
La sola vera custode dei “Giganti della Sila”
di Pino Nano
“Quando sono arrivata in Sila, nel 2017, non sapevo ancora che quella terra avrebbe cambiato la mia vita. La prima volta che ho messo piede in questo luogo meraviglioso, ricordo silenzio, solitudine, un posto stupendo, ma quasi dimenticato: la Riserva dei Giganti della Sila. Era un luogo incredibile, ma quasi nessuno lo sapeva. Pochi lo conoscevano e pochi lo visitavano. Ed io mi sono chiesta: come è possibile che tanta bellezza passi inosservata?”.
Simona Lo Bianco è la vera “regina” di uno dei boschi più secolari d’Italia, quello dei “Giganti della Sila”, siamo a venti minuti da Camigliatello Silano, e in questi anni in nome e per conto del FAI questa giovanissima manager calabrese ha trasformato l’immagine già di per sé bellissima di questo bosco fatato in una riserva naturale tra le più belle e più affascinanti d’Europa.
Lei è una giovane donna, piena di fascino e di glamour, educata a lavorare anche dodici ore al giorno senza fermarsi neanche per un panino a pranzo, grande appassionata di montagna, ma anche studiosa ferratissima di flussi turistici e di dinamiche internazionali, abituata a viaggiare per il mondo e a parlare altre lingue, sempre elegante, anche se fa di tutto per non sembrarlo. Insomma, una giovane manager come lei avrebbe potuto trovare qualunque tipo di lavoro in Europa, e invece ha scelto di lavorare in Calabria, di tornare in Calabria, la sua terra natale, tra i boschi della Sila, a diretto contatto con gli scoiattoli neri che vivono meravigliosamente bene all’interno del “suo” parco.
Lei oggi gestisce per conto del FAI, che è il Fondo Ambientale Italiano, una delle riserve montane più esclusive d’Italia, e che sotto la sua guida e la sua direzione ha incassato in questi anni numeri di visitatori record per la storia stessa del FAI in tutta Italia. Come dire? Arrivata Simona in Sila, il bosco ha ripreso a vivere, a parlare, a pulsare, persino ad emozionarsi. Ma sono gli scienziati che da anni ci ripetono e ci insegnano che anche le piante parlano e si commuovono.
Dottoressa Lo Bianco, ma di cosa parliamo esattamente? Perché questi alberi che lei gestisce per conto del FAI li chiamano “I Giganti della Sila”?
I Giganti della Sila sono alberi monumentali, sono i pini larici più antichi di tutta Europa, piantati nel Seicento dai Baroni Mollo. Sono alti fino a 45 metri con un tronco largo 2 metri.
Quanti sono oggi in tutto?
Nel bosco ultracentenario della Calabria ce ne sono oltre 60 esemplari. Proprio la riserva che li ospita si è aggiudicata un doppio record: nel 2023 è stata il luogo più visitato non solo nella rete dei Beni del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS, ma in tutta la Calabria, soprattutto nel periodo estivo”.
Ma quando nasce tutto questo?
“La riserva naturale biogenetica I giganti della Sila viene istituita nel 1987 dal Ministero dell’Ambiente con lo scopo di studiare, conservare geneticamente e tutelare una foresta ultracentenaria di 5 ettari: 53 pini larici e 7 aceri montani datati tra il 1620 e il 1650”.
Oggi c’è lei?
Oggi la Riserva è di proprietà del Parco Nazionale della Sila e dal 2016 è affidato al FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, e la Riserva è il Bene FAI più visitato in estate d’ Italia. Definiti come “un colonnato di un antico tempio”, il valore monumentale di questo angolo del Parco della Sila è stato riconosciuto in primis dalla baronessa Paola Mollo, proprietaria, in località Fallistro, di un tipico Casino di campagna, che ha promosso l’istituzione della Riserva Naturale Biogenetica”.
-Simona, ma parliamo di un lungo percorso mi pare di capire?
“Tra il 1600 e il 1700 nella foresta nei pressi del Casino si operò il taglio di moltissimi alberi, soprattutto per ricavarne tavole e legna e per guadagnare terre da coltivare. Numerosi provvedimenti vennero emessi dal governo di Napoli per limitare tale distruzione, non per spirito eco-naturalistico, ma per avere a disposizione il legname necessario per la costruzione di vascelli per la marina”.
Addirittura?
“Le dico solo questo, nell’Archivio dei Mollo esiste un banno del Preside Vincenzo Dentice del 1789, che da Cosenza ordinava di “non ardire di tagliare nessun albero della Sila Regia e Badia di San Giovanni in Fiore”. Gli stessi alberi di boschi fittissimi a Fallistro venivano utilizzati per l’estrazione della pece, bianca o nigra e per le nevi”.
Come si è arrivati al Parco Naturale che lei oggi controlla?
“Nei secoli successivi la foresta è stata mantenuta intatta, fino agli espropri da parte dell’Opera Valorizzazione Sila avvenuti dopo la seconda guerra mondiale. I terreni della proprietà Mollo furono destinati a un coltivatore diretto che ne avrebbe disposto liberamente non appena avesse riscattato la proprietà. Nel 1973 Mario Ciolli, allora Amministratore delle Foreste Demaniali della Sila, in uno scritto sulla Sila pubblica una breve nota sui pini di Fallistro, descrivendoli appunto come I giganti della Sila. I pini di Fallistro diventano quindi meta turistica e, per preservarli, i funzionari dell’O.V.S. si adoperano per assicurarne la restituzione all’Ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, per promuovere l’istituzione di una Riserva Naturale. E il 21 luglio 1987, con il Decreto Ministeriale n° 426, il Ministro dell’Ambiente istituiva la riserva naturale guidata biogenetica”.
E’ vero che sono tantissime le curiosità legate a questo mondo così magico?
“Pensi che ancora oggi su alcuni alberi sono visibili i segni delle pratiche di utilizzo del passato: cavità create dal prelievo delle tede, schegge di legno duro particolarmente ricche di resina, da utilizzare come fiaccole per accendere il fuoco, per l’illuminazione o per alimentare le carbonaie. L’operazione, detta slupatura, terminava con la bruciatura della cavità per evitare l’attacco delle formiche e il disseccamento dell’albero, dovuto al possibile svuotamento dei condotti linfatici esposti alla slupatura. Tali antri, talvolta grandi abbastanza da ospitare una persona, venivano sfruttati dai pastori che attraversavano l’altopiano per la transumanza come ricovero notturno”.
Attraversando il Parco si notano per terra alberi di grandi dimensioni mai portati via, ma perché?
“I tronchi caduti non vengono rimossi per studiare l’evoluzione naturale del bosco, e si possono osservare nel percorso di visita. Sono alcuni esemplari sradicati dalla neve nell’inverno del 1981”.
E’ vero che tutt’intorno si possono incontrare anche degli scoiattoli?
“La Sila è abitata dallo scoiattolo nero calabrese (sciurus meridionalis), una specie diffusa solo in Calabria e in Basilicata. Questo scoiattolo, più grosso e pesante di quello comune, si distingue anche per il colore del manto, nero sul dorso e bianco sul petto. Si ciba di noci, pigne e funghi. Assolutamente affascinante incontrarlo o guardarlo scorrazzare per il bosco”.
-Dottoressa ma lei dove è nata, e dove è cresciuta?
Sono nata a Tropea, ma cresciuta a Vibo a Valentia.
-Posso chiederle che famiglia ha alle spalle?
Una famiglia stupenda. Una famiglia che mi ha trasmesso tutti i capisaldi necessari per affrontare il mio percorso e diventare ciò che sono, con dignità e fierezza. Una famiglia a cui devo moltissimo, e a cui sono fortemente legata. Sono sicuramente una persona molto fortunata ad averla ancora unita, ma la vera fortuna è sentire di avere un porto sicuro in ciascuno dei loro componenti. Che sia madre, mio padre, mio fratello o mia sorella, so che in loro posso trovare un rifugio, ognuno diverso dall’altro, ognuno importante come l’altro.
-I Nonni?
I nonni… quanti ricordi. In particolare Nonno Michele, il nonno che ho potuto vivere di più. Un uomo ingegnoso, solare, creativo, positivo, un vero esempio di vita per tutti. Un nonno che ha saputo crescere 7 figli nelle difficoltà storiche, politiche ed economiche del tempo. Un eroe come tanti altri, e che io ho avuto la fortuna di avere come nonno.
-Che rapporto aveva con loro?
Il rapporto con mio nonno Michele è stato straordinario, direi anche divertente! Ho avuto il privilegio di passare molto tempo con lui durante la mia adolescenza, e quel periodo è stato davvero unico. Mentre crescevo e vivevo le riflessioni di una ragazza di liceo, lui mi raccontava delle guerre mondiali, mi faceva leggere i suoi diari e condivideva con me storie di vita che sono diventate parte della nostra storia familiare. In un’età in cui ero concentrata sull’apparenza e sulle preoccupazioni tipiche della gioventù, lui mi insegnava ad apprezzare la bellezza della natura, a raccogliere frutti dagli alberi, a mangiare cose genuine. Tutto sempre con il suo spirito originale e un po’ stravagante. Ogni pomeriggio, al rientro da scuola, la mia colazione era pane e formaggio o salame, accompagnati da un bicchiere di vino. I nostri pranzi erano zuppe di fagioli o brodi di pollo, momenti semplici ma ricchi di significato. Mi raccontava le sue marachelle, divertendosi come un ragazzo, fino all’ultimo. E in momenti di difficoltà, è stato una presenza costante, con l’austerità e la dignità di un uomo di altri tempi. Mi ha dato rifugio quando ne avevo bisogno e i ricordi di quei momenti trascorsi insieme a lui, a casa sua, sono indelebili. Ora capisco quanto quei momenti mi abbiano dato un senso di misura, di equilibrio, e soprattutto un autentico apprezzamento per le cose che ancora oggi porto dentro di me.
-Che infanzia è stata la sua in Calabria?
La mia infanzia in Calabria è stata piuttosto normale, in sintonia con tutto ciò che il luogo in cui sono cresciuta aveva da offrire. Mi piace molto il ricordo di quegli anni: i giochi all’aperto, i pomeriggi trascorsi in oratorio o nei campi, le partite con le biglie, la campana, le 500 lire spese per comprare caramelle, i gettoni per chiamare dalle cabine telefoniche. C’erano anche le prime comitive di amici e le inevitabili cadute in bicicletta. Più ci rifletto, più mi rendo conto della genuinità e della leggerezza di quei momenti, che oggi, forse, sembrerebbero impensabili.
-Ha qualche ricordo personale di quella stagione?
Tantissimi. Come altri ragazzi della mia età, anche io ho vissuto a pieno e “all’aperto” la mia giovinezza e sono costellata di ricordi bellissimi. Sicuramente le estati rappresentano gran parte dei miei ricordi più nostalgici e dolci che ho.
-Che scuole ha frequentato e dove?
Ho frequentato il Liceo Classico a Vibo Valentia
-Delle medie quali insegnanti ricorda ancora?
Che bella questa domanda! Inusuale! Ricordo benissimo la professoressa di matematica e il professore di educazione tecnica.
-E delle scuole superiori, quali insegnanti vale la pena di ricordare?
Il Liceo Classico è stato un periodo che mi ha profondamente forgiato, un momento che mi ha preparata ad affrontare una realtà completamente diversa. Ho avuto la fortuna di incontrare delle professoresse con cui, ancora oggi, ho un rapporto splendido, il che mi sembra davvero speciale. Sarebbe difficile ricordare tutte le figure che hanno segnato quel periodo, ma posso sicuramente citare due insegnanti che sono state fondamentali nel mio percorso: la professoressa Gagliardi e la professoressa Cimato. Entrambe insegnavano Italiano, Greco e Latino, ma erano anche due donne con approcci diversi, ognuna con la sua visione e la sua forza, e insieme sono state come due fari che hanno creduto molto in me.
-Chi la conosce bene mi dice che lei già allora era un numero uno a scuola…
Sono sempre stata una studentessa brillante, con ottimi voti, ma al contempo una ragazza un po’ “ribelle”, sempre desiderosa di uscire dai canoni, di esplorare i confini, di soddisfare la mia curiosità e di andare oltre le regole. Questa voglia di andare oltre non sempre si conciliava con un contesto di rigide regole scolastiche, ma loro, oltre a trasmettermi le nozioni, mi hanno guidata nella mia crescita personale durante quegli anni così particolari. La professoressa Gagliardi, con un semplice sguardo, riusciva a farmi capire quando era il momento di fermarmi, mentre la professoressa Cimato, con la sua voce dolce ma determinata, sapeva indicarmi i limiti da non superare.
Entrambe vedevano una ragazza con ottimi risultati scolastici, ma sapevano anche che facevo leva su questo aspetto, e proprio grazie a loro non mi sono “persa” in quegli anni in cui, spesso, era facile smarrirsi
-Come nasce la sua scelta universitaria?
Fin dal liceo sentivo, nonostante le vocazioni che mi addebitavano gli altri (la mia bravura a scuola, la mia vivacità e parlantina faceva pensare a tutti che io sarei stata un perfetto avvocato), io sapevo con certezza quello che non avrei voluto fare. E mentre ero certa di ciò che non avrei fatto, ero completamente indecisa su ciò che avrei potuto fare. fino a quando ho pensato alle mie passioni e anche un po’ al mio modo di essere… così, alla fine del liceo sono volata a Milano dove ho intrapreso un percorso di studi assolutamente antesignano rispetto a quello che viviamo oggi stesso: l’approccio gestionale e manageriale al patrimonio culturale.
-Una bella sfida?
Fin dai tempi del liceo, nonostante le aspettative che gli altri avevano su di me – la mia bravura a scuola, la mia vivacità e la mia parlantina facevano pensare a tutti che avrei potuto diventare un avvocato – io sapevo con certezza cosa non avrei voluto fare. Poi, riflettendo sulle mie passioni e sul mio modo di essere, ho trovato la mia risposta. Così, alla fine del liceo, ho deciso di volare a Milano e intraprendere un percorso di studi che, per l’epoca, era davvero all’avanguardia: un approccio gestionale e manageriale al patrimonio culturale. Un percorso che mi ha permesso di unire la mia curiosità e il mio interesse per la cultura con una visione pragmatica e organizzativa, qualcosa che ancora oggi risulta innovativo.
-Quanto ha pesato il carisma di suo padre e di sua madre sulla sua vita?
Il carisma di mio padre e di mia madre è stato assolutamente fondamentale e determinante nella mia vita. Sebbene io abbia trovato il mio personale modo di crescere e di svilupparmi, l’affetto che mi hanno dato e il loro modo di educarmi hanno inevitabilmente plasmato chi sono oggi
-Che prezzi si pagano rinunciando a non vivere in Calabria?
Come molti, ho vissuto fuori dalla Calabria prima di tornare, e come molti, si paga il prezzo della nostalgia e a volte della frustrazione di non poter fare tutto ciò che vorremmo nella propria terra. Tuttavia, noi calabresi siamo cocciuti e sappiamo trasformare le difficoltà in opportunità. Vivere fuori regione, ad esempio, ha permesso a tanti di cogliere opportunità che, si spera, un giorno potranno essere messe a frutto proprio dove si desidera.
-Il suo primo incarico?
A 23 anni, consulente per una società importante di Roma che si occupa di progetti di sviluppo culturale e territoriale
-La sua prima esperienza importante?
La mia prima esperienza importante coincide con il mio primo incarico: lavorare alla candidatura di Matera come Capitale Europea della Cultura 2019. È stato un progetto che mi ha fatto crescere molto, permettendomi di comprendere meglio le molteplici sfaccettature di un mestiere tanto complesso quanto affascinante
-La ricerca o l’obiettivo a cui è più legata
L’obiettivo a cui sono più legata è sicuramente quello di essere tornata e aver finalmente avuto la possibilità di fare ciò che desideravo: svolgere il mio lavoro, che a volte è ancora incompreso e per questo ancora più sfidante, “a casa”, nella mia terra.
-Un giorno lei parte e va in giro per il mondo, che esperienza è stata?
Direi che è stata un’esperienza fondamentale. Vivere all’estero mi ha offerto l’opportunità di crescere professionalmente, di costruire una rete di contatti internazionali e di sviluppare molte competenze. Ma, oltre agli aspetti professionali, è stato un percorso determinante anche sul piano umano: mi ha insegnato a cavarmela da sola, a prendere decisioni in autonomia e a superare i miei limiti. È stato un processo che mi ha reso più sicura di me stessa, permettendomi di scoprire meglio la mia personalità e le mie capacità.
-Chi l’ha aiutata a crescere e in quale angolo?
Tutte le persone che ho incontrato nel mio cammino hanno avuto un ruolo significativo nella mia crescita. Affrontare nuove sfide in contesti, culture diverse con persone diverse mi ha aiutato a sviluppare una maggiore flessibilità mentale e un approccio alla vita che, forse, non avrei mai acquisito altrimenti. In particolare, l’esperienza a Toronto è stata la più difficile, ma anche quella che mi ha formata di più.
-Perché poi è tornata in Italia?
Per mettere “a servizio” tutte le competenze che sentivo di aver acquisito e per la consapevolezza di quanto, proprio nel nostro Paese, c’era un enorme potenziale per applicare ciò che, altrove, era già ampiamente sviluppato nel mio settore.”
-Le è mai capitato in giro per l’Italia di “vergognarsi” di essere figlia della Calabria?
Qualche volta sì, soprattutto a causa delle solite notizie negative che spesso vengono associate alla Calabria, notizie che si trasformano in stereotipi difficili da sradicare.
-Come arriva in Sila tra i giganti della montagna?
Arrivo in Sila grazie all’opportunità che mi è stata offerta dal FAI di gestire questo luogo straordinario. La Riserva dei Giganti della Sila, concessa dal Parco Nazionale della Sila, insieme al Casino Mollo, donato dalla famiglia Mollo, rappresentano uno degli attrattori culturali più importanti della Calabria. Per me è un vero onore, ma anche una grande responsabilità, gestirli.
-Che consiglio darebbe ad una giovane donna come lei che oggi volesse intraprendere la sua carriera?
Consiglierei determinazione, studio e formazione costante, curiosità e grande forza
-Qual è stata la vera arma del suo successo?
Successo? Credo di avere ancora molti progetti da sviluppare, e nemmeno allora mi considererò una ‘donna di successo’. Quello che posso dire con certezza è che sono una donna molto consapevole di sé e di ciò che sta facendo. La tenacia e le competenze, senza dubbio, sono state determinanti per raggiungere risultati importanti
-Che futuro immagina per la sua vita?
Mi auguro un futuro ricco di soddisfazioni professionali, cercando al contempo di imparare a ritagliare sempre più spazio per me stessa e per la mia vita privata
-Quante difficoltà ha incontrato nel suo ruolo di guardiana dei boschi?
Eh, tante… frutto di diffidenza e chiusura culturale. Ciononostante, la costanza e la coerenza del lavoro che si porta avanti ha, credo, trasformato il modo di vedere della comunità che ha e sta imparando a guardarsi con occhi nuovi.
-Cosa ha imparato stando così tanto tempo in montagna?
La montagna, di per sé, è un contesto più impegnativo in cui vivere e lavorare, e per me è stata ed è una vera e propria palestra di vita. Mi ha insegnato a sviluppare una maggiore forza e caparbietà nel lavoro, ma allo stesso tempo mi ha fatto comprendere l’importanza della lentezza, del godere appieno delle piccole cose, anche di suono che in città non puoi sentire e ho colto ancora di più l’importanza della natura su tutti gli aspetti della nostra vita.
-Che team ha intorno?
Il mio team è composto da persone del luogo, e di questo ne sono molto felice: è la misura dell’impatto sociale che questo lavoro di sviluppo in questo luogo sta generando. Un team che sto formando e di cui vado molto fiera. Credo molto nel lavoro di squadra e nella crescita delle persone, ancora più in contesti dove “crescere” sembra impossibile. Noi, invece, su questo puntiamo moltissimo.
-E’ vero che questi alberi così giganteschi sono in grado di parlare?
Certo! E non lo dico io, lo dicono studi scientifici che gli alberi comunicano tra loro grazie ad una rete complessa sotterranea, il famoso Wood Wide Web: l’internet degli alberi.
-Cosa manca alla montagna silana per diventare il Trentino del Sud?
Credo che la montagna silana non debba cercare di diventare il Trentino del Sud, ma piuttosto debba affermare la propria identità. Su questo si sta già lavorando con grande impegno. L’altipiano silano vanta numerosi riconoscimenti ambientali che lo rendono unico, e il Parco Nazionale della Sila, insieme al FAI e alle realtà imprenditoriali locali, sta lavorando per valorizzarli. Ad esempio, grazie al prezioso lavoro del Parco, oggi la Sila è una Riserva della Biosfera, inserita nella Rete Mondiale dei Siti di Eccellenza dell’UNESCO. Inoltre, il Parco ha ottenuto la Carta Europea del Turismo Sostenibile, un’importante certificazione che rappresenta uno strumento di gestione pratica, con cui chi lavora in questo territorio contribuisce a proteggere e valorizzare il nostro patrimonio.
-Non mi ero mai reso conto del valore reale del parco…
Ma c’è dell’altro. A tutto ciò si aggiungono le specificità floristiche e faunistiche della nostra regione: la Calabria è una delle zone più ricche di biodiversità, con un terzo della biodiversità italiana che proviene da qui. E poi ci sono le nostre tipicità gastronomiche, le tradizioni e gli aspetti immateriali della cultura. In definitiva, un patrimonio unico che ci distingue da altri territori. Forse ciò che manca è proprio la conoscenza e quindi la consapevolezza di ciò che c’è. Dovremmo conoscere molto di più la nostra terra ed essere noi stessi ambasciatori del nostro ricco patrimonio. A volte resto stupita di come miei corregionali ignorino luoghi importanti che, invece, molti turisti nazionali e stranieri vengono appositamente per visitarli. Incredibile, no?!
-Che inverno sarà questo per la montagna silana?
Spero sia un inverno positivo. La Sila è un luogo che può essere vissuto tutto l’anno, e l’inverno rappresenta una delle stagioni più importanti. Ogni anno accogliamo numerosi turisti, principalmente italiani e provenienti dalle regioni limitrofe, che scelgono la Sila proprio in inverno. Questo è possibile anche grazie al lavoro delle Associazioni locali e delle Guide del Parco, che offrono esperienze all’aperto di vario tipo, pensate per diversi target.
-Se lei avesse una bacchetta magica cosa farebbe all’interno della Riserva?
Se avessi una bacchetta magica, mi piacerebbe vedere ancora più visione, efficienza e collaborazione. A volte è difficile portare avanti i processi di sviluppo a causa dei ritmi e dei modi di operare differenti. Ma in generale, credo che, come spesso si dice, sia fondamentale lavorare sullo sviluppo di un sistema integrato di servizi. Inoltre, sarebbe bello vedere una maggiore consapevolezza da parte della comunità locale, che è un elemento chiave per migliorare la qualità del territorio. Questo non solo per chi ci vive e ci lavora, ma anche per chi decide di visitarlo.
-Allora le auguro un 2026 pieno di successi ancora…
Grazie a lei, e grazie soprattutto per il tempo che ha dedicato a questa nostra foresta incantata.

“I GIGANTI DELLA SILA”
LA RISERVA IN NUMERI
-Localizzazione: Comune di Spezzano della Sila
-Estensione: 5,44 ha
-Data di istituzione della Riserva: 21 luglio 1987
-53 piante di pino laricio secolare
-7 esemplari di acero montano
-Periodo di origine della foresta: 1620-1650
-Altezza: tra 35 e 45 mt
-Diametro: tra i 71 e i 187 cm
-Età media: 350 anni
-ACCESSIBILITA’: Lavoriamo affinché sempre di più l’esperienza del nostro sito sia coinvolgente e soddisfacente per un numero sempre maggiore di persone rendendolo veramente accessibili a tutti. Oltre all’abbattimento delle barriere architettoniche (soprattutto con l’apertura del Casino Mollo), attraverso il progetto “museo per tutti” stiamo lavorando su una accessibilità intellettiva grazie alla presenza di guida di lettura facilitata, redatta in linguaggio accessibile, che contiene diversi materiali educativi dedicati agli spazi del bene e ai suoi contenuti. Così, dopo le video guide in LIS, il nostro sito si arricchisce di strumenti di visita accessibili davvero a tutti.
-BIODIVERSITA’: Come è ovvio che sia, lavoriamo per tutelare e custodire la biodiversità unica dei Giganti. Quello che cerco di fare è trasmettere una “cultura” della natura dove valorizzare e far conoscere la vita che ci circonda, favorendo un contatto diretto con essa. Da qui la realizzazione di attività divulgative con esperti del settore e l’installazione di arnie all’interno della Riserva con relative attività di scoperta e conoscenza di questo mondo
-I NOSTRI RECORD: nel 2025 registriamo oltre 44.000 visitatori, numeri importanti che mi fanno capire quanto ancora possiamo fare per far conoscere questo luogo importantissimo.
-COLLABORAZIONI: si lavora con il principio di fare rete
-SQUADRA: mi piacerebbe rinnovare l’importanza del lavoro di squadra e di quanto sia importante per me diffondere una responsabilità condivisa e il miglioramento dell’efficienza lavorativa nell’ottica che solo insieme si può realmente raggiungere un obiettivo.

L’ORGOGLIO DI AVER CREDUTO IN UN SOGNO
Di Simona Lo Bianco
…Quando sono arrivata in Sila, nel 2017, non sapevo ancora che quella terra avrebbe cambiato la mia vita. La prima volta che ho messo piede in questo luogo meraviglioso, ricordo silenzio, solitudine, un posto stupendo, ma quasi dimenticato: la Riserva dei Giganti della Sila. Era un luogo incredibile, ma quasi nessuno lo sapeva. Pochi lo conoscevano e pochi lo visitavano. Ed io mi sono chiesta: come è possibile che tanta bellezza passi inosservata?
Un bosco secolare, imponente, alberi enormi testimoni di storia e bellezza. Quando li ho visti per la prima volta, ho sentito qualcosa di forte. Era come se la natura mi stesse parlando e mi diceva: “raccontami, fai sapere che esisto”.
Ed in quel momento ho capito che dovevo ridare voce ai Giganti, dovevo ridare orgoglio a questo luogo.
Ma all’inizio non è stato facile. Anzi!
Molti non ci credevano.
Dicevano: “ma chi vuoi che venga qui?”, “non c’è niente di speciale”, “è troppo difficile”, “sono solo 4 alberi”.
Io invece vedevo un luogo pieno di vita, di energia, di storie da raccontare, un luogo da riscattare.
Comincio così ad occuparmi della Riserva, anche se non tutti accolsero bene la mia presenza. Intorno a me C’era diffidenza, paura del cambiamento, resistenze, fino anche diversi avvertimenti.
Intraprendo insomma un percorso tortuoso, in cui commetto molti errori ed in cui attraverso tanti, tantissimi momenti bui. Ma d’altronde, a chi non capitano i momenti bui…a chi non capita di sentirsi sopraffatti, affogati, affaticati… ma poi ti fermi e pensi: non sono mica il primo a vivere ciò.
E nel mio caso, il primo era una donna: e questa donna Si chiamava Paola Mollo.
Infatti, non troppo tempo fa, quando tutti intorno vedevano solo alberi da tagliare, lei vedeva radici da custodire. Quando il vento della modernità spingeva a “ripulire”, lei scelse di proteggere.
Lei aveva scelto di difendere questi alberi, di opporsi al taglio, di proteggere ciò che per altri era solo legna o terreno da sfruttare.
Per lei non erano alberi: erano memoria.
Salvò gli alberi, sì — ma in realtà salvò qualcosa di più profondo che forse neanche lei sapeva: il senso di appartenenza, la memoria di un luogo, la dignità della sua storia.
Ed io…io dovevo avere il coraggio di continuare ciò che questa donna, in silenzio, aveva già iniziato.
E per farlo ci è voluto tanto orgoglio, Ma quell’orgoglio che è determinazione, fierezza, consapevolezza e convinzione di ciò che si doveva fare.
Iniziamo così a promuovere la Riserva, a creare esperienze, eventi e attività. A far scoprire a chi non la conosceva che quei Giganti non erano solo alberi, ma memoria vivente del nostro Paese. Un patrimonio naturale, si, ma anche identitario, umano.
E piano piano, qualcosa è cambiato. I visitatori sono aumentati e quella Riserva, un tempo dimenticata, è diventata un simbolo.
Oggi la conoscono in tutta la Calabria e anche oltre. Oggi quel luogo è una meta, una destinazione, una storia che continua a raccontarsi/un racconto che continua a crescere. E ogni volta che qualcuno mi dice “ah, I giganti! Ci sono stato!” io sorrido perché so bene gli anni di fatica, di passione e di ostinazione.
Questa allora è la storia di un orgoglio: l’orgoglio di aver deciso di continuare quel gesto, orgoglio di chi ci ha creduto anche quando sembrava inutile farlo, orgoglio di aver resistito, orgoglio di aver reso questo luogo un orgoglio per tutti. perché vedete…oggi c’è un territorio che ha imparato a guardarsi con occhi nuovi, un territorio che va orgoglioso di questo patrimonio: un orgoglio quindi collettivo, non più individuale.
Ma è proprio quando ti sembra di aver ingranato la marcia giusta, quando pensi di riuscire a farcela, quando pensi di dare finalmente concretezza a questa bellezza che qualcuno è là, pronto a puntarti il dito, a dirti che non va bene ciò che fai, a chiederti di abbassare la testa se vuoi resistere o esistere…
E io invece vi chiedo…: “cosa c’è di male a provare questo orgoglio?” Quante volte vi sarà capitato, una volta raggiunto un obiettivo importante, di pensare: “Non me lo merito, sono solo stato fortunato”.
Ecco vedete, si tratta di un atteggiamento psicologico molto più comune di quanto pensiamo, che porta a non percepire le nostre reali capacità, a capire il nostro valore, a rimanere autentici in un mondo sempre più omologato.
Forse perché siamo cresciuti pensando che avere consapevolezza di sé, che l’orgoglio fosse un difetto? che lo sbaglio fosse un fallimento? Che darci un valore non sia proficuo se vuoi essere accettato, che è meglio essere modesti, silenziosi, forse invisibili.
Ma l’orgoglio di cui vi parlo io non è arroganza, non è presunzione, non è superbia. Niente di tutto ciò!
L’orgoglio di cui vi parlo io oggi è forza.
È dire:“Io valgo. Io ci sono. Io ho qualcosa da dare.”
E allora mi viene in mente una citazione di Sant’Agostino che un tempo un amico a me caro mi disse e che ho fatto molto mia. Una frase che voglio condividere con voi perché la trovo calzante in questo momento: “Non è peccato l’amore di sé, ma il disprezzo degli altri.”
E allora sì, sono orgogliosa. Orgogliosa di ciò che abbiamo costruito, orgogliosa di averci creduto, orgogliosa di aver dato nuova vita a un patrimonio naturale che appartiene a tutti.
Quindi, quello che voglio dirvi è … siate orgogliosi! Siate orgogliosi anche quando nessuno vi applaude. Siate orgogliosi anche quando siete stanchi, quando tutto sembra pesare più del solito, anche quando non è facile.
Siate orgogliosi quando sbagliate, l’errore non è un fallimento, è un’opportunità per fare meglio.
Il vostro, il nostro orgoglio non sarà dato da qualche successo o traguardo, ma dal percorso che intraprendete e da come lo affrontate, dal modo in cui scegliete di resistere giorno dopo giorno.
Il vostro orgoglio, il nostro orgoglio non sarà dire “sono migliore”, ma sarà poter dire, con umile fermezza e con rispetto: “Io ci credo. Io ci sono. E non smetterò di esserlo.” Oppure “e voglio continuare ad esserci”.
Grazie.

Grazie amici del FAI
“Natale è tornare a casa, ritrovare la propria famiglia, godere del calore e dell’affetto di parenti e amici. È il momento più magico dell’anno, tanto atteso da grandi e piccini, per trascorrere insieme giornate di allegria e convivialità. Il FAI invita a visitare i suoi Beni calati nell’atmosfera natalizia e a condividere con le persone più care lo splendore di ville, castelli e palazzi signorili addobbati a festa, la suggestione dei presepi allestiti secondo le tradizioni locali, il fascino di boschi imbiancati di neve e aree naturalistiche immerse nella fioca luce dicembrina”.
Partiamo dall’appello del FAI, il Fondo per l’Ambiente italiano -e di cui Simona Lo Bianco è oggi meravigliosa interprete- appello che ho trovato l’altro giorno sul sito ufficiale del FAI e che parla anche di noi, del Natale in Calabria, e di questo bosco bellissimo dei Giganti della Sila. E tra i posti più suggestivi d’Italia il FAI raccomanda proprio la Calabria e la foresta del Fallistro, e affida a Daniela Bruno, archeologa e Vice Direttrice Generale FAI per gli Affari Culturali, il compito di accompagnare i lettori alla scoperta del bosco ultracentenario de I Giganti della Sila, per spiegare che “la natura e la cultura, in Italia, anche in un parco naturale, sono inscindibili”. Leggiamo insieme.
“…Vista da vicino la Calabria non è come te l’aspetti. Quando si sale da Cosenza e ci si addentra nella Sila Grande su per i tornanti fino all’altipiano più grande d’Europa con i laghetti blu e le distese di pini, sembra il Canada o la Svizzera. Passi perfino davanti all’hotel Edelweiss, mangi funghi porcini, e c’è un parco nazionale che arriva quasi a duemila metri che è un vanto dell’Italia nel mondo…”.
“…La storia dei boschi della Sila è anche la storia di un’impresa umana e questo bosco, adesso, più che natura selvaggia, ci appare produttivo, quasi un’industria. Sembra un paradosso, ma è il bello del paesaggio italiano: la natura e la cultura, in Italia, anche in un parco naturale, sono inscindibili
“…Alti fusti come questi sono merce rara da millenni. Veniva dalla Sila per esempio l’albero maestro della nave più grande dell’antichità, progettata da Archimede per Gerone II, tiranno di Siracusa nel 240 a.C. Ma erano tronchi della Sila anche le capriate di trentatré metri della Basilica di San Pietro a Roma o le travi del tetto della Reggia di Caserta nel Settecento e forse anche qualche grattacielo di New York ha avuto uno scheletro dei tronchi della Sila, scelti come uno dei pegni da pagare agli alleati per la Liberazione dopo la Seconda guerra mondiale.…Ecco allora che, visto da vicino, questo bosco svela sorprendenti tracce dell’uomo e più che un safari nella natura ci si accorge di fare un viaggio nella storia”.
Solo il FAI poteva realizzare questo sogno, ecco perché oggi diciamo “Grazie agli amici del FAI, grazie per quello che avete già fatto per questi boschi, ma soprattutto per quello che farete ancora in futuro. (Pino Nano)


Storia della montagna incantata
di Francesco Mazzei
Nel cuore della Sila a solo otto chilometri a sud di Camigliatello, in provincia di Cosenza, la riserva biogenetica dei “Giganti della Sila”, è uno dei luoghi di interesse naturalistico e storico più importanti della regione Calabria.
Questo meraviglioso bosco plurisecolare conosciuto anche come i “Giganti di Fallistro”, è un tesoro naturale unico al mondo. Le foto di Ugo Rendace, storico direttore di fotografia alla RAI, ne sono oggi una testimonianza bellissima.
Si tratta infatti, di una pineta monumentale che ospita cinquantotto esemplari di pino laricio e alcuni aceri montani, con alberi che raggiungono i quarantacinquemetri di altezza e superano i trecentocinquanta anni di vita. Queste piante ormai sono ritenute le ultime testimonianze della leggendaria Silva Brutia, l’immensa foresta che un tempo copriva l’intero altopiano della Sila.
Celebrata da autori latini come Virgilio e Plinio il Vecchio, la foresta silana era una risorsa strategica per l’Impero Romano, che ne sfruttava il legname per costruire navi, abitazioni e la resina per produrre la preziosa pece. A differenza di quanto si possa pensare però, questo non è un bosco nato in modo totalmente selvaggio.
La sua storia inizia intorno al 1640, quando la nobile famiglia cosentina dei baroni Mollo decise di piantare questi alberi intorno al loro Casino di caccia (una residenza rurale) con lo scopo di proteggere la casa dai venti gelidi e fornire riparo alle greggi durante la transumanza. Il bosco era considerato inoltre da questi nobili una vera e propria risorsa economica, gli alberi venivano curati e selezionati per la produzione di legname e derivati e mentre nel resto della Sila i boschi venivano abbattuti per i debiti di guerra (soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando molto legname fu inviato agli Alleati), i Giganti di Fallistro si salvarono grazie alla tenacia dei baroni Mollo. La famiglia si oppose infatti, fermamente al taglio, proteggendo gli esemplari più antichi e maestosi.
Dopo la riforma fondiaria degli anni ’50, l’area passò allo Stato e fu istituita come Riserva Naturale Biogenetica Statale nel 1987. Nel 2016, il casato nobiliare dei Mollo ha donato il Casino e l’area circostante al FAI (Fondo Ambiente Italiano), affinché potesse prendersene cura e aprirlo al pubblico in modo strutturato e cosi oggi il bosco viene lasciato alla sua evoluzione naturale: gli alberi che cadono non vengono rimossi, ma restano sul terreno per arricchire l’ecosistema, permettendo alla vita di rigenerarsi spontaneamente.
I Giganti della Sila vengono chiamati così per le loro dimensioni straordinarie che li rendono simili a sequoiemediterranee. Il loro diametro può superare i due metri e per abbracciarne uno servono spesso tre o quattro persone adulte. Nella riserva oggi sono rimasti un numero esiguo di alberi ma che comunque rendono ancor più prezioso il patrimonio rappresentato da questo bosco ultracentenario dell’Appennino Calabrese, tutelato come parte del Parco Nazionale della Sila.
Cinquantotto esemplari di pini larici e aceri montani dalle caratteristiche uniche nel loro genere, tali da renderli appunto dei “giganti”. Leggendo ancora fra le righe della storia, si potrebbe quasi dire che si trattò di un primo esempio di salvaguardia ambientale, dovuto alla necessità di fermare l’abbattimento indiscriminato di piante. I pastori della zona infatti, erano soliti estrarre dai tronchi una resina infiammabile, risorsa preziosa usata come combustibile, ma che causò gravi problemi di disboscamento. Per contrastare questo fenomeno dilagante, si impegnò persino l’allora regno di Napoli, emettendo numerosi provvedimenti a riguardo come risulta dai documenti del casato nobiliare.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i terreni furono espropriati e reintegrati poi nel patrimonio dell’Ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali che, insieme alla famiglia Mollo, promosse l’istituzione dell’attuale Riserva Naturale Biogenetica allo scopo di studiare, conservare geneticamente e tutelare questo patrimonio storico-naturale di enorme valore.
Dal 2016 la riserva è gestita dal FAI. La presenza in loco del FAI garantisce oggi l’apertura dell’area al pubblico, con attività di promozione e conoscenza di un lembo di paesaggio rurale calabro rimasto fermo a trecentocinquanta anni fa. Al di là della sua storica importanza è comunque un posto molto diverso dal passato accogliente, dinamico, ben collegato e tutelato, soprattutto grazie al lavoro del suo staff, giovani risorse calabresi che si dedicano con passione e professionalità alla valorizzazione del territorio e che sono riusciti in questi anni a fare un importante attrattore turistico a livello nazionale dei pini giganti, ammirati e visitati ogni anno da oltre quarantamila persone.
Un nome per tutti, quello di Simona Lo Bianco che qui in montagna viene considerata una sorta di fata turchina del bosco. In realtà è una donna manager che ha rivoluzionato la vita e la storia di questa montagna quasi sacra.

Il bosco…parla…
Per darvi meglio l’idea di cosa sia la bellezza suggestiva di questo posto ho pensato di chiedere aiuto ad un grande maestro dell’immagine, il giornalista Ugo Rendace, 42 anni in RAI prima come direttore di fotografia poi come titolare della redazione giornalistica di Crotone, un collega e compagno di lavoro di grandissime doti professionali e con cui ho avuto il privilegio di condividere tantissimi reportage realizzati dovunque. Conoscendo la sua grande passione per la fotografia l’ho cercato e guarda caso il giorno in cui l’ho chiamato al telefono era proprio in Sila. È bastato fargli il nome del “Giganti della Sila” per ritrovarlo come l’avevo conosciuto 40 anni fa, sognatore e innamorato della natura come pochi altri in redazione da noi in RAI. Mi ha risposto “Sarà bellissimo tornare nel bosco. Ci sono stato appena una settimana fa”. Questo è il racconto per immagini di questa foresta che oggi il FAI grazie a Simona Lo Bianco ha trasformato in un tesoro di immenso valore naturalistico, paesaggistico, e non solo (pino nano).
Foto e Immagini di Ugo Rendace










”Peace Circle”, Il Circolo della Pace
“La nostra missione: Seminare alberi per coltivare comunità pacifiche”
di Anna Maria De Luca*
Fare della Calabria la regione con più parchi per la pace al mondo: è questo il mio augurio per il 2020. Sono passati diversi anni da quando Mika Vanhanen, visionario innovatore finlandese, mi assegnò il compito di coordinare per l’Italia il Peace Circle– Circolo della Pace, un progetto internazionale nato in Finlandia per realizzare, gratuitamente, nelle città e nei paesi di tutto il mondo parchi a forma di simbolo della pace: spazi verdi urbani dal forte valore simbolico e comunitario. Ed io decisi di iniziare proprio dalla Calabria, dal mio paese, Fuscaldo, per realizzare il primo Peace Circle italiano, nel novembre 2024. In miniatura, ma solo il primo di una lunga serie che spero in questo 2026 possa coinvolgere tanti altri Comuni.
L’obiettivo è far sì che l’Italia sia il Paese con più Peace Circle al mondo. Agli amministratori che stanno leggendo questo articolo dico: agite subito, contattateci tramite il giornale per far sì che sia la Calabria a conquistare il record positivo in Europa.
Prima ancora della nascita dei Peace Circle, Mika Vanhanen mi aveva affidato ENO, Environment Online, una rete nata nel 2000 che abbiamo fatto crescere fino a coinvolgere 10mila scuole in 157 paesi mobilitando la piantumazione di oltre 30 milioni di alberi da parte delle scuole stesse. Anche in quel caso, iniziai dalla Calabria a costruire la rete di scuole ENO per sensibilizzare i bambini all’ambiente vero, vissuto con paletta e innaffiatoio.
Oggi continuo questa missione attraverso Peace Circle, un modello che trasforma i valori in azioni visibili collegando natura, comunità e apprendimento, con la vision di raggiungere 100 paesi entro il 2030.
Il Peace Circle opera su tre livelli interconnessi. Il primo è un livello fisico: il parco come luogo pedagogico e simbolico (è possibile creare anche Peace Circles temporanei in cortili scolastici o altri spazi, versioni leggere e partecipative della stessa idea). Il secondo è un livello digitale: una piattaforma globale di apprendimento che connette persone e comunità oltre i confini geografici. Il terzo è un livello di pratiche e azioni simboliche: metodi creativi che portano i valori nella vita quotidiana e li rendono visibili negli spazi condivisi, come scuole e classi con i propri Peace Circles.
Il modello del Peace Circle si nutre di un principio più ampio che Mika Vanhanen chiama Umanità Circolare: quando le persone si muovono insieme nei valori, nella comprensione e nell’azione, le transizioni diventano cultura. In un mondo segnato da conflitti, crisi ambientali e frammentazione sociale, è importante che siano sempre di più le persone impegnate nella realizzazione di parchi per la pace nelle proprie comunità. Come si fa a crearne uno? Semplice.
E’ sufficiente che un Comune individui uno spazio abbandonato, o da riqualificare, utilizzabile da tutti i cittadini (quindi non in luoghi sperduti ma vicino alle persone). Una volta individuato, si contatta la responsabile nazionale che attiva la rete internazionale e fa da ponte con il presidente in Finlandia.
La scelta degli alberi – che solitamente vengono donati ai Comuni da sponsor o dalle Comunità Montane o dalla Forestale – viene operata dal Comune tra le specie del posto. Importante è che siano alberi diversi, non tutti uguali, per tutelare la biodiversità. Fondamentale è coinvolgere la comunità, le scuole e le organizzazioni locali ed implementare le componenti educative secondo le linee guida. L’esperienza sarà poi condivisa a livello internazionale, con evidenti ricadute anche di immagine sulla località che ha deciso di realizzare il parco della pace. La preparazione del sito e la piantumazione vengono realizzate dagli operai del Comune, quindi a costo zero, con il coinvolgimento della comunità locale.
La struttura simbolica del Circolo della Pace
Ogni Peace Circle è progettato secondo una struttura circolare, semplice ma profondamente significativa. Al centro si trova l’Albero della Pace, simbolo dell’unità dell’umanità e della responsabilità individuale. La specie scelta varia in base al contesto culturale e geografico: dall’ulivo nel Mediterraneo al baobab in Africa, dal ciliegio in Asia orientale alla quercia in Europa. Attorno all’albero centrale si sviluppa il Cerchio dei Guardiani, composto da alberi dedicati a costruttori di pace e ambientalisti di rilievo mondiale e locale. Ogni albero racconta una storia e diventa un ponte tra memoria, ispirazione e impegno civile. E’ il Comune che decide a chi dedicare gli alberi.
L’Albero della Pace centrale a Fuscaldo è stato registrato su una mappa mondiale, alimentata da TreebuddyEarth, completa di una foto, consentendo alle persone di tutto il mondo di visualizzarlo e connettersi virtualmente. Inoltre, è stato sviluppato un Peace Circle virtuale a 360 gradi, che permette agli utenti di esplorare il parco da remoto. In futuro, è in fase di sviluppo un gemello digitale del Peace Circle, che integra riprese con drone per mostrare il parco durante le diverse stagioni. Questo gemello digitale offrirà un’esperienza di apprendimento interattiva, migliorando le opportunità educative e connettendo le comunità a livello globale, rafforzando il messaggio dell’iniziativa di unità e responsabilità condivisa.
A completare il disegno c’è l’ABC della Pace, una filosofia che rappresenta un approccio olistico alla costruzione della pace: testa, per la conoscenza e l’educazione; cuore, per l’empatia e la compassione; mani, per l’azione concreta e la responsabilità condivisa. La diversità delle specie arboree non è casuale: nessun albero è uguale all’altro, a sottolineare come la pace e l’armonia nascano dalla pluralità e dal rispetto delle differenze.
I Peace Circle sono pensati come parchi compatti e multiuso, ideali per contesti urbani dove lo spazio è limitato. Non sono solo aree verdi, ma veri e propri laboratori di cittadinanza attiva, per ospitare workshop, eventi culturali, momenti di meditazione e attività educative.
Un elemento distintivo del progetto è l’integrazione con il digitale. Grazie a una segnaletica dotata di QR code (che vengono inviati dalla Finlandia), i visitatori possono accedere alla piattaforma online Peace Circle World, dove trovano contenuti multilingue, biografie dei Guardiani, materiali educativi e una mappa globale dei Circoli della Pace nel mondo. Lo spazio fisico si collega così a una rete internazionale di persone e comunità impegnate per la pace.
In un’epoca di grandi incertezze, il Circolo della Pace ci ricorda che la pace non è un’astrazione, ma qualcosa che può essere piantato, curato e fatto crescere, insieme.
*Coordinatrice nazionale dei Peace Circle

