
Come liberarsi dalla dipendenza affettiva. Istruzioni per l’uso.
di Pino Nano
“Liberarsi dalla dipendenza affettiva è possibile: questo è il messaggio di un libro che accompagna la lettrice passo dopo passo attraverso spiegazioni scientifiche, testimonianze reali ed esercizi pratici. Gli stili di attaccamento non sono condanne immutabili: modificarli significa liberare l’amore dall’ansia e dal bisogno compulsivo, significa imparare a scegliere chi avere accanto partendo da una forza interiore autentica e non dal bisogno e dalla fragilità. Il cambiamento richiede coraggio, pazienza e dedizione, ma ogni passo vale la pena. Il cervello può apprendere nuove danze relazionali, il cuore può guarire dalle antiche ferite dell’infanzia. E in questo percorso non si perde la capacità di amare, la si ritrova più autentica e libera che mai“.
La giornalista calabrese Anna Maria De Luca, psicologa di formazione -che ha lavorato in Italia e all’estero, nelle scuole, nelle associazioni di volontariato, in tanti altri contesti diversi accumulando un immenso patrimonio di testimonianze- torna oggi in libreria con un saggio dedicato all’amore malato dal titolo “Ricomincia da te. Come liberarsi dalla dipendenza affettiva“, (Edizioni Eraclea, collana Le Esperidi, 2026) e in cui affronta uno dei temi forse più attuali e più controversi dell’era moderna.
Un libro, ricco di consigli ma soprattutto di esercizi pratici, per tutte quelle donne brillanti, capaci, forti in ogni ambito della vita, ma che si trasformano in ombre di se stesse nel momento in cui entrano in una relazione. Ne abbiamo parlato con lei, tra teoria e vita vissuta.

Dottoressa De Luca, il suo libro si apre con una frase diretta: «Non sei sola. E soprattutto, non sei sbagliata». Perché era importante cominciare proprio da qui?
Perché è la prima cosa che una donna che soffre di dipendenza affettiva ha bisogno di sentirsi dire. Il meccanismo più crudele di questa condizione è che si accompagna a un senso profondo di isolamento. Le donne pensano di essere le uniche a vivere certe dinamiche, o peggio, si convincono di essere «troppo», di esagerare, di avere qualcosa che non va. Invece quello che vivono ha un nome preciso, ha radici ben studiate e, soprattutto, ha una via d’uscita.
Nel libro lei spiega che la dipendenza affettiva funziona esattamente come una dipendenza da sostanze. Può spiegarci come?
La neuroscienziata Lucy Brown ha dimostrato, attraverso studi sull’innamoramento, che le persone con dipendenza affettiva, quando guardano la foto del partner, attivano non solo le aree cerebrali legate all’amore, ma anche quelle dell’ansia e del dolore — esattamente come accade nelle dipendenze da sostanze. C’è la stessa dopamina che dà euforia nelle prime fasi della relazione, gli stessi meccanismi di crisi d’astinenza quando si tenta di separarsi. Il problema è che la società romantizza tutto questo: le canzoni, i film, i romanzi ci raccontano la dipendenza come se fosse passione. E così chi ne soffre non riesce nemmeno a riconoscerla per quello che è.
Come si distingue la dipendenza affettiva dal normale amore intenso? Dove sta il confine?
Il confine sembra sottile ma in realtà è netto. L’amore vero ti fa crescere, sbocciare. La dipendenza ti fa rimpicciolire, appassire. L’amore sano rispetta chi sei; la dipendenza ti cancella. L’amore ti dà forza; la dipendenza ti prosciuga come un’arsura. Nell’amore sano ci si sente complete anche quando si è sole; nella dipendenza ci si sente vuote, come se si fosse metà di qualcosa che senza l’altra metà non può esistere. Non è ansia, è pace.
Le origini di questa dipendenza si trovano sempre nell’infanzia?
Non “sempre” sono traumi eclatanti o abusi evidenti. Spesso sono ferite molto più sottili, quasi invisibili, ma non per questo meno profonde. L’amore condizionato: “ti voglio bene se sei brava”, un genitore emotivamente assente, un ambiente familiare imprevedibile, dove non sapevi mai se avresti ricevuto calore o rifiuto. Bowlby ci ha insegnato che le cure ricevute nei primi anni di vita creano delle mappe interne che poi guidano tutte le nostre relazioni future. Sono copioni inconsci. Una bambina che ha imparato che l’amore si guadagna, che non è mai sicuro, da adulta diventerà quella donna ipervigilante, sempre in allerta, sempre bisognosa di rassicurazioni. E spesso si eredita anche culturalmente — lo dico nel libro con l’esercizio dell’«albero delle relazioni femminili»: quante madri, nonne, zie hanno trasmesso l’idea che amare significhi sacrificarsi?
C’è un fenomeno che lei escrive come «la spirale discendente». Di cosa si tratta?
La dipendenza affettiva non è un evento, è un processo. Una spirale discendente dove ogni giro ti porta più in profondità. Inizia con il perdere se stessa — i propri hobby, le amicizie, i propri pensieri — tutto si riduce a lui. Poi arriva la perdita del linguaggio: il «noi» che cancella l’«io». «Noi decidiamo, a noi piace, dobbiamo». L’«io» si assottiglia fino quasi a sparire. Poi viene la difficoltà a dire no, il bisogno ossessivo di sapere sempre dove si trova l’altro, il monitoraggio compulsivo del telefono. E infine la dipendenza dall’umore altrui: un sorriso illumina la giornata, un silenzio inatteso ti butta giù completamente. A quel punto si è dato a qualcun altro il telecomando delle proprie emozioni.
Nel libro lei dedica molto spazio al corpo. Perché la guarigione deve passare anche attraverso il corpo?
Perché il trauma non è solo nella mente, è immagazzinato nel corpo. Bessel van der Kolk, uno dei massimi esperti mondiali di trauma, ha dimostrato che il sistema nervoso di chi vive in una relazione tossica rimane costantemente in stato di allerta, come se si fosse sempre in pericolo. Questo si manifesta con tachicardia, respiro superficiale, tensione muscolare cronica, insonnia. A lungo andare produce infiammazione, problemi digestivi, malattie autoimmuni. Come guidare con il freno a mano tirato — il corpo può andare avanti per un po’, ma prima o poi si rompe qualcosa. La guarigione deve quindi lavorare su entrambi i livelli: mente e corpo insieme. Il respiro consapevole, per esempio, è l’unico processo del sistema nervoso autonomo che possiamo controllare volontariamente — ed è un ponte straordinario tra corpo e mente.
Nel libro lei parla molto di «coazione a ripetere». Come mai tendiamo a scegliere sempre lo stesso tipo di partner sbagliato?
Freud chiamava questo fenomeno Wiederholungszwang: la tendenza inconscia a ricreare situazioni dolorose del passato nel tentativo paradossale di padroneggiarle. Chi ha un oggetto cattivo interiorizzato — un genitore che non amava in modo sano — da adulta cercherà inconsciamente di ricreare quella dinamica, sperando questa volta di trasformare l’oggetto cattivo in buono attraverso il proprio amore perfetto. Si scelgono partner narcisisti, evitanti, a volte abusanti, perché è familiare. Il familiare, anche quando fa male, è almeno prevedibile. E poi persiste la fantasia: «se mi amo abbastanza, se mi sacrifico abbastanza, alla fine cambierà». Non è razionale, ma è profondamente umano.
Come si comincia concretamente a uscire dalla dipendenza affettiva? Qual è il primo passo?
Il cambiamento inizia sempre dalla consapevolezza. Sembra banale, ma non lo è. Peter Fonagy ha dedicato la vita a studiare la mentalizzazione — la capacità di comprendere il proprio comportamento e quello altrui in termini di stati mentali. È questa capacità che crolla nelle crisi di dipendenza affettiva. Il primo passo è costruire una giusta consapevolezza in modo che regga anche nei momenti di crisi. Gli strumenti pratici che propongo nel libro — il diario delle emozioni, la mappa del tempo perduto, il dialogo con il vuoto — servono tutti a questo: a creare un’abitudine di auto-osservazione che diventi automatica.
C’è un mito da sfatare sulla dipendenza affettiva che le sta particolarmente a cuore?
Sì: che chi ne soffre sia una persona debole. È esattamente il contrario. Nella mia esperienza ho incontrato donne brillantissime, professioniste di successo, persone che hanno costruito aziende da zero, che guidano team, che prendono decisioni importanti ogni giorno — e che dentro una relazione diventano ombre di sé stesse. L’intelligenza non protegge dalla dipendenza affettiva, perché le sue radici non stanno nella testa, stanno nel sistema nervoso, negli strati più profondi della memoria implicita. Anzi, a volte le persone più intelligenti soffrono di più, perché capiscono esattamente quello che sta succedendo ma non riescono a fermarsi. E questa dissonanza tra sapere e sentire è devastante.
Il libro si chiama Ricomincia da te. Cos’è questo «te» a cui tornare?
È quello che Winnicott chiamava il «vero Sé»: quel nucleo di autenticità — la spontaneità, i bisogni genuini, il senso vitale di essere vivi e reali — che nei bambini non adeguatamente accolti viene soffocato da un «falso Sé» costruito per compiacere gli altri. Nella dipendenza affettiva si perde il contatto con quel centro. Si esiste solo come riflesso dei desideri dell’altro, come risposta ai suoi stati d’animo. Tornare a sé significa ritrovare quella voce interiore, imparare a stare nella propria solitudine senza annegare, riscoprire che la propria compagnia può essere sufficiente, interessante, persino piacevole. Non si tratta di diventare fredde o indipendenti in modo difensivo. Si tratta di quello che Carl Rogers chiamava congruenza: essere in contatto autentico con le proprie emozioni, riconoscerle, accoglierle. Solo chi sa stare nella propria solitudine può davvero incontrare l’altro — non come salvatore o completamento necessario, ma come compagno di viaggio scelto liberamente.

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