Valerio Chiovaro “Io, Missionario a Gerusalemme”

di Pino Nano
Se qualcuno di voi avesse voglia di capire cosa è realmente la Chiesa del bisogno e della solidarietà, quella Chiesa di cui Papa Francesco parla ogni giorno nelle sue omelie ufficiali, quella Chiesa che a volte sembra non esistere, quella Chiesa che magari vediamo invece continuamente in televisione come prodotto di mercato per la raccolta dell’otto per mille, quella Chiesa così fisicamente lontana dai palazzi del potere e dalle lobby dinastiche delle Mura Vaticane, venga allora con noi in Israele, e gliela faremo toccare con mano questa Chiesa superba, che sa di aiuto verso gli altri, che vive di pochissime cose, a volte di elemosine, che pratica il digiuno eucaristico, che crede nella preghiera, che coltiva la fede, che anima la speranza, quella chiesa che rende i sacerdoti veri ministri di Dio e che alla fine li porta dritti in Paradiso.
Ma esiste davvero questa Chiesa? Assolutamente sì, e nel nostro caso questa Chiesa ha anche un nome e un cognome, una presenza fisica, un sorriso che ti stronca l’animo, una stretta di mano che sembra non volerti lasciare mai da solo, una predisposizione al bene fuori da ogni immaginazione, il senso dell’appartenenza, il rispetto della vita degli altri, il rigore delle regole.
Basta arrivare a Gerusalemme City e chiedere dei missionari italiani. Non c’è poliziotto attorno al muro del pianto o dentro le mura che avvolgono la Basilica del Santo Sepolcro che non sappia che indicazione darti .
Cercate don Valerio? Il sacerdote calabrese? Bene, proseguite in questa direzione, poi girate a destra e andate avanti sulla spianata, a due chilometri da qui troverete la sua missione e la sua casa. Ecco l’indirizzo esatto che cercate, Casa Kerigma, in Benjamin Disraeli Street, a soli 25 minuti a piedi dal Santo Sepolcro, la Chiesa delle Resurrezione, luogo santo per antonomasia.
Per chi a Gerusalemme è di casa, è davvero una passeggiata tra i sapori più tradizionali della città vecchia, tra il quartiere cristiano di Gerusalemme e la strada che conduce al deserto.
E qui troviamo il nostro uomo. Spiazzante, quasi commovente la maniera con cui ci accoglie, è come se ti avesse appena salutato in Italia per ritrovarti il giorno dopo qui in questa casa dove regna il silenzio e la semplicità degli ultimi, un tavolo, le sedie attorno, una piccola credenza, un giardino all’esterno, un cesto pieno di arance, e fuori il rumore lontano di una città che rimane al centro del mondo, un luogo di preghiera, di contemplazione, di opera missionaria, di amore trasversale.
Don Valerio Chiovaro racconta l’inizio di questo suo nuovo cammino a Gerusalemme con la consapevolezza assoluta di chi sa cosa esattamente vuole dalla vita.
“E’ qui, nel luogo in cui Dio ha scelto di irrompere nella storia dell’uomo che sorge la nostra casa Kerigma. Accogliere, ascoltare attendere: sono i tre verbi legati a questa esperienza che avvicina Reggio Calabria alla città “eletta” dal Signore. Un detto rabbinico racconta che quando il discepolo si presentò al maestro, l’ultimo gli fece tre domande: «Se non tu chi? Se non adesso quando? Se lo fai solo per te che persona sei?»
In realtà, una mattina questo giovane sacerdote reggino si sveglia e si rende conto che la sua vita deve proseguire, perché quello che ha intorno forse non gli basta più, perchè la sua storica parrocchia reggina gli ha forse dato tutto quello che lui avrebbe potuto sperare di avere fino ad ora, ma lui cerca oltre, è una sfida che non si ferma, contro se stesso, contro il suo mondo, e da rigoroso intellettuale della Chiesa di Francesco sa di poter ancora osare, e anche molto. Ecco allora che don Valerio ritrova il coraggio di sognare. Prende carta e penna e chiede ai suoi superiori di poter andare in Terra Santa per fare il missionario.
Molti proveranno a fermarlo, ma l’uomo è un romantico, un visionario, un filosofo, folle e ribelle, quasi un poeta.
“Ma lui lo è sempre stato- ricorda sorridendo l’Arcivescovo Emerito di Cosenza mons. Salvatore Nunnari che lo segue da quando Valerio era ancora un giovane seminarista-. Valerio è un sacerdote di grande carisma, e quello che ha fatto è un segnale di una forza dirompente per tutti noi, sacerdoti e fratelli come lui. Ha lasciato la comodità della sua bella chiesa reggina per un’avventura del tutto nuova, beato lui che ha avuto il coraggio di osare. Ad un sacerdote come lui, gli va augurato tutto il bene possibile, perché grazie a questi preti la Chiesa è ancora forte presente e protagonista nel mondo”.
Ma ci dice molto di più di lui il vecchio vescovo di Cosenza.
“Quando Valerio ancora ragazzo espresse il desiderio di diventare sacerdote, io allora ero a Reggio Calabria alla Chiesa Santa Maria del Divino Soccorso, e a parlarmi di lui e a presentarmelo per la prima volta fu il suo padre spirituale, Santo Marcianò, l’attuale Ordinario Militare d’Italia, allora ancora giovane sacerdote al Seminario di Reggio, e ricordo che Santo Marcianò mi disse che aveva tra le mani una “promessa” della Chiesa del futuro. I suoi genitori inizialmente non erano contenti che Valerio diventasse sacerdote, ma alla fine tutti abbiamo compreso il valore straordinario di questo giovane sacerdote, che non ha mai deluso nessuno. Anzi Valerio Chiofaro ha riempito di amore e di impegno sociale le nostre vite e le nostre esperienze pastorali. Qualche anno più tardi io celebrai il matrimonio di suo fratello, che fa il carabiniere, ma solo perché Valerio non era ancora diventato sacerdote. Sarebbe stato bellissimo per lui poterlo fare. A Reggio poi, una volta sacerdote, Valerio ha superato sé stesso, si è messo a gestire un bene confiscato alla mafia, ha sfidato tutto quello che aveva attorno per ottenere il risultato che si era prefisso di raggiungere, e oggi la sua comunità va avanti da sola, senza di lui, perché lui l’ha resa forte e libera in tutti i sensi. Un apostolo, fai bene a definirlo così nel tuo racconto, perché don Valerio tale è”.
In realtà la storia personale di don Valerio sembra davvero un pezzo del Vangelo di Gesù, lui apostolo tra gli apostoli, lui missionario ai margini di un deserto pieno di pericoli, in una città dove odio amore disprezzo e violenza sono di casa ogni giorno e sono le due facce della stessa medaglia, lui figlio di una città lontana da qui oltre 3500 chilometri via terra, nato e cresciuto a Reggio Calabria, ma soprattutto storico sacerdote della chiesa della Cattolica dei Greci (o Santa Maria della Cattolica dei Greci), l’istituzione cristiana più antica nella città dello Stretto.

-Don Valerio perché Gerusalemme?
Partiamo dall’inizio. “Indurire il volto verso Gerusalemme” significa arrivare, morire, risorgere, rigenerarsi nello Spirito, riascoltare il mandato apostolico ed andare ad annunciare. Da qui si riceve la “missione”.
-Ma perché la Terra Santa?
È vero, è strano, pensare la Terra Santa come terra di missione, e quindi è strano pensare qui un “fidei donum”, un dono della fede, ma al di là delle formule e delle “collocazioni” canoniche, è significativo tornare in Terra Santa per gustare il dono di una fede ricevuta e accogliere quanti in questa terra vogliono riconoscere il Santo.
-Una scelta di vita? Una prova con sé stessi? O anche una provocazione generale?
È anche questo forse il senso di casa Kerigma. È un modo speciale per essere in missione: accogliere, ascoltare, attendere. Accogliere per educare all’accoglienza; ascoltare, per educare alla Parola; attendere per accompagnare all’incontro. E questo con particolare riferimento a quanti vogliono fare della volontà di Dio la propria vita.
-La prima cosa che le viene in mente se le chiedo un bilancio della sua missione qual è?
Il senso dell’accoglienza che ho trovato qui a Gerusalemme, tanta. Mi sono sentito accolto da una chiesa antica, aperta al mondo e fedele al tempo; accolto dai frati cappuccini; dai frati minori della custodia; dal Patriarca. Accolto come uno di famiglia, uno che ritorna a casa, ancora una volta, senza la pretesa di poter dare qualcosa, ma grato per il dono ricevuto. Perché, in fondo il fidei donum non è il “prete che va a donare la fede”, ma il prete che si riconosce, ancora una volta, come un “accolto”. E non si educa all’accoglienza se non ci si sente accolti.
-E questa casa tutta calabrese nel cuore del quartiere residenziale della Gerusalemme ebraica ?
È una bellissima casa dell’accoglienza. Questa stessa accoglienza è quella che hanno vissuto i tanti che hanno cominciato ad abitare casa Kerigma, una casa dove fare esperienza di cenacolo, dell’essenzialità di relazioni fraterne. Una casa per le poche parole del kerigma e dei tanti silenzi dell’attesa. Qui ci si sente semplicemente accolti, perché non c’è pane spezzato, se non ci sono prima piedi lavati. E la stessa missione dell’accogliere è stata riservata a gruppetti di studenti universitari provenienti da diverse parti del mondo, con i quali, una volta la settimana, condividiamo confronto e cena…
-Perché dice continuamente che qui ha ritrovato la “magia” dell’ascolto?
Perché “Ascoltare” è forse tra i verbi più “bestemmiati” nei nostri ambienti.
-In che senso don Valerio?
È difficile trovare chi ti ascolti veramente e l’ascolto è uno tra i “colori” del “prendersi cura”. Il ministero che qui vivo, la missione in questa chiesa di Gerusalemme e dalla chiesa reggina, è anche l’ascolto. Per educare all’ascolto di Dio, bisogna saper educare all’ascolto e, come ad amare si educa amando, così ad ascoltare si educa ascoltando. A casa Kerigma -un eremo tra i santuari della città santa- tante, già da adesso, sono le persone che chiedono ascolto: laici, sacerdoti, giovani. In particolare, sacerdoti e giovani. Sacerdoti che vengono qui in terra santa per prendere sul serio il proprio “si”, per riposare a fronte delle fatiche pastorali, ma anche dei rapporti intraecclesiali, a volte deludenti.
-Parla di sacerdoti in crisi?
Parlo più semplicemente di uno spaccato di una chiesa vista dall’interno, dalla voce di chi vive, serve, dona e… soffre, ma sempre fedele, continua. È arricchente, poter essere “cuore che custodisce” la bellezza e, a volte, il dolore di questi confratelli. Ci si sente piccoli e in missione, nonostante non sono io ad andare da loro, ma sono loro a venire in Terra Santa.
-Il terzo verbo di questa sua missione è l’attesa, mi spiega meglio padre?
Vivere di attesa, non vuol dire vivere solo di qualche buona scorta di salame e parmigiano. Vivere l’attesa di chi va accolto e ascoltato. Vivere l’attesa di Maria, gravida del Bambino per lasciare spazio alla sua nascita. Vivere l’attesa del Figlio dell’Uomo che qui -Lui è il vero missionario- verrà per giudicare il mondo. L’attesa di chi non si aspetta nulla, ma attende qualcuno. L’attesa -quel tendere verso- che ci fa essere missionari ovunque, perché la missione non è un luogo, ma un essere chiesa fedele alle sue origini, una chiesa che non rinunzia alla sua originalità. E qui, a Gerusalemme, anche i ciechi lo vedono, sordi lo ascoltano e le pietre lo annunciano.
-Ma praticamente come passate le vostre giornate qui in casa?
Accanto a tutto questo che ti ho già premesso, sono tante le iniziative che si vanno mettendo in campo, non solo e non tanto per la chiesa di Gerusalemme, quanto dalla chiesa di Gerusalemme. Così proponiamo un corso di lectio biblica; dei video messaggi sul vangelo della domenica dai luoghi dove la Carne è il Messaggio; delle pillole di Terra Santa per i più piccini; le catechesi sacramentali del martedì. Per chi volesse saperne di più basta iscriversi attraverso il modulo bit.ly/restiamoincontattodv. A questo si sommano pochi pellegrinaggi di sacerdoti e comunità che chiedono un itinerario di esercizi spirituali.
-So che celebrate tante messe anche qui?
La celebrazione quotidiana della messa è l’occasione per ricordare giornalmente i fratelli defunti, e così avvicinare il cielo e la terra, consolare chi soffre il distacco, alimentare la nostalgia del bene che mai muore e sempre ispira. Celebro la messa ricordando in maniera particolare i sacerdoti defunti. Ogni giorno, secondo l’anniversario di morte, è un tuffo nella memoria grata di chi ci ha preceduto. E poi tanta preghiera, per i miei confratelli che tra accoglienza, ascolto e attesa, sento di dover portare in questo eremo tra i santuari. Perché si sentano consolatati e rinvigoriti, nonostante fatiche ed incomprensioni. Tanta preghiera per i giovani e per tutti, perché si sentano custoditi, dall’alto della croce, dal Maestro che allarga le braccia, anche se questo amplia le ferite dei chiodi.
-La vedo felice, pieno di vita e di passione…
La nostra missione è davvero meravigliosa. Partendo dalla casa Kerigma, abbiamo scelto di riprodurre la vita degli apostoli, con riferimento al mistero dell’incarnazione e con particolare enfasi su “Parola e Fatti” del cenacolo, sui contenuti e sui modi dell’annuncio. La casa ha quattro finalità: la formazione di giovani, universitari e seminaristi; il riposo e ricarica spirituale per sacerdoti e laici; un cantiere sinodale e un laboratorio di discernimento comunitario; infine, un laboratorio per il Patto Educativo Globale.
-Perché la scelta è caduta su Gerusalemme?
Perché Gerusalemme è capitale dello Spirito, delle tre religioni monoteiste, delle diverse confessioni della Cristianità. Gerusalemme è il punto di incontro tra l’Antico, il Nuovo Testamento e i primi passi della Chiesa. Qui muoiono i profeti, qui si suda sangue, qui si risorge, e – a fronte della Pentecoste – qui si riparte forti dello Spirito e della garanzia del Maestro: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione di questo tempo”. Capisci?
-Quanto fierezza c’è oggi dentro di lei per questa sua missione in Terra Santa Padre?
Tanta devo dire. E sai perché? Perché Kerigma è un progetto sostenuto dalla diocesi di Reggio Calabria, patrocinato anche dal dicastero vaticano per le chiese orientali e dal Patriarcato Latino di Gerusalemme, ma sognato e sostenibile grazie ad Attediamoci ODV, una realtà nata a Reggio Calabria e operante in diverse città d’Italia con la missione di prevenire il disagio giovanile e promuovere le risorse personali. L’approccio di Attendiamoci coinvolge lo sviluppo della persona a 360 gradi in tutte le sue dimensioni, attraverso diverse attività: percorsi formativi, vita comunitaria, gestione di beni confiscati alla mafia, attività teatrali, formazione spirituale, sperimentazioni educative. Per ora è solo l’inizio di questa missione, che ancora non so dove mi porterà e soprattutto chi mi farà diventare… Ma non mi sento né più né meno missionario di tutti voi. In fondo chi non è missionario si può dire cristiano?
-Perché l’avete chiamata Kerigma?
Il kerigma, dal greco κήρυγμα, che letteralmente significa “gridare” o “proclamare”, è la parola usata nel Nuovo Testamento per indicare l’annuncio del messaggio cristiano. Convinti della importanza della cura della spiritualità in un’ottica di formazione globale della persona, la casa Kerigma di Attendiamoci a Gerusalemme è un luogo dove riprodurre i fatti del cenacolo, i contenuti e i modi dell’annuncio.
-Una Chiesa dentro altre chiese?
Diciamo meglio, una lucerna accesa, che testimonia ed è a servizio della “fiamma dello Spirito”, perché ciascuno possa sentire, nella e dalla Città Santa, la forza del Consolatore e la pienezza dei suoi doni. Tutto ciò per coloro che risiederanno, ma anche per i tanti amici che seguiranno le attività da remoto.
-Non è visionario tutto questo?
Certamente sì, ma stai attento, la casa Kerigma è un luogo umile dove sperimentare una rilettura della propria storia, secondo il mistero della incarnazione e l’azione dello Spirito. E tutto questo può avvenire anche attraverso la semplicità della vita comunitaria, in un clima di preghiera continua per le persone care che ci seguono da diverse parti dell’Italia. Chi vuole potrà vivere con noi una permanenza prolungata da 7 a 15 giorni per ripercorrere le orme del Maestro e i fatti della salvezza nella Città Santa.
-Chi avesse voglia di venire qui da lei cosa deve fare?
Basta seguire le indicazioni dal sito “www.casakerigma.it”, e soprattutto condividere la missione della casa. Ma si può essere qui anche senza stare qui, ad esempio nella preghiera dedicata a quanti vorranno indicare le proprie necessità ed intenzioni. La mia permanenza a Gerusalemme è un servizio a tutti quelli che ho avuto il dono di incontrare. Come sempre, il ricordo nella preghiera e l’offerta eucaristica per le vostre intenzioni (e per i vostri cari defunti) sarà parte importante della mia attività. Chi lo vorrà, tramite questo semplice modulo che vede qui sul tavolo, potrà indicare le messe che intende dedicare in suffragio per i suoi defunti o, più semplicemente, per una qualsiasi intenzione di preghiera. E io farò di tutto per servire questi desideri e questa causa.
-Come si sostiene casa kerigma?
La vita a Gerusalemme è molto costosa. E, come è stato per la stanza del cenacolo, anche Kerigma è una casa in affitto. La diocesi di Reggio Calabria sostiene il 25% delle spese di affitto, il resto è sostenuto attraverso donazioni (http://donations.casakerigma.it) e l’impegno di Attendiamoci. Mi commuove pensare che i giovani di questa associazione sacrifichino qualcosa di proprio per sostenere questo “cenacolo di ascolto, accoglienza e attesa”. Per il vitto, ogni pellegrino che viene è un pò il segno della provvidenza.
-Don Valerio come ha trascorso la notte di Natale?
Una meraviglia: con un gruppo di giovani e pellegrini reggini ho celebrato la messa a mezzanotte dal campo dei pastori in Betlemme. Eravamo pochi, al freddo e al gelo, in un luogo suggestivo, in una cappella che riproduce architettonicamente una tenda, nel luogo dove i pastori hanno ricevuto l’annuncio degli angeli e il canto del Gloria … Quanta verità in tutto questo, quanta semplicità, quanta memoria e profezia… Sì, veramente una notte vera.
-Come trascorrerà la notte della fine dell’anno?
Con un gruppo di giovani saremo nel deserto, in prossimità del Mar Morto, in tenda. Stelle, silenzio, condivisione, per riprogettare l’anno che entra secondo alcuni pilastri della vita spirituale: silenzio, solitudine, ascolto, presenza, incontro, missione…
-A chi dedica oggi questa sua nuova esperienza pastorale così bella?
Alla mia Diocesi, ai miei confratelli, ai lontani, ai giovani…
-Chi avrebbe voluto portarsi dietro qui a Gerusalemme e magari non lo ha potuto fare?
Onestamente penso di aver portato tutto e tutti. Ho raccolto le mie cose in 32 kg di valigia, ma soprattutto ho il cuore pieno dei miei affetti più veri e più cari, a partire dai parrocchiani della Cattolica, di Armo, e poi i giovani di Attendiamoci, il mondo universitario, i giornalisti dell’UCSI… i miei familiari. È bello sperimentare che c’è sempre spazio nel cuore e non c’è sovrapprezzo nell’allargare e nel comprendere. In fondo in terra santa si porta tutto, forse qualcosa va lasciato prima di partire. Quindi ho lasciato un pò di sicurezze, qualche punta di benessere, essere riconoscibile e riconosciuto… Ho lasciato un pezzo di me, ma anche questo è necessario per far largo all’altro.

Il profilo del Missionario
Curriculum da primo della classe per questo sacerdote reggino che rinuncia alle mille comodità terrene della sua Parrocchia nel cuore di Reggio Calabria, per il deserto di Israele. Un giorno lui scrive al Papa per essere mandato a fare il missionario a Gerusalemme, “Ma di lui -si racconta nei palazzi Vaticani- sentiremo parlare negli anni che verranno”.

In realtà la sua storia sembra quasi una favola moderna, da raccontare non solo ai nuovi seminaristi, in cerca di nuovi testimoni di fede, ma anche al mondo della scuola e dell’infanzia, come capitolo fondamentale di educazione civica e sociale.
Don Valerio Chiovaro nasce a Reggio Calabria il 28 aprile 1971. Da sacerdote diventa Protopapa della Parrocchia di Santa Maria della Cattolica dei Greci di Reggio Calabria, ma don Valerio Chiovaro è anche un grande protagonista del mondo della comunicazione in Italia, giornalista pubblicista iscritto all’Ordine della Calabria dal 31 marzo 2007, Consigliere Regionale del Sindacato dei Giornalisti e Presidente dell’Ucsi Calabria, l’Unione della Stampa Cattolica.

Diplomato in pianoforte complementare e teoria musicale al Conservatorio “Francesco Cilea” di Reggio Calabria, Baccalaureato in Teologia all’Università Pontificia Salesiana di Messina, laureato in chimica all’Università di Messina, ha conseguito la licenza in Teologia Biblica allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, la specializzazione in Scienze chimiche e fisiche applicate al restauro all’Istituto Centrale per il Restauro di Roma, il master universitario di II livello in Gestione delle Risorse Umane e Direzione del Personale presso la Liuc di Castellanza, la licenza in Scienze Bibliche ed Archeologia e la specializzazione in Archeologia biblica allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Egli stesso docente universitario, è stato coordinatore della Pastorale Universitaria, segretario del Consiglio Presbiterale, direttore dell’Ufficio Diocesano Educazione, Scuola e Università e responsabile del Settore Università dell’Ufficio Scuola. Insomma, chi più ne ha più ne metta.
Da sempre convinto della forza educativa della parola, ha fondato diverse testate giornalistiche, tra le quali “In Armonia” e “Medici di frontiera”. Dal 2008 al 2011 è stato vicedirettore del settimanale interdiocesano “L’Avvenire di Calabria” al fianco dello storico direttore don Pippo Curatola. Socio fondatore e presidente dell’associazione “Attendiamoci Onlus”, di cui è anche direttore della testata giornalistica. Guida ufficiale in Terra Santa dal 1998 è, tra l’altro, membro del Comitato Etico dell’Azienda Ospedaliera “Bianchi-Melacrino-Morelli” di Reggio Calabria. Autore di diversi saggi, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “San Paolo, costruttore di Mediterraneo” e “Apprendere lungo la via. Spunti per una vita serena”. Ma numerosi anche gli articoli pubblicati nei settori della Chimica del Restauro, della Sacra Scrittura e della gestione delle Risorse umane.
Corsi e ricorsi della storia. Chi l’avrebbe mai immaginato, ma per anni lui insegna Ebraico ed Esegesi dei Libri Sapienzali, Poetici e Profetici all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Reggio Calabria e allo Studio Teologico della Diocesi. Nella prima riunione del Direttivo dell’Ucsi, dopo l’appello di don Pippo Curatola ad essere “testimoni di verità ed al servizio della comunità, secondo i valori cristiani”, il neo presidente don Valerio Chiovaro -ricorda l’ex Segretario Regionale del Sindacato Giornalisti Calabria Carlo Parisi, oggi Segretario Nazionale di FIGEC- ha sottolineato “il valore dell’associazione intitolata a Natuzza Evolo e l’importanza di garantire una presenza costante sul territorio, soprattutto nelle diocesi, in modo da essere punto di riferimento per tutti gli operatori della comunicazione e non solo”.
Al centro del suo programma, “l’ascolto” delle esigenze del territorio calabrese al fine di promuovere iniziative sociali, culturali e formative. Non è un caso che tra gli iscritti all’Ucsi Calabria, che festeggia il suo tredicesimo anno di attività, figurano i nomi di ben sette vescovi giornalisti che hanno contribuito a far crescere il gruppo dei giornalisti cattolici calabresi con la loro preziosa collaborazione: mons. Salvatore Nunnari, arcivescovo emerito di Cosenza, mons. Santo Marcianò, che Papa Francesco ha voluto Ordinario Militare in Italia, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Vittorio Mondello, arcivescovo emerito di Reggio Calabria-Bova, Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso, mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto. Forte di queste adesioni importanti, l’Ucsi Calabria conferma, con la sua attività, l’importanza della fede e della visione cattolica in chi ha scelto di fare del diritto-dovere di informare gli altri il proprio lavoro. Che, nel caso del giornalista cattolico, diventa una vera e propria missione, improntata a quei valori che sono il caposaldo della propria vita, personale oltre che professionale. Con don Valerio Chiovaro oggi l’UCSI vola ancora più in alto, “perché la sua esperienza è tale da annoverarlo tra i grandi Testimoni del nostro tempo”. Grazie don Valerio.
