Il Cinema Italiano nel mondo. Al regista calabrese il David di Donatello alla Carriera

di Pino Nano

“Ho smesso da tempo di fumare, bevo con moderazione, e quanto ai peccati capitali non li pratico proprio tutti e sette. Se andrò all’inferno, com’è probabile, è per aver abusato del cinema, fin da ragazzino. Non credo che ci sarà qualcuno a sostenere che è stato il cinema ad abusare di me: ero minorenne ma sveglio. Il proibizionismo filmico, che è una cosa molto diversa dalla censura, non l’hanno ancora inventato, per fortuna. Nessuno se n’e uscito con l’idea che abbuffarsi di film possa nuocere gravemente alla salute, che l’eccesso di permanenza davanti al grande schermo spinga per esempio (lo diceva un certo Fassbinder) a liberare la mente. Oggi però con un solo biglietto non posso più vedere un film tre o quattro volte di seguito come facevo negli anni del castigo. E questo per un vizioso è inaccettabile…”.

Gianni Amelio, il suo portamento, il suo carisma, il suo fascino debordante, i suoi 81 anni, e il suo eterno “Vizio del cinema” è un po’ tutti noi, e lo è ancora di più oggi, nel giorno del suo meritatissimo “David di Donatello 2026-Premio alla Carriera” che gli è stato ufficialmente tributato mercoledì scorso, sei maggio a Roma, sul palco del Teatro 5 di Cinecittà, che è il luogo simbolo del cinema italiano, la casa naturale del grande Federico Fellini, e oggi ancora punto di riferimento obbligato delle grandi produzioni cinematografiche nazionali e internazionali.

Ma il vizio del cinema a Gianni Amelio in realtà non è mai passato. Oggi per lui sono sessant’anni esatti di cinema.

“II vizioso –scrive di sé stesso il Maestro– deve poter entrare in sala quando vuole e starci quanto vuole, sedersi dove gli pare o cambiare posto se gli fa comodo (la prenotazione come a teatro: ma per favore…). Adesso poi hanno moltiplicato le sale e rimpicciolito gli schermi, adesso ti devi mettere in fila per il biglietto, devi vedere il film subito sennò lo fanno sparire; adesso le visioni sono tutte prime, non seconde o terze o parrocchiali come una volta. Il che fa pensare che ci sia una congiura: vogliono che facciamo i bravi. In compenso possiamo abbandonarci al vizio solitario, cioè vedere i film a casa nostra, in santa pace, su cassetta o Dvd. Finisce che comprerò uno di quegli schermoni giganti che costano un occhio, anche se mi toccherà buttar giù una parete e sforare nel soggiorno del vicino. Nel frattempo mi accontento di un trentasei pollici e mi siedo (sono miope e non porto gli occhiali) a un metro di distanza. Mi divertivo di più allora però…”.

Un premio alla Carriera a Gianni Amelio è soprattutto un premio ai suoi film e ai suoi documentari, che tanto dibattito hanno sollevato in tutti questi anni di cinema d’autore, un premio alla sua storia personale e pubblica, alla sua meravigliosa carriera cinematografica, alla sua terra di origine, San Pietro di Magisano, paesino della provincia calabrese di Catanzaro, alla sua amatissima nonna ostetrica Carmela Scorza con cui il grande regista ha vissuto la sua infanzia calabrese, nato lui da una madre quindicenne e da un padre diciassettenne che lo lascerà solo, imbarcandosi per l’Argentina in cerca del proprio padre, e che non darà mai più notizie di sé.

Non so se posso dirlo, ma il personaggio è così carismatico e affascinante da avermi sempre trasmesso una enorme soggezione.

“Andare al cinema a quei tempi –scrive nella prefazione che lo stesso Amelio fa al suo libro “Il Vizio del Cinema” -, oltre che un vizio, per me era un lusso: l’ingresso costava caro e mia nonna, mi ricordo, davanti alla cassa mi faceva piegare sulle ginocchia: il bambino è piccolo, non paga! In un quaderno sopravvissuto dal 1955 ho trovato l’elenco di tutti i film che ho visto da quando frequentavo la prima media e al cinema cominciavo ad andarci da solo. C’e scritto il titolo a stampatello, i nomi degli attori principali, se era a colori o in bianco e nero; e poi a fianco il voto, da uno a dieci…Penso sempre che il vizio del cinema, se ce l’hai, non lo puoi perdere. Altrimenti te lo puoi solo guadagnare”.

I suoi inizi, il suo esordio, i primi passi della sua carriera appena arrivato a Roma nel 1965 riletti oggi sembrano quasi la sceneggiatura ideale per un film dedicato alla storia del cinema.

Credo che all’epoca Roma abbia cambiato la vita di molte persone. La capitale -racconta a Franco Montini in una intervista del 2020 a Repubblica– era una città accogliente, aperta, che offriva molte possibilità di lavoro e varie occasioni, soprattutto in campo artistico. Cinecittà era una porta spalancata: per entrare non c’erano controlli e non si doveva presentare la carta d’identità. Così poteva capitare di finire a fare la comparsa in qualche film. Nel dopoguerra, l’emigrazione delle popolazioni meridionali verso il nord d’Italia era frutto di disperazione, quella verso Roma non aveva caratteristiche così drammatiche“.

Una vera leggenda. Che racconta di un Gianni Amelio ancora bambino con alle spalle, e dentro la sua vita adolescenziale, una nonna infermiera letteralmente pazza per il cinema, e che una settimana sì e una settima no lo prende per mano e da San Pietro di Magisano lo porta a Catanzaro, al Politeama, tempio allora di questo mondo fantastico, una nonna che viveva del suo lavoro e della passione per i grandi registi del tempo, Rossellini, Fellini, Visconti, Antonioni, ma anche Bresson, e che nella maggior parte delle volte lo costringeva a rivedere il film due volte di seguito, cosa che allora era possibile fare, perché il biglietto che costava 250 lire “andava sfruttato fino all’impossibile”.

Un amore travolgente, quasi malato tra nonna e nipote, che per anni sembrava dover restare incorruttibile e forte come l’acciaio, salvo poi a tradire la nonna che un giorno lo manda a Catanzaro perché si iscrivesse all’Istituto Magistrale, ma Gianni cambia strada e corre a iscriversi al liceo classico Galluppi, quasi un segno premonitore di quello che poi nel tempo sarebbe diventato il poeta di questi anni.

Quando mi domandavano cosa volessi fare da grande –racconta lui stesso a Francesco Munzi con cui nel 2016 firma un libro a quatto mani per la Rubbettino Editore dal titolo “L’ora di regia – non dicevo “voglio fare il regista”, ma “voglio andare al Centro Sperimentale”. Per me era inconcepibile l’idea di un regista che non avesse frequentato una scuola. Quando mi raccontavano di qualcuno che aveva iniziato facendo l’assistente, l’aiuto, po’ lo sceneggiatore eccetera, la cosa mi sembrava un’eccezione. E poi negli anni ’50, più conosciuto del Papa, c’era Domenico Modugno. Leggevo sempre che aveva frequentato il Centro Sperimentale. Questa scuola era una fucina straordinaria, pensavo, se addirittura qualcuno poteva permettersi di uscire da lì cantando, dopo aver preso lezioni di recitazione! Mi informai su quanto costasse, se c’erano delle borse di studio (e ce n’erano anche di consistenti all’epoca). Naturalmente – mi sarei dovuto stabilire a Roma. Ma era una eventualità che non si poneva, perché avevo cominciato a lavoricchiare, facevo qualche supplenza, anche durante il periodo in cui ero iscritto a Filosofia a Messina, e qualche doposcuola”.

Poi la svolta della sua vita, il suo primo viaggio a Roma, e il suo primo incontro importante con il regista Vittorio De Seta, un’occasione del tutto casuale ma che Amelio considera ancora oggi un vero e proprio colpo di fortuna.

Da una vita dentro il cuore mi porto due film, di Roberto Rossellini, “Germania anno zero” ed “Europa 51”. Poi “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica, e infine una cosa che sembra lontanissima da quel che ho fatto io, ma diciamo mi ha molto ‘nutrito’, Michelangelo Antonioni, soprattutto “Il grido” e “L’avventura”.

Dicevamo del suo primo viaggio a Roma.

Amelio era venuto a Roma per trovare un suo vecchio compagno di liceo, lo va a cercare all’indirizzo che aveva in tasca, in una casa di via Tembien, nel cuore del quartiere africano tra Via Libia e Corso Somalia, e appena arrivato a Roma gli capita di leggere su “L’Unità” la notizia che Vittorio De Seta stava preparando un film.

“Cercai il suo numero sull’elenco telefonico, mi presentai come il redattore di “Giovane critica”, una rivista specialistica che si stampava in Calabria, e gli chiesi un’intervista. De Seta fu molto disponibile e mi diede appuntamento per il giorno dopo. Parlammo a lungo e, al termine della conversazione, con una gran faccia tosta, gli chiesi se fosse disposto a prendermi come assistente volontario non pagato per il suo film, “Un uomo a metà”. Lui restò sorpreso, ma mi disse sì. Ero arrivato a Roma, praticamente senza bagagli, ma non ebbi dubbi. Mollai l’incarico di professore nella scuola che avevo in un paesino in provincia di Catanzaro, per inseguire il mio sogno: il cinema. Vittorio De Seta mi prende come volontario e dopo un mese mi dà uno stipendio, piccolo, ma uno stipendio… “.

Dal 1967 in poi Gianni Amelio realizza i suoi primi servizi televisivi per diverse rubriche della RAI, diventa addirittura assistente di Ugo Gregoretti, sia nel documentario Sette anni dopo sia in molti caroselli pubblicitari, e collabora con personaggi come Alfredo Angeli, Enrico Sannia e Giulio Paradisi. Finché nel 1970 non diventa un “uomo RAI a tutti gli effetti”, forse in assoluto uno dei migliori registi della Rai di quegli anni.

Nell’ambito dei programmi Rai di quella stagione così felice per la televisione di stato, che favorisce l’esordio di molti giovani registi di provincia, Amelio realizza per la serie Film Sperimentali per la TV La fine del gioco, a cui fanno seguito nel 1973 La città del sole, tratto dall’omonima opera di Tommaso Campanella, che vince il Gran Premio del Festival di Thonon-Les-Bains dell’anno successivo, e Bertolucci secondo il cinema (1976), un documentario sulla lavorazione dal film Novecento e che su “Cinecittà News” il grande regista ricorda con grande forza passionale.

In verità in quel periodo avevo uno strano sentimento: ogni volta che riprendevo il set di Novecento provavo un’invidia molto forte per Bernardo, lo confesso. Non c’erano molti anni di differenza tra me e lui, e io all’epoca vedevo lì il cinema, quello industriale, ricco, in costume, con i grandi attori americani, guardavo i suoi carrelli, i dolly, la sua grande macchina da presa – la sua era una Mitchell – a confronto con la mia piccola 16 mm, che sembrava sparisse… quindi avevo un senso di frustrazione profondo, e in qualche modo… invidia, sì, invidia, invidia, invidia! Sana invidia dico, perché in realtà penso di aver fatto una cosa non brutta: è un film che è andato in tutto il mondo, in tutte le università e le scuole di cinema. Ed essendo stato anche abbinato ai dvd di Novecento, lo hanno visto ovunque, e ho finito anche per amarlo un po’. Anche se è nato ed è stato fatto con un’invidia profonda (ride)”.

Ma dello stesso anno è anche Effetti speciali, un thriller imperniato sul mondo del cinema, mentre due anni dopo dirige il giallo La morte al lavoro, tratto dal racconto Il ragno di Hanns H. Ewers, vincitore del premio FIPRESCI al Festival di Locarno, il Gran Premio Speciale della Giuria e il Premio della Critica al Festival di Hyères.

Devo riconoscere che è davvero struggente il racconto che il grande regista fa di sé stesso e del suo mondo, quello del cinema, da cui in realtà non è mai riuscito a staccarsi, e che la “rete digitale” oggi custodisce come suo ideale testamento morale.

L’impossibilità di stare senza girare un film, è quella voglia che ti spinge a ricominciare a girare, appena hai finito, dimenticando i problemi e le fatiche del film precedente. Perché fare il regista è un mestiere faticoso persino fisicamente: sul set io non sto un attimo fermo, sposto gli oggetti, seguo gli attori… Devi essere vergine e puttana, per fare il regista. Manageriale e machiavellico. Gestisci tanti rapporti umani, rispondi di tanti soldi investiti e da soggetti diversi, se sgarri sui tempi sono guai, perché i costi aumentano. Eppure, appena hai finito, non vedi l’ora di ricominciare. Come le donne che finiscono per dimenticare i dolori del parto poco dopo che hanno abbracciato il loro bambino. Fare cinema è un piccolo parto. Per quel figlio che metti al mondo sei disposto anche a piegarti ad andare ai festival, a presentarlo in giro”.

Indimenticabile anche il discorso che Gianni Amelio tenne all’Università della Calabria quando il 28 maggio del 1996 gli venne conferita la Laurea Honoris Causa dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, riconoscimento proposto dall’allora storico portavoce dell’Unical, il giornalista Franco Bartucci, ai vertici della Facoltà, i professori Franco Crispini e Daniele Gambarara.

Laurea Honoris Causa che Amelio dedicò quel giorno a nonna Carmela, allora novantaquattrenne, seduta in prima fila con lui. Emozionante. Ma passerà mai alla storia uno come lui?

Per la verità Gianni Amelio è già storia contemporanea.

L’Enciclopedia Italiana Treccani lo racconta oggi come “Creatore di racconti intimi, a volte minimali, che. riprende il cinema politico italiano degli anni Settanta, ma lo sviluppa con stile personale, interessato più ai rapporti tra le persone (e le generazioni) che non al dibattito politico tout court”.

Per gli analisti e gli storici della Treccani Gianni Amelio “può essere definito il ‘cineasta dei bambini’ per la sua straordinaria capacità di raccontare le loro storie (presenti in quasi tutti i suoi film), ma soprattutto per come ha saputo ogni volta rappresentarli davanti alla macchina da presa, dal primo film La fine del gioco- in cui il protagonista si ribellava all’intervistatore per entrare invece in un rapporto diretto con il regista- fino al notevole Il ladro di bambini, uno dei film più intensi e rappresentativi sul disagio che giovani e bambini del Sud vivono nell’Italia degli anni Novanta”.

Eclettico, elegante, solenne, ricercato, eternamente rincorso dai grandi giornali italiani e stranieri per questo suo carattere sempre così chiuso e riservato, ma che ha sempre qualcosa da dire e da trasmettere agli altri, un personaggio straordinario, di una umanità senza pari, impastato di mille letture importanti e di grandi emozioni intime, la faccia da contadino, bruciata dal sole, burbera e buona insieme, l’uomo sembra uscito dal mondo delle favole, con alle spalle una infanzia modestissima in questo piccolo paesino calabrese della provincia di Catanzaro e oggi lui invece ai vertici della storia del cinema. Nel giorno del David di Donatello Cinecittà in realtà sembra aspettare solo lui, e quando lui viene chiamato sul palco per ritirare il suo Premio alla Carriera ecco che è un boato di gioia corale Dove tutto torna al punto di partenza, e quindi alla sua infanzia tristissima in Calabria.

“Ricordo –racconta Amelio a Goffredo Fofi nel libro della Donzelli Editore “Amelio secondo il cinema” – come una delle cose più strazianti e tenere della mia vita quando un giorno, camminando per il mio paese con mia nonna, una contadina che aveva studiato fino alla seconda elementare, vidi sul muro delle scritte sbiaditissime che dicevano: vota tal dei tali. Io chiesi a mia nonna che cosa volessero dire, e lei non seppe rispondere. Ci rimasi molto male: volevo sapere tante cose e non c’era la possibilità di saperle, se non – uccidendo – in qualche modo le persone che amavo. Sono dovuto andar via di casa per avere la libertà di leggere un libro. C’è stato un periodo molto lungo della mia vita – quello che altri registi come Bernardo Bertolucci o Marco Bellocchio hanno sfruttato per fare – in cui io ho dovuto cercare di capire cosa fare. Io i mezzi per capire non li avevo; ho avuto confusamente delle occasioni, e sono stato ben felice di coglierle perché erano fonte di esperienza. Perciò non teorizzo la mia avventura nel cinema come qualcosa che tutti dovrebbero seguire. A cose fatte posso dire che proprio questo tipo di esperienza mi ha portato ad essere abbastanza disincantato, a vedere meno narcisisticamente il mondo”.

Carriera meravigliosa.

In 45 anni di carriera Amelio realizza e firma decine e decine di lungometraggi, la metà dei quali negli ultimi due decenni, e che lasceranno un segno indelebile della sua classe e del suo genio artistico.

Siamo ancora agli inizi quando nel 1979 gira quello che è considerato il suo lavoro migliore sul piccolo schermo, Il piccolo Archimede, molto apprezzato dalla critica – qualcuno lo paragona addirittura a Luchino Visconti – adattato dal romanzo omonimo di Aldous Huxley, che frutta a Laura Betti il premio di miglior attrice al Festival internazionale del cinema di San Sebastián. E nel 1983, realizza il suo ultimo lavoro televisivo per Rai 3, I velieri, tratto dal racconto omonimo di Anna Banti, per la serie 10 registi italiani, 10 racconti italiani.

Io con il cinema ho sempre voluto suscitare emozioni- racconta a Giovanna Pasi per i suoi 80 anni- Ho l’immagine di mia nonna, che mi portava per mano, bambino, alla sala Politeama di Catanzaro: lei misurava la bellezza di un film a seconda di quanto aveva pianto, la lacrima era il metro di giudizio di un’opera, anche di un libro o una canzone. La commozione, l’emozione che arriva diritta, non mediata, è quello che io cerco sempre”.

Nel 1991, il suo Porte aperte viene candidato agli Oscar come miglior film straniero, dopo aver vinto 4 European Film Awards, per poi tornare a rappresentare l’Italia all’Academy nel 1993 con Il ladro di bambini, nel 1995 con Lamerica e nel 2005 con Le chiavi di casa.

Con Il ladro di bambini, il suo maggior successo commerciale, vince nel 1992 il Gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes e l’European Film Award come miglior film, oltre a 2 Nastri d’argento, 5 David di Donatello e 5 Ciak d’oro.

Lamerica invece si aggiudica nel 1994 il premio Osella d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, oltre al Premio Pasinetti come “miglior film”, ma vince anche 2 Nastri d’argento, 3 David di Donatello e 3 Ciak d’oro. Quattro anni dopo, Così ridevano, probabilmente il suo lavoro di più difficile comprensione per il grande pubblico, vince il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia.

Dicevamo, “Lamerica”.

Rieccolo il grande regista che si mette alla macchina da presa per raccontare questa volta un pezzo della sua storia familiare, ma questo trasformerà il suo film in una sorta di meraviglioso affresco del mondo dell’emigrazione. Lui ne parlerà subito appena uscito come del “tornante fondamentale” della sua esistenza, e dell’esperienza che ha cambiato la sua vita.

Oggi – racconta Amelio alla stampa internazionale in occasione del lancio del film- nessuno vuole ricordare che noi siamo un paese di migranti. E io sono orgoglioso di aver girato un film che non parla solo dell’esodo degli albanesi in Italia, ma di cosa significhi lasciare la propria casa per necessità e spostarsi in luoghi sconosciuti e spesso ostili. Con Lamerica ho voluto raccontare anche la storia della mia famiglia, di mio padre, di mio nonno, di tutti gli italiani che hanno attraversato il mare su piroscafi pieni, in situazioni penose, per inseguire una speranza di futuro. È stato come riappropriarsi di ricordi, testimonianze che io stesso ho ascoltato quando ero ancora bambino. Proprio rispetto a mio padre c’è una cosa molto bella che amo raccontare: anche lui come molti calabresi aveva lasciato il paese, la famiglia per andare in America e il giorno in cui è sbarcato a Buenos Aires si trovava sulla prua della nave. Vicino a lui c’era un compaesano, che non appena la nave attraccò disse: Peppì, come siamo lontani dalla Calabria, una frase che io trovo così poetica e straziante e che esprime tutto il dolore di quest’uomo e di tanti altri uomini che avevano lasciato la propria terra e i propri cari. Ecco, Lamerica vuole raccontare anche questo, alla faccia di chi continua a definire erroneamente questa pellicola un ‘istant movie’.

Una carriera, insomma, costellata da mille riconoscimenti diversi e da premi importanti che neanche il grande regista probabilmente avrebbe mai immaginato di ricevere.

Alla sessantunesima edizione del Festival di Venezia si presenta in concorso con il film Le chiavi di casa, tratto dal romanzo di Giuseppe Pontiggia Nati due volte, affrontando il tema di un padre che tenta di stabilire un rapporto col figlio disabile. Il film non vince nessun premio, ma pochi mesi dopo viene però selezionato come candidato italiano agli Oscar per il miglior film straniero, senza rientrare però nella cinquina dei finalisti. Il mese successivo si aggiudica il Nastro d’argento per la miglior regia.

Ma tutto questo evidentemente non gli basta e nel 2018 la Mondadori pubblica uno dei suoi libri più belli, “Pane quotidiano”, un libro di forte ispirazione autobiografica, in cui Amelio superando sé stesso, racconta il rapporto con il ragazzo albanese che ha conosciuto durante le riprese di uno dei suoi tanti capolavori, “Lamerica”, e che ha poi adottato, diventando di fatto il padre.

“Quando di un bambino si dice “è il ritratto di suo padre, gli ha staccato la testa”, il papà si gonfia di orgoglio. Invece io -scrive Amelio nel suo libro- sognavo un figlio al quale, con pazienza e fortuna, potessi un giorno somigliare io. Ethem mi venne incontro per salutarmi, ma non come faceva di solito, accostando le guance per tre volte. Adesso mi tenne stretto, mi si aggrappò addosso. Poi gli uscì una frase che forse mi aveva già detto altre volte, e c’era la parola bir, figlio. L’assistente tradusse sottovoce, perché anche a lui suonava strano quello che doveva ripetere: “Fino a oggi è stato figlio mio. Da domani sarà figlio tuo“.

Sembra quasi una favola, ma nel 1993 in Albania durante le riprese di Lamerica, Gianni Amelio riceve da Ethem Zekaj, padre del giovane albanese “il cui sguardo riempie l’ultima immagine del film”, una proposta sconcertante che è, insieme, un ordine e una preghiera, e ha il potere di risvegliare in lui, il «regissore» italiano, le tracce di un’antica ferita, l’assenza di un altro padre – il suo – conosciuto troppo tardi. E Amelio racconta in maniera questa volta magistrale e commovente come quel giorno abbia deciso di adottare quel ragazzo, “onorando l’atto d’amore di un padre pronto a separarsi da suo figlio per dargli un futuro meno incerto”.

Il libro è bellissimo, ti prende l’anima, e a tratti è un pugno nello stomaco di chi lo legge. Il racconto di questa sua esperienza così intima e personale acquista nelle pagine del libro un profondo respiro corale: “l’apprendistato di padre putativo scandito dalle fasi della travagliata lavorazione del film e dal ritratto di un’Albania ancora schiacciata dalle macerie della dittatura, tanto lontana dall’Italia di allora e tanto simile alla Calabria del dopoguerra”, dove Amelio ha vissuto la sua infanzia.

Una delle ultime fatiche di Amelio per il grande schermo è La stella che non c’è (2006), ispirato al romanzo di Ermanno Rea “La dismissione”, una storia che racconta il viaggio che il protagonista Sergio Castellitto compie in Cina per rintracciare l’acciaieria dismessa dove ha lavorato per molti anni. Il film viene presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 2006 e diventa anche questa volta cuore del dibattito culturale della critica cinematografica più accreditata.

Una vita costellata e segnata da decine di perle cinematografiche.

Nel 1982 il suo primo film, Colpire al cuore, è seguito da I ragazzi di via Panisperna, un film che racconta le vicende del gruppo di fisici di cui facevano parte, negli anni trenta, Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi, girato in due versioni – una più lunga per il piccolo schermo – e che ottiene numerosi riconoscimenti, tra cui il premio per la miglior sceneggiatura al Festival Europacinema di Bari, il premio per il miglior film al Festival di Abano Terme, e il Premio Valmarana.

Nel 1989 il film Porte aperte, tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia e interpretato da Gian Maria Volonté, lo lancia invece come autore di dimensioni internazionali e gli procura una candidatura per l’Oscar nel 1991. Vince inoltre 4 premi Felix, 2 Nastri d’argento, 4 David di Donatello e 3 Globi d’oro assegnati dalla stampa estera in Italia.

Amelio è un fiume in piena.

Nel tempo sarebbero poi arrivati film come Così ridevano, Leone d’Oro a Venezia nel 1998, Le chiavi di casa, La tenerezza, Hammamet e poi dopo Campo di battaglia, che ha riportato Amelio al centro del dibattito cinematografico italiano, confermando la sua capacità di affrontare temi storici e morali senza mai perdere forza narrativa.

Ma Gianni Amelio non è solo un grande regista, è soprattutto uno straordinario poeta moderno che ha trasportato e trasferito nei suoi film, e soprattutto nei suoi documentari, la profondità del suo “male oscuro” originario, e la bellezza struggente dei suoi ricordi più intimi.

“Io ho avuto un’infanzia –scrive il regista calabrese– che non rientra proprio nella norma familiare, perché sono vissuto senza una figura paterna, che tra l’altro ho conosciuto solamente quando avevo 17 anni. Tutto questo mi ha segnato in maniera negativa. A scuola mi ripetevano che non avevo un papà, eppure sapevano che non ero orfano. Mio padre era emigrato in Argentina e aveva in qualche modo abbandonato mia madre, come era successo anche a mia nonna e a tanta gente del mio paese, che è San Pietro di Magisano, in provincia di Catanzaro. All’epoca da noi esistevano le “vedove bianche”, ovvero quelle donne rimaste sole, a casa, per occuparsi dei figli perché i loro mariti sono stati costretti, per cercare fortuna, ad allontanarsi dalla loro terra per andare dall’altra parte dell’oceano. Questa è la mia storia, ma è anche quella di tante famiglie calabresi e siciliane che hanno vissuto negli anni prima della guerra e anche nel dopoguerra. Noi eravamo un po’ come i migranti di adesso o come gli albanesi che venivano nel nostro Paese. Il tema della paternità, che ricorre spesso nei miei film, nasce come una fatalità, da un bisogno interiore: nel momento in cui una persona ha sperimentato sulla propria pelle certe esperienze, è chiaro che in qualche modo queste emergano”.

Bellissima, solenne, quasi aulica, la motivazione che Piera Detassis, Presidente e Direttrice Artistica dell’Accademia del Cinema Italiano, ha scritto per questo suo “David di Donatello alla Carriera”.

L’Accademia del Cinema Italiano è onorata di assegnare il David di Donatello alla Carriera a Gianni Amelio celebrandone così l’immensa conoscenza del cinema, quasi una magnifica ossessione. La sua visione del mondo è profondamente umanistica e insieme intimamente immersa nella materia cinematografica. Nei suoi movimenti di macchina, nella densità delle inquadrature, nel rapporto quasi carnale con gli attori, tutti i più grandi, il cinema diventa forma viva, concreta, pulsante e a imporsi è l’emozione nei confronti degli esseri umani, soprattutto gli esclusi, i dimenticati, gli antagonisti, i teneri che non trovano casa nel mondo e che nel racconto assumono una levatura morale altissima. Con il cruciale capolavoro Lamerica ha anticipato uno dei grandi temi del nostro tempo, le migrazioni, con uguale vastità di sguardo ci ha trasportato nell’attualità cruda della guerra nel suo film più recente, Campo di battaglia”

Ma c’è molto di più nella motivazione ufficiale con cui Amelio riceve il David di Donatello.

Gianni Amelio -aggiunge Piera Detassis- è il cinema: lo è per passione, per identificazione, per la capacità affabulatoria con cui sa raccontarlo nei suoi libri, per la capacità unica di coniugare visione, pura immaginazione e forte sentimento civile e sociale. Collezionista di film, maestro, scrittore, appassionato al cinema più raffinato quanto a quello più popolare, capace di non chiudersi mai nel pensiero rassicurante, Gianni Amelio merita un posto speciale nella nostra storia culturale. Il David alla Carriera vuol essere il ringraziamento per la vertigine narrativa che continuano a regalarci le sue opere”.

E’ quanto basta per credere che anche la Calabria ha da oggi un posto di assoluto rilievo nella storia del cinema. Chi l’avrebbe mai immaginato?

Grazie Maestro Amelio.

TUTTO SU AMELIO, O QUASI…

La sua produzione letteraria è pari a quella di uno scrittore famoso

di Pino Nano

Dire che io mi sia follemente innamorato del personaggio è dire poco. Ho letto le sue cose e ho studiato la sua storia per settimane, perché quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del David di Donatello che il 6 maggio 2026 gli sarebbe stato assegnato a Cinecittà per una carriera semplicemente straordinaria, ho intuito che il personaggio andava raccontato bene e fino in fondo, con grande attenzione ai dettagli della sua vita, e che la critica che oggi più conta non avrebbe mai permesso a nessuno un racconto leggero o peggio ancora superficiale e approssimativo. E a venirmi incontro, devo riconoscere, e di questo gli devo un grazie davvero speciale, è stato uno dei pionieri della RAI in Calabria, Antonio Minasi, storico Capo dei primi programmi regionali della RAI regionale e che aveva studiato Amelio prima di me in passato per via del suo giornale, Itaca Mondo. Bene, Antonio Minasi mi fa trovare a casa sua una busta con dentro un carteggio sull’impegno cinematografico di Amelio da farmi impallidire, e da cui viene fuori un dato per niente scontato che è questo: guai a ricordare negli anni che verranno Gianni Amelio esclusivamente come un regista del cinema italiano, perché Amelio in realtà è molto ma molto di più. Non solo un grande regista, dunque, ma anche un raffinato intellettuale contemporaneo, uno scrittore e un saggista di grande impatto mediatico, un critico cinematografico come pochi altri al mondo, ma oserei dire anche un critico letterario di grande carisma, un autore che vive portandosi sempre il cuore in tasca e che a 80 anni già fatti sa ancora commuoversi e commuovere. Io proverò qui a darvi solo un’idea delle mille cose che su di lui sono state scritte e raccontate, partendo proprio dai suoi testi e dai titoli dei suoi film più belli. Grazie Maestro per questo immenso tesoro che oggi lascia alle nuove generazioni.

LAMERICA

Casa editrice: Einaudi

A cura di Piera Detassis

177 pagine

Pubblicato a Gennaio 1997

E’ il racconto del film di cui Amelio fu regista, e che narra di due italiani che vogliono impiantare una truffa miliardaria fingendo di fondare un’azienda in Albania per poi rivenderla, come un guscio vuoto, a prezzi altissimi. I due sono il prodotto dell’Italia, anni ’80; senso del facile, spregiudicatezza, insensibilità. Ma le cose si complicano. Un personaggio sarà costretto ad una indimenticabile odissea nel mondo di fame e miseria, ma anche di grande umanità che è questo paese del terzo mondo nel cuore dell’occidente. Il libro narra il travagliato processo di modificazione che la storia ed il film hanno subito nel corso della lavorazione; diventa un diario di viaggio del film e dentro il film.

IL VIZIO DEL CINEMA

Casa editrice: Einaudi

324 pagine

Pubblicato a Gennaio 2004

Abbiamo tutti il «vizio del cinema», quello che ci fa vivere un film come una seconda vita che interpreta ed esalta la prima. Ma quando a raccontare questo «vizio» è un regista come Gianni Amelio, uno dei maestri del cinema italiano, che ci fa vedere anche la «cassetta degli attrezzi» nascosta in ogni film, il divertimento si moltiplica. E impariamo non solo come vedere e amare il cinema, ma anche come farlo. Dai classici di Quarto potere, Casablanca e La dolce vita ai capiscuola piú nascosti, fino alla Hollywood ultraspettacolare di oggi, questo libro condensa uno sterminato sapere in una successione ordinata di lemmi che formano «il» tesoro indispensabile del cinema di ogni tempo, dal punto di vista di un regista. Ritratto appassionato della «settima arte» dall’interno, diario fitto di aneddoti divertenti, Il vizio del cinema insegna senza pedanteria non solo come «vedere» un film, ma come farlo: perché, di ogni film scelto, Amelio ci svela, con leggerezza, anche il lato «tecnico», fino a comporre un ideale panorama di tutto ciò che bisogna davvero sapere quando parliamo di film. E accanto alla «storia» del cinema prende corpo una storia delle persone in carne e ossa che l’hanno fatto e lo fanno, e che ne costituiscono la verità definitiva.

PADRE QUOTIDIANO

Casa editrice: Mondadori

157 pagine

Pubblicato a Gennaio 2018

«Ethem mi venne incontro per salutarmi, ma non come faceva di solito, accostando le guance per tre volte. Adesso mi tenne stretto, mi si aggrappò addosso. Poi gli uscì una frase che forse mi aveva già detto altre volte, e c’era la parola bir, figlio. L’assistente tradusse sottovoce, perché anche a lui suonava strano quello che doveva ripetere: “Fino a oggi è stato figlio mio. Da domani sarà figlio tuo”.»

Durante le riprese di Lamerica, nel 1993, Gianni Amelio riceve da Ethem Zekaj, padre del giovane albanese il cui sguardo riempie l’ultima immagine del film, una proposta sconcertante che è, insieme, un ordine e una preghiera, e ha il potere di risvegliare in lui, il «regissore» italiano, le tracce di un’antica ferita, l’assenza di un altro padre – il suo – conosciuto troppo tardi. Fra slanci emotivi e incomprensioni, reciproca diffidenza e imprevedibili affinità, in un dialogo che vive soprattutto di silenzi, il rapporto con Ethem, personaggio chiave della storia, si fa sempre più profondo. E Amelio racconta come abbia deciso di adottare quel ragazzo, onorando l’atto d’amore di un padre pronto a separarsi da suo figlio per dargli un futuro meno incerto.

La narrazione di questa esperienza intima acquista nelle pagine del libro un profondo respiro corale: l’apprendistato di padre putativo è scandito dalle fasi della travagliata lavorazione del film e dal ritratto di un’Albania ancora schiacciata dalle macerie della dittatura, tanto lontana dall’Italia di allora e tanto simile alla Calabria del dopoguerra, dove Amelio ha vissuto la sua infanzia.

Sospeso fra due paesi, due caratteri, due culture, Padre quotidiano rievoca gli anni inquieti in cui si aprì la stagione delle migrazioni via mare, che continua a riversare sulle coste italiane il suo carico di dolore e di morte. Ma il ricordo viene qui addolcito, quasi purificato, dalla nascita di un legame affettivo che sfida i pregiudizi e s’impone con la forza necessaria per arginare l’indifferenza comune. Una vicenda personale diventa simbolica, scava a fondo nel privato, anche con durezza, fino a raggiungere un’emozione che ci coinvolge tutti.

POLITEAMA

Casa editrice: Mondadori

176 pagine

Pubblicato a Agosto 2016

Nel Sud affannato degli anni Cinquanta, Luigino vive un’infanzia di stenti e di rabbia, che lo fanno diventare adulto troppo in fretta. Fuori da ogni legame famigliare, perché la madre giovanissima è rinchiusa in un manicomio e del padre non si è mai saputo nemmeno il nome. Luigino ha un sogno: cantare alla radio e magari nella nascente televisione. Mentre cresce resistendo impavido a ogni disavventura e accettando con candore la fragilità delle proprie pulsioni, la sua voce diventa sempre più morbida e flessuosa, come quella delle dive di Sanremo e delle grandi soubrette della rivista. Che qualcuno gli propone di imitare nelle arene dei circhi o sui palcoscenici dell’avanspettacolo. Il pubblico lo applaude e lo beffeggia, lo esalta e lo umilia, senza riuscire a scalfirne la naturale innocenza. Quando la strada dello spettacolo gli viene brutalmente preclusa, Luigi decide di partire per Roma, alla ricerca di un proprio posto nel mondo, per ritrovarsi in mezzo a un’umanità sospesa sull’orlo di un invisibile precipizio. Finché una sera incontra Elide, quindicenne cameriera sola come lui, che gli farà riassaporare per un istante la dolcezza degli affetti e, subito dopo, lo strazio dell’abbandono, trascinando la sua vita in una discesa feroce dall’esito imprevedibile. L’esordio narrativo di Gianni Amelio è uno struggente romanzo di formazione, tenero e crudele, disperato e solare, che non assomiglia a nessun altro. Sostenuto da una scrittura essenziale che punta al cuore delle cose, svela, nel filo della sua trama, un sentimento d’incrollabile fiducia nella forza della diversità, nella lucida follia che aiuta ogni essere umano a sopravvivere, anche quando sembra che stia calando una notte senza alba.

L’ORA DI REGIA

Casa editrice: Rubbettino

157 pagine

Pubblicato a Aprile 2016

“La regia ha qualcosa che sfugge a un insegnamento organico così come a un apprendimento immediato. […] È probabile che in una scuola di cinema non ci siano nemmeno dei metodi assoluti, ma un insieme di fattori che di volta in volta un docente deve tirare fuori […]. Io continuo a credere che il cinema ti dia la possibilità di mentire ma nello stesso tempo sveli più di ogni altro mezzo le tue bugie. Se ci fosse ancora il dibattito sullo specifico filmico, sarei tentato d’indicarlo nell’implacabilità, diciamo così, della macchina da presa. Appena sostituisci il tuo occhio con un obiettivo, la cinepresa produce più una radiografia che uno sguardo. Quindi, se vuoi mentire, vieni scoperto subito.” (Gianni Amelio) “Il mio primo film sono gli anni del Centro Sperimentale di Cinematografia […]. Quella scuola per me era il Cinema con la C maiuscola, solo a leggere i nomi degli allievi e dei docenti che erano passati per quelle aule provavo un senso di soggezione: erano una parte della storia del cinema, italiano e non solo. Per questo gli anni di scuola li ho presi così seriamente e senza perdonarmi nulla.” (Francesco Munzi) Una chiacchierata tra un ex maestro e un ex allievo, che parte dalle aule del Centro Sperimentale e si allarga al senso del mestiere di regista. Per alcune settimane, nell’estate del 2015, i registi di due generazioni si sono incontrati da soli, davanti a un registratore, e hanno poi rivisto e riscritto decine di ore di conversazione, fino a produrre questo volume.

IL LADRO DI BAMBINI

Casa editrice: Archimede

224 pagine

Pubblicato a Marzo 1994

Che cos’hanno in comune una ragazzina dodicenne, precocemente piegata da esperienze di miseria economica e morale, il fratellino, silenzioso di fronte ai drammi quotidiani, e un giovane carabiniere ca-labrese, emigrato a Milano, a cui viene affidato il compito di condurre i due bambini in un orfanotrofio del Mezzogiorno? I protagonisti della storia lo scopriranno a poco a poco, nel corso di un lungo viaggio dal Nord al Sud della Penisola, che costituisce quasi un ritorno alle origini, che fa riscoprire le radici profonde dei rapporti umani, al di là delle convenzioni e delle consuetudini sociali. Una vicen-da di poetica utopia e al contempo un lucido quadro dell’Italia di oggi, magistralmente raccontata nel film premiato a Cannes.

AMELIO SECONDO IL CINEMA

Casa editrice: Donzelli

142 pagine

Pubblicato a Dicembre 1993

«Ricordo come una delle cose più strazianti e tenere della mia vita quando un giorno, camminando per il mio paese con mia nonna, una contadina che aveva studiato fino alla seconda elementare, vidi sul muro delle scritte sbiaditissime che dicevano: vota tal dei tali. Io chiesi a mia nonna che cosa volessero dire, e lei non seppe rispondere. Ci rimasi molto male: volevo sapere tante cose e non c’era la possibilità di saperle, se non – uccidendo – in qualche modo le persone che amavo. Sono dovuto andar via di casa per avere la libertà di leggere un libro. C’è stato un periodo molto lungo della mia vita – quello che altri registi come Bernardo Bertolucci o Marco Bellocchio hanno sfruttato per fare – in cui io ho dovuto cercare di capire cosa fare. Io i mezzi per capire non li avevo; ho avuto confusamente delle occasioni, e sono stato ben felice di coglierle perché erano fonte di esperienza. Perciò non teorizzo la mia avventura nel cinema come qualcosa che tutti dovrebbero seguire. A cose fatte posso dire che proprio questo tipo di esperienza mi ha portato ad essere abbastanza disincantato, a vedere meno narcisisticamente il mondo. Per questo, quando trovo davanti a me qualcuno che non è della mia pasta, penso a quella frase che nel film Porte aperte ho messo in bocca a un personaggio di Sciascia, interpretato da Carpentieri. A un certo punto questo personaggio, un contadino, dice al presidente del tribunale: – Non può che esserci conflitto tra me e lei. La sua vita è stata troppo diversa dalla mia -. Ecco perché uno poi arriva in Albania e trova la propria lingua: oggi, in Albania, parlo con una donna e vedo veramente mia madre… Chissà se l’Albania, così come io l’ho vissuta e raccontata in Lamerica, esiste davvero…»

GIANNI AMELIO

Casa Editrice Marsilio

a cura di Pedro Armocida, Anton Giulio Mancino

pp. 352, 1° ed.

Pubblicato a maggio 2025

Mezzo secolo separa il primo lungometraggio per il cinema di Gianni Amelio, Colpire al cuore (1983), dal più recente, Campo di battaglia (2024), lungo un percorso che comprende gli esperimenti televisivi per la Rai degli anni settanta – a cominciare da La fine del gioco (1970) –, quindi i cortometraggi, i documentari, i romanzi e tutti gli altri preziosi tasselli di un puzzle fitto dove le domande contano più delle risposte, il richiamo a un magistero vigile e nonviolento si fa scelta di campo rigorosa, pedagogia meditata e pungolo intransigente. Più di cinquant’anni di cinema nell’accezione lata e polivalente hanno consentito all’autore calabrese di portare in dote a più riprese il fardello dell’infanzia, l’ansia dell’adolescenza e lo scotto dell’età adulta, categorie inseparabili, contigue, conflittuali e dissolventi l’una nell’altra. Donde il successo internazionale ottenuto con Il ladro di bambini (1992), Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes, e quello di Così ridevano (1998), Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, film spartiacque con la produzione successiva degli anni duemila, in questo volume appositamente messa in risalto anche con una “lista” di film altrui stilata da Amelio, consapevole come sempre di un percorso di crescita creativa che l’ha portato senza indugi al di fuori della sua stessa zona di comfort consolidata. Un cinema, il suo, che interroga costantemente e con ostinazione lo spettatore sullo statuto delle immagini, la storia più recente e controversa del nostro Paese, i corsi e ricorsi di una drammatica e pericolosa partita, plurisecolare e impegnativa. Un’opera e uno stile inconfondibili che si sviluppano mediante una perpetua riscrittura ed evoluzione, dentro un principio di coerenza inalienabile, e chiamano in causa la funzione stessa dello sguardo, il mezzo tecnico e i fantasmi della coscienza, la forma e la sostanza della rappresentazione.

GIANNI AMELIO, LE CHIAVI DEL CINEMA

Editore: Centro Sperimentale di Cinematografia; Sabinae

a cura di Emanuela Martini

pp.199

N°605, Gennaio-Aprile 2023

«Bianco e Nero» continua nella sua indagine sul cinema contemporaneo e nella sua celebrazione delle eccellenze del Centro Sperimentale di Cinematografia. Gianni Amelio, infatti, è stato a più riprese insegnante di Regia nella prestigiosa scuola. Ma prima di tutto Gianni Amelio è un grande regista, uno dei più grandi fra coloro che oggi lavorano nel cinema italiano. Ed è un innamorato del cinema a 360 gradi: per lui il cinema è un’arte complessa che racchiude in sé mille discipline: ovviamente la regia, ma anche la scrittura, la lettura dei romanzi dai quali a volte si parte per andare in tutt’altre direzioni, la recitazione e la complicità con gli attori, e prima ancora la produzione, e a monte di tutto ciò, l’amore per il cinema degli altri, che Amelio ha visto divorato e digerito, che ricorda come nessun altro. Il regista si racconta in una lunga, preziosa intervista inedita realizzata da Alberto Crespi e da Emanuela Martini, che è anche la curatrice del numero. Con interventi di Marco Tullio Giordana, Luigi Lo Cascio, Enrico Vanzina, Chiara Valerio, Daniele Vicari, Franco Piersanti, Giuseppe Gaudino, Gianluca e Massimiliano De Serio, Paolo Mereghetti, Roberto Escobar, Maurizio Porro, Paolo Di Paolo e tanti altri.

LE CHIAVI DI CASA

Casa editrice: Marsilio

105 pagine

Pubblicato a Agosto 2004

Paolo è un quindicenne handicappato a causa di complicazioni sopravvenute durante il parto, nel quale la madre ha perso la vita. Sono gli zii a prendersi cura di lui, dopo che il padre, Gianni, atterrito dall’enormità di questo fatto, lo ha abbandonato. Finché uno zio decide che padre e figlio devono finalmente conoscersi e così Gianni accompagna Paolo a Berlino per le consuete visite specialistiche, lunghe e dolorose. L’impatto iniziale per il padre è durissimo: prendersi cura del ragazzo è difficile e la sua inesperienza viene continuamente colmata da Paolo, che invece sa come affrontare una situazione che per lui è routine. Ispirato al romanzo di Giuseppe Pontiggia “Nato due volte”.

COSI’ RIDEVANO

Casa editrice: Lindau

244 pagine

Pubblicato a Dicembre 1998

Il volume è dedicato al film che ha consacrato la fama di Gianni Amelio e che si è imposto all’ultima Mostra di Venezia vincendo il Leone d’Oro. Il cuore del libro è rappresentato dalla sceneggiatura integrale del film, accompagnata da una serie di oltre cento immagini (fotogrammi e foto di scena). A essa si accompagna un lungo testo in cui il regista racconta in prima persona il suo lavoro sul set, e un intervento di Franco Prono, curatore del volume.

UN FILM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

Casa editrice: Einaudi

373 pagine

Pubblicato a Febbraio 2010

In questo nuovo libro sul cinema Gianni Amelio racconta in soggettiva gli incontri con i maestri del cinema, con gli attori, le dive, e con il mondo leggendario che ruota attorno alla settima arte. Ma le curiosità più rare nascono dai film, classici e moderni, visti con gli occhi di uno specialista acuto e appassionato. Un libro che parla del desiderio di fare il cinema, ma anche del piacere che si prova davanti allo schermo.

LA STELLA CHE NON C’E’

Casa editrice: Marsilio

170 pagine

Pubblicato a Luglio 2006

Un gruppo di industriali cinesi arriva in Italia per acquistare un altoforno da un’acciaieria che sta per chiudere. Vincenzo Buonavolontà, responsabile della manutenzione dell’impianto, sa che la macchina in vendita è difettosa e vuole riparare il guasto per evitare fatali incidenti. Per questo, in un concitato colloquio intermediato da una giovane traduttrice cinese, chiede tempo al responsabile della delegazione. Malgrado le rassicurazioni ricevute, la delegazione cinese riparte in tutta fretta con l’altoforno, smontato rapidamente con la fiamma ossidrica. Così, quando Vincenzo scopre qual è il guasto e come risolverlo, non gli resta che partire per Shanghai con la nuova centralina idraulica da sostituire. Qui, però, riceve una fredda accoglienza dalla ditta di intermediazione che si è occupata di acquistare l’altoforno per un cliente, del quale non gli viene fornito l’indirizzo. L’incontro fortuito sul posto con la giovane traduttrice che aveva conosciuto in Italia ed alla quale ha fatto involontariamente perdere il posto di lavoro, renderà possibile iniziare la ricerca di dove è stato collocato il macchinario, in un lungo viaggio all’interno della Cina e dentro sé stesso.

I suoi film al cinema

-Undici immigrati – cortometraggio documentario (1967)

-Il campione – cortometraggio (1967)

-La fine del gioco, serie Programmi sperimentali per la TV – film TV (1970)

-La città del sole, serie Programmi sperimentali per la TV – film TV (1973)

-Bertolucci secondo il cinema, serie Programmi sperimentali per la TV – documentario (1976)

-Effetti speciali, serie L’ultima scena – Cinque storie fantastiche sul mondo dello spettacolo – film TV (1978)

-La morte al lavoro, serie L’ultima scena – Cinque storie fantastiche sul mondo dello spettacolo – film TV (1978)

-Il piccolo Archimede, serie Novelle dall’Italia – film TV (1979)

-In cammino – cortometraggio (1979)

I velieri, serie Dieci registi italiani, dieci racconti italiani – serie TV (1983)

-Vocazione – cortometraggio (1984)

-Passeggeri – cortometraggio (1984)

-Idalina – cortometraggio (1984)

-La squadra del lunedì – cortometraggio (1985)

-Camera oscura – cortometraggio (1985)

-6 Mina – cortometraggio (1985)

-Non è finita la pace, cioè la guerra – cortometraggio documentario (1997)

-Poveri noi, episodio di Alfabeto italiano – mediometraggio documentario (1998)

Gianluigi Greco

“Maestro l’UNICAL l’aspetta. Torni a trovare i nostri studenti”

“Il conferimento del David di Donatello alla carriera a Gianni Amelio rappresenta un momento di profondo orgoglio per l’intera comunità accademica dell’Università della Calabria. Esso conferma la lungimiranza di questo Ateneo che, esattamente trent’anni fa, ebbe il merito di intuire lo straordinario valore artistico di un Maestro che oggi riceve uno dei massimi tributi professionali.

Per l’istituzione che mi onoro di guidare, Amelio è infatti una figura di riferimento legata alla nostra storia, da quando la Facoltà di Lettere e Filosofia gli riconobbe la Laurea Honoris Causa in DAMS. Oltre alle doti professionali, mi piace però oggi sottolineare anche la sua grande statura umana, che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni specie in relazione della sua esperienza di adozione, un esempio di altissimo valore civile che richiama la visione del nostro primo Rettore, Beniamino Andreatta.

Auspico che in un prossimo futuro Gianni Amelio possa rinsaldare la vicinanza con l’Unical attraverso una visita ufficiale al Campus, un’occasione preziosa per permettere ai nostri studenti di confrontarsi direttamente con la sua sensibilità artistica.

“Immaginiamo, a tal proposito, una sua lectio magistralis in cui il racconto del cinema si intrecci con quello della vita, offrendo ai giovani della nostra Università una lezione di umanità e impegno culturale che solo un’icona del suo calibro può trasmettere”.

Gianluigi Greco, Magnifico Rettore dell’Università della Calabria

Il Grazie di Magisano

“Tanto si potrebbe dire di Gianni Amelio, figlio illustre di questa terra calabra, nato a San Pietro di Magisano, un piccolo borgo della provincia di Catanzaro che oggi lo osserva con infinita stima. Grazie a una profonda curiosità epistemica e a una caparbietà fuori dal comune, Gianni è diventato un regista autorevole e poliedrico, colonna portante del panorama cinematografico italiano.

Eppure, il suo successo non ha mai offuscato le sue origini: il suo vissuto e le sue radici riemergono con una forza sentimentale travolgente in ogni sua opera, segno di un legame mai interrotto con il nostro territorio. La sua carriera è la dimostrazione di come l’identità locale possa farsi linguaggio universale. Grazie, Gianni Amelio, per aver dato lustro al Comune di Magisano e all’intera Calabria, portando nel mondo la parte più vera e sensibile della nostra anima.”

Antonio Lostumbo, Sindaco di Magisano

Gianni Amelio e Vittorio De Seta

Di Annamaria De Luca

I De Seta erano originari di Belvedere Marittimo, sulla costa tirrenica calabrese. Ma fu a Catanzaro che la famiglia costruì la sua presenza pubblica, il suo peso, la sua reputazione. Tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, i fratelli Enrico e Francesco De Seta erano figure di primo piano nella vita civile e politica della città.

Enrico, avvocato noto e ricco, presidente dell’ordine forense, senatore del Regno, sindaco di Catanzaro per ben tre legislature. Francesco, il fratello minore (che le carte dell’epoca citano col titolo di marchese) era stato sindaco ancora prima di lui, nel 1877, poi deputato al parlamento, poi prefetto in numerose città d’Italia.

Il figlio di Francesco, Giuseppe, aveva seguito la stessa traiettoria: prefetto di Palermo. Vittorio De Seta si trovò quindi a nascere cosi, con padre prefetto e zio marchese, a Palermo, in una di quelle famiglie che in Sicilia significavano un certo distacco dal resto del mondo, separazione dal “popolo minuto” di cui si occupava la politica senza mai davvero conoscerlo.

Eppure negli anni Cinquanta va in Calabria con la macchina da presa e fa una cosa rivoluzionaria: guarda, guarda davvero, i pescatori di Scilla che tirano le reti all’alba, i contadini del mare che vivono in una miseria antica e dignitosa.

Nascere dall’alto e scegliere il basso, non per populismo né per senso di colpa, ma per qualcosa di più misterioso, la sensazione che la verità stia sempre dall’altra parte di ciò che si è, che lo sguardo autentico costi sempre una traversata.

Amelio lo capì benissimo, e lo scrisse in un suo ricordo su “Il Quaderno del Cinemareale”: “Vittorio è un uomo che nella vita ha dovuto lottare contro la propria origine di ‘nobile’ siciliano, in un periodo in cui esserlo significava un distacco netto dai comuni mortali. Non è un caso che poi si sia messo dalla parte dei pescatori, dei pastori, dei contadini“.

Non è un caso. Appunto. Non fu mai un caso.

Tra il 1955 e il 1961 De Seta gira una serie di lavori— Surfarara, Contadini del mare, e molti altri — che sono tra le cose più vere che il cinema italiano abbia mai prodotto. Nel 1961 arriva Banditi a Orgosolo: la Sardegna, i pastori, la legge assente e la giustizia impossibile. Un film che fa paura perché non mente, che disturba perché non consola.  In quegli stessi anni, un ragazzo cresce a San Pietro Magisano: Gianni Amelio. Nasce nel 1945, e cresce in quella terra che De Seta sta filmando, a sei chilometri di distanza. Non si conoscono ancora. Ma il cinema, a volte, prepara gli incontri con decenni di anticipo.

1964, la prima telefonata di Amelio a De Seta

Gianni Amelio nel 1964, attraverso il Circolo Gobbetti di Torino, dove nel frattempo si è trasferito (perché si andava sempre al Nord, in quegli anni, se volevi fare qualcosa) decide di aiutare ad organizzare uno dei primissimi omaggi italiani a Banditi a Orgosolo. Non è un cinefilo che applaude, è un calabrese che riconosce. Che dice: questo sguardo lo conosco, questa terra la conosco, questo dolore lo conosco. Poi, nell’aprile del 1965, prende il telefono: l’allora ventenne chiama uno dei più grandi registi italiani. Non per chiedere un favore ma per offrirne uno: sé stesso, come assistente volontario. De Seta accetta. E Amelio entra sul set di Un uomo a metà, nel 1966, trovando qualcosa che non si aspettava.

La grandezza e il timore

Ci sono uomini che portano la loro grandezza come un peso, non come un privilegio. De Seta era uno di questi. Sul set di Un uomo a metà, scriverà Amelio decenni dopo, “aveva l’aria di un ragazzo che comincia a fare il cinema“, non la sicurezza del regista consacrato, non l’autorità del maestro, ma il tremore di chi sente che ciò che vuole dire è troppo grande per le parole che ha a disposizione. De Seta “teme di essere inadeguato, soffre di non saper spiegare agli altri quello che sente“.  È la condanna dei veri artisti: vedere tutto con una chiarezza assoluta e poi trovarsi muti davanti agli altri.  

“Vittorio è stato l’allievo e contemporaneamente il maestro di sé stesso

Passano anni. De Seta nel 1973 realizza quello che Amelio considererà per sempre la sua opera più grande: Diario di un maestro. È la storia di Bruno Cirino, un insegnante elementare che va a fare lezione nei quartieri poveri di Roma e scopre che i bambini sanno già tutto quello che lui vorrebbe insegnargli, o almeno, sanno le cose che contano davvero. Scriverà anni dopo Amelio: “Nel Diario di un maestro c’è la volontà di essere un bambino che deve imparare, e nello stesso tempo di essere un maestro che deve insegnare a un bambino come si impara. È lo stesso rapporto che lui ha instaurato con me. Vittorio è stato l’allievo e contemporaneamente il maestro di se stesso. Come Bruno Cirino, che acquista il sapere dai mocciosi della sua scuola. È una cosa mirabile. E la sua più grande lezione.”

La Calabria e quei sei chilometri tra Sellia e

De Seta ci ritorna dopo anni vissuti a Roma, dopo il cinema, dopo i premi e i silenzi e le incomprensioni. Sceglie Sellia Marina, a sei chilometri dal paese natale di Gianni Amelio, come si sceglie un rifugio, con la speranza che sappia ancora tenere insieme ciò che la vita ha disperso. Ma la Calabria che trova non era più quella che aveva immortalato nei cortometraggi degli anni Cinquanta, non è più la Calabria di pescatori e pastori e contadini che vivevano dentro una miseria antica e dignitosa. Trova qualcos’altro: da terra di braccianti a terra di affarismo truccato da industria.”  E ne soffre. Non di nostalgia — Amelio ci tiene a precisarlo, ed è una precisazione che pesa — ma di qualcosa di più severo: il disprezzo per quello che è stato fatto al Sud, per la violenza lenta e sorridente di uno sviluppo che non sviluppa nulla, che distrugge senza costruire, che modernizza la miseria invece di eliminarla.

Nel frattempo Amelio ha fatto il suo cinema. Nel 1992 Il ladro di bambini vince il Grand Prix a Cannes. È la storia di un carabiniere che porta due bambini al Sud, verso parenti che non esistono o che rifiutano, e in quel viaggio verso il nulla costruisce qualcosa di vero. La Calabria come approdo impossibile. Come promessa che non si mantiene, e però resta promessa.

De Seta lo vede. E nelle lettere brevi e affettuose che scrive ad Amelio in quegli anni — con quel candore che gli era proprio — lo cita come prova della sua maturità artistica, e gli chiede: “Come hai fatto a dirigere Valentina e Giuseppe?”  Nel 1998 arriva Così ridevano, Leone d’oro a Venezia. Due fratelli calabresi a Torino, l’amore fraterno che si incrina sotto il peso dell’adattamento. Qui la Calabria non appare quasi mai sullo schermo, eppure è ovunque nella lingua, nel corpo, nei silenzi di chi ha dovuto smettere di essere ciò che era. È la lezione di De Seta portata alle sue conseguenze più dolorose: il Sud non come sfondo pittoresco, ma come radice che non si lascia estirpare.

Cosenza, 1993: il confronto dopo trent’anni

Prima di tutto questo, però, c’era stato un incontro. Nel 1993, a Cosenza, i due si ritrovano dopo trentadue anni per una proiezione di In Calabria con dibattito. E là, fuori dal cinema, De Seta fa una domanda che Gianni Amelio riporterà, anni dopo, in un articolo: “Adesso che non ci sente nessuno, mi puoi dire se davvero ho sbagliato? Mi criticano tutti…”  Amelio gli risponde che il film gli somiglia, che è sincero. Alla fine è De Seta a convincerlo che forse aveva ragione: non era necessario spiegare, perché le immagini parlavano da sole, secondo quello che era sempre stato il suo insegnamento. Questa volta De Seta sentiva di aver ceduto per la prima volta in vita sua alle richieste di una committenza, di aver chinato la testa davanti al “falso problema dell’immagine nuda, che al pubblico della televisione non arriva, e quindi ha bisogno di tanta musica e di tante parole sopra”. La committenza che vuole la spiegazione, che non si fida dell’immagine, che ha paura del silenzio. È una battaglia antica. E De Seta l’aveva persa, almeno quella volta. E ne soffriva come si soffre per una resa. Oggi lo ricordano tutti come il grande innovatore del genere documentario, per aver avuto il coraggio di eliminare la voce fuori campo e adoperare le tecniche del cinema americano, grande formato e colore, soffermandosi sulla civiltà contadina del sud. 

 2001, la telefonata di De Seta ad Amelio

Poi arriva il 2001. Stavolta è De Seta a chiamare. “Sono a Roma, avrei bisogno di parlarti, se hai un po’ di tempo”.  Si incontrano in un bar di Prati, il quartiere dove abita Amelio. Non si vedevano da quasi dieci anni, dall’incontro di Cosenza. Adesso De Seta sta preparando Lettere dal Sahara e dice ad Amelio quello che un maestro raramente dice a un allievo: che non sa più da dove cominciare, che non conosce più nessuno, che teme di aver dimenticato come si fa il cinema.   De Seta in quel bar di Prati non è solo un regista che ha paura di un nuovo film. È un uomo che ha costruito la sua vita intera su uno sguardo onesto, e teme che quello sguardo lo abbia abbandonato. Amelio riconosce tutto: “lo stesso De Seta che avevo conosciuto sul set trent’anni prima — il timore di essere inadeguato, il dolore di non saper spiegare agli altri quello che sentiva di dover fare“. Non può consolarlo. Sa solo riconoscerlo. La grandezza non li ha separati. 

Gennaio 2012, si chiude il cerchio

De Seta muore nel 2011. Amelio, il gennaio dell’anno dopo, è alla Casa del Cinema di Roma per l’omaggio più grande che la capitale abbia mai dedicato a un cineasta italiano: diciotto schermi, biblioteche comunali, sale d’essai, università. Tre settimane di proiezioni distribuite in tutta la città, dal 14 gennaio al 1° febbraio 2012.

È un cerchio che si chiude: Amelio che nel 1964 promuoveva De Seta attraverso un piccolo circolo torinese, ragazzo senza nome e senza potere; e Amelio che nel 2012, con tutto il peso del suo nome, restituisce a De Seta diciotto schermi e una città intera. Quasi cinquant’anni dopo, sul filo dell’etica dello sguardo, di una Calabria sempre assente e sempre presente. 

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