
Vi racconto la “mia” America
“Calabriamerica” era il titolo di una inchiesta radio e TV che RAI-Calabria ha mandato in onda per quasi un mese di seguito nel 1991, dopo che una troupe della Sede RAI della Calabria era rientrata dal Canada e dagli Stati Uniti per una inchiesta sui Calabresi d’America.
di Pino Nano
Calabriamerica, spero di spiegarvelo bene, è stato per me un sogno. Un sogno realizzato. Ero appena arrivato in RAI, a Cosenza, giovanissimo, e il mio caporedattore del tempo, Emanuele Giacoia, mi mandò in America per raccontare il mondo dell’emigrazione calabrese tra Toronto-New York e Boston. Con me partirono Giancarlo Geri, direttore della fotografia, e Enzo Biafora, come tecnico specializzato di ripresa. Poi ripartii per la seconda volta, qualche anno più tardi, questa volta al seguito dell’allora Presidente della Regione Rosario Olivo e del Presidente del Consiglio Regionale Anton Giulio Galati, e in quella occasione avevo come direttore della fotografia Pino Greco e come tecnico specializzato di ripresa Pietro Bianco. Davvero un sogno.
Ne è venuta fuori poi una lunga inchiesta televisiva dal titolo “Calabriamerica” che non era altro che il racconto di una Calabria altrettanto vera al di là dell’Oceano.
Una Calabria straordinaria, fatta di storie personali, di passioni, di percezioni, di usanze e di abitudini, di emozioni e di miti indistruttibili. Una Calabria piena di pulsioni, impastata di ricordi e di illusioni, ma anche di rancori, di solitudine e di tristezza infinita. Una Calabria destinata anche al successo, perché già allora era una realtà fatta di grandi lavoratori, intere famiglie e intere generazioni che con il proprio lavoro avevano reso grande l’economia nordamericana tutta. La Calabria che in tutti questi anni ho imparato a conoscere lontano dall’Italia è appunto una Calabria dalle tinte rossastre, a volte bluastre, altre volte violacee. Tinte sempre calde, mai pesanti, mai violente, il più delle volte sfumate.
Ma la mia Calabriamerica voleva raccontare e rappresentare anche il sogno di una generazione che era partita, e che non era più rientrata a casa propria. E la cosa più triste- vale anche per oggi- è che nessuno di loro che erano partiti sarebbe mai più ritornato da queste parti.
Calabriamerica era dunque anche il classico grande sogno americano, ma come tutti i grandi sogni il più delle volte irreale e bellissimo. Il grande Jack Kerouac scriveva che l’America vive on the road, vive per strada, vive all’aperto, vive di corsa, vive tra la gente: così i calabresi d’America. Se ritornassero in Calabria non si riabituerebbero più al nostro ritmo di vita, e sarebbero anche qui infelici e depressi. Strano destino il loro.
Calabriamerica era tutto questo insieme. Un crogiuolo di testimonianze, di confessioni, di racconti, di umanità dolente, di silenzi e di denunce, uno spaccato di vita vissuta, una ricerca delle proprie radici, attraverso la narrazione giornalistica di quella che era ed è la storia pubblica dell’emigrazione meridionale.

Dovunque io vada mi chiedono ancora oggi perché io abbia scritto così tanto dei nostri calabresi emigrati, e la mia risposta è quasi sempre la stessa: “Perché in America ho finalmente ritrovato me stesso”.
È proprio così. In America ho ritrovato i ricordi della mia dolce infanzia. Ho ritrovato amici e vecchi compagni di scuola persi di vista ma mai dimenticati. Ho ritrovato amori e passioni per niente sbiaditi dal tempo. Ho ritrovato dolcezze e sapori completamente dimenticati sulla via della vita. Ho ritrovato musiche d’altri tempi. Ho ritrovato sentimenti popolari che mi pareva di non poter più rivivere. Indimenticabile la Via Crucis di College Street a Toronto. Ma altrettanto indimenticabile la festa di San Francesco di Paola a Chicago. Ho ritrovato colori e profumi di mare assolutamente inimmaginabili lontano dalla mia Marinella di Pizzo Calabro. E ho ritrovato i miei vent’anni. Davvero emozionante tutto questo. Lo è ancora oggi
Tra qualche mese compirò settantatré anni, e sono abbastanza vecchio ormai per capire quanto sia stato elettrizzante questo mio lungo viaggio tra vecchi e nuovi amici d’America.
Ho lasciato a Toronto e a New una parte di me stesso, forse la parte migliore.
A New York ho sognato a occhi aperti, a Toronto ho pianto di commozione. A New York mi è sembrato di rinascere. A Toronto ho scoperto di essere diventato maturo. A New York ho camminato tantissimo e a lungo, assaporando la bellezza degli immensi scenari di questa città senza confini. A Toronto non ho fatto altro che sognare le mie due bimbe Gloria e Beatrice, che non vedevo ormai da troppe settimane. A New York ho rivissuto attimi bellissimi della mia storia professionale, indimenticabili i miei incontri a RAI-America, per me era un mito irraggiungibile, ma a Toronto in una vecchia casa di Manning Street, a casa di Antonio Profiti, ho riassaporato il fascino eterno e sublime dell’amicizia vera di un tempo.

Calabriamerica era tutto questo insieme. Era un diario personalissimo che voleva dimostrare, attraverso testimonianze e confessioni personali, quanto e come fossero cambiati i calabresi d’America.
I nostri emigrati oggi come allora sono un’altra cosa. Sono quasi un’altra razza. Sono l’immagine di una Calabria che il mondo della politica non ha mai conosciuto abbastanza bene, ma che varrebbe invece la pena di analizzare con attenzione, perché anche i calabresi d’America sono nostri fratelli diretti.
Voglio evitare i toni della retorica, ma se il mondo della politica conoscesse meglio la realtà dei nostri emigrati forse ognuno di noi penserebbe di più a loro. E non ci si illuda, non basta certo una riunione all’anno -quando va bene- della Consulta regionale dell’emigrazione per ripulirsi l’anima. Non sono per carattere un uomo che ama la mediazione, ma direi che spesso ci si è dimenticati di questa grande fetta di Calabria che vive a diecimila chilometri da noi, proprio perché forse ci sono mancati gli strumenti di comprensione del vero fenomeno migratorio.
I calabresi d’America, credetemi, hanno bisogno di noi quanto noi abbiamo bisogno della loro storia. I nostri emigrati hanno grande sete e grande fame di Calabria, e quando finalmente ognuno di noi avrà capito il significato reale di questo principio forse allora riuscirà ad essere più utile alla grande famiglia di calabresi che vive lontano da qui, e riuscirà forse a fare più felice chi vive lontano.
L’idea che mi sono fatta è tristissima. Chi è partito sogna chi è rimasto. Chi è rimasto sogna invece chi è partito. Qui, dunque, serve ritrovarsi. Una volta per tutte.
Bene, Calabriamerica voleva essere proprio questo, un tentativo di questa riconciliazione tra noi stessi, e con sé stessi. E oggi mi piace molto poter usare questo ricordo del mio lavoro in RAI tra molti di loro per salutare i tanti amici calabresi che arrivati in Calabria da ogni parte del mondo partecipano ai lavori della Consulta Regionale sull’emigrazione.

Non so se posso farlo, in realtà non essendo io un “consultore” non avrei diritto a farlo, ma al Governatore Roberto Occhiuto mi permetterei di dargli lo stesso un consiglio: spesso e volentieri si parla di emigrazione calabrese senza sapere fino in fondo cosa sono stati e cosa sono i figli di Calabria in ogni angolo della terra.
Ma basti per tutti un esempio illuminante, Presidente Occhiuto. È la storia dell’Ambasciatore Giorgio Marrapodi, l’attuale Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a New York, un diplomatico che è stato una vera nave scuola per la storia della diplomazia italiana e che oggi è la massima autorità diplomatica italiana nel mondo. Storia di una eccellenza pura, di un uomo e di uno studioso che senza nessuno alle spalle è arrivato ai vertici della carriera, diventando oggi punto di riferimento internazionale a Palazzo di Vetro. Altro che emigrazione! Pensate, prima di essere stato nominato Rappresentante Permanente d’Italia alle Nazioni Unite a New York, è stato Ambasciatore d’Italia in Turchia (2022-2026), Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (2018-2022), Ambasciatore d’Italia in Austria (2013-2017) e Capo del Servizio per gli Affari Giuridici, del Contenzioso diplomatico e dei Trattati del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (2010-2013). E come se tutto questo non bastasse, nel corso del 2020-2021 è stato membro del Comitato consultivo delle Nazioni Unite per la preparazione del Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari. Classe 1961, quanti onori e quanto senso dello Stato in un uomo solo, figlio di questa terra, di questa Calabria a volte così bistrattata e così raccontata male, nato a Martone, nel cuore della Locride, lo stesso paesino-ombra dove era nato un altro calabrese illustre, quel famoso Tony Silipo diventato poi strada facendo amatissimo Ministro della Cultura dell’Ontario.
Ecco il consiglio, Presidente: la prima volta che le capitasse di arrivare a New York -ma se ci dovesse andare solo per questo ne varrebbe anche la pena di farlo- vada a trovarlo il nostro Ambasciatore all’ONU e lo nomini “Testimone e Ambasciatore della Calabria nel mondo”. Del resto, Chi meglio di lui? Chi più di lui? Chi altro come lui?
Sarebbe davvero un gran giorno, Presidente, e non solo per noi che siamo rimasti quaggiù, ma lo sarebbe soprattutto per loro che sono partiti e non sono mai più rientrati. Come per esempio quell’altro “tale” di San Fili, quindi cosentino come lei, John Calvelli, che oggi a New York guida e presiede il board della NIAF, la più potente Associazione Italoamericana del mondo, e che tra qualche mese a Washington riceverà in forma ufficiale il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump.
Ma mi scusi ancora Presidente se le scrivo queste cose.

Tra i calabresi d’America
Calabriamerica, ve lo dicevo prima, è stata una delle più belle avventure professionali e umane della mia vita. Avevo 35 anni e non ero mai stato in America prima, per paura dell’aereo. L’idea della trasvolata Atlantica mi provocava angoscia e terrore. Ho fatto violenza a me stesso, ho chiesto ad un mio vecchio amico di infanzia che mi facesse compagnia e ho scoperto così, quasi per caso, che al di là dell’Oceano c’era una fetta di Calabria che contava e anche molto, e che viveva una sua vita completamente autonoma.
Toronto è una città che si fa amare, città a misura d’uomo, piena di calore e di sapori mediterranei. 600 mila calabresi probabilmente l’hanno anche resa più meridionale di tante altre capitali estere. New York è invece un mito. Chicago è la città-operai per eccellenza, dove persino gli americani veri la prima domenica d’agosto di ogni anno si fermano per partecipare alla storica processione di San Francesco di Paola nel cuore di Stone Park, processione voluta e organizzata per la prima vola oltreoceano 50 anni fa da un falegname di San Pietro in Guarano e che oggi a Chicago è simbolo del made in Italy, Joe Bruno, che in questa sua avventura ha sempre avuto accanto la grande Saga dei fratelli Turano. Sono quelli che fanno il miglior pane del mondo e lo vendono in tutti gli States.
Ma anche Boston è come New York, la città della Timberland e delle scarpe più famose del mondo, fatte a mano anche da intere generazioni di nostri calabresi. Ricordo che una mattina molto presto andammo a comprarci un paio di scarpe in compagnia dell’allora Presidente del Consiglio regionale della Calabria Domenico Romano Carratelli. E Philadelphia, è la città dove i migliori dei nostri figli di Calabria che fanno medicina vanno generalmente a specializzarsi perché leggenda vuole che qui vivano e lavorino chirurghi di altissimo valore. Ma lo stesso a Pittsburgh dove il grande Thomas Starzl, considerato il padre della trapiantologia moderna, ha aperto 50 anni fa la via ai primi trapianti d’organo.

Nessuna città al mondo più bella di New York.
A farci da guida c’era l’indimenticabile Peter Caruso, il famoso stilista calabrese che arrivato negli States dalla locride aveva conquistato la grande rete commerciale americana. Lui oggi non c’è più, ma non finirò mai di dirgli grazie perché proprio grazie alla sua pazienza e al suo infinito amore per la sua terra natale New York l’ho attraversata in lungo e in largo, in tutte le ore del giorno e della notte, scoprendo i quartieri e gli angoli più suggestivi di questa che rimane una delle capitali estere più popolate e più affascinanti del mondo. Indimenticabile il nostro viaggio tra i locali notturni del Bronx a caccia di storie da raccontare in televisione
New York in quelle settimane l’ho guardata in mille modi diversi, ed ogni volta mi è sembrata più bella di prima. Vista poi dall’alto dell’elicottero sembrava un mega-plastico per bambini, dove ogni cosa perdeva la sua vera dimensione. La cosa che più mi ha colpito era il vedere tutti questi elicotteri andare a spasso per i grattacieli di Manhattan, adagiarsi su di essi, ripartire con la stessa leggerezza di una libellula, e ritrovarsi in cielo, tutti insieme, come uccelli ammaestrati, appositamente partoriti per rendere più suggestivo lo scenario sottostante.
Davvero New York sembra un film. E a momenti, mi è sembrato di esserne uno dei protagonisti principali.
L’emozione più intensa l’ho vissuta nel cuore di Manhattan, il centro nevralgico della città, dove ogni giorno si giocano i destini dell’intera economia mondiale. Bianchi, negri, meticci, indiani, cinesi, New York in ogni ora del giorno e dell notte sembra essere il cuore del mondo, città vissuta da ogni razza e da ogni tradizione etnica, città per ricchi ma anche città stracarica di povera gente, popolata da managers famosissimi, ma anche piena di giovani drogati e di ubriachi senza storia, con questi grattacieli enormi che sembrano fatti di cartapesta, irreali, impossibili da costruire, metallici, alcuni bellissimi, luccicanti come l’acciaio, aggraziati come un tempio romano. È difficile dirlo, ma è anche questa una civiltà che appartiene alla nostra storia.
Central Park è il grande polmone verde su cui si specchiava la mia stanza d’albergo. Anche da lì, dal 42° piano, i grandi taxi gialli con sulla fiancata la N e la Y maiuscole sembrano finti e piccini. Di notte si sentiva solo il rumore dei cavalli che regnavano indisturbati all’incrocio con la Strada delle Americhe, ricordando forse agli stessi newyorkesi i tempi andati, quando davanti all’ingresso trionfale dell’Hotel Plaza si fermavano i sovrani del mondo.
Sporca, stracarica di problemi, con una metropolitana che fa paura, con delle chiese protestanti più belle delle cattedrali cristiane, New York conserva da sempre tutto intero il fascino della città da sognare.
Vista con l’obiettivo del turista è certamente più dolce da vivere e più facile da conquistare, ma lo sarà, immagino, per chi ogni giorno vive la vita reale di questa città che sembra avere due anime, una cattiva, l’altra ammaliante e perversa. Quasi fosse una bellissima adolescente in cerca del suo primo incontro d’amore.
Prima di visitarla da cima a fondo, immaginavo che la cosa più famosa di New York fosse la Statua della Libertà; mi devo invece ricredere. La parte certamente più suggestiva della città era il tuffo immaginario e la linea d’orizzonte che ho vissuto dalla terrazza del World Trade Center, 110 piani di vita vera, da dove si poteva abbracciare tutta New York, a Sud e a Nord, a Est e a Ovest, con negli occhi il luccichio rossastro del tramonto e il riverbero accecante della baia.
Poi arrivò l’11 settembre del 2001 e la fine dell’impero.
A New York, ve lo confesso, ho riscoperto l’amore, quello con la A maiuscola, l’amore per la gente, l’amore per la vita, l’amore per la tradizione, l’amore per i ricordi, l’amore per la country music, l’amore per le cose semplici. È il film che diventa realtà. Trentasette giorni tra i calabresi d’America non sono tanti per pretendere di capire, ma sono abbastanza per raccontare delle sensazioni: chi ha mai detto che la vita sia fatta solo di analisi sociologiche e di dati statistici?

Prima di partire
Prima di partire immaginavo di trovare oltreoceano un mondo di solitudine, una fetta di Calabria triste, una porzione di calabresi delusi e sconfitti dalla vita, corrosi dal tarlo del ritorno e vittime dei ricordi. Pensavo male.
Se dovessi dare un’immagine. del calabrese d’America, fa poca differenza tra i calabresi incontrati a CN Tower e quelli trovati a Brooklyn, direi senza ombra di smentita che è una immagine felice. In quei giorni ho incontrato migliaia di persone, ho visitato centinaia di Clubs diversi, ho avuto contatti con le comunità più disparate: ho trovato, dovunque, un emigrato vincente, quasi assolutamente integrato nella realtà nordamericana, e dico “quasi” solo perché ho paura di venire smentito dai fatti personali di pochi.
Soprattutto a Toronto, ma anche a New York, ho trovato una comunità cresciuta, socialmente matura, economicamente arrivata, fatta di storie, di successi personali, di entusiasmi collettivi, ricca di tensioni umane e di motivazioni le più complesse. Mi ha colpito molto in quei giorni il presidente della comunità canadese di Aprigliano. Si chiamava Zaccaria De Vuono. Mancava da Aprigliano da almeno 41 anni. Approfittando della presenza in sala delle maggiori reti televisive americane, si lasciò scappare una esclamazione che non mi sarei mai aspettato di sentirgli dire: “Grazie Canada!”.
Proprio così, ”Grazie Canada!”, come forma di riconoscenza verso un paese, e verso il suo popolo, che ha accolto i calabresi come suoi figli e li ha aiutati a crescere.
Oggi, lo dicono i dati economici, ma lo dicono soprattutto i maggiori osservatori politici americani, la storia del Canada è la storia delle etnie, le tante che in nome del multiculturalismo si sono ritrovate a convivere insieme.
Ma è anche la storia dei singoli successi economici che ogni comunità si porta nel cuore. I calabresi illustri di Toronto sono ormai troppi per menzionarli tutti insieme. Ma i calabresi protagonisti della crescita economica del Canada sono ancora molti di più.
Me lo disse, poco prima di ripartire per l’Italia, l’allora Premier dell’Ontario David Peterson: “II Canada è riconoscente ai popoli come quello calabrese, perché se la nostra economia oggi è in grado di competere con le grandi economie mondiali, il merito, è di quanti, in tutti questi anni, hanno lavorato sodo per costruire il nuovo Canada”.
“Grazie Canada”, dunque non era soltanto un motto. Era molto di più. Era il segno del riscatto, della rivincita collettiva, dell’amore che si ha per questa nuova terra, nel nome – naturalmente – dei ricordi passati e dell’amore viscerale che lega ognuno dei nostri emigrati alla sua terra d’origine.
Il Canada, più degli Stati Uniti d’America, mi è sembrato per i nostri emigrati un’isola felice. Moltissimi dicono di voler ritornare in Calabria, ma nessuno sembra più disposto a ritornarci per sempre.
La Calabria, dunque, diventa per loro occasione e meta di nuovo turismo, niente di più. Se non ci fossero i genitori ancora vivi, probabilmente questi stessi preferirebbero la Florida alle coste calabresi. Un po’ triste, bisogna riconoscerlo, ma emblematico.
E’ stato molto importante in quelle settimane, per la mia ricerca, l’incontro con il console generale a Toronto, Luigi Layolo. Era un uomo che dedicava gran parte della sua giornata diplomatica ai problemi delle tante comunità italiane sparse in Ontario. A lui ho chiesto un giudizio spassionato sulla nostra comunità calabrese, mi ha risposto con una battuta: “La Calabria che è rimasta al di là dell’Oceano dovrebbe essere fiera di ciò che qui i suoi figli migliori hanno realizzato”.
Probabilmente sarà anche vero. Il denaro nella vita non è tutto, ma il denaro è simbolo di nuovo benessere, e il benessere porta inevitabilmente ad una insperata crescita sociale. Per anni mi sono sentito ripetere che il calabrese d’America è ricco ma è ignorante, che è felice per la posizione finanziaria raggiunta, ma è incapace di interpretare i tanti messaggi culturali che gli arrivano dall’Europa: niente di più falso.

Se sull’emigrazione italo-americana si avesse il coraggio di affrontare una indagine seria, slegata dalle carriere universitarie (per cui in un mese devi produrre un lavoro che si potrebbe fare meglio in un anno) avremmo finalmente lo spettro reale e obiettivo di questo mondo.
Ho parlato molto in quei giorni con i ragazzi calabro-canadesi, e ho scoperto, per esempio, che della Calabria sanno molto poco. Sanno quel poco che i loro genitori hanno raccontato loro, e sanno quel tanto che rimane legato alla storia del paesello d’origine. Oggi la Calabria è cambiata molto, ma molti di loro ancora non sanno come.
Al Circolo Calabrese di Brooklyn ho incontrato un emigrato di Santa Cristina d’Aspromonte che in tutti questi anni ha fatto fortuna; ebbene, non è più tornato in Calabria perché ha sempre immaginato fosse difficile arrivarci. Lui, che in Aspromonte c’è nato, ha sempre pensato al suo “Monte» così come un tempo lo aveva amato e conosciuto: senza strade asfaltate, senza luce, senz’acqua, senza aeroporti a portata di mano. Eppure, dietro la sua casa, alle porte di Brooklyn, c’era il suo Jet privato che avrebbe potuto attraversare tranquillamente l’Atlantico, e arrivare direttamente a Reggio Calabria, con lo stesso tempo necessario ad un boeing 747 dell’Alitalia.
Ma allora, vi chiederete: “Non manca proprio niente?”.
Certo che manca qualcosa: è il legame vivo con la propria terra di origine. I nostri emigrati all’estero hanno sete di informazione regionale. Vorrebbero conoscere tutto quello che accade in Calabria giorno per giorno. Credo che, se un giorno, un industriale decidesse di investire nel settore dell’informazione un bel gruzzolo di denaro, e fondasse un giornale fatto all’estero, ma scritto come se venisse stampato in Calabria, farebbe una fortuna senza precedenti.
Allora ricordo trovai in moltissime case dei nostri emigrati le fotocopie della bella rivista “Emigrazione” che un giornalista di grande prestigio, Enzo Laganà, faceva per la Regione. “Ma la rivista – mi dicevano tutti- arriva purtroppo con grave ritardo; qualche volta anche con cinque mesi di ritardo”. Questo rallentava il feeling tra la Calabria di chi era rimasto e la Calabria di chi era partito, e favoriva lo scollamento culturale tra questi due mondi così diversi e lontani tra di loro. Scollamento che avrebbe portato, naturalmente non me lo auguro, ad un sempre maggiore isolamento della nostra comunità oltreoceano.
All’Università di York, dove si studiava molto guardando alla Calabria, mi dicevano che se a Toronto fossero arrivate mille copie ogni giorno della Gazzetta del Sud, si sarebbero vendute tutte nel giro di un quarto d’ora. Questo significa che la gente aveva, ma ancora oggi ha voglia di sapere sempre di più, e i TG nazionali della RAI, che qui allora vengono diffusi da una emittente privata collegata alla RAI, Tele Latino, non raccontavano mai la Calabria delle illusioni e dei sogni.
Ricordo che i nostri emigrati lo dicevano senza mezzi termini: “Siamo stanchi di sentirci dire che la Calabria è terra di mafia”.
Proprio bella l’immagine di questi nostri emigrati all’estero. Mi dicono gli esperti che i calabresi d’America hanno preso l’abitudine di comprarsi la seconda casa in Florida, che molti hanno anche la casetta in montagna, nel Vermont, che molti altri – pur vivendo tutta la settimana a New York – approfittano del fine settimana per fare un salto a Cuba e alle Bahamas. È una realtà che non ha bisogno né di forzature, né di commenti ulteriori.
Ma c’è un secondo dato negativo raccolto in questo mio lungo viaggiare tra le case dei calabresi d’America.
La comunità calabrese è da sempre storicamente spaccata in mille rivoli. Ogni comunità si è rinchiusa in sé stessa, ogni Club vive al suo interno, ogni paese ha ricreato qui oltreoceano le contraddizioni storiche dei paesi d’origine, ogni famiglia ha ricostruito una sua cerchia di amici, ristretta ed elitaria. Questo evidentemente rischia di disperdere l’unità sostanziale.
Nel corso di quella mia prima inchiesta tra Toronto-New York-Boston e Chicago ricordo che incontrai due personaggi carismatici della Calabria d’oltreoceano che mi piace ricordare. A Toronto Ben Bellantone, a New York Vincenzo La Gamba. Su entrambi si raccontavano mille storie diverse, ognuno di loro aveva i suoi amici e i suoi detrattori, ma li ho visti tutti e due sul campo, in trincea: devo dire che ho apprezzato molto la tensione che li legava alla vita della comunità che essi formalmente rappresentano.
Ho visto un Ben Bellantone mettere insieme, nel giro di qualche giorno, oltre 5 mila calabresi per una cerimonia che in Calabria non avrebbe raccolto neanche cento persone. E ho visto Vincenzo La Gamba alle prese con il quartiere di Brooklyn: mi è venuto spontaneo domandargli “Perché non ti candidi come Senatore dello Stato di New York?”. Probabilmente avrebbe potuto farcela.
Mi spiego meglio. Vorrei dire, in parole più semplici, che nel bene e nel male questi due personaggi della vita pubblica calabrese in America avevano trovato, o inventato, il sistema migliore per dare della comunità calabrese una immagine forte e convincente. Ma non era sufficiente. Bisognava alla fine costruire una unità sostanziale. Se si ha la forza di mobilitare, sotto lo stesso tendone così tanta gente come sapevano fare loro, non vedo perché alla fine non si possa chiedere oggi, a chi è venuto dopo di loro, una delega di rappresentanza più seria, più concreta, nel nome naturalmente della regione di appartenenza.
Se questo saprà fare il Governatore Roberto Occhiuto, che ha sempre dimostrato nei confronti di questi temi il massimo della sua disponibilità, avremo tutti una Calabria ancora più forte e più fiera all’estero
Ho visto quello che hanno fatto in questi anni a Toronto e a New York i friulani, tutti insieme, in assoluta unità, hanno realizzato un vero e proprio impero. Lo stesso potrebbero fare i calabresi d’America. Le premesse ci sono tutte, le intelligenze anche, serve solo smussare qualche angolo e ripartire. I delegati che oggi partecipano ai lavori della Consulta Regionale sull’emigrazione sanno che tutto questo che vi ho raccontato è storia vera delle loro realtà e dei loro territori.
MI sono ripromesso di ritornare presto sia a Toronto che a New York, perché ho ancora voglia di capire ancora molte altre cose, ma soprattutto ho voglia di rivivere questi bagni di entusiasmo popolare che i nostri emigrati sanno ancora dare a chi come noi, novelli esploratori, varcavano l’Oceano in cerca di nuove emozioni.
Un viaggio meraviglioso. Ecco cosa è stata la mia esperienza di cronista tra i poveri-ricchi d’America.( Pino Nano)
