Michelangelo La Luna, e le sue ricerche ad Harvard

Harvard-San Demetrio Corone, un fil rouge lega la Calabria alla Divina Commedia di Dante

Pino Nano

Ha ragione Dacia Maraini che, quando parla di Michelangelo La Luna, si commuove e lo ringrazia pubblicamente per questo suo modo di essere con i suoi studenti, e con il resto del mondo, dolcissimo e riconoscente per l’attenzione che il professore italiano riceve in ogni angolo del mondo. Oggi lui entra di fatto nell’Olimpo dei grandi studiosi di Dante, e tutto questo grazie ad un libro concepito e nato ad Harvard, dove lui ha studiato e insegnato, e poi pubblicato in Italia, o meglio in Calabria, nella Sibaritide, a due passi dal paese natale del grande intellettuale italiano.

Siamo sulle tracce di un autore dimenticato e del mistero delle antiche “Chiose alla Commedia di Dante Ailighieri”, del cosiddetto Falso Boccaccio, custodite appunto ad Harvard. Un libro che uno dei più grandi italianisti di questi anni in USA, il prof. Michelangelo La Luna, originario lui di San Demetrio Corone, ha dedicato allo studio del manoscritto MS Ital 54 conservato presso la Houghton Library della Harvard University. Ma questo è un saggio che oltre a Dante e alla sua Divina Commedia, racconta anche la storia più intima, e tutta calabrese, di questo straordinario accademico della Rhode Island University.

Il manoscritto MS Ital 54, conservato alla Houghton Library di Harvard University e copiato nel 1457, trasmette i canti dell’Inferno e del Paradiso della Commedia accompagnati dal commento attribuito al cosiddetto Falso Boccaccio. Il codice contenente le Chiose -sottolinea Rosaria Federici- è tra i primi due manoscritti danteschi che sono entrati a far parte della collezione di una biblioteca americana: fu acquistato in Inghilterra nel 1871 da Charles Eliot Norton, tra i fondatori del Dipartimento di Arte alla Harvard University.

Siamo insomma in presenza di un vero e proprio scoop letterario di cui oggi parlano i massimi esperti mondiali di letteratura.

Per capirne di più non ci resta dunque che cercare lo studioso calabrese, e che sarà a Roma il prossimo mercoledì 22 luglio dalle 17 alle 19 al Senato, in Santa Maria d’Aquiro, Piazza Capranica 72, per il lancio ufficiale in prima nazionale di questa sua nuova opera.

Professore, se non le dispiace partiamo dal protagonista del suo libro che è un autore rimasto senza nome per oltre sei secoli. Vogliamo dire una volta per tutte chi è dunque il cosiddetto “Falso Boccaccio”?

Il “Falso Boccaccio” non è un’opera, ma il nome convenzionale con cui gli studiosi indicano l’autore anonimo di uno dei più antichi commenti alla Commedia di Dante. Fino all’Ottocento quel commento fu attribuito a Giovanni Boccaccio e utilizzato come fonte autorevole del Vocabolario perfino dagli Accademici della Crusca. Da allora si è continuato a studiare il commento, ma molto meno l’uomo che lo aveva scritto. Il mio lavoro nasce proprio dal desiderio di riportare al centro questa figura rimasta nell’ombra per oltre sei secoli, cercando di comprenderne il profilo culturale, l’ambiente in cui operò e, per quanto possibile, la sua identità.

Come e quando è nato il suo interesse per questo autore e per il manoscritto di Harvard?

È una storia che risale alla fine degli anni Novanta, durante il mio dottorato in Romance Languages – Italian Studies ad Harvard. Un giorno il giornalista e saggista Gianpiero Chirico mi parlò di un manoscritto conservato nella Houghton Library: conteneva le Chiose attribuite al cosiddetto Falso Boccaccio, ma non era mai stato studiato filologicamente né pubblicato in un’edizione moderna. Mi disse semplicemente: «Perché non te ne occupi tu?». Quel suggerimento rimase a lungo tra le cose da fare. Solo qualche anno dopo iniziai davvero a lavorarci e quello che immaginavo come un progetto limitato si trasformò in una ricerca che mi ha accompagnato per oltre venticinque anni.

Che cosa significa, concretamente, studiare un manoscritto del Quattrocento?

Molti immaginano che basti trascrivere meccanicamente un testo antico, ma il lavoro è molto più complesso. Ho dovuto imparare a leggere e interpretare il manoscritto, confrontandolo con altri codici che tramandano lo stesso commento, individuando gli errori di trascrizione e le varianti grafiche senza modificarli, ma spiegandoli eventualmente in nota, visto che la trascrizione di un singolo codice richiede una riproduzione del testo il più possibile fedele all’originale. È un vero e proprio mestiere, un lavoro che richiede anni di esperienza, verifiche, confronti e continui ripensamenti.

Perché proprio il manoscritto conservato ad Harvard è così importante?

Perché è uno dei più autorevoli testimoni delle Chiose attribuite al cosiddetto Falso Boccaccio, in quanto dipende dal codice più antico e completo che abbiamo, il BNCF II.I.47, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Il testimone di Harvard possiede anche una storia affascinante. Appartenente originariamente alla famiglia Ricasoli di Firenze, il codice passò prima nelle mani del pittore e bibliofilo inglese Seymour Stocker Kirkup, e nel 1871 fu acquistato all’asta a Londra da Charles Eliot Norton, professore di storia dell’arte ad Harvard e co-fondatore del Dante Club (oggi Dante Society of America), che alla sua morte lo lasciò alla Houghton Library. Grazie a lui il manoscritto entrò nella Dante Collection della Harvard University, dove è tuttora conservato. È stato uno dei primi due codici danteschi ad attraversare l’Atlantico e rappresenta una tappa fondamentale nella diffusione internazionale degli studi su Dante.

Per me, però, questo manoscritto rappresenta anche qualcosa di profondamente personale. Gli anni trascorsi ad Harvard hanno segnato in modo decisivo la mia formazione scientifica e umana. Quando mi sono reso conto che uno dei suoi tesori era ancora privo di un’edizione moderna e di uno studio approfondito, ho sentito quasi il dovere di dedicargli la mia ricerca. In parte è stato il caso a mettermi sulla sua strada, ma credo che ci sia stato anche il desiderio di restituire qualcosa all’università che mi ha formato e che mi ha dato l’opportunità di crescere come studioso.

Qual è la principale novità del suo libro?

L’edizione del manoscritto rappresenta solo il primo passo verso l’edizione critica che comprende tutti i testimoni del commento al Falso Boccaccio, a cui ho iniziato a lavorare insieme alla studiosa Francesca Mazzanti. Direi che la novità del mio volume sta nella ricerca esposta nell’Introduzione, in cui ho cercato di spiegare chi fosse l’autore di questo commento, quali libri avesse letto, quali ambienti avesse frequentato e quali rapporti lo legassero ai maggiori commentatori della Commedia del Trecento. Più che proporre soluzioni definitive, il volume ricostruisce un quadro nuovo, fondato sull’incrocio di dati filologici, storici e codicologici, che invita a rileggere criticamente molte convinzioni ormai considerate acquisite.

Lei propone anche una nuova ipotesi sull’identità del cosiddetto “Falso Boccaccio”. Ci può anticipare qualcosa?

L’identità dell’autore non può ancora essere affermata con assoluta certezza e credo che uno studioso debba sempre distinguere i fatti dalle ipotesi. Tuttavia, la ricerca mette in luce numerosi punti di contatto con il Comentum di Benvenuto da Imola e, nello stesso tempo, evidenzia legami significativi con l’ambiente dei francescani spirituali e con figure come Tedaldo della Casa. Più che indicare un nome, il mio obiettivo è ricostruire la rete culturale nella quale questo autore operò e comprendere come si siano formate le sue Chiose. È una ricerca ancora aperta, e forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del lavoro del filologo: ogni risposta genera nuove domande.

Nel libro emergono anche san Francesco, Gioacchino da Fiore e fra Dolcino. Che rapporto hanno con Dante?

È uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca. Le Chiose mostrano una particolare attenzione verso temi e personaggi legati al francescanesimo spirituale e alla tradizione gioachimita. Alcuni commenti, dedicati per esempio a Gioacchino da Fiore o a fra Dolcino, sembrano riflettere la sensibilità di ambienti religiosi che guardavano alla Commedia come a un’opera capace di dare voce anche alle loro inquietudini spirituali e alle loro critiche nei confronti del potere ecclesiastico. È una prospettiva che aiuta a comprendere meglio il clima culturale nel quale Dante venne letto nei decenni immediatamente successivi alla sua morte.

Le presentazioni del volume stanno richiamando un pubblico molto vario. Se lo aspettava?

È stata una delle soddisfazioni più belle. Ho incontrato studiosi, insegnanti, studenti, ma anche tanti semplici lettori disposti ad ascoltarmi anche per oltre due ore senza distrarsi. Mi piace pensare che questo dimostri come la ricerca universitaria possa uscire dalle biblioteche e diventare patrimonio condiviso. Quando si racconta la storia di un manoscritto come una vera avventura della conoscenza, il pubblico segue con curiosità e partecipa con domande che spesso diventano esse stesse occasione di riflessione. Bisogna però cercare di essere chiari, di coinvolgere, di far capire le cose più complicate con parole semplici (cosa non sempre facile).

Dopo quasi trent’anni di ricerca, quale messaggio vorrebbe lasciare ai lettori?

Questo libro mi ha insegnato che la storia della cultura è fatta anche di persone rimaste nell’ombra. Copisti, commentatori, studiosi, uomini che hanno dedicato la loro vita a conservare e trasmettere i grandi testi della nostra tradizione. Senza di loro, probabilmente, molte opere non sarebbero arrivate fino a noi. Se c’è un messaggio che vorrei lasciare è proprio questo: ogni manoscritto è molto più di un semplice oggetto antico, è una voce che continua a parlare e a raccontare attraverso i secoli. La ricerca serve anche a restituire memoria e dignità a quelle voci dimenticate.

Un manoscritto conservato ad Harvard, una ricerca svolta negli Stati Uniti e un’edizione pubblicata in Calabria. Qual è il filo che lega questa storia alla sua terra d’origine?

Potrebbe sembrare una coincidenza, ma in realtà i legami con la Calabria sono molteplici. Il primo è naturalmente personale. Sono nato a San Demetrio Corone (CS) e, pur vivendo e insegnando negli Stati Uniti da molti anni, ho sempre mantenuto un rapporto profondo con la mia terra. Per questo ho desiderato che un lavoro così importante venisse pubblicato da una casa editrice calabrese come “conSenso publishing” di Corigliano-Rossano, diretta da Giuseppe F. Zangaro, con il quale collaboro da tempo e del quale apprezzo il rigore scientifico, la qualità editoriale e la cura con cui ogni volume viene realizzato.

Immagino che ci sia dell’altro?

C’è anche un legame culturale che mi ha colpito profondamente durante la ricerca. L’autore anonimo che chiamiamo convenzionalmente Falso Boccaccio manifesta una straordinaria ammirazione per Gioacchino da Fiore, che definisce «solempne doctore e grande maestro in profecie». Una grande attenzione è inoltre riservata ai Vaticinia de Summis Pontificibus, un testo profetico di tradizione gioachimita che nel Trecento circolava con estrema discrezione. Non è un semplice riferimento: è una testimonianza preziosa della fortuna del pensiero gioachimita nella cultura del Trecento e del ruolo che le sue idee continuarono ad avere anche nella lettura della Commedia di Dante.

E’ insomma un modo anche per ricordare da dove viene?

In questo senso sì, la Calabria non rappresenta soltanto il luogo da cui provengo, ma diventa parte integrante della storia culturale raccontata da questo libro.

Ho letto che ci sarebbe anche una dimensione più intima anche?

Francamente sì. Nella Nota dell’Autore ho voluto dedicare questo lavoro alla mia famiglia attuale e a quella di origine: a mia moglie, la pianista Daniela Roma esecutrice della musica di Alfonso Rendano, e al piccolo Alfredo Maria, a mia madre Anna Maria, che mi ha sempre incoraggiato, e alla memoria di mio padre Alfredo, che ha seguito con fiducia il mio percorso e che, quando tornavo in Calabria, mi ripeteva in arbërisht, gjuha e zemëres (la lingua del cuore), «Çë vjen e bën këtu, rri Merik

Me lo traduce Professore?

Mi ripeteva sempre: “Che vieni a fare qui? Resta in America!”. Ma ho voluto ricordare anche il mio caro amico Nicholas “Nick” Diaco, orgoglioso delle sue origini calabresi, che negli Stati Uniti è stato per me come un fratello, e affidare simbolicamente questo libro alla protezione di san Nilo di Rossano e di Natuzza Evolo, due figure della spiritualità calabrese alle quali sono profondamente legato. In fondo, questo volume è nato ad Harvard, è cresciuto negli Stati Uniti, ma porta con sé, anche un pezzo della Calabria.

Un arbëreshe ad Harvard

Michelangelo La Luna dal 2003 insegna presso la University of Rhode Island, dove attualmente è Professore Ordinario di Lingua e Letteratura Italiana e direttore dei programmi Italian International Engineering, Business and Pharmaceutical Sciences. Si laurea in Lettere Classiche presso l’Università della Calabria, ateneo in cui ha anche conseguito un dottorato di ricerca in Albanologia e un Post-Dottorato in Discipline Linguistiche. Poi nel 1991decide di trasferirsi negli Stati Uniti, e va a studiare e a insegnare alla University of Pittsburgh e alla Harvard University, dove ottiene il Masters e il Ph.D. in Romance Languages and Literatures.

Autore di studi su Dante Alighieri, Girolamo De Rada, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini, è curatore dei seguenti volumi dedicati a Girolamo De Rada: Invito alla lettura di Girolamo De Rada, 2004; La corrispondenza inedita tra Girolamo De Rada e Niccolò Tommaseo (1860-1874), Opera Omnia, Rubbettino, 2006; Autobiografia, Opera Omnia, Rubbettino, 2008; Opere letterarie in italiano, Opera Omnia, Rubbettino, 2009; La corrispondenza tra Girolamo De Rada e Angelo De Gubernatis (1870-1900). In qualità di direttore della collana SOPHIA, ha inoltre dato alle stampe le seguenti opere dedicate agli scritti di Dacia Maraini: Taccuino americano (1964-2016), 2016; Writing Like Breathing. An Homage to Dacia Maraini: I. Beloved Writing. Fifty Years of Engagement, 2016; II. Mafia and Other Plays, 2017; III. USA 1964-2017: An Italian Reportage, 2018; IV. Dacia Maraini and Her Literary Journey, 2020; V. A Life Devoted to Writing. Festschrift in Honor of Dacia Maraini, 2020.

Ha inoltre curato i seguenti volumi della Maraini: Writing Like Breathing. Racconti Romanzo Poesia. Sessant’anni di letteratura, Albatros, 2020; Sguardo a Oriente, Marlin, 2022; Sguardo al Nuovo Mondo, Marlin, 2023; Sguardo all’Africa, Marlin, 2024; Scritture segrete, Rizzoli, 2025. Ha inoltre pubblicato l’edizione critica dell’autografo di Luigi Capuana, Reginotta, conSenso Publishing, 2020; The Round Dance, traduzione inglese del romanzo di Carmine Abate Il ballo tondo, Rutgers University Press, 2024; In the Streets of Milan and Other Stories, traduzione delle novelle milanesi di Giovanni Verga, Per le vie, realizzata in collaborazione con Susan Amatangelo e Tullio Pagano, Fondazione G. Verga – Università di Catania, 2026.

Michelangelo La Luna, dunque, un letterato moderno che affascina gli americani, che viene considerato indicato come uno dei più famosi letterati italiani d’America, e che non finisce mai di stupirci. (Pino Nano)

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