
“Il cancro? In parte lo abbiamo già sconfitto”
di Pino Nano
“Il paziente ammalato di cancro non deve mai perdere la speranza. Mai. La speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura. Bisogna fare tutto il possibile perché ogni ammalato possa convivere con la malattia, e senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia. La nostra missione è personalizzare i trattamenti medici e sviluppare nuovi farmaci antitumorali per garantire trattamenti più mirati e più efficaci contro il cancro. Il nostro obiettivo è personalizzare il trattamento sulla base delle caratteristiche genetiche e fenotipiche del tumore e fornire al paziente una maggiore comprensione della malattia, senza sottovalutare le ansie e le aspettative personali”.
La storia e la vita professionale di Giuseppe Curigliano, prossimo Presidente degli Oncologi Europei, sono un pezzo fondamentale della storia della ricerca scientifica internazionale sul fronte dei tumori. Un tempo si diceva dei chirurghi più bravi “un principe della medicina”, nel suo caso questa definizione potrebbe essere riduttiva e fuorviante, perché siamo in presenza di uno scienziato puro che ha dedicato la sua esistenza alla comprensione del cancro e al modo migliore per combatterlo.
“Se non fossi diventato un oncologo, sarei diventato un professore di filologia. Sono certo che la cultura classica disarma ogni male”. Un vero e proprio mostro sacro di questa branca della medicina moderna, di cui sentiremo parlare ancora negli anni che verranno per le risposte -positive ma anche negative- che le sue ricerche daranno a milioni di ammalati.
Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Milano, lui oggi è il Direttore della Divisione di Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative e condirettore del Programma Nuovi Farmaci presso l’Istituto Europeo di Oncologia, il famoso Ospedale di Umberto Veronesi, ed è responsabile del Reparto di Degenza Medica per i tumori solidi.
La sua esperienza clinica è concentrata sullo sviluppo di nuovi farmaci ed approcci terapeutici innovativi, con particolare interesse nel trattamento del tumore mammario. Il suo staff include 9 medici di cui un clinical scientist, che svolge il ruolo essenziale di collegamento tra clinica e la ricerca traslazionale. L’attività della Divisione si svolge nel reparto di Degenza, Day Hospital e Ambulatorio ed è integrata dall’attività di 4 infermieri di ricerca e 4 data managers.
Un uomo dai numeri record Ogni anno la sua Divisione eroga circa 3500 prestazione ambulatoriali e 1500 prestazioni di Day Hospital nell’ambito di studi clinici con trattamenti innovativi e terapie sperimentali (in prevalenza sul tumore mammario). Dirige la Scuola di Specializzazione di Oncologia Medica dell’Università Statale di Milano, la Scuola più prestigiosa d’Italia che vanta 150 iscritti, il futuro dell’oncologia nazionale.
Possiamo dire di essere ai massimi livelli della ricerca.
“Con le tecnologie di oggi si può intercettare il cancro. Scoprirlo prima -sottolinea lo studioso- significa identificarlo in uno stadio precoce e guarirlo. Oggi utilizziamo la biopsia liquida, troviamo tracce del Dna tumorale nel sangue periferico. Oggi per vedere il tumore noi abbiamo la Tac, la Risonanza Magnetica, la Pet con glucosio. Per la Pet inietti zucchero, la cellula tumorale se lo mangia, e si illumina. Ma lo zucchero è aspecifico, non riesce sempre ad identificare bene le cellule tumorali. Con le nuove tecnologie inietti peptidi, piccoli frammenti di proteine che raggiungono selettivamente le cellule tumorali e le illuminano, ci permettono capire dove sono. Si chiama diagnostica nucleare”
Nel corso degli ultimi 10 anni Giuseppe Curigliano è stato invitato come relatore a tenere seminari nell’ambito dei meeting delle società nazionali di diversi paesi extra-europei, USA, Canada, Giappone, Korea, Australia, Russia, India, Brasile, Argentina, Colombia, Messico, Francia, Inghilterra, Islanda, Svezia, Olanda, Spagna, Austria, Svizzera, Portogallo, Singapore, Belgio, Germania, Russia, Serbia, Romania, Bulgaria, e naturalmente l’Italia.
Professore posso scrivere che lei è cittadino canadese?
Sono cittadino canadese solo per esserci nato in Canada. Poi ho una meravigliosa stagione tutta calabrese che è la stagione della mia fanciullezza, della mia infanzia, della vita vera della mia famiglia, che è partita da Monterosso per il Quebec e che poi è ritornata in Calabria a casa propria. Mio padre Vincenzo decise di lasciare Monterosso perchè in Calabria alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Decise così di partire per cercare lavoro in Canada, e lo fece insieme a mia madre Rosina.
In quale parte del Canada lei è nato?
Sono nato in un posto che si chiama Rouyn Noranda, che è un piccolo centro siderurgico, città sul lago Osisko, nella provincia del Quebec, un posto pieno di immigrati, tantissimi italiani, ma anche tanti polacchi, tanti francesi, facevano soprattutto i metalmeccanici, e ricordo che appena arrivati noi abitavamo in un seminterrato.
Ah, quindi al freddo polare, soprattutto d’inverno?
Si è vero, tantissimo freddo, e tantissima neve.
Come finisce la sua famiglia nel Quebec?
In quei tempi si emigrava tutti, alcuni andavano a Toronto, anzi la maggior parte dei calabresi andava in Ontario, ma i miei genitori invece sono andati in Quebec perché lì c’era già la sorella di mia madre che ci abitava. Quindi diciamo che gli immigrati accoglievano altri immigrati, ma questa è sostanzialmente la storia di migliaia e migliaia di famiglie italiane emigrate.
Cosa facevano allora i suoi zii in Quebec?
La sorella di mia madre non faceva nessun lavoro, il marito invece lavorava in un supermercato alimentare, una specie di Esselunga italiana, e lavorava a sua volta con un altro imprenditore di origini cosentine che si chiamava Montemurro, e che era un piccolo imprenditore locale che aveva messo su una catena di supermercati che andavano molto bene.
Quanto tempo poi siete rimasti in Canada?
Fino a quando io avevo dieci anni, più o meno.
Quindi le scuole di primo grado le ha fatte in Canada?
La scuola elementare certamente sì, poi siamo rientrati a casa, e ricordo che mia cugina Angela Donato, maestra elementare, mi fece un corso accelerato di italiano e una volta rientrati in Calabria incominciai a frequentare parte della scuola elementare.
Di quella stagione professore ha qualche ricordo particolare?
Ricordo perfettamente bene che stavo con una maestra che si chiamava Gabriella Farina, e che insegnava proprio alla scuola elementare di Monterosso. Ricordo anche che a quei tempi il preside era uno di Maierato, forse si chiamava Cutuli, adesso non mi ricordo bene il nome, ma ricordo benissimo invece che venisse da Maierato
Poi un giorno lasciate il Canada per rientrare in Calabria?
Per la verità inizialmente in Calabria siamo tornati solo io, mia madre e mio fratello, che era proprio un neonato quando è rientrato. Mio padre invece è rimasto là per altri dieci anni ancora.
Dalle medie a Monterosso al Liceo classico Michele Morelli di Vibo Valentia? Preside Giuseppe Sconda?
Il Preside Sconda era appena andato via. Il mio preside era invece il professore Giacinto Namia, persona brillantissima, fine latinista e straordinario grecista, di lui ho davvero un ricordo vivo e indimenticabile.
Posso chiederle perché?
Ricordo che mi fece fare un periodo alla Normale di Pisa. A quei tempi lui come preside del Liceo Morelli inviava delle persone, gli studenti più meritevoli, alla Normale di Pisa, dove ci ospitavano per una settimana, per una sorta di master universitario, e ci facevano dei corsi che poi sarebbero tornati utili per capire cosa volessimo fare da grandi all’università. Era una cosa davvero speciale per quei tempi. Ma lui stesso avrebbe potuto fare benissimo l’accademico universitario tanto era bravo e preparato.
Come nasce invece la sua scelta universitaria?
Nella maniera più naturale possibile. Volevo fare il medico, perché già da bambino pensavo che mi sarebbe piaciuto fare il medico. Volevo fare medicina fin da quando ero piccolo. E non perché i miei genitori volessero che io facessi il medico, ma era stata proprio una mia scelta. Vedevo nella medicina una possibilità di fare allo stesso tempo ricerca e clinica, e quindi c’era in e questo forte interesse a frequentare medicina. Non solo, ma allora c’era la possibilità di iscriversi alla Cattolica, e c’era per quello che mi riguardava anche un pretesto preciso.
Quale?
La Cattolica la vedevo come un posto dove c’erano finalmente i campus, e io sono finito poi in un collegio universitario. A quei tempi c’era il numero chiuso alla Cattolica, era completamente diverso dall’università statale, e per me era soprattutto l’opportunità di andare a Roma, quindi cambiare ambiente, crescere in un ambiente dove il rapporto medico-docente era davvero molto stretto. L’ho già raccontato qualche giorno fa ad Aldo Cazzullo, per me Roma fu un’esperienza bellissima. Roma a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta era una città dinamica e tollerante, che migliorò ancora quando diventarono sindaci Rutelli e Veltroni. Mi creda, Roma in quegli anni era una città dove si parlava di tutto, e soprattutto si sognava. La mia generazione ha sognato davvero moltissimo. Ma pensi anche che quando io andai alla Cattolica, tra i miei professori c’era il prof. Francesco Crucitti, calabrese come noi, ma soprattutto un grandissimo chirurgo.
Sbaglio o operò Papa Giovanni Paolo Secondo dopo l’attentato di Piazza San Pietro?
Assolutamente sì, lui. Il mondo lo ha conosciuto come il chirurgo del Papa, ma lui per me fu ancora molto di più. Fu il mio correlatore di tesi, e pensi che nonostante fosse un bravissimo chirurgo, perché era un chirurgo proprio bravissimo, aveva dentro una grande passione per l’oncologia. E io feci una tesi, a quei tempi, su una molecola che si chiamava p53, che adesso a ripensarci è come fare una tesi con un chirurgo su quell’argomento. Sa cosa vuol dire?
Francamente no professore…
Vuol dire che quest’uomo aveva davvero una visione a dieci, quindici anni più avanti. Facevamo delle ricerche molto avveniristiche per quei tempi, perché facevamo, ad esempio, l’isolamento del DNA tumorale nelle feci, che era una cosa che oggi è estremamente attuale ma allora impensabile. Quando oggi parlo della biopsia liquida, o della capacità di isolare il DNA nel sangue periferico, in realtà stiamo parlando di un qualcosa che noi avevamo già fatto negli anni novanta. Ecco perché le parlo di un medio che aveva una straordinaria visione del mondo della ricerca.
Dopo la Cattolica professore lei vive la sua bella stagione americana, posso dirlo?
Dopo la laurea io scelsi come specialità di fare oncologia.
Posso chiederle perché?
Ma proprio perché era una disciplina dove non c’era nessuna evidenza scientifica. Allora si facevano pochissime terapie, e il vero oncologo era il chirurgo. E alla fine mi son detto, questo può essere sicuramente un campo dove ci potrebbe essere uno sviluppo nel futuro. Un campo e un settore dove puoi mettere anche tu qualcosa di tuo nell’evoluzione del sapere. Per cui, siccome le scuole di specialità non venivano pagate, non erano previste attribuzioni di nessun genere a quei tempi, allora con il direttore della mia scuola, che era un traslazionista, cioè uno che lavorava nella ricerca di base, decisi di andare per un periodo a Charleston negli Stati Uniti, con Mariano La Via, italoamericano di origine napoletana, che si occupava di una tecnica nuova,la citofluorimetria, un modo assolutamente rivoluzionario di studiare le cellule tumorali.
Che esperienza è stata?
Interessantissima, sia sotto il profilo accademico che sotto il profilo più prettamente direi antropologico. Perché Charleston è una città del sud, si trova nella South Carolina, una città estremamente razzista, quindi un posto dove veramente c’era la differenza tra persone di colore e caucasici. Ma in quel periodo questo mi servì a capire meglio la metodologia di lavoro da seguire in futuro.
Un giorno però lascia Charleston per New York?
Ma solo perché il mio responsabile, continuava a dirmi “tu sei bravo, devi andare a New York”. E un giorno lui stesso chiamò questo suo collega che stava a New York alla Columbia University e gli dice, “guarda ti mando un giovane ricercatore che è molto interessato a tecnologie innovative. Per cui te lo mando, prendilo perché sicuramente farai un affare”. Io poi sono stato a New York per diversi anni, e fu un’esperienza esaltante non solo professionale ma anche di vita.
Che città ha conosciuto?
Vivere a New York a 25-26 anni nel periodo in cui c’era sindaco Rudolph Giuliani fu una stagione della mia vita davvero pazzesca. Bella è dire poco. Erano gli anni del boom americano. Era anche un periodo di tolleranza-zero, perché lui Rudolph Giuliani aveva applicato questo modello politico dove veniva punito anche l’uso di graffiti sui vagoni delle metropolitane. Era una città in rapidissima crescita ed evoluzione, quindi diciamo che è stata anche un’esperienza di vita unica al mondo.
New York è una città così grande e complessa dove è anche facile sentirsi soli, non crede?
Sotto questo profilo mi considero un fortunato, perché negli Stati Uniti c’era il fratello di mio padre, che viveva proprio a New York, e quindi io ho vissuto con lui nel suo appartamento. Avevo vita e alloggio a casa di mio zio.
Che si chiamava?
Pasquale Curigliano. Aveva vissuto a New York facendo il sarto, era un bravissimo sarto, e ricordo che lavorava in un’azienda che confezionava vestiti eleganti. Abitava a Brooklyn, tra l’altro, in un quartiere tutto italiano, dove io uscivo, andavo a mangiare la pizza nei ristoranti, tutti italiani, e dove si parlava solo italiano. Eravamo tutti calabresi, pugliesi, siciliani. E comunque si parlava il dialetto di ogni regione. Tu andavi per le strade di Brooklyn e sentivi questi slang italo-calabresi o italo-siciliani e ricordo, per esempio, che mescolavano l’inglese e lo slang dialettale. La cosa era veramente forte, ed era anche ridicola.
In una intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera lei racconta di quando un giorno ad Havard parlò di suo nonno…
La verità è che feci un periodo di formazione a Harvard e mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca, e la prima slide che proiettai fu proprio la foto di mio nonno Giuseppe, fotografato in uno studio fotografico di Boston con il fucile in mano. La sua vita mi sembrava già allora una leggenda. Lui tornò in Italia che aveva sessant’anni, e con i risparmi americani una volta rientrato in Calabria si era comprato un terreno e si era costruito una casa. Poi si sposò anche, con Caterina, che era una donna molto più giovane di lui.
Professore, quanto le manca oggi quella stagione americana? Oggi che lei vive in una grande metropoli come Milano sente ancora la “nostalgia americana”?
Vede, quello che manca nel nostro paese non è il talento, perché se io ne dovessi dire, andando a vedere lo scenario globale in questo momento, il talento e l’innovazione degli italiani è ancora ad altissimo livello. Quello che manca in Italia è l’investimento sulla ricerca e l’innovazione, che nel nostro paese è ridotta all’osso, cioè 1,4%. Se io dovessi fare un’analisi, adesso dal posto dove vivo e lavoro, non ho nessuna difficoltà a dire che in America in questo momento c’è una grossissima crisi di leadership in termini scientifici.
Me lo spiega melio professore?
Vede, la maggior parte dei talenti, quelli della generazione media, diciamo i ragazzi 30-40 anni, sono quasi tutti provenienti dal resto del mondo. Le faccio un esempio. Io oggi sono il direttore della scuola di specialità di oncologia all’Università di Milano, e se noi consideriamo il dipartimento di oncologia del Dana-Farber, alla Harvard Medical School, ci sono 5-6 giovanissimi talenti, tutti di origine italiana, che fanno la spina dorsale della ricerca clinica in quell’area. Quindi significa che loro cannibalizzano i nostri talenti, offrendo ovviamente un sacco di opportunità a queste persone, opportunità che noi non possiamo offrire, e li sfruttano in maniera benigna per anche rendere grandi i loro progetti.
Impietosa come analisi, non crede?
E’ solo reale. Noi in Italia siamo un po’ miopi, ma sa cosa dobbiamo ricordarci sempre? Che se tu non investi sui giovani, non garantisci mai il tuo futuro. La filosofia migliore quindi dovrebbe essere “investire un po’ di più su di loro”, sui più giovani, dare un po’ più di spazio a loro, in maniera tale che questa leadership rimanga da noi, perché se no te la perdi per sempre.
La fuga dei cervelli?
Non è una fuga dei cervelli. Questi nostri ragazzi vanno all’estero a perfezionarsi, a migliorare le proprie conoscenze, a rafforzare il loro potenziale qualitativo, e quello che manca a noi è la nostra capacità di riportarli poi a casa. E questo è la stessa cosa che succede in Calabria. Pensi se tutti i professionisti migliori che abbiamo, andati via dalla Calabria, tornassero un giorno a casa propria in Calabria? O se qualcuno gli chiedesse di mettere in piedi un mega advisory board delle competenze, per dare dei suggerimenti su come far crescere la Calabria?
Professore, ma allora è vero quello che si dice qui a Milano, che lei è uno degli ambasciatori più convinti e più esclusivi della Calabria?
Vede, per me la Calabria poteva essere la Florida o la California d’Italia. Ci sono così tante cose bellissime in Calabria, e ci sono così tanti talenti sparsi per l’Italia o per il mondo che basterebbe chiedere a ciascuno di loro di portare un’idea tutta loro per la Calabria, per renderla sicuramente un posto ancora migliore.
Che idea si è fatta lei delle Università calabrese?
Io penso che l’Accademia Calabrese sia oggi di ottimo livello. Penso che le Università Calabrese hanno degli ottimi docenti, e questo anche nel mio ambito. Quello che invece mancano sono le infrastrutture cliniche.
Questo vuol dire che c’è ancora tanta strada da percorrere?
Non penso questo, ma se la premessa è che i medici calabresi sono bravissimi, e gli accademici calabresi, quindi i professori universitari sono altrettanto bravissimi, allora va detto che la tua bravura la puoi solo mettere a disposizione di una struttura e di una piattaforma clinica che deve essere all’altezza. Altrimenti i risultati tarderanno ad arrivare.
Mi fa un esempio concreto?
Assolutamente sì. La Calabria è l’unica regione d’Italia che non ha un istituto di ricerca e cura a carattere scientifico oncologico, un vero comprehensive cancer center. Ce l’ha la Sicilia, ce l’ha persino la Basilicata, il CROB di Rionero in Vulture. Io avevo provato più volte a contattare il Presidente della Regione Roberto Occhiuto, che penso che sia un bravo presidente, perché sta dando un’immagine diversa della Calabria, e io avrei voluto parlargli dicendo “Guarda Presidente, dico a titolo gratuito, vorrei consigliarti di costruire un piccolo centro oncologico calabrese, un piccolo ospedale dove tu metti dentro tutti gli specialisti che in Calabria si occupano di cancro, e li fai lavorare tutti insieme al servizio di una strtuttura oncologica degna di questo nome. Tu non puoi pensare che il malato oncologico abbia le stesse necessità del malato cardiologico infartuato. I cancer centers servono a questo, servono a concentrare le grandi competenze che servono poi per curare un cancro”.
La ritiene ancora un’idea vincente?
Ma noi in Calabria abbiamo oggi i migliori chirurghi del mondo, mi creda. Lei immagini cosa sarebbe la nostra medicina se potessimo metterli a operare tutti insieme in un ospedale come quello che le ho appena raccontato? Creiamo contemporaneamente una scuola di specialità in oncologia e in questo centro facciamo lavorare gli specializzandi.
La ritiene davvero una cosa facile?
Ma lei scherza? Non costa tanto oggi fare un ospedale. Noi abbiamo appena costruito all’IEO di Milano un altro ospedale. Costa 40 milioni di euro fare oggi una piattaforma chirurgica moderna. Che ci vuole a farne uno in Calabria? E a creare così un polo che sia un polo di riferimento oncologico di altissimo valore scientifico? La Calabria è una regione piccola, 1 milione e 700 mila persone, io vedo tantissimi pazienti che vengono ogni giorno al nord per farsi curare, e il più delle volte vengono su da noi anche delle procedure chirurgiche semplici che potrebbero essere fatte benissimo in Calabria.
È solo un problema i soldi?
Serve un po’ di visione su questo.
Lei ha mai pensato di lasciare Milano e tornare in Calabia?
Le confesso una cosa, che io in Calabria ci tornerei anche, ma non potrei fare lo stesso tipo di attività clinica che faccio oggi qui a Milano, perché qui lavoro in un ospedale dove tutti gli specialisti lavorano per i malati di cancro. Ecco perché in Calabria non potrei fare lo stesso lavoro che faccio qui.
C’è una parola di speranza che si può dare ad un malato di cancro oggi, professore? O il cancro sarà ancora la malattia del prossimo secolo?
La parola di speranza che oggi si può dare è molto chiara, alcuni tumori possono essere guariti definitivamente.
Cos’è, una battuta?
Sa qual è la verità assoluta? Che io e molti altri colleghi abbiamo centinaia di pazienti guariti. E sa perché? Perché una diagnostica precoce consente di fare sul malato il trattamento ottimale, e di aumentare le possibilità di guarigione anche al 90%.
La cura migliore contro il cancro rimane dunque la prevenzione?
Non ci sono più dubbi. Tanto più precocemente scopri la neoplasia, tanto più alta sarà la probabilità di guerra contro il male. Ma anche per chi invece fa una diagnosi tardiva, oggi posso dirle che abbiamo terapie estremamente innovative e che sono in grado di aumentare la sopravvivenza a 4, 5, 6, 10 anni, e anche oltre.
Devo dire che quello che mi dice mi conforta molto…
Io ritengo che siamo in un momento di pura rivoluzione scientifica, deve pensare che negli ultimi cinque anni sono arrivati in clinica molti più farmaci di quelli dei precedenti cinquanta anni, quindi è veramente una rivoluzione in corso, e che è il risultato di tanta ricerca fatta negli anni 80, 90 e 2000. Oggi stiamo raccogliendo i frutti di quella ricerca fatta allora.
C’è il nome di uno studioso calabrese che in tema di lotta al cancro lei ritiene sia degno di essere citato e ricordato?
Tra i tanti certamente quello di Giovanni Scambia. Siamo siamo stati insieme nel Consiglio Superiore di Sanità, eravamo due calabresi in quel Consiglio Superiore di Sanità, e quel Consiglio Superiore venne scelto non sulla base di differenze politiche, o di scelte discrezionali, io per esempio non ho uno schieramento politico di riferimento, ma ci scelsero sulla base dell’H-Index, e gli H-Index sono degli indicatori delle pubblicazioni e dell’impatto che hanno le pubblicazioni sulla ricerca. Ci ritrovammo così io e lui nello stesso Consiglio Superiore di Sanità. Giovanni Scambia era una persona veramente illuminata, un medico speciale, e io ricordo che quando era all’università lui faceva degli studi su alcune proteine tumorali che poi portarono allo sviluppo di alcuni farmaci negli anni 2000-2010. Questa è la prova provata di come tutta quella ricerca fatta in quel periodo, negli anni 80-90, oggi ha portato all’utilizzo di farmaci che si utilizzano nella pratica clinica di ogni giorno.
Colgo nelle cose che mi dice tantissima passione professore?
Ogni pubblicazione che io cerco di dare alle stampe nasce sempre da un bisogno clinico.
Mi traduce meglio questo concetto?
Ricordo quando feci il mio primo studio pubblicato su JCO sui tumori HER2 positivi, e ricordo che in quei tempi per i tumori piccoli non facevamo nessuna terapia perché si pensava che non servisse. Poi però questi pazienti recidivano, si riammalavano, e ricordo benissimo che io feci quello studio per capire quale era il rischio di recidiva in quei tumori così piccoli.
E allora?
E allora ti accorgevi che 7, 10, 15 su 100 ricidivano, e che forse bisognava fare qualcosa. Questo significa che la ricerca si alimenta solo vedendo i malati, e toccando con mano quali sono i problemi di ogni paziente. E tutto questo, mi creda, va vissuto con trasporto e passione.
Se la cura del cancro dipendesse solo da lei su cosa punterebbe oggi?
Io sono certo di una cosa, me la faccia dire: se più ricercatori lavorassero su alcuni tumori che oggi sono un problema da risolvere, penso per esempio al tumore del pancreas, un tumore la cui cura non ha avuto purtroppo ancora quella rivoluzione che ha avuto invece il tumore della mammella o del polmone, forse in futuro riusciremmo a limitarne i danni.
Servono molto soldi per far questo?
Serve soprattutto investire in passione e in interesse. Serve puntare i riflettori su quelle patologie dove ancora ci sono tantissimi problemi da risolvere, il tumore del pancreas è uno di questi, perché la mortalità è ancora troppo alta. Sa cosa le dico? Che se dieci, o anche quindici dei miei specializzati si occupassero di questo io sarei comunque molto felice.
Ha dei calabresi che lavorano lì con lei?
Nel mio gruppo c’era solo una ragazza calabrese, che veniva da Rende. Questa ragazza, pensi, è venuta da me a lavorare per un periodo, poi è andata negli Stati Uniti, poi c’è stato il periodo di Donald Trump ed è dovuta tornare in Italia. Adesso però nel mese di giugno diventerà associate professor in una grande università americana. È stata reclutata come professore associato in una grande università statunitense, quindi ecco, questo è un esempio di cosa accade all’estero.
Le posso chiedere il nome, se posso chiederglielo?
Si chiama Emanuela Ferraro, la cugina tra l’altro lavora nell’ospedale di Cosenza, si chiama Infusino. Lei non vuole ancora che si sappia che è stata reclutata negli Stati Uniti, però si chiama Emanuela Ferraro ed è bravissima, una ricercatrice di grande valore mi creda.
Lei so che torna a Monterosso una volta all’anno di sicuro?
Si almeno una volta all’anno, in genere torno a Monterosso durante il periodo estivo, anche perché mia moglie è di Taurianova.
Si torna insieme a casa propria?
Sì, torniamo con mia moglie, che non ha più però i genitori. I suoi genitori sono morti, come i miei, ma noi veniamo lo stesso. Facciamo 15 giorni a casa nostra e cerchiamo di recuperare quello spirito delle origini che ci manca sempre tanto.
Un amore malato professore questo suo con la Calabria, o sbaglio?
Certamente è un amore immenso. Io tengo tantissimo a questo mio legame con la Calabria, e sa quale è la cosa più strana della mia vita di calabrese emigrato? È che io non sono mai stato invitato in Calabria da nessuno, né per tenere una conferenza, né una relazione, proprio mai. È una cosa veramente anomala, la gente forse non sa nemmeno che io sono calabrese.
La colpa forse è per via del suo curriculum ufficiale…
In che senso me lo dice?
Se lei cerca il suo nome su internet come è capitato a me leggerà che lei viene raccontato come uno studioso italocanadese, non calabrese insomma. Ma il resto della sua famiglia?
Ho un fratello che vive a Pisa, ha una laurea in rischio ambientale del lavoro, sono quei laureati che poi fanno i tecnici per le ASL, sono esperti nel valutare il rischio lavorativo, e quando c’è un incidente sul lavoro chiamano loro per i primi rilievi e le prime analisi di rito.
E a Taurianova, il paese di sua moglie?
Ci sono i cugini di mia moglie, uno è un odontoiatra, si chiama Rocco Cosentino, che tra l’altro lavora anche per le strutture di alcune cliniche private. Si ricorda che Don Michele Rao, il sacerdote di Monterosso era anche il contabile della diocesi di Mileto? Bene, lui allora aveva venduto alcune vecchie strutture della diocesi e una di queste strutture l’ha venduta proprio a mio cugino che poi ci ha fatto una casa di riposo per persone disabili.
Non mi ha detto nulla di sua moglie…
L’ho conosciuta all’università, poi è diventata mia moglie. Io facevo il terzo anno di medicina e lei faceva il primo anno. Praticamente ci conosciamo e stiamo insieme da 35 anni.
Posso chiederle cosa fa nella vita?
Fa il medico come me. Lei lavora al San Raffaele, in terapia intensiva cardiochirurgica. È la responsabile dell’Unità Funzionale di Terapia Intensiva Cardiochirurgica. Un lavoro forse più complesso di quello che faccio io.
Il prossimo step importante della sua vita professore?
Proprio in questi giorni a Roma, è stato all’inizio di questa settimana, per un evento di portata davvero internazionale. A Villa Aurelia si è riunito il gotha dell’oncologia mondiale per il punto sulla quella che noi chiamiamo precision oncology. È stato un congresso estremamente innovativo dove sono venuti a raccontare le loro esperienze veramente i migliori oncologi al mondo sull’argomento della precision oncology.
Di cosa si è parlato più esattamente?
La precision oncology è una disciplina della cura del cancro che rivede il sequenziamento del genoma, l’identificazione di alcune mutazioni specifiche e l’utilizzo di terapie mirate su quelle mutazioni. Insomma, il futuro della cura del cancro.
Allora professore, grazie e arrivederci…
Grazie a voi, ma vediamoci questa estate a Monterosso, venga a casa mia e vedrà che posto bello è il mio paese…

Oriana Fallaci, “una delle mie pazienti”
E’ quasi commovente il ricordo che Giuseppe Curigliano ha ancora della famosa giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, che un giorno di tanti anni fa diventa di fatto una delle sue tante pazienti. Lei si era ammalata di cancro, una forma grave che non le darà scampo, e a seguirla e a curarla sarà proprio lo studioso calabrese
“Ricordo ancora -scrive il professore in uno speciale dedicato ai 150 della nascita del Corriere della Sera– il momento esatto in cui il Corriere della Sera entrò nella mia vita non come un’istituzione lontana, ma come una presenza viva, pulsante, quasi domestica. Accadde attraverso Oriana Fallaci, e non poteva che essere cosi: con lei nulla era neutro, nulla era semplice, nulla era leggero. Tanto meno la malattia”.
Oriana Fallaci, un mostro sacro del giornalismo italiano in tutto il mondo affida dunque la sua vita e le sue speranze proprio nelle mani del giovane ricercatore calabrese.
“Il primo incontro -scrive lo studioso- non fu di parole scritte ma di silenzi carichi di significato. Ero assistente all’istituto Europeo di Oncologia e il mio primario, Filippo de Braud, mi chiese di aiutarlo nella gestione clinica di una sua paziente speciale. Oriana arrivò con lo sguardo fiero di chi ha attraversato guerre, rivoluzioni, solitudini feroci. Portava con sé una diagnosi di tumore mammario metastatico, pronunciata con quella lucidità spiccata che la rendeva incapace di qualsiasi autoinganno”.
Che ricordo di lei si porta dietro ancora oggi?
“Di una donna che non chiedeva compassione, che non cercava conforto, Chiedeva solo verità. E rispetto. Prendersi cura di lei significava entrare in un territorio dove la medicina smetteva di essere soltanto scienza e diventava relazione, ascolto, responsabilità. Ogni visita era una sfida intellettuale ed emotiva. Ogni decisione terapeutica veniva soppesata come una frase destinata alla prima pagina: nulla doveva essere superfluo, nulla retorico, nulla falso. Attraverso di lei entrai in contatto con quel mondo fatto di redazioni, di telefonate notturne, di urgenze etiche. La malattia non la allontanò, la rese ancora più radicale, più necessaria”.
Eccola la vera grande lezione di questo loro incontro.
“In quel percorso imparai che curare non significa soltanto contrastare un tumore, ma accompagnare una persona nella difesa estrema della propria identità. Oriana non volle mai essere «paziente» ma restare autrice, testimone, coscienza critica. E io, nel mio ruolo, divenni non solo medico, ma custode discreto di quella dignità. Così il mio primo approccio con il Corriere passò dal corpo fragile e dalla mente indomita di Oriаna Fallaci. Un incontro che mi ha insegnato che le storie più importanti non nascono sempre nelle redazioni, ma talvolta in una stanza di ospedale, dove la vita pretende di essere racconta dalla scrittura: al contrario, la vita pretende di essere raccontata fino all’ultimo respiro”. (Pino Nano)

Tra i primi 100 al mondo
Il prof. Giuseppe Curigliano è internazionalmente riconosciuto per la sua competenza nello sviluppo di farmaci in fase iniziale e nella ricerca traslazionale sui tumori solidi, con particolare attenzione al tumore al seno.
Oggi lui è ai vertici della famosa Lista dei 100 oncologi più famosi al mondo per via dei suoi studi clinici pionieristici “che hanno fatto progredire le terapie mirate a HER2 e i coniugati anticorpo-farmaco, plasmando direttamente i moderni standard di cura nel tumore al seno in fase iniziale e metastatica”. Presidente della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) per il biennio 2027-2028, lo scienziato calabrese rimane una delle star della medicina oncologica in tutto il mondo.
“La lista delle 100 persone più influenti in oncologia nel 2025 riconosce i protagonisti del cambiamento nella cura del cancro che hanno contribuito a plasmare le attuali pratiche oncologiche e continuano a promuovere l’innovazione e la ricerca per ottenere risultati migliori, la difesa dei diritti dei pazienti, la filantropia, la leadership e la formazione. Per le numerose persone meritevoli non menzionate in questa lista, continueremo a riconoscere, onorare e dare risalto alle loro voci nelle nostre pubblicazioni quotidiane da tutto il mondo”. (pn)

Una vita dedicata alla ricerca
Giuseppe Curigliano, MD, PhD, dirige la Divisione di Sviluppo Precoce dei Farmaci presso l’Istituto Europeo di Oncologia, centro oncologico di riferimento con sede a Milano. È professore di Oncologia Medica nel Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano.
In ambito ESMO ha ricoperto il ruolo di presidente del Nomination Committee (2017-2019) e del Clinical Practice Guideline Committee (2019-2023). È stato tra i membri fondatori e co-presidente scientifico dell’“ESMO Breast Cancer Congress”. Ha inoltre svolto per diversi anni il ruolo di co-presidente scientifico della St Gallen Early Breast Cancer Consensus Conference. Ha contribuito al lancio delle ESMO Living Guidelines e al riconoscimento del titolo di Fellow of ESMO (FESMO). Ha organizzato e partecipato a numerosi congressi scientifici e formativi dedicati agli oncologi a livello globale.
L’attività di ricerca del professor Curigliano si concentra sui biomarcatori e sulle terapie personalizzate, con particolare attenzione alla loro identificazione, allo sviluppo di farmaci mirati e all’integrazione della medicina di precisione nella pratica clinica. Guida studi clinici di fase I-III su terapie target per il carcinoma mammario e coordina ampi programmi nazionali sull’implementazione di tecnologie ad alta processività nei sistemi sanitari.
Il professor Curigliano è stato inserito da Clarivate tra i ricercatori più influenti al mondo (Highly Cited Researchers) nel 2022, 2023 e 2024. È autore di oltre 900 pubblicazioni su riviste peer-reviewed (h-index 100) e di numerosi capitoli di libri.
Ha fatto parte dei comitati editoriali di importanti riviste internazionali di oncologia, tra cui European Journal of Oncology, Journal of Clinical Oncology e Annals of Oncology. È stato Editor-in-Chief di ESMO Open dal 2022 al 2025. Nel corso della sua carriera ha formato e affiancato decine di oncologi provenienti da America Latina, Africa, Asia e Italia.
Lo studioso ha ricevuto il primo ESO Umberto Veronesi Award (2017) ed è stato nominato Fellow della European Academy of Cancer Sciences di Parigi (2017). È Presidente eletto di ESMO.
Oggi lui ricopre la responsabilità diretta sugli studi clinici e sui programmi di ricerca che riguardano i trattamenti di fase 0, I e di fase II precoce nei tumori mammari metastatici e nei tumori solidi su cui sono attivi studi sperimentali.
È referente di diversi studi traslazionali sul tumore mammario e sul ruolo del sistema immunitario nei meccanismi di risposta agli anticorpi monoclonali e nei meccanismi di tolleranza con cui il tumore evade il sistema immune.
“Molti dei progetti traslazionali -spiega il sito ufficiale dell’Istituto Europeo di Oncologia – hanno come obiettivo principale l’identificazione di determinanti molecolari predittivi di risposta o tossicità ai nuovi farmaci “target oriented” nel contesto di un programma di medicina personalizzata. Il suo coinvolgimento è diretto nell’ideazione, conduzione, presentazione e pubblicazione scientifica dei dati ottenuti”.
Negli ultimi 2 anni lo scienziato italo-canadese è stato responsabile di 75 studi di fase I, II e III con trattamenti innovativi sul carcinoma mammario ed in alcuni tumori solidi, ed è attualmente membro dello Steering Committee di 15 studi globali relativi al trattamento del tumore della mammella.
Ma è anche membro dell’Independent Data Monitoring Committee di diversi studi globali sul trattamento adiuvante del tumore mammario HER2 positivo, di uno studio di immunoterapia nel tumore mammario e di molteplici studi con farmaci innovativi nei tumori solidi.
Dopo il Liceo classico al Morelli di Vibo Valentia con il massimo dei voti, si laurea in Medicina e Chirurgia “cum laude” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nel 1993, e nel 1997 si è specializza anche questa volta “cum laude” in Oncologia Medica.
Lascia l’Italia e nel 1993 si trasferisce presso il Dipartimento di Immunologia Clinica della South Carolina Medical School, Hollings Cancer Center di Charleston in U.S.A., occupandosi di immunofenotipizzazione dei tumori solidi ed applicazioni della citofluorimetria nella diagnosi precoce delle neoplasie.
Dal 1994 al 1995 lavora presso l’Herbert Irving Comprehensive Cancer Center della Columbia University di New York, occupandosi di epidemiologia molecolare (progetti di studio sulla cancerogenesi dei tumori vescicali e polmonari).
Nel 2006 completa il suo Dottorato di Ricerca in Fisiopatologia Medica e Farmacologia Clinica presso l’Università di Pisa, lavorando su un progetto di farmacogenomica nelle neoplasie vescicali.
Dal 1999 al 2006 lavora nell’ambito della ricerca clinica in fase I e Fase II, presso l’Unità di Farmacologia Clinica e Nuovi Farmaci del Dipartimento di Medicina dell’Istituto Europeo di Oncologia, diretta dal dr Filippo de Braud.
Dal 2010 al 2013 ricopre il ruolo di Co-Direttore della Divisione di Oncologia Medica, diretto dal professor Aron Goldhirsch, gestendo l’impostazione terapeutica di pazienti con tumori solidi e coordinando l’attività del reparto di Oncologia Medica.
Nel 2011 e’ visiting scientist e tiene seminari dedicati presso la Harvard Medical School, Dana Farber Cancer Center, dove insegna nel corso della Summer School.
Dal 2008 è membro dello Scientific Advisory Council dell’IBCSG (International Breast Cancer Study Group) e dal 2010 al 2013 è stato membro dello Scientific Advisory Council del BIG (Breast International Group). L’IBCSG ed il BIG sono gruppi cooperativi che conducono studi randomizzati multicentrici in con carcinoma della mammella.
E’ principal investigator e coinvestigatore nell’ambito di numerosi progetti di ricerca nazionali ed internazionali, finanziati dal Ministero della Sanità, Associazione Italiana di Ricerca sul Cancro e Comunità Europea. I progetti vertono su studi di immunologia clinica e identificazione di fattori predittivi di risposta ai trattamenti nel tumore mammario.
È membro attivo delle principali società nazionali ed internazionali che si occupano di ricerca sul cancro, AIOM, AACR, ESMO, ASCO.
Dal Dicembre 2006 al Dicembre 2010 è “expert clinical assessor for oncology” presso la European Medicines Agency, nominato dall’Agenzia Italiana del Farmaco, e redattore del Progetto START, che sta per State of the Art Oncology in Europe.
È membro del Comitato Esecutivo di EUSOMA (European Society of Breast Cancer Specialists), panelist dell’Advanced Breast Cancer conference, E’ stato presidente di EUSOMA nel 2015. E’ membro del Comitato tecnico Scientifico di Europa Donna, della Fondazione Beretta e della Fondazione IEO-CCM. Nel 2017 e’ stato eletto membro della Nominating Committee di ESMO.
Quanto basta, mi pare, per dare l’idea del valore assoluto di questo grande medico italiano. (p.n.)

La nostra mission
– Lavoriamo per accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali in tutti i tumori solidi ed ematologici (compresi agenti biologici e terapie cellulari) in grado di migliorare la qualità di vita e la sopravvivenza dei pazienti oncologici. Il programma di sviluppo di farmaci ha l’obiettivo principale di offrire una reale, concreta speranza a chi soffre per un tumore.
– Lavoriamo per migliorare la qualità di vita e la salute delle persone affette da cancro grazie a un modello di percorso alternativo, personalizzato, orientato allo sviluppo di farmaci antitumorali mirati nei confronti di bersagli specifici di ogni malattia.
– Lavoriamo pe sviluppare terapie per specifiche sottopopolazioni definite da determinati biomarcatori con l’obiettivo di offrire terapie mediche “su misura” per ogni singolo paziente. Con il programma di screening molecolare i pazienti identificati con presunte mutazioni “druggable” potranno accedere a una forma di trattamento mirata nell’ambito di uno studio clinico. Tale modello basato su profili molecolari offrirà una strategia terapeutica alternativa, per migliorare la sopravvivenza globale dei pazienti.
– Lavoriamo per sviluppare nuove formulazioni e\o modalità di somministrazione meno tossiche di farmaci già esistenti.
– Lavoriamo per rendere più innovativo l’approccio alla cura. L’innovazione consiste nella sperimentazione e realizzazione di nuovi approcci (progettazione di studi clinici, fonti sostenibili di finanziamento, migliore e proficuo uso delle risorse, raccolta e analisi dei dati eccetera) per garantire lo sviluppo di terapie più efficaci rispetto agli attuali metodi.
– Lavoriamo per sostenere, coordinare e collaborare con le attività dei laboratori scientifici di base coinvolti nelle sperimentazioni precliniche e traslazionali per consentire la scoperta di nuovi farmaci, l’identificazione dei loro target, del meccanismo di azione e di resistenza e per promuovere la successiva sperimentazione sull’uomo.
– Lavoriamo per fornire istruzione e formazione per incoraggiare i nuovi ricercatori a entrare in questa area e migliorare il lavoro dei ricercatori già in staff.
– Lavoriamo perché la transizione verso l’era della medicina personalizzata (medicina di precisione) pone due sfide competitive:
1. Condurre studi clinici su nuovi e, potenzialmente, più efficaci interventi terapeutici, più velocemente rispetto al passato (snellimento delle procedure, migliore selezione dei pazienti, scelta più efficace degli obiettivi di uno studio)
2. Trasformare l’infrastruttura sperimentazione e progetti clinici da quella esistente e adeguata a un’oncologia per una popolazione generale a quella necessaria per l’era dell’oncologia personalizzata. La preoccupazione principale è allocare efficacemente le risorse per lo svolgimento di questa ricerca e fornire con maggiore efficienza e tempismo i benefici degli studi ai pazienti oncologici. Saremo veramente entrati nell’era dell’oncologia personalizzata quando gli studi clinici saranno costantemente caratterizzati da miglioramenti in termini di partecipazione e capacità informativa.

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