
Il grande poeta delle lingue dialettali
di Pino Nano
“Mappare correttamente i nomi dei luoghi, costruire i Paradigmi che li regolano, spiegarli ove sia possibile, è una tappa importante nella costruzione di una corretta coscienza storica e della consapevolezza della propria identità…
Quella che proverò a raccontarvi oggi è soprattutto una bellissima storia d’amore, senza se e senza ma, senza tempo e senza limiti, tra uno studioso gallese e la Calabria, ma anche tra lui e Marta, la donna della sua vita, che lo segue da quando lei era appena laureata e lui insegnava prima a Padova, e poi come professore ordinario di glottologia all’Università della Calabria.
Lui oggi ha 82 anni, più di 40 dei quali vissuti sulle colline di Arcavacata, pioniere e protagonista assoluto della vita e della storia dell’Università della Calabria, uno studioso a cui la Calabria dovrebbe riconoscenza eterna per le sue ricerche sulla “lingua madre” e sui dialetti che si parlano dalle nostre parti. Professore Emerito per acclamazione generale.
Nessuno meglio di John Bassett Trumper, questo il suo vero nome di battesimo, originario di Cardiff – città della storica contea di Glamorgan e capitale del Galles nel Regno Unito- è in grado oggi di ricostruire e di raccontare la tela di penelope che sono i mille dialetti che si parlano in tutto il mondo. Un cultore della lingua antica, un monumento della glottologia internazionale, una vera leggenda.
Un tempo gli esperti della materia facevano riferimento a Gerhard Rohlfs, filologo, linguista e glottologo tedesco, docente di filologia romanza all’ Università di Tubinga, lo chiamavano “l’archeologo delle parole”, cittadino onorario in Calabria dei paesi che aveva attraversato, Bova (1966), Candidoni (1979), Tropea e Cosenza (1981), una laurea honoris causa in Lettere anche dall’Università della Calabria, ma dopo la sua morte, il 12 settembre 1986, John Trumper ne è diventato nei fatti il suo erede più carismatico e più esclusivo. Forse anche, uno studioso più completo di Gerhard Rohlfs, certamente più prolifico di quanto non lo sia stato lo stesso filologo tedesco.
Il profilo forse più bello che riesco ad avere di John Bassett Trumper mi viene proprio da sua moglie Marta Maddalon, che mi parla di lui non come “uomo-marito-e compagno della sua vita”, ma come di uno scienziato della lingua antica ancora ogni giorno alle prese con le sue infinite ricerche e le sue analisi dotte.
“John è un uomo appassionato che ama addentrarsi in terreni poco battuti e, linguisticamente e socio-etnolinguisticamente, questa regione, la Calabria, offre tantissimo da esplorare. Per lui è stato difficile a volte porsi dei limiti e, pur avendo pubblicato tantissimo, una parte enorme delle sue ricerche giace ancora in centinaia di quaderni e di file, ora, inediti. Questo è un suo cruccio ma non abbiamo avuto e non abbiamo i supporti per elaborarli. Ma lui continua ai ritmi di sempre”.
Bellissima lettera d’amore, posso dirlo? Scritta da una donna, o meglio da una studiosa ormai affermata e riconosciuta come tale quanto lui, e che non ha mai smesso di amarlo e di ammirarlo.
Lei, Marta Maddalon, non è una qualunque, all’Unical ha insegnato fino all’altro ieri Linguistica generale, Sociolinguistica, Etnolinguistica, Glottologia, ma anche Linguistica storica dell’italiano, Linguistica dell’italiano contemporaneo e Linguistica italiana. Un numero-uno anche lei. Eppure, per Marta, John Bassett Trumer rimane prima di tutto “il professore”.
“Credo che un buon ritratto di John possa partire dal dato umano: per lui vita e la ricerca sono la stessa cosa, spesso a discapito della prima e della salute. Lui ha aderito a questa terra, senza false premesse, senza romanticismi inutili, vedendola, studiandola -e amandola- per quello che è; la ricerca parte dall’esistente, non lo migliora né lo peggiora. Nel corso delle sue ricerche, sia per carattere sia per la diversità temporale, John non ha seguito le orme di Rohlfs; non è andato presso famiglie ricche o nobili che gli indicassero informatori tra i loro contadini o simili. Lui ha davvero battuto ogni frazione di questa regione, spesso facendosi accompagnare dei suoi amatissimi studenti, stando a casa loro, conoscendo nonni pescatori, contadini, pastori, mangiando e bevendo con loro e imparando il dialetto da parlante nativo, senza accenti stranieri! lasciando ricordi che ancora permangono”.
A volte noi cronisti siamo davvero fortunati, perché andiamo alla ricerca di un personaggio da raccontare e strada facendo invece, come in questo caso, di personaggi visceralmente legati alla storia della Calabria ne troviamo due nella stessa casa, in questa dimora storica scelta con cura nel cuore della Cosenza vecchia, e dove questi due “pasionari”, arrivati da tanto lontano, hanno ricostruito a loro modo i profumi e i colori del Galles, dove lui è nato e cresciuto, i profumi del padovano che è la terra di origine di lei, e i meravigliosi reperti calabresi che sono il vero mantra dello loro vita quotidiana. Un clima rarefatto, esclusivo, quasi borghese, di una eleganza e di uno charme d’altri tempi.
“John è anche uno studioso rigoroso, formatosi allo University College di Londra con studiosi prestigiosi come Dionisotti che l’Unical ha insignito di una Laurea Honoris Causa. Ha seguito le lezioni di Noam Chomsky, ha collaborato con grandi fisici, informatici, statistici, chiacchierato di curve e mediane con l’allora non ancora rettore ma solo ricercatore La Torre. Giovanissimo e non ancora ordinario è stato chiamato a risolvere il rebus di Peteano e, ancora più famoso, il caso delle telefonate nel caso Moro. Deaglio nel suo corposo volume sugli anni ’70 gli dedica alcune pagine. E poi i sequestri di persona nel periodo più brutto in cui la Calabria ne ospitava di eccellenti. John aveva messo a punto dei metodi rigorosi per analizzare la variazione nel parlato e usarla per l’identificazione geo-sociale dei parlanti: la mise a disposizione non di una parte o dell’altra ma della scienza. E ne pagò anche qualche conseguenza personale”.
Marta Maddalon ricorda qui il Caso Moro.
“Il caso Moro e John Trumper – scrive Daniele Ielasi sul giornale del Campus calabrese “Fatti al Cubo”- è molto più noto al grande pubblico che non la tragedia di Peteano. Che il telefonista del rapimento Moro non fosse Toni Negri lo sapevano tutti. Eppure il professor Trumper, incaricato del caso, rimise in piedi la squadra, macinò chilometri, fra Trento, Venezia, Padova, fino ad Ascoli Piceno, investì tempo e denaro, per dimostrare scientificamente la verità. Isolò 16 variabili sulla base di 600 parlanti, e accese i riflettori sulla colonna romana delle Brigate Rosse a cui Valerio Morucci, autore della telefonata, apparteneva. Con Negri il professor Trumper parlò soltanto una volta, in carcere: non si conoscevano prima, nonostante lavorassero nella stessa università, non si sentirono mai più dopo (aneddoto inedito e indicativo della personalità di entrambi, ndr)”.
John Bassett Trumper pioniere dunque della fonetica forense, un metodo che ha fatto scuola, ma soprattutto che ha inaugurato il diritto alla controperizia fonica della difesa nel processo penale.
“Questo è il risultato del quale sono maggiormente fiero, da un punto di vista professionale e umano- confessa il professore-perché uno scienziato non è un teologo, ma il nostro lavoro è avvicinarci alla verità sino ad escludere, mai del tutto, il dubbio”.

C’è una foto bellissima, ormai datata, che credo rimarrà in eterno nella memoria degli studenti che allora frequentavano la sua aula nel campus, dove si vede lui, il mitico John Bassett Trumper, sdraiato sulla cattedra della sua aula che studia uno dei suoi manuali. La qualità della foto non è delle migliori ma pregherò il direttore di Calabria Live di pubblicarla perché ne viene fuori il ritratto forse più reale e più aderente di questo signore d’altri tempi, così innamorato dei suoi testi quanto lo era della terra che lo aveva accolto quasi in trionfo.
“Ora John –sorride Marta Maddalon– è un signore di 82 anni, che ha superato molte prove dolorose sia personali sia di salute ma ha ancora l’entusiasmo di quando ha iniziato. Il suo primo e secondo arrivo in Calabria e all’Unical, è stata una scelta ben ponderata e una sfida -vinta sul piano scientifico, visti i risultati, meno forse su quello umano perché non sempre gli è stato riconosciuto ciò che ha fatto e fa- e che comunque lui ha accettato. Si arrabbia con questa terra, come si fa con chi si ama e lo si vorrebbe migliore. È spessissimo riconosciuto per strada da decine e decine di ex allievi, ora nonni, padri o ancora giovani; da tanta gente che gli chiede di spiegargli una parola o semplicemente lo saluta. È molto amato, ma lui si sente di aver fatto ancora troppo poco. E ha paura che il tempo non gli basti”.
Eppure, se lo guardi con attenzione e da vicino, il vecchio John ha ancora occhi di bragia e la fierezza dei grandi condottieri. I più indomiti e i più coraggiosi. Una vera leggenda vivente.



Il fascino dello studioso
di Pino Nano
Buongiorno professore, leggo da più parti che lei si sente ormai calabrese a tutti gli effetti?
Molta parte dei miei studi, direttamente o indirettamente, è stata dedicata al concetto di ‘identità’ e la risposta generale più appropriata è che si tratta di uno dei punti più complessi da definire perché comprende molti aspetti e ogni situazione va analizzata a sé.
Non ho capito se è un no o è invece un sì’
Mettiamola così, la Calabria ha avuto moltissimi contatti lungo i secoli e ogni volta si è dovuto creare un equilibrio (non sempre tranquillo) tra le diverse popolazioni. Anche oggi è un tema centrale e molto spinoso. Nel mio caso, io ho condiviso varie culture, ovviamente anche attraverso le lingue, e sono il prodotto di queste esperienze. Il mio lavoro poi è di studiarle ma, vivendo a lungo in un luogo, è inevitabile che ci si senta parte di esso. Rimango comunque un gallese, un celta.
Lei lascia la sua terra natale e sbarca in Italia, ricorda il suo primo giorno all’Unical?
Il mio primo incontro con la Calabria, dopo aver passato già lunghi periodi di studio nel nord, principalmente a Padova, e in Romania, essendomi laureato in lingue romanze (italiano e rumeno), è stato come docente facente parte del gruppo scelto dai membri del comitato coordinatore. Tornato a Padova per qualche anno, insegnando a Padova e Pavia, nel 1980 ho vinto la cattedra di Glottologia e Linguistica generale, ho potuto optare per la sede, tutte al sud!, e ho scelto di tornare all’Unical.
C’era un motivo particolare a spingerla verso questa scelta?
I motivi furono vari, ma tra i primi vi fu certo quello di accettare la sfida di far parte della crescita di una nuova università, abbastanza differente per molti versi dagli atenei antichi e prestigiosi in cui mi ero formato. Anzi, proprio per dimostrare che si può fare ottima ricerca, innovativa e a livello internazionale ho scelto di non cercare trasferimenti verso altre università come alcuni dei ‘primi’ docenti non calabresi hanno scelto di fare.
Professore, che stagione fu la sua da giovane accademico sulle colline di Arcavacata?
Il mio Dipartimento, credo di poter dire il ‘famoso’ Dipartimento di Linguistica, assieme a quello di Filologia, è storia antica! Ha avuto nel periodo di maggior sviluppo ben 6 insegnamenti di ambito linguistico: Glottologia, Linguistica generale, Dialettologia, Fonetica -con il Laboratorio da me fondato e diretto-, Etnolinguistica e Sociolinguistica, come nessun’ altra Facoltà in Italia. Poi le politiche universitarie sono cambiate e il singolo, può fare ben poco.
Quanti paesi calabresi lei ha conosciuto e ha attraversato?
Per studiare un luogo, specie se composito come la Calabria, non è possibile basarsi sui dati raccolti da altri, se non per controllo. Io la Calabria l’ho girata davvero in lungo e in largo. Ma siccome non guido, chiedevo ai miei studenti o a conoscenti di accompagnarmi nei loro paesi, e questo aveva il vantaggio di farmi entrare in contatto con le persone in modo molto naturale.
Seguiva un metodo particolare per le sue ricerche?
Le inchieste che conduco io e il mio piccolo gruppo di ricerca implicano un metodo che non si limita a elenchi di domande dirette, ma a conversazioni che registriamo per trarne informazioni a vari livelli.
Tutto questo quanto ha favorito le sue ricerche?
Posso dirle che si sono creati rapporti personali che in molti casi durano ancora oggi. È molto appagante sapere che molti si ricordano di me, dei nostri incontri, e questo anche a distanza di decenni, e ovviamente tutto questo crea per un lavoro di ricerca come il nostro dei rapporti molto significativi.
Immagino però tantissima fatica. Ne è valsa la pena?
Certo che ne è valsa la pena. Sa una cosa? In tutti questi anni gli ‘incontri’ impensabili sono stati molti.
Quando parla di incontri impensabili, cosa intende dire?
Penso per esempio al mio primo incontro con il Gergo storico dei calderai di Dipignano che è pochissimo noto anche agli stessi cosentini, pur essendo la città di Cosenza a pochi chilometri dal paese di Dipignano.
Immagino sia stato per lei un incontro davvero importante? Come è accaduto?
Nei miei primi tempi in cui stavo in Calabria mi sono ritrovato un giorno a Dipignano e sentendo parlare per le strade una strana varietà mi sono imbattuto nell’Ammascante. Ho allora cercato e conosciuto gli ultimi rappresentanti di questa casta di lavoratori e da lì è nato il primo libro, Una lingua nascosta.
Ho letto che alla fine lei ha dato alla luce anche un disco vero e proprio?
Con la collaborazione con Franco Araniti, che era un poeta reggino ‘emigrato’ a Dipignano, e insieme al gruppo musicale Dedalus, con il grande amico Beppe Pallone e altri ottimi musicisti, è nato anche il libro-disco Ammasca. Ma tanti altri sono stati gli incontri fortuiti e fortunati che il mio lavoro ha favorito dopo quella prima esperienza.
Quale altra, professore?
Mi piace molto ricordare quella col famoso gruppo teatrale Krypton, guidato dall’amico Giancarlo Cauteruccio, purtroppo mancato pochi mesi fa, per una resa in un dialetto calabrese, non reale ma plausibile, di Endgame/ Finale di partita di Beckett. Fu un grande successo nazionale nonostante il dialetto.
Credo che lei sia stato il primo dialettologo della storia italiana, e forse anche europea, a diventare consulente di fiducia di un tribunale?
Si è vero. Uno degli episodi forse più forti della mia vita e della mia carriera è stato proprio quello del mio coinvolgimento come perito fonico in casi politici che hanno segnato la storia di questo paese.
Mi ricorda di quali fatti parliamo?
Della consulenza sui ‘presunti’ autori della strage di Peteano, e poi delle perizie per scagionare Antonio Negri e Giuseppe Nicotri dall’accusa di essere stati i telefonisti durante il sequestro Moro, e che hanno dimostrato l’importanza di un approccio scientifico rigoroso nello studio della variabilità linguistica e la necessità di lavorare assieme ad altri esperti come fisici acustici, ingegneri, matematici anche per risolvere casi apparentemente irrisolvibili. Come dicevo all’epoca, si sono usati nel caso Moro dei missili per uccidere una mosca, poiché era evidente l’estraneità degli imputati, anche senza centinaia di pagine di studi approfonditissimi e una trasferta negli Stati Uniti. E così siamo riusciti ad individuare la corretta zona marchigiana d’origine del brigatista.
Cosa ha prodotto poi questo lavoro?
Di certo non è stato inutile.
In che senso professore?
Nel senso che non è stato inutile invece dimostrare la fondatezza di un approccio innovativo come la nostra ricerca e nemmeno svelare un clamoroso depistaggio. Ma per quello ci sono voluti molti anni!
Una vita di studio la sua dedicata all’analisi dei dialetti, non è vero?
Certamente una parte consistente del mio lavoro, e anche di mia moglie Marta Maddalon, riguarda la nuova vita dei dialetti. La dialettologia ha molto di cui occuparsi perché la storia e le evoluzioni delle numerosissime varietà locali richiede studi sempre più approfonditi. Ma la questione non si esaurisce qui. Le lingue, ossia qualsiasi codice linguistico, essendo lo strumento con cui i singoli e le comunità interagiscono, trasmettono e mantengono tutto ciò che sanno, devono essere studiate anche dal punto di vista sociale e culturale.
Vuol dire che l’approccio degli studiosi verso i dialetti non è più quello di un tempo?
I dialetti geografici, per come esistevano in una società completamente diversa, non hanno più ragion d’essere, intesi come codici che parlano di cose che non sono più centrali. Abbiamo registrato e analizzato la ripresa del dialetto in forme nuove che hanno in comune la ricerca di nuovi mezzi espressivi e, in questa veste, attraggono le giovani generazioni che sono del tutto estranee alla cultura tradizionale di cui erano la voce. Questo non significa però che non sia fondamentale studiare il patrimonio culturale legato al passato o le lingue di minoranza che ancora vivono o sono praticamente scomparse. L’importante però è non usare il tramite della nostalgia, che non riguarda la scienza che pratico ma, semmai, è possibile solo sul piano personale.
Lei è arrivato sulle colline di Arcavacata che non c’era ancora nulla e oggi ha davanti invece una realtà universitaria completamente diversa. Che effetto le fa?
La nuova università ha sicuramente molti punti di merito e io, pur essendo ormai vecchio, apprezzo gli sviluppi tecnologici. Io stesso mi sono avvalso delle innovazioni di più e prima di tanti colleghi del settore umanistico. Ho sempre saputo che ogni scienza non è autonoma; per studiare il mondo che è così complesso si ha bisogno di unire i saperi e i metodi di più discipline. Per studiare piante e animali, ho avuto bisogno di zoologi e di botanici; il rapporto di stima e di affetto per Giuliano Cesca anima dell’Orto Botanico dell’Unical è durata fino alla sua morte. E ancora, ricordo quando eravamo ospiti temporanei con il Laboratorio, ancora senza sede dei colleghi di Fisica o di Guglielmo Martino a biologia. Tutti rapporti umani, prima che di lavoro, incontri con studenti di altre facoltà, oltre la mia. Sarà anche l’età, ma il ricordo di quegli anni, del Polifunzionale sono tra i più cari forse della mia vita ad Arcavacata. Che mia moglie ed io non abbiamo mai pensato di lasciare; né per tornare in Galles, paese che amo e di cui studio da sempre la cultura e la lingua, né per Padova, che ha segnato i miei anni giovanili di formazione e che, in fondo, mi ha portato in Calabria.
Oggi anche la sua Università è cambiata radicalmente. Lei crede che in questo nuovo mondo degli algoritmi ci sia ancora spazio per uno studioso come lei?
Non sempre il mondo accademico mi ha soddisfatto, né ho condiviso le sue scelte, ma la mia carriera e i miei studi sono stati abbastanza autonomi e ho studiato ciò che ho voluto senza farmi legare o indirizzare da altri. Anche nel caso del VEC, il Vocabolario Etimologico Calabro, voll. 5, che rappresenta in un certo senso la summa delle mie ricerche storico-linguistico- etimologiche in questa regione, ho deciso di ‘auto’ produrlo e pubblicarlo, assieme al piccolo gruppo di colleghi che hanno condiviso con me lo spirito dell’impresa. Il prezzo da pagare magari è minore visibilità o potere ma non mi sono mai interessati. Mi interessava e mi interessa aver seminato bene, per così dire. E il raccolto di studenti che hanno imparato qualcosa e che hanno avuto una carriera soddisfacente e ancora sono in contatto con me è ciò che conta.
Nessuno lo avrebbe mai immaginato, ma alla fine lei è diventato anche uno dei massimi esperti viventi del linguaggio della ndrangheta?
Va detto che questa regione ha molti chiaroscuri. Penso per esempio all’epoca dei sequestri di persona o della presenza e del radicamento di associazioni criminali organizzate sul territorio. Bene, sempre per gli strani casi della vita, un giorno mi viene chiesto di fare una specie di dizionario del lessico ’ndranghetista.
E come è finita?
Che alla fine, ne sono risultati libri e studi, pubblicati anche all’estero dove il linguaggio è sì studiato, ma alla luce dei suoi legami con i gerghi storici della malavita, mentre abbiamo messo a punto un modello molto preciso del ruolo e della funzione dei rituali che ancora persistono e che sono lungi dall’essere solo ‘folklore criminale’.
Vedo dalla confusione del suo studio e dai libri che invadono anche il pavimento che lei non ha mai smesso di fare ricerca?
Come le dicevo prima, ora nella mia vecchiaia, quello che non è cambiato è il tempo e la voglia che dedico alle mie ricerche. Abbiamo anche scelto di vivere nel cuore di Cosenza Vecchia e precisamente in una leggenda.
Quale leggenda professore?
Parlo di queta casa, Palazzo di Tarsia. Si dice fosse la dimora del poeta petrarchesco Galeazzo di Tarsia. Non è proprio così ma visse parte della famiglia. E noi abbiamo provato a farlo rivivere e di ridargli la dignità del bello. Col tempo buono, invece, andiamo in campagna a San Lucido a curare un orto e a farci l’olio buono. Tutto molto sereno e bucolico ma non fatevi imbrogliare dalle apparenze.
Lei continua a prendermi in giro?
Ma non lo pensi neanche. È solo per dirle che io sono ancora lo stesso ragazzo delle Valli, che sapeva bene la durezza della vita dei minatori, ed era fiero delle opere che mio nonno, di cui porta il nome, da sindaco socialista, aveva inaugurato.
Posso chiederle come era lei da ragazzo?
Ero un ragazzo che nello studio cercava il modo per migliorare sé stesso e, un po’, il mondo, e che ora anche nella vecchiaia sta ben vigile in un mondo in cui molte cose non gli piacciono. E cerca di dare il suo contributo per quanto può.
PS: I suoi amici e allievi gli hanno dedicato una bibliografia (semi) completa per il suo 75 compleanno, che è rara per il volume enorme delle sue pubblicazioni e delle sue partecipazioni a seminari e congressi in tutto il mondo e che potrete leggere da soli cliccando questo link:
https://www.academia.edu/29717772/2014_JOHN_B_TRUMPER_BIBLIOGRAPHY )


Marta Maddalon, il braccio destro di JohnTrumper
“Il giorno in cui ho decifrato un codice della ’ndrangheta”
Marta Maddalon e John Basset Trumper sono lo specchio meraviglioso di una coppia di intellettuali che dal 1992 sono di fatto marito e moglie, e che come studiosi hanno indagato, analizzato, interpretato, archiviato e raccontato insieme, ma sempre straordinariamente insieme, la magia della lingua antica, soprattutto la magia dei nostri dialetti. Hanno scritto insieme una montagna di analisi e di interventi e hanno raccolto dovunque essi siano stati o siano andati consensi plateali e l’ammirazione non sempre scontata dell’Accademia che più conta. Lui, l’ho già scritto nella prima parte di questo nostro focus è una leggenda vivente, ma lei non è da meno.
Lei, Marta Maddalon, è nata a Padova il 21-9-1957. Laurea in Lettere e Filosofia, corso di laurea in Glottologia presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi di dialettologia urbana (relatore A. Zamboni), poi Ricercatrice, professore associato nel 2002, e infine l’abilitazione all’ordinariato nello stesso settore. Ha ricoperto gli insegnamenti di Linguistica generale, Sociolinguistica, Etnolinguistica, Glottologia. Ma anche gli insegnamenti di Linguistica storica dell’italiano, Linguistica dell’italiano contemporaneo, e Linguistica italiana. I suoi principali ambiti di ricerca sono quelli relativi agli aspetti teorici e storici della disciplina linguistica, all’etnolinguistica e alla sociolinguistica applicate, in particolare, alla cultura popolare, alla sua rappresentazione linguistica e all’uso linguistico in società complesse. Assieme al gruppo di ricerca coordinato e diretto da John Trumper ha partecipato a numerose inchieste e ricerche sul patrimonio linguistico calabrese in un’ottica che sorpassa molte delle ricerche che, ricalcando modalità superate, non arrivano a descrivere un quadro complessivo. Sul versante delle ricerche sui gerghi storici, oggetto di studio da varie angolazioni, prosegue la raccolta e l’analisi dei codici ’ndranghetisti e del loro peso etnolinguistico non ancora esaurito. Ma non è un caso che i due, Marta e John, abbiamo anche dato alle stampe un libo di grande valenza scientifico, “Male Lingue, Vecchi e Nuovi Codici delle Mafie”, scritto a quattro mani con il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri e lo studioso italo-canadese Antonio Nicaso, e che oggi sono il massimo della conoscenza del fenomeno ‘ndranghetista nel mondo. (Pino Nano)
di Marta Maddalon
Mentre io e John stavamo lavorando sul linguaggio degli ’nranghetisti, mi sono appassionata a un aspetto che veniva ripetuto senza indagare oltre da tutti i mafiologi di professione. Le regole della Camorra, riprese anche dagli ’ndranghetisti -tutti dicevano- derivano da un analogo decalogo, creato dai membri della Gardugna, associazione criminale spagnola, attiva ai tempi dell’Inquisizione.
L’esistenza di questa associazione era accettata come storica e le similitudini sociologiche con le nostre associazioni criminali organizzate date per assodate. Si parlava di questo fantomatico libro, I misteri dell’Inquisizione Spagnola, scritto da un fantomatico V. De Fereal alla metà dell’’800 di cui poco si sapeva e il resto si inventava.
Dopo aver acquistato la prima edizione del romanzo -perché di un romanzo di appendice si tratta- mi sono messa a ripercorrerne la vicenda. Ho scoperto la vera identità dell’autore che si è dimostrata una storia di scatole cinesi, e ho scoperto che si trattava di un vero successo letterario presso i galeotti nelle prigioni che ospitavano molti camorristi e ’ndranghetisti nell’’800 i quali lo hanno utilizzato a mani basse per la creazione dei loro miti di fondazione.
Le narrazioni che nei codici ’dranghetisti intervallano le regole sociali e altri stilemi che ricorrono in ognuno di essi, sono prese, letteralmente, anche se con storpiature dovute alla scarsa alfabetizzazione, proprio da quel romanzo. In particolare, la storia della ‘povera fanciulla’, dei cavalieri spagnoli ecc. Quindi, non cronaca come hanno per decenni scritto tutti, bensì invenzione.
Quando poi lessi sui giornali che, nel corso di una operazione di polizia, era stato sequestrato un codice della ’ndrangheta scritto con dei caratteri incomprensibili, fu inevitabile che lo andassi a cercare perché una parte di questa storia è anche quella dell’uso di cifrature, usando codici, vecchi o recenti. In questo caso, le ipotesi si sprecavano: geroglifici, ebraico, simboli di antichi codici mai sciolti.
Era ovviamente una sfida tra me e me che accettai. Al di là di decidere che segni fossero (inventati), feci l’ipotesi che non contenesse segreti terribili o informazioni importantissime bensì fosse la trascrizione delle solite formule.
A questo punto ho sostituito vocali e consonanti nelle parole più brevi che erano le più sicure e così come in un gioco della Settimana Enigmistica ho decifrato il codice Cretarola:
“BUON VESPRO SAGGIO COMAPAGNO/ BUON VESPRO/ SIETE CONFORMI …”.


Un Pioniere della storia dell’UNICAL
Dal 1975 in Calabria, non l’ha mai lasciata
Di Franco Bartucci
Ma chi è in realtà John Trumper? Uno scozzese all’UniCal, una colonna portante del Campus calabrese, per il suo percorso di crescita e sviluppo, sia in ambito accademico culturale che gestionale amministrativo e tecnico.
Parliamo qui del prof Iohn B. Trumper, Ordinario di Glottologia-Linguistica Generale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria fin dal 1980. Ma prima ancora ha ricoperto l’incarico di Filologia Germanica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova dal 1976 al 1980 e quello di Fonetica, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pavia, dal 1977 al 1979.
Con l’anno accademico 1973/1974 la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria, avendo come presidente del Comitato Ordinatore il prof. Gianvito Resta, dell’Università di Messina, diede inizio alle proprie attività didattiche e scientifiche con l’attivazione dei corsi di laurea in: lettere, filosofia, lingue e letterature straniere e moderne. Un progetto universitario unico in Italia in quanto innovativo rispetto all’intero sistema universitario italiano, impostato con le caratteristiche di numero programmato, dipartimentale e residenziale per le tre componenti universitarie: docenti, non docenti e studenti per il 70% degli iscritti.
Un progetto innovativo che attrasse nel 1973 l’attenzione di John Trumper, già impegnato in attività didattiche e di ricerca nell’Università di Padova, dove insegnava “Storia della lingua” il prof. Gianfranco Folena, componente anche del comitato Ordinatore della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria, che lo stimolò a seguire gli andamenti dei lavori della nascente Università calabrese.
Facevano parte del Comitato Ordinatore della Facoltà di Lettere e Filosofia il prof. Gianvito Resta (Presidente), il prof. Boris Julianich e il prof. Gianfranco Folena, che avevano come sede di lavoro iniziale l’Hotel Europa di contrada Roges di Rende, in attesa del completamento dei lavori dell’edificio polifunzionale con le sue aule ed uffici dipartimentali e laboratori.
“In quel periodo in cui prendeva forma l’UniCal – mi dice oggi il prof. Trumper – avevano luogo numerosissime riunioni dei vari Comitati Ordinatori per le diverse nascenti Facoltà (Ingegneria, Scienze Economiche e Sociali, Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Lettere e Filosofia). Era possibile quindi incontrare anche le maggiori personalità coinvolte, a cominciare dal Rettore Beniamino Andreatta. Ovviamente, io da giovane incaricato vi assistevo a volte, assieme ai colleghi, e sentivo di essere parte di un processo come non a tutti è dato nella vita professionale e non solo. Ricordo che si svolgevano all’Hotel Europa e anche in questo erano molto particolari in quanto si svolgevano a tardissima ora della notte. Era una sensazione particolare vedere da vicino personaggi a quei livelli che normalmente potevano trovare momenti difficili di conoscenza e frequentazione. Vedere nascere un’Università non è’ da tutti. Difficile spiegare oggi il clima di quegli anni. Questo ha determinato di accostarmi al progetto innovativo di Università e tornarci nel 1980 da professore Ordinario e restarci”.
Ecco restarci, e cosa è accaduto da quell’anno in poi al prof. Trumper nell’Università della Calabria lo vediamo a seguire, attraverso il mio diario di appunti impostato con i comunicati stampa, che come ufficio stampa dell’Ateneo (una novità assoluta italiana per decisione del rettore Pietro Bucci), a partire dal 1° aprile 1980, venivano diffusi giornalmente agli organi d’informazione locale.
Lo aveva pensato durante quel periodo iniziale di impostazione dell’organizzazione didattica, scientifica ed organizzativa dei servizi dell’Ateneo durante le riunioni dell’Hotel Europa e fin dal suo arrivo stabile, come professore ordinario, lo troviamo il 13 aprile 1981, quale componente della commissione di laurea, che conferisce al prof. Gerhard Rohlfs, professore di Filologia e Letteratura Romanza all’Università di Tubinga (Germania), la laurea “Honoris Causa” in lingue e letterature straniere. Autore di studi e ricerche sulla lingua e i dialetti in Italia e varie altre pubblicazioni, tra cui il vocabolario calabrese italiano, il Dizionario dialettale della Calabria, il Dizionario toponomastico ed onomastico della Calabria, il Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria. Per l’Università della Calabria, guidata dal Rettore Pietro Bucci, con Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, il prof. Luigi Lombardi Satriani, era il primo titolo onorario che veniva conferito a una personalità così illustre a livello europeo e internazionale.
Il 15 novembre 1994 è relatore della cerimonia di conferimento della laurea “Honoris Causa” della Facoltà di Lettere e Filosofia al prof. Carlo Dionisotti, accademico d’origine torinese. Ordinario dell’Università di Londra, studioso di prestigio della cultura italiana e internazionale per quanto riguarda lo studio e la ricerca storico-letteraria. Il prof. Trumper, insieme al prof. Nicola Merola, parlano del prof. Dionisotti protagonista della vita culturale del ‘900 difensore dei valori irrinunciabili del rigore scientifico e dell’onestà intellettuale che traspare dai suoi studi. A guidare l’UniCal come rettore c’era il prof. Giuseppe Frega, mentre la Facoltà di Lettere e Filosofia aveva come Preside il prof. Franco Crispini. Per l’Università della Calabria è il quarto titolo onorario accademico conferito a personalità illustri e noti nel nostro Paese, dopo quelli di Gerhard Rohlfs, Luigi Luca Cavalli Sforza ad opera della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, nonché al cavaliere Silvio Berlusconi su decisione della Facoltà d’Ingegneria.
Il 12 giugno 2000 il prof. Trumper, insieme al prof. Francesco Altimari, tengono la “Laudatio” per il conferimento della laurea “Honoris Causa” in Lingue e Letterature Straniere al prof. Eric P. Hamp, Ordinario di Glottologia all’Università di Chicago (USA), professore emerito per gli studi sulle problematiche dell’indoeuropeo con studi del’indoeuropeistica e dell’albanologia. L’Università aveva da pochi mesi come Rettore il prof. Giovanni Latorre; mentre la Facoltà di Lettere e Filosofia aveva come Preside il prof. Franco Crispini.
Dagli impegni tipicamente accademici e scientifici il prof. Trumper si è occupato a partire dal 1987 di problematiche gestionali ed amministrative per il governo dell’Università, iniziando dall’incarico avuto il 15 ottobre 1987 di componente del Consiglio di amministrazione dell’Ateneo e cooptato nella commissione appalti e contratti della stessa università. Contestualmente alla nomina di componente del Consiglio di amministrazione dell’Ateneo nel mese di novembre 1988 viene eletto e nominato direttore del dipartimento di linguistica per il biennio accademico 1988/1989. Quale componente del Consiglio di amministrazione nel mese di marzo 1989 viene chiamato a far parte di una commissione per istituire nel Campus di Arcavacata una “Summer School”.
Il 18 aprile 1989 il prof. Trumper risulta componente della Commissione di Ateneo, presieduta dal prof. Ignazio Guerra, con il compito di coordinare e verificare la sperimentazione organizzativa e didattica in ambito dell’Università analizzando la funzionalità dei dipartimenti. Il 16 febbraio 1991, in qualità di direttore del dipartimento di linguistica partecipa alla cerimonia di conferimento del titolo di professore emerito di lingue e letteratura albanese al prof. Francesco Solano. Partecipano alla manifestazione il Rettore Giuseppe Frega e il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia Franco Crispini.
Per il prof. Francesco Solano la cerimonia, svolta nella sala consiliare del comune di Frascineto, presenti il prof. Francesco Altimari ed altri docenti dell’UniCal, ha assunto un valore simbolico tutto particolare con il conferimento della massima onorificenza culturale albanese, l’Ordine Naim Frasheri – prima classe – su proposta delle istituzioni accademiche e scientifiche dell’Albania e del suo Presidente della Repubblica, Ramiz Alia.
In qualità di direttore del dipartimento di linguistica viene chiamato a far parte pure del Comitato di Coordinamento e Programmazione dell’Ateneo (C0.CO.P.), previsto dall’art. 4 dello Statuto, con il compito di predisporre piani pluriennali di sviluppo dell’università e redigere un rapporto annuale sullo stato della didattica e della ricerca. Il 18 marzo 2001, su decisione del Rettore Giovanni Latorre, viene chiamato, in qualità di direttore del dipartimento di linguistica, a far parte del Senato Accademico allargato previsto dalla legge 9 maggio 1989 n° 168, istitutiva del Ministero dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica, nonché dal secondo Statuto dell’Università, di cui al Decreto rettorale 28 febbraio 1997.
Il 13 maggio 2003, quale decano della Facoltà di Lettere e Filosofia, convoca il corpo elettorale della stessa Facoltà per eleggere il Preside che rimarrà in carica per il quadriennio 2003/2007, uscendone vincitore per una riconferma il prof. Franco Crispini; mentre il 22 ottobre 2003 viene eletto per il biennio accademico 2003/2005 componente del Collegio dei Probiviri dell’Università.
Fin qui il profilo accademico ed amministrativo del prof. Trumper che ha dato un grosso contributo alla crescita organizzativa e allo sviluppo dell’Università, così come aveva pensato e promesso in quei primi giorni di partenza dell’avvio della Facoltà di Lettere e Filosofia nell’anno accademico 1973/1974. Ancora più intenso risulta il suo lavoro come studioso per come emerge dal profilo che propongo a seguire.
Come studioso J.B. Trumper si è interessato delle seguenti aree di ricerca ricavabili dalle sue pubblicazioni: fonetica e fonologia; dialettologia romanza e italiana; sociolinguistica; linguistica applicata e fonetica giudiziaria, etnolinguistica, lessicologia e studio dei gerghi romanzi di mestiere, linguistica storica.
Ha pubblicato articoli di toponomastica e di lessico-semantica calabrese, ha pubblicato sul lessico marinaresco calabrese, e indagato sugli effetti linguistici di eventi storici e di calamità. Si è interessato tra i primi ai gerghi storici e di mestiere, in particolare della varietà dipignanese, l’Ammascante, pubblicando tra l’altro Una lingua nascosta, a cui sono seguiti molti altri lavori anche in ambito internazionale sullo stesso argomento. Un filone che si è innestato su quello dei gerghi storici di mestiere è quello del linguaggio della ‘Ndrangheta, non solo dal punto di vista linguistico ma, in senso più completo, sull’intero fenomeno etnolinguistico. È curatore e principale autore del VEC (Vocabolario Etimologico Calabrese (a partire dagli appunti inediti Vincenzo Padula). Ha pubblicato gli Atti del II° Convegno di Toponomastica Calabrese, Gangemi, Roma 2002.
Una parte considerevole delle sue ricerche recenti verte, come si evince dai titoli degli interventi, su problemi di identità linguistica, da molteplici angolazioni e riferita a diverse situazioni concrete. Mellen Press ha pubblicato la traduzione adattata e commentata del Parlamento del Ruzante (New York, 2013). Prosegue in generale l’ampio impegno in ambito lessico-semantico, anche attraverso i contributi pubblicati nelle varie sezioni del sito del Centro di Lessicologia e Toponomastica calabrese.
Come sociolinguista, è stato pioniere degli studi che mettono in relazione i parlanti, i loro codici e l’ambiente in cui vivono. Con attente analisi quantitative, ha coadiuvato in molte occasioni la ricerca di parlanti anonimi sia in casi di sequestro durante la stagione più calda di questo fenomeno, sia in importanti casi politici come la Strage di Peteano o l’Assassino di Aldo Moro.
Dal 1980 al 2014 il prof. John Trumper ha tenuto all’Università della Calabria i corsi di Glottologia e Linguistica generale e per un periodo anche Linguistica storica dell’italiano seguiti da centinaia di studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia e altrettanti ne ha portato a conseguire la laurea, stabilendo con molti di loro un rapporto di amicizia permanente, anche da lontano per quelli che sono andati fuori dalla Calabria per ragioni di lavoro. Ma anche con quelli che sono rimasti.




Il dibattito organizzato alla Sapienza dai Calabresi Capitolini ospite d’onore il prof. Trumper
