte di me, e allo stesso tempo qualcosa di completamente nuovo. E in quel mix di stupore e responsabilità capisco che, al di là di qualsiasi traguardo professionale, lei è davvero la cosa più importante che abbia costruito nella mia vita.
Le parlerà, man mano che diventa grande, della Calabria?
Scendiamo in Calabria ogni volta che possiamo, anche se non è mai quanto vorrei. Ogni volta però cerco di farle vivere quei momenti con intensità, perché per me è importante che lei costruisca un legame con la mia vecchia casa di origine, anche se a distanza. Per lei, oggi, la Calabria è fatta di cose semplici ma fondamentali: i nonni, il mare, la famiglia. È un luogo di affetti, di calore, di presenza. Ed è bello vedere come, anche da così piccola, riesca già a riconoscerlo come qualcosa di speciale. Io le racconto spesso della Calabria, dei suoi colori, dei suoi ritmi, di quello che significa per me. È un modo per tenerla dentro la sua storia, anche mentre cresce altrove. Spero davvero che, pur essendo nata qui e crescendo qui, possa sentire la Calabria come una casa. Non solo un luogo in cui tornare, ma una parte di sé.
E suo marito? Italiano anche lui?
Francesco. Anche lui italiano, pugliese. Il fatto che condividiamo le stesse radici, anche se di regioni diverse, è qualcosa che sentiamo molto nella nostra vita quotidiana. Ci unisce un modo simile di vedere la famiglia, i legami, le tradizioni. In un contesto come quello in cui viviamo oggi, lontano dall’Italia, questa condivisione è diventata ancora più importante. È’ un punto di riferimento, qualcosa che ci tiene ancorati a chi siamo e a ciò che vogliamo trasmettere a nostra figlia.
-Professoressa, che futuro immagina per la sua vita professionale?
Per anni ho sempre detto che “da grande sarei tornata in Italia”. Oggi non so se questo succederà, o quando. La mia vita ora è qui. Ho costruito una famiglia, ho un marito e una splendida figlia. L’Inghilterra mi ha accolta e mi ha dato tanto, sia dal punto di vista professionale che personale, e sta diventando sempre di più casa.
Insomma, siamo tutti apolidi mi pare di capire?
Io avverto quella sensazione che credo accomuni molti di noi che vivono lontano. E come avere il cuore diviso in due posti diversi, e lo sguardo sempre un po’ rivolto verso “casa”, qualunque sia il luogo in cui si torna. Credo che il futuro sia qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno. Porto dentro le mie radici e il legame con la mia terra, ma allo stesso tempo ho imparato a costruire il mio presente altrove. E, almeno per ora, è qui che vedo il mio futuro.
Se domani la chiamassero a insegnare all’Unical, ci penserebbe un momento?
Certo, ci penserei. Il mio rapporto con l’Unical è un rapporto complesso, e me lo porto dentro in modo molto vivido.
Professoressa, posso chiederle perché?
Il periodo del dottorato non è stato semplice, e non avrebbe senso raccontarlo diversamente. È stato un tempo fatto anche di difficoltà, di momenti in cui ho dovuto interrogarmi profondamente su me stessa e sulla strada che stavo percorrendo. Eppure, proprio da lì è iniziato tutto. È uno di quei luoghi che, nel bene e nel male, ti segnano e continuano a far parte di te. Forse è anche per questo che sento ancora un legame così forte: perché è lì che ho cominciato a costruire, passo dopo passo, ciò che sono oggi.
Le confesso che pesa anche a me tanta amarezza…
Quando decisi di partire, mi fu detto che, se un giorno fossi tornata, non ci sarebbe stato spazio per me. Quelle parole mi hanno accompagnata a lungo. In alcuni momenti sono state un peso, in altri una spinta ad andare avanti e a dimostrare, soprattutto a me stessa, che il mio percorso aveva un valore. Oggi scelgo di guardarle con più distanza. Preferisco pensare che non definiscano una realtà immutabile, ma solo un frammento di un momento, di una visione. Credo, e forse è anche una forma di speranza, che i luoghi e le istituzioni possano cambiare, e che si possa tornare non solo per trovare spazio, ma anche per contribuire a crearne di nuovi. Per me, un eventuale ritorno avrebbe un significato che va oltre il lavoro. Sarebbe qualcosa di profondamente personale: un modo per chiudere un cerchio, ma anche per restituire qualcosa al luogo da cui, in fondo, tutto è iniziato.

Le mie ricerche sul dolore cronico
Di Maria Maiarù
La mia ricerca si concentra sui meccanismi del dolore e sullo sviluppo di nuovi strumenti e farmaci in grado di alleviare il dolore persistente.
In particolare, gli obiettivi della mia ricerca sono:
-Scoprire nuove vie di segnalazione coinvolte nella neuropatia periferica indotta da chemioterapia (CIPN) e individuare nuovi bersagli terapeutici. La mia ipotesi è che la disfunzione dei meccanismi autofagici nel sistema nervoso periferico e centrale porti alla CIPN. L’autofagia è un processo fisiologico essenziale per una corretta omeostasi cellulare. In condizioni normali, l’autofagia si mantiene a un livello basale. Tuttavia, in seguito a stress, come nel caso di patologie, la via autofagica si attiva rapidamente. Si ritiene che una disfunzione del processo autofagico sia dannosa e influisca sulla sopravvivenza cellulare; infatti, un numero crescente di patologie è infatti correlato alla disregolazione dell’autofagia. La chiave per interventi terapeutici mirati all’autofagia è una profonda comprensione biologica della relazione tra autofagia e CIPN.
-Indagare le conseguenze a lungo termine del silenziamento delle vie del dolore mediante l’utilizzo di nuove molecole di tossina botulinica. Nonostante gli importanti progressi nella comprensione dei meccanismi del dolore, il dolore cronico rimane un’area con esigenze mediche insoddisfatte. Il nostro approccio prevede l’utilizzo di nuove formulazioni di tossina botulinica che agiscono su specifici neuroni responsabili della segnalazione del dolore all’interno del midollo spinale. Questa ricerca ha il potenziale per portare a nuovi trattamenti per il dolore neuropatico, ma potrebbe anche migliorare altre forme di dolore cronico, come il dolore infiammatorio o il dolore indotto dalla chemioterapia.
-Un altro obiettivo è quello di studiare l’effetto analgesico delle sostanze psichedeliche in modelli preclinici di dolore. Le sostanze psichedeliche, come la dietilammide dell’acido lisergico (LSD) e la psilocibina, agiscono sui recettori della serotonina, principalmente sui recettori 5-idrossitriptamina (5-HT) 2A, stimolando una profonda alterazione della percezione e dell’umore. Prove crescenti dimostrano gli effetti benefici delle sostanze psichedeliche nei pazienti con disturbo depressivo maggiore, che è spesso in comorbilità con stati di dolore cronico. Le sostanze psichedeliche potrebbero agire potenziando le vie serotoninergiche e la loro efficacia nell’alleviare la depressione potrebbe essere dovuta alla riorganizzazione delle reti neuronali all’interno della corteccia cerebrale. Recentemente, l’uso di sostanze psichedeliche in ambito medico ha iniziato a essere maggiormente promosso. Utilizzando tecniche comportamentali e molecolari, indagheremo se le sostanze psichedeliche possano essere utilizzate per ridurre le componenti sensoriali e affettive del dolore cronico.
–Questa nostra ricerca è stata publicata proprio la settimana scorsa sulla rivista “Communications Biology”, del gruppo “Nature”, e sta già riscontrando molto interesse in ambito scientifico. Inoltre, presenterò questi risultati al prossimo congresso mondiale sul dolore, in autunno a Bangkok.

