Da Scala Coeli fino in Messico, nel nome di Frida Kahlo, per raccontare il suo dolore familiare.

di Pino Nano

Attore è dire poco. Cantastorie, fantasista, letterato, cantautore, videomaker, critico d’arte, artista di strada, menestrello d’altri tempi ed eterno giramondo. Di più,poliglotta e appassionato di musica country, collezionista di robe vecchie, manager di grandi eventi e promotore di grandi rassegne d’arte dappertutto, una sorta di pifferaio magico, per i tanti appassionati d’arte che frequentano oggi la sua galleria siciliana.

A Ragusa dove lui oggi vive lo chiamano “il poeta calabrese”. In Calabria, invece,  a Scala Coeli dove lui è nato e cresciuto, lo chiamano più semplicemente “Viva la vida”, che è poi il suo motto di sempre, da quando per caso un giorno si innamorò dei capolavori di Frida Kalho e da quel giorno decise di farne un soggetto teatrale da portare in giro per il mondo. Cosa poi avvenuta realmente, perché Amedeo Fusco da anni gira il mondo per portare sui teatri più famosi ma anche meno illustri del nostro tempo la storia tragica e affascinante della pittrice messicana. Solo per questo il Governo messicano lo ha ringraziato in forma ufficiale e solenne per il contributo determinante che lui offre alla conoscenza di questa star della pittura mondiale con le sue opere teatrali e le sue mostre.

Ma questa è un’altra storia, una storia nella storia, un dettaglio fondamentale della sua vita di artista di strada, che vi racconterò strada facendo, partendo ora dall’infanzia turbolenta di questo bambino calabrese nato nell’alto ionio cosentino e cresciuto a pane e sacrifici, o meglio a rinunce dopo rinunce, privazioni condite dai sogni della sua geniale vitalità.

Chi è Amedeo Fusco? 

“Per gli amici, Amarè…-scrive così di lui l’artista ischitana Isabella Maria B                 -Amedeo è un poeta dell’anima, un narratore che riesce a cogliere le sfumature più sottili dell’esistenza umana e a dar loro voce attraverso la sua arte. Con la sua sensibilità unica, riesce a toccare le corde più profonde delle emozioni e a trasmettere la bellezza nascosta nelle piccole cose. È un uomo che danza con le parole, che crea con il cuore e che dipinge con l’anima. La sua creatività sfiora l’infinito, esplorando temi universali come l’amore, il dolore, la speranza e la ricerca di significato. Le sue interpretazioni e narrazioni sono un invito a esplorare l’intimità delle emozioni e a riflettere sulle complessità dell’essere umano. Amedeo è un’anima curiosa, sempre alla ricerca di nuove ispirazioni e di nuovi modi per esprimere la sua visione del mondo. È un viaggiatore, che si spinge oltre i confini dell’ordinario per scoprire l’inedito e l’imprevisto. Ma più di tutto, Amedeo è un essere umano che incarna l’amore per la vita; è un sognatore che crede nel potere della creatività e nell’importanza di condividere la propria esperienza con gli altri”.

Direttore del Padiglione Immagine Italia, iniziativa questa patrocinata dal Ministero degli Esteri e della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiani, Amedeo Fusco è anche e soprattutto il Fondatore e il Direttore del Centro di Aggregazione Culturale inaugurato nel febbraio 2016 a Ragusa, centro di riferimento per iniziative culturali e artistiche per tutta la Sicilia. Ma è anche organizzazione di grandi eventi, come “Notti al Castello” a Donnafugata (RG) e il “Thalìa Festival”, “L’arte cerca la gente”, “Ibla Meeting Art”, “Ritratti”, “Arte Cerca Gente”, ripresi e raccontati in mille maniere diverse dalle reti RAI e dai maggiori network italiani. Per anni ha diretto il laboratorio di Teatro ADISU all’Università La Sapienza di Roma dove lui è stato per decine di volte anche attore protagonista e regista di primo piano

La prima volta che io ho incontrato Amedeo Fusco è stata in teatro, a Roma, dove lui appunto aveva portato in scena la Storia e la vita di Frida Kalho, e la cosa che quella sera mi emozionò moltissimo fu l’abbraccio profondo che venne a regalargli in camerino Pasquale Tridico, l’ex Presidente dell’INPS, allora ancora in carica, oggi parlamentare europeo, e a teatro quella sera con la moglie e i bambini. Storia la loro di un’infanzia comune condivisa e vissuta insieme a Scala Coeli in una stagione di privazioni collettive e di miseria profonda che ha poi costretto intere generazione, come la loro, a lasciare la brezza del loro mare e partire in cerca di fortuna altrove. Storia come mille altre della terra che ci ha dato i natali.

-Possiamo darci del tu?

Sarebbe una cosa bellissima per me, mi metteresti molto a mio agio. Vedo che hai mille domande da farmi…

-Allora partiamo da dove sei nato?

Sono nato a Scala Coeli. Si dice Skàla Coèle in greco bizantino, che vuol dire “scala concava“. E’ un paesino in provincia di Cosenza e lì sono cresciuto fino all’adolescenza, su e giù per le viuzze del centro storico, da via Toledo a via Spirone, dalla Chiesa di Santa Maria Assunta, cuore del centro storico a via Terrata, a casa mia, e da qui, ho iniziato presto a cercare tante vie di “fuga” nel senso più bello del termine.

-Perché questa voglia di scappare via?

Per saperne di più, per arricchire uno spirito e un’anima inquieta e pulsante; per conoscere il mondo che ho imparato ad amare sui libri o al cinema, ma anche per incontrare nuova gente e nuove culture. Una insaziabile sete di conoscenza, tutto qui. Per questo ho sempre assecondando quella mia voglia di crescere e di conoscere e, quel ritmo intenso del cuore che mi spingeva costantemente a strofinare il mio cervello con quello dell’umanità che mi circondava. Ero continuamente attratto dall’incontro con altri popoli, verso altre terre. E’ cosi che me ne sono andato in giro – con una sola valigia fatta di sogni, di amore per il prossimo e di tante speranze -su e giù per l’Italia e per l’Europa.

-Come ti muovevi?

Da ragazzo quasi sempre in autostop. Sono arrivato persino in Germania, in Francia, in Spagna, e dall’Olanda all’Austria. Ho girovagato in lungo e in largo per l’Europa “on the road” sulla scia del romanzo di Kerouac, che da ragazzo era diventato il mio vangelo personale. Con i miei amici particolari, Osvaldo e Agostino, sempre in autostop andavamo a visitare i paesi vicini al nostro, o al mare per trascorrere un’ora di serenità.

-Immagino però una vita ricca di tanti amici?

In quel tempo avevamo un amico speciale che era Leonardo Strafaci. Quando Leonardo tornava in paese dalla Germania avevamo una specie di “autista” dei nostri sogni. Perché lui ci portava dovunque a bordo della sua macchina. La ricordo come fosse appena ieri, era una fiammante fiat 131 verde pisello.

-Il tuo primo viaggio?

All’età di 14 anni sono andato a Rimini in autostop. Avevo detto ai miei genitori che sarei andato a trovare un mio amico in un paese vicino. Allora facevo teatro di strada e dormivo, per la maggior parte delle volte, dentro un variopinto sacco a pelo che ancora conservo.

-Il tuo primo lavoro vero?

A 17 anni sono andato a lavorare a Freising vicino a Monaco di Baviera, come studente lavoratore, insieme a mio fratello Franco e dormivo da mia cugina Achiropita, prima, e poi a Monaco da mio cugino Pietro, è stata un’esperienza fortissima.

-Perché Monaco?

Perché a Monaco aveva lavorato per lunghi anni mio padre e io avevo la necessità e il bisogno interiore di ripercorrere la sua vita di emigrante. Dovevo capire dove era finito a vivere, dove era andato a lavorare, me lo sono chiesto per anni prima di quel giorno, e quel viaggio a Monaco mi ha permesso di dare mille risposte alle mie domande. Ho persino visitato e ritrovato la baracca dove mio Padre aveva vissuto per molti anni.

-Ma a cosa è servito tutto questo?

A me è servito a capire che razza di vita lui avesse percorso e quanti sacrifici immani avesse vissuto in prima persona per poter mandare poi a noi che stavano in Calabria un pezzo di pane.

-Ma da quel momento tu di fatto non ti sei mai più fermato?

Insieme al mio amico Giorgio ho viaggiato per l’Europa in autostop per due anni consecutivi. Facevo teatro di strada e dormivo, quando non trovavo bella ospitalità, in un sacco a pelo che ancora conservo. Quanta gente ho incontrato, quanta umanità, quanta fantastica diversità.

-A Scala Coeli ti ricordano ancora come un ragazzo molto impegnato anche politicamente, è vero?

Pensa che per un certo periodo della mia vita sono state anche segretario della F.G.C.I. ed ho attraversato un periodo in cui ero davvero un giovanissimo animale politico.

-In che senso?

In quegli anni ricordo di avere organizzato moltissime manifestazioni per la pace, cortei contro la caccia, collettivi contro le guerre. Già allora ero vegetariano, quindi molto diverso dai miei coetanei e dai miei paesani. Sono stato anche obiettore di coscienza, e anzicchè fare il servizio militare, mi hanno mandato a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, a fare l’accompagnatore per disabili.

-Alla fine non ti è andata poi così male, Firenze era già allora la grande capitale della cultura europea?

Posso dirti solo che in quel periodo non dormivo mai. Perché non appena terminavo di fare il mio servizio civile con i disabili me ne andavo in Piazza delle Signoria a vivere insieme a quel gruppo di eclettici personaggi che erano allora punti fermi della vita alternativa della città. La sera invece andavo all’Eskimo, a cantare insieme ad un mio vecchio compagno di convitto, il cantautore Francesco Cofone. Ma c’erano anche Stefano Bollami, Gioacchino, Adolfo, e tanti altri compagni e anici di avventura. Nel frattempo, appena potevo, andavo anche a trovare mio fratello Giuseppe a Verona, e il mio amico Pascaluzzo e mio fratello Franco a Roma.

-Una vita spericolata direbbe il grande Vasco Rossi, non credi?

Pensa che un giorno, finito il servizio civile, sono partito, in autostop, per il Portogallo, ma arrivato a Genova ho sentito all’improvviso il forte desiderio di ritornare a casa. Volevo rivedere mio padre e mia madre. Avevo il forte bisogno di sentire il loro amore fisico, il loro sostegno.

-E anziché in Portogallo ha fatto rotta per Scala Coeli?

Sono tornato indietro, direttamente a casa mia. Avevo bisogno di rimarginare quelle fratture che spesso si creano con i genitori. Nel mio caso era stato così.

-È vero che da giovanissimo hai messo in piedi anche una radio pirata?

È stata una delle esperienze più esaltanti e più belle della mia infanzia in Calabria. Avevo poco più di quindici anni  quando insieme ad alcuni miei amici, Aldo Maiorano, Rosario Perri, Rocco Acri, Carmine Riccio, Mauro Capristo, Raffaele Iaria ed altri abbiamo aperto una radio privata, una delle prime radio libere della zona, palestra di quel relazionarsi con il mondo circostante, ed esperimento quotidiano unico allora nel suo genere dalle mie parti dell’imparare sul campo a comunicare.

-Doveva essere un bel gruppo di amici?

Ti dirò, quando ho fatto ritorno a casa da mio padre e mia madre, ho avuto modo di frequentare i ragazzi  più giovani del mio paese, le nuove generazioni, ed insieme abbiamo dato vita al Gruppo G.I.S. Non era altro che un sodalizio che ci univa ancora di più fraternamente, e che poi è diventato anche un gruppo teatrale, con cui abbiamo realizzato diversi spettacoli teatrali che abbiamo rappresentato anche in molti paesi della Calabria.

-È vero che qualcuno di loro ha voluto poi seguirti a Roma?

Insieme a Ottavio Sapia, Aurelio Parise e Antonio Salvato ci siamo trasferiti a Roma, vivendo tutti insieme e montando ogni giorno un nuovo spettacolo che portavamo con gioia – fra tante difficoltà – in ogni dove.

-Teatri importanti?

Ma no, cosa hai capito. Noi mettevamo in scena le nostre opere dovunque, per strada, dalle fermate della metropolitana alle piazze, alle scuole e nei primi teatri con noi c’era anche Pasquale Tridico. È in quel periodo che abbiamo conosciuto anche Stefano Orlandini che è poi diventato il nostro scenografo e nostro amico inseparabile.

-Una parentesi forte della tua vita anche questa romana?

In quel periodo ricordo che fummo chiamati da alcuni studenti universitari per fare uno spettacolo a sostegno di un’ occupazione studentesca, una delle tante occupazioni di quegli anni, e per questo spettacolo ricordo di aver coinvolto alcuni degli studenti stessi di quel collettivo. Tra di loro c’era una ragazza molto speciale, si chiamava Anna, ed è diventata poi la donna della mia vita. Ricordo che ci chiudemmo per quattro giorni e quattro notti in teatro e creammo uno spettacolo che ebbe un grandissimo successo, e nel frattempo io e Anna sentimmo di appartenere l’uno all’altro.

-È vero che da quel momento tu diventi una stella del movimento giovanile della Sapienza di Roma?

Quello che posso dirti oggi è che proprio grazie a questa nostra prima esperienza teatrale mi è stata affidata l’opportunità di dirigere il Laboratorio Teatrale ADISU dell’Università La Sapienza, laboratorio che ho diretto per sei anni intensi, pieni di emozioni e sperimentazioni, dal quale sono passati talentuosi giovani attori, molti dei quali sono oggi professionisti affermati, e non solo nel mondo del Teatro.

-Farei bene quindi io a scrivere di te “attore” più che artista o letterato?

In realtà sono stato più cose insieme. Sono stato capocomico delle Compagnie La nave e del Trio Afalos, ho creato e brevettato i corti teatrali, e per sette anni ho seguito il Thalìa Festival, che era il festival nazionale dei corti teatrali.

-Ma non mi hai detto più di Anna?

Nel frattempo con Anna, la donna della mia vita, ci siamo sposati. Con lei mi sono reso conto che l’amore esiste davvero, e che io avevo avuto la fortuna di viverlo davvero in quella che è stata e rimarrà per sempre la storia più grande della mia vita.

-Quanto è durata la vostra love story?

Siamo stati insieme per sedici anni, i sedici anni più belli della mia vita. Eravamo sempre insieme, vivevano in simbiosi, il nostro era molto di più che un amore terreno. Non saprei come definirlo, ma era una emozione viva e che si rinnovava giorno per giorno. Mai un litigio, mai una incomprensione, Io dipendevo da lei e lei dipendeva da me. Finché un giorno, era il 12 marzo del 2012 lei fu richiamata dal Signore nell’altra dimensione.

-Cosa significa Amedeo?

Il cancro me l’ha portata via per sempre. La malattia l’ha strappata alla mia vita senza darmi tregua e senza dare a lei neanche un soffio di speranza. Per fortuna dalla nostra unione è nato Gilberto, nostro unico figlio, che è diventato il mio sostegno, il mio vero e solo compagno di vita, il mio unico motivo esistenziale. Gilberto era ed è ancora e lo sarà per sempre la proiezione di Anna, la mia vita, il mio amore. 

-Immagino che lui ti voglia un mondo di bene?

Gilberto mi è continuamente vicino, mi segue e mi assiste durante i miei spettacoli e viene, sempre insieme a me, ogni estate a Scala Coeli dove, insieme al nostro amico Nicola Abruzzese e al Gruppo G.I.S., realizziamo ancora l’Ottavio Sapia Festival. Qualche anno fa abbiamo scoperto insieme ‘A Lifanda.

-Cos’è?

È una roccia, a forma di elefante tra le più grandi al mondo.

 -Amedeo che famiglia hai alle spalle?

La mia famiglia era composta da mia madre Grazia, che era nata a Rossano, da mio padre Gilberto Gennaro, mia sorella Caterina e i miei fratelli Franco e Giuseppe. I miei nonni materni non li ho quasi mai visti. Mia nonna Giuseppina è morta prima che io nascessi, e mio nonno Francesco abitava a Rossano ed allora le distanze erano infinite. I miei nonni paterni invece, Caterina e Francesco, vivevano a Scala Coeli e naturalmente li ho frequentati e vissuti un po’ di più.  

-Che infanzia ricordi laggiù? 

Sono l’ultimo dei 4 figli. Perché non dirlo? Ho vissuto un’infanzia fatta di grande povertà, ma anche di grande serenità e di grandi affetti familiari. Ricordo anni e stagioni di giochi comuni e di momenti intensi di amicizia e di fratellanza. Già da bambino  ho iniziato ad organizzare tornei di calcio, giochi di gruppo e, soprattutto, nelle adiacenze di casa mia ci  divertivamo a proporre improbabili scene teatrali, come se fosse un vero  e proprio set  cinematografico, dove venivano rappresentati gli “adattamenti” degli sceneggiati che, allora, venivano trasmessi dalla Televisione. Ricordo i famosi format della RAI di allora, La freccia nera, Sandokan, Zorro…

-Come hai vissuto da bambino invece la partenza di tuo padre? 

Era una gioia immensa per me “la festa del ritorno” perché quando mio padre tornava a casa colmava mesi e mesi di dolore e di tristezza lancinante. Di sofferenze e di solitudini immani. Poi lui ripartiva e dentro il mio cuore si riapriva la ferita lancinante della separazione. Ricordi la canzone di Mimmo Modugno? Diceva “La lontananza, sai, è come il vento…”. Era vero. La lontananza era per me una ferita che si rinnovava, soprattutto tutte le volte che mio padre ripartiva per ritornare in Germania.

 -Che scuole ha frequentato?

Ho frequentato solo l’ultimo anno di asilo, poi la scuola elementare e le medie al mio paese, Scala Coeli. Poi ancora, una brevissima esperienza al Liceo Linguistico di Castrovillari e infine, senza aver voluto completare gli studi, mi sono iscritto ed ho frequentato l’istituto Professionale Agrario di Rossano, dove risiedevo nel convitto dell’Istituto. Ecco quello fu un periodo bellissimo della mia giovinezza, pieno di amori, di amicizia, una pagina sentimentale che vive dentro di me ancora oggi. In quegli anni sono stato, sempre, rappresentante d’istituto e pensa che ho anche organizzato non solo un’occupazione della scuola, ma tanti, davvero tanti spettacoli. Furono gli anni del mio primo debutto, come autore e come regista.

 -Delle medie quali insegnanti ricordi ancora?

Ricordo in particolare la professoressa di francese che si chiamava Patrizia e, ho vivo il ricordo del giovane supplente di musica, Pasquale Loiacono, che – a dire il vero – conoscevo già, in quanto egli era un frequentatore della mia casa essendo lui amico dei miei fratelli. Era un insegnante atipico, con lui studiavamo la musica dei nostri tempi, i Rolling Stones, i Pink Floyd ed i cantautori italiani, De Andrè, Guccini, Tenco, Bennato, ma tanti altri ancora.

-E delle scuole superiori, quali insegnanti vale la pena di ricordare?

I professori di quel periodo così significativo della mia vita me li ricordo ancora davvero tutti. Continuo ancora ad avere un rapporto di amicizia importante con gli insegnanti che erano in convitto con me, due in special modo, Costantino Castriota e Salvatore Bugliaro.

 -Alla fine tu però hai fatto come tuo padre, sei partito e hai lasciato Scala Coeli per lunghi periodi della vita….

Ma la mia è una famiglia di migranti. Pensa che la famiglia di mio padre era composta da sette figli, nessuno di loro è rimasto al paese. Noi Fusco siamo quattro figli e, a Scala Coeli oggi, vive solo mia sorella. Mia sorella che ha messo al mondo sei figli, ma vive anche lei sulla propria pelle l’assenza delle loro vite “spatriate”.

-In che senso?

Perché nessuno dei miei nipoti si è fermato in paese. Se vuoi una vita diversa, e un lavoro sicuro, devi partire, oggi come ieri. Forse oggi pi di ieri.

-Parliamo del tuo lavoro?

Il “mio lavoro” ha per me i tentacoli del “tiranno”. Mi conduce in ogni luogo. È anche vero che da sempre me lo sono inventato io a solo e continuo a reinventarmelo prodigiosamente ogni giorno da solo, ma questo mi ha insegnato che per lavorare devi essere pronto ad andare dovunque ti chiamano. È per questo che oggi ti dico che sono stato dovunque. E che dovunque andrò nel mio prossimo futuro. Il mio lavoro – frutto delle mie scelte – rinasce continuamente con me. Non so se posso dirlo, ma “il mio lavoro sono io”. Ritorno spesso anche a lavorare in Calabria, per esempio – penso all’ultimo spettacolo teatrale che sto portando in scena – “Amedeo Fusco Racconta Frida Kalho”. Su 71 repliche più di un terzo sono state rappresentate in Calabria e ad oggi ho ancora nuove richieste e tanti inviti

-Qual è la cosa più bella che hanno scritto su di te?

Quella che ho voluto venisse stampata sulla quarta di copertina del mio ultimo libro e che dice questo, ti faccio vedere: “Amedeo Fusco è un artista completo, un’anima inquieta che non teme di esplorare le profondità dell’esistenza umana. Attraverso la sua arte, ci invita a riflettere, a emozionarci e a celebrare la bellezza di essere vivi. È un testimone del nostro tempo, che attraverso la sua voce ci ricorda la preziosità di ogni istante e l’infinita potenzialità della nostra umanità”. Quando l’autrice, che è una delle artiste più eclettiche e più affascinanti dell’area napoletana me l’ha mandata ho pianto a lungo. Non finirò mai dirle grazie.

-Qual è stato l’incontro che più ti ha colpito con gli artisti che hai avuto modo di conoscere?

Decisamente il mio incontro con Mogol. Aspettavo di conoscerlo da una vita, oggi credo di conoscere e di aver letto i testi di tutte le sue canzoni. L’ho amato profondamente da ragazzo, perché nelle sue canzoni ho ritrovato pezzi della mia vita e della mia solitudine. Ci sono dei brani che meriterebbero il premio Nobel per l’intensità e la forza che hanno dentro, e quando ho avuto la fortuna di incontrarlo e di intervistarlo ho pensato che c’è anche un Dio dei poveri. Non immaginavo che un poeta sublime come lui trovasse il tempo per raccontarmi la sua vita e la sua storia. Un uomo colto, preparato, attento alla forma, rispettoso del lavoro degli altri, che vive la sua vita di musicista famoso con una semplicità disarmante e ammirevole. Un vero re della musica italiana nel mondo. Ne avessimo di artisti come lui, il mondo sarebbe certamente migliore.

-Che prezzi si pagano a non restare a casa propria? 

La mia emigrazione è per me un’assenza reale dalla nostra terra, diversa da quella straziante di mio padre. Papà che lasciava moglie e quattro figli per un tempo lunghissimo durato più di ventitré anni era un calabrese eternamente in viaggio tra la Germania e il paese, e che episodicamente ritornava a Scala Coeli solo una o al massimo due volte all’anno. La mia è stata invece, innanzitutto, una scelta, e questo anhe se riconosco di avere radici profonde e vive nell’argilla della mia montagna, “U Vitusellu”, dove spirano leggeri i venti del mar Ionio. Sono fortemente attaccato alla Calabria, ma mi lascio condurre dalla vita, secondo le circostanze e i flussi del tempo e faccio di tutto per restare sempre me stesso. Soprattutto senza demordere mai.

-C’è un posto diverso dal tuo mare dove i sei sentito a casa tua?

Ti confesso, ogni luogo in cui sono vissuto ora mi appartiene, ed io stesso appartengo a ogni lembo di terra che ho calpestato. Ho vissuto a Roma per tanti anni e, prima ancora in diverse città italiane ed europee, ho risieduto a Monaco di Baviera D quindici anni, mi posso fregiare di una etichetta anomala che è quella di essere un emigrato in terra di migranti. Oggi vivo con mio figlio Gilberto che nel frattempo è diventato un uomo, e vivo a Ragusa, la patria degli Iblei, dove ho fondato un attivissimo Centro di Aggregazione Culturale che, oggi è diventato davvero il “faro acceso” sulla cultura, sulle arti, sulla letteratura e sulla tradizione popolare di queste terre. E’ un centro importante, che contribuisce a far risplendere Ibla e la città del barocco siciliano nel mondo.

-Dalla Calabria in Sicilia, il salto oggi non poi così lungo?

Forse era predestinato che approdassi a Ragusa, un cosentino nelle terre degli iblei non è una novità, è una storia che si rinnova e che ci  riporta al tempo dal conte Ruggero, quando intorno all’anno 1090 la città “isola nell’isola” si arricchì di una colonia di cosentini, fatti appositamente convenire dalle pendici della Sila come coloni, che qui si stabilirono proprio a ridosso delle mura della città. E’ stata una vera scoperta sentire i Ragusani di oggi che chiamano il quartiere dei Cosentini ‘u quartu de I Cusenzari. E oggi il nostro Centro di Aggregazione Culturale è per fortuna un punto di attrazione, una vera calamita culturale che richiama artisti che arrivano da tutto il mondo.

-Dovunque tu arrivi ti porti dietro questa nomea di essere ormai il cantore di Frida Kalho, come nasce questo rapporto tra te e la grande artista messicana?

-Per una serie di situazioni, il mio trasferimento a Ragusa ha coinciso con il mio involontario allontanamento dall’attività teatrale,ma nella vita accadono sempre le cose che devono accadere. Arrivato qui, ad un certo punto ho organizzato una mostra sulla grande artista Messicana d titolo “Omaggio a Frida” e che dopo undici tappe in altrettante città italiane è approdata a Città del Messico. Siamo stati invitati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico e dove sono stato accolto da Hilda Trujillo la direttrice della casa Museo Frida Kahlo. Forse un caso, forse il destino, ma la storia di questa donna era ormai diventata parte della mia vita più intima, e allora dopo averla portata in giro e raccontata come pittrice e artista di immenso talento, ho pensato che sarebbe stato forse più bello e più utile portare la sua storia nei teatri di tutto il mondo.

-E così è stato?

Assolutamente sì. Il 24 luglio di tanti anni fa, giorno del compleanno di mia madre, proprio come segno di rinascita della mia vita ho deciso si portare la storia di Frida Kalho in teatro partendo proprio da un luogo molto suggestivo, dalle viscere della terra, nelle grotte di Cava Gonfalone a Ragusa. Ed è stato un vero trionfo.

-Molti magari non sanno chi era Frida Kalho, come la racconti tu in teatro?

La storia di Frida Kahlo è la storia di una straordinaria artista messicana nata il 6 luglio 1907 a Coyoacán, un sobborgo di Città del Messico. Storia di una donna la cui vita è stata segnata da una serie infinita di sfide e di tragedie. All’età di sei anni, contrasse la polio, che la lasciò con una zoppia permanente. Da giovane, Frida aspirava a diventare un medico, ma a 18 anni rimase coinvolta in un terribile incidente d’autobus che le causò gravi lesioni. Fu durante la sua lunga convalescenza che iniziò a dipingere, le serviva per passare il tempo. Ma questo fu la vera chiave di volta del suo successo. Frida Kahlo morì poi giovanissima, il 13 luglio 1954, non aveva ancora neanche 47 anni. Ma la sua eredità artistica ha continuato a crescere nel corso degli anni, diventando lei stessa un’icona del movimento femminista e un simbolo di forza, passione, resilienza. Ecco perché io continuo a portarla in giro per i teatri. La sua storia personale, e le sue opere d’arte continuano a ispirare artisti e appassionati in tutto il mondo.

-Ho visto, venendo a teatro a vedere il tuo spettacolo, che punti molto su un suo dipinto, per altro molto famoso,

È uno dei dipinti più iconici di Frida Kalho. “La colonna rotta” è un autoritratto altamente simbolico che racconta e rappresenta il suo dolore fisico e le sfide personali. Nel dipinto, si vede Frida nuda dalla vita in su, con la sua colonna vertebrale esposta. Questa colonna vertebrale è spezzata e frammentata, il che simboleggia le numerose operazioni chirurgiche che Frida ha subito a causa dell’incidente stradale che ha avuto da giovane. È un dipinto che mi emoziona ogni qualvolta lo guardo, perché trasmette un senso di vulnerabilità e dolore. Ma è soprattutto un esempio forte della sua abilità nel trasformare il suo dolore in un’opera d’arte emotivamente carica e simbolica.

-Posso chiederti perché ne parli con tanta emozione personale?

Perché Frida mi ricorda Anna, mia moglie, e il dolore immenso che Anna ha vissuto dopo la scoperta del cancro. Perché Anna aveva la stessa forza di Frida, perché Anna credeva nell’amore per me e per nostro figlio con la tessa forza con cui Frida si nutriva dell’amore del suo Diego Ribera, perché Anna riusciva a sorridere anche nei momenti peggiori della sua malattia, così come Frida riusciva a fare aspettando la morte. Io racconto Frida e penso alla mia Anna, penso ad Anna e mi torna in mente il dolore di Frida, per me sono le due facce della stessa medaglia. Lo stesso dolore, la stessa emozione, la stessa passione per la loro vita e i loro dolore.

-Sbaglio o sei ormai alla settantunesima replica cel tuo spettacolo su Frida Kalho?

Il mio spettacolo “Amedeo Fusco racconta Frida Kalho” che sto portando in giro per l’italia, ha già fatto settantuno repliche, esatto. Da Trieste a Gela. Ma non solo, dalla sceneggiatura del pezzo teatrale né è nato un libro, che è diventato il primo libro bilingue scritto su Frida, con la prefazione originale della direttrice della “Casa Azul”, Hilda Trujillo. E la cosa più bella è che lei scrive che “questo è uno dei migliori lavori mai realizzati su Frida”. Il volume si pregia dell’intervento della Console generale del Messico Marisela Morales, dell’archeologo Saverio Scerra e di un amico fraterno, il giornalista e critico d’arte Rosario Sprovieri.

E con cui tu hai già firmato tanti altri progetti culturali importanti?

Con Rosario Sprovieri nel tempo abbiamo dato concretezza a tanti progetti culturali. Penso per esempio a “Colori dai…suoni” la grande mostra delle opere pittoriche di Franco Battiato, Paolo Conte, Tony Esposito, Dario Fò e  Gino Paoli, nel Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo. Un vero successo, un evento a nove colonne che finì su tutti i quotidiani d’Italia, dal Corriere della Sera, a Repubblica al Messaggero, al Manifesto, incalcolabili risultarono i rilanci e le presenze sul Web e sui social media. Pensa che conserviamo ancora gelosamente il grazie fattoci pervenire dal direttore generale del Ministero della Cultura del tempo, e dall’amico professor Claudio Strinati che inaugurò la nostra mostra nelle sale di Pio IV a Castel Sant’Angelo a Roma.

Mi racconti invece del tuo incontro con Dario Fò e Franca Rame?

Indimenticabile anche quel giorno. Eravamo all’Auditorium della musica a Roma ed è lì incontrammo il premio nobel Dario Fò. Un’ora indimenticabile sul palcoscenico più grande dell’Auditorium, e  a cui fece poi seguito un breve colloquio anche con Franca Rame. Dopo qualche anno presso il Teatro dei Dioscuri Al Quirinale, realizzammo invece la mostra “Visioni” e fu ancora un successo clamoroso.

-Ci avevate portato in mostra?

Posso dirlo? I più grandi interpreti italiani del secondo novecento. Da Ennio Calabria a Renato Guttuso, da Aldo Turchiaro a Turi Sottile, e poi ancora Sergio Cimbali, Annalisa Cavallo, Silvio Amelio, Lillo Messina, Ernesto Lombardo, Vincenzo Sciamè, Gino Guida, Lucio Morando, Arturo Barbante, Bruno Caruso, Piero Guccione, Giovanni Iudice, temo di nn ricordarli tutti.

Ma dove stava la novità del progetto?

Credimi, si è trattato di un evento che oggi ha un sapore “storico”, con una proposta culturale innovativa e unica che portava in scena gli interpreti migliori del pianeta della pittura del secondo novecento, finalmente tutti  insieme, e soprattutto quasi tutti vivi e sorridenti. Fu davvero una Mostra unica nel suo genere, perché realizzata al di fuori dei tradizionali circuiti danarosi dei soliti collaudati “noti” che, godevano e godono ancora oggi delle complicità e delle connivenze di certa pubblica amministrazione. Ricordo che a distanza di qualche settimana sull’onda di una nuova mostra, sempre presso Il Teatro Dei Dioscuri al Quirinale, ci venne recapitato un messaggio di apprezzamento e di stima che la Regina Paola di Liegi  ci aveva indirizzato per la nostra “calabresità”.

-Nuovi progetti in itinere?

Quest’anno riospiterò a Ragusa, per Ibla Meeting Art, l’amico Mimmo Cavallo il cantautore di “Siamo Meridionali”, il giornalista Tony Capuozzo, scrittori, poeti, artisti personalità dello spettacolo e della cultura. Come già sperimentato nelle due precedenti edizioni, una full immersion di tre giorni che, spero vivamente, lasci una traccia importante nella memoria delle persone che parteciperanno.

-E il teatro?

Sto lavorando anche ad un nuovo progetto teatrale, sto scrivendo un film e sto progettando due grandi mostre: una dedicata ad Andrea Camilleri, in collaborazione con la nipote Arianna Mortelliti, in occasione del centenario della nascita e l’altra dedicata a Vasco Rossi dal titolo “ Vasco Dilatatore” che si terrà a Diamante in occasione del Peperoncino Festival. Ma è solo l’inizi di questa mia seconda vita.

-Amedeo, a chi dedichi oggi tutto quello che hai intorno?

A mio Figlio, ad Anna, l’amore immenso della mia Vita. Ma anche al sorriso di mio padre e di mia madre con vera gratitudine per sacrifici inimmaginabili fatti per noi. Perché noi potessimo vivere meglio di loro e perché qualcuno di noi piesse diventare anche famoso.

LE MIE MOSTRE

-2 ottobre 2016 -“L’ARTE CERCA LA GENTE” – in occasione della 14^ edizione del Fiaba Day, giornata nazionale per l’abbattimento delle barriere architettoniche promossa dall’associazione F.I.A.B.A. Onlus, presieduta dal Prof. Giuseppe Trieste. – Piazza Colonna – ROMA

-11 – 15 settembre 2019 – “PICCANTE COME PEPERONCINO” – collettiva in concomitanza dell 26° edizione del Peperoncino Festival – Museo “DAC Ponte delle Arti e delle Culture”- Diamante (CS)

-6 -10 settembre 2023 – “Maradona il calciatore, arte lo celebra” in concomitanza edizione del Peperoncino Festival – Museo DAC, DIAMANTE (CS)

-11 – 15 settembre 2024 – “MARILYN; PICCANTE DI NATURA” in concomitanza edizione del Peperoncino Festival – Museo DAC, DIAMANTE (CS)

-7 marzo – 30 marzo 2022 – “IRRAGIONEVOLI SOPRUSI” contro ogni forma di violenza, Sede INPS Ragusa, in concomitanza con il Convegno riguardante il “Reddito di Libertà – Fondo per le donne vittime di violenza”

-4-12 Giugno 2016 – “PUNTI DI VISTA TOUR” – presso l’ex Liceo Artistico – CAGLIARI

-9 – 13 Luglio 2016 -“PUNTI DI VISTA TOUR” – Palazzo dei Sette – ORVIETO

-3 luglio -20 settembre 2021 – “Sculture di pietra e metalli” – Scoglitti

-23-29 Aprile 2016 -“RITRATTI 2” – Galleria Civica d’Arte Palazzo Moncada – CALTANISSETTA

-13-26 maggio 2016 – “COLLETTIVANDO” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-24 giugno al 2 Luglio 2016 – “ESPONENDO” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-28 Luglio- 6 Agosto 2016 – “COMPOSIZIONI” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-25 novembre-6 dicembre 2016 – “ESPRESSIONI” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-4-22 febbraio 2017 – “secondo anno” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-17-24 marzo 2017 – “COLLETTIVA III” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-28 aprile – 7 maggio 2017 – “ADFECTUS” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-18 novembre 2017 – “Collettiva VII” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSA

-21 – 31ottobre 2017 – “OMAGGIO A FRIDA” – Sala Manzù – BERGAMO

-8 luglio 2017 – “COLLETTIVA 5 ” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSa

-10 marzo 2018 – “ANNO TERTIO” – Centro di Aggregazione Culturale – RAGUSa

-30 marzo-11 aprile 2019 – “QUARTO ANNO ” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSa

12 – 31 ottobre 2019 – “TEMA LIBERO” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

19 – 30 settembre 2020 – “V MOSTRA DEL V ANNO” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-24 ottobre – 5 novembre 2020 – “IN SEDE” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-19 – 30 settembre 2020 – “V MOSTRA DEL V ANNO” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-4-15 luglio 2020 – ” ARTE DAL MONDO” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-20 novembre – 2 dicembre 2021 – “IL MIO RICORDO”, Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-25 settembre – 10 ottobre 2021 – “LA MIA ISPIRAZIONE” – Centro di Aggregazione Culturale

-21 dicembre 2021 – 6 gennaio 2022 – “LA MIA DONAZIONE”, Centro di Aggregazione Culturale RAGUSA

-21 gennaio 2023 – 7 febbraio 2023 – “ANIMALS” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-14 – 27 dicembre 2024 – “V del IX ” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-23 novembre – 12 dicembre 2024 – “IV del IX ” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

-25 gennaio – 13 febbraio 2025 – “VI del IX ” – Centro di Aggregazione Culturale, RAGUSA

Amedeo & Frida

Uno degli amici più cari di Amedeo Fusco è il giornalista e critico d’arte Rosario Sprovieri a cui abbiamo chiesto una nota personale sull’artista Amedeo Fusco, partendo dal libro che Amedeo Fusco ha scritto e dedicato alla pittrice messicana Frida Kalho.

di Rosario Sprovieri

“Ci sono libri che attraversano le pieghe del nostro animo, …ci sono anche autori che …illuminano sentieri inesplorati”.

Una riflessione, questa mia, che risente del pathos della narrazione, che è  – in questo caso – frutto della commovente rappresentazione teatrale che l’autore, attore, Amedeo Fusco, ha già portato in scena nei teatri di tante città italiane. L’opera letteraria ha un incedere coinvolgente, il racconto possiede i tempi della commedia; una drammaturgia intensa, carica come una molla potente; un dire che cattura la mente e il cuore. La lettura suscita un fluire di emozioni, c’è tutta una ricchezza interiore che sgorga all’improvviso e, irrora un vivaio carico, carico, di pensieri intimi e profondi. Qui – allora – le parole si fanno specchio senza alcuna ombra, dove vengono alla luce e si riflettono i segreti più inquieti della psiche; qui si riverberano ansie e tormenti che poi, entrano e restano dentro. Ci sono ferite lancinanti che, come una specie di spino, prima si conficcano dentro la pelle, poi affondano le punte acuminate nel costato, fino a dilaniare la carne viva, danneggiando la membrana sensibile d’ogni anima afflitta. La Frida della narrazione è, allora, l’emblema del “Calvario” silenzioso di una umanità sofferente, a tratti questa storia sorprendente ricalca il cammino della “Croce” di Cristo, con il suo martoriato procedere di Stazione in Stazione, sino al Golgota della vita.

La Frida di Fusco diviene, davvero metafora tangibile dell’esistenza, della miseria umana, figlia di quei figli della sventura, delle gravi perdite e, delle sofferenze più inaudite. Una creatura umana, apparentemente fragile, ma incarnazione delle donne più energiche e mai arrendevoli. Femmina carica e gravata da infinite “pene”, che “vive” e sopravvive aggrappandosi e lottando, strappando, con forza inaudita, ogni giorno della propria vita alla morsa dell’angoscia e del dolore.

Fusco, è geniale nel riportare a dritta “la barra”, ponendo innanzi alla nostra attenzione la lettura della smarrita terra, “guasta” – sicuramente distratta dalle velocità complesse di questo tempo – l’abilità del racconto sta nel mostrare le piaghe sanguinanti e quel male di vivere, che non ha mai smesso di essere maledettamente vivo, e che continua a divorare una umanità “sventurata” che, “soffre e combatte silenziosamente” a pochi metri dal nostro fianco. Vicino alla nostra esistenza, dove purtroppo, continuano a perpetuarsi sciagure e angoscia che, attanagliano una moltitudine di fratelli; disgrazie forse meno visibili, nello stridore dei tempi, ma di grande affanno e sofferenza. Molte volte, gli spasimi appartengono, tristemente, ad anime “sole”, dolentemente sofferenti e inquiete. “Siamo vivi perché vogliamo vivere. […], (1) nella Frida dell’opera narrativa c’è di più, c’è quell’oltre, quello spingersi più in là del valico, più avanti della “supina accettazione del mondo com’è”.

Fusco conosce e racconta la forte contrapposizione, la lotta, verso il superamento della linea dell’ostinazione, nonostante tutto, nonostante ile atrocità del male. Scorrendo le pagine di questo volume, il dolore, la sofferenza e il tormento diventano amare agonie che avvicinano l’umanità disarmata e prona al divino. Una piaga crudele che diventa il filo che lega tutti alla speranza, già, a quella speranza, sorella della misericordia, di cui ognuno sente bisogno. La scorrevolezza del testo, avvicina la mente a tante pagine belle della letteratura e della poesia, e forse è proprio una necessità dell’anima ricorrere a quella forza caparbia dei poeti ai loro versi sublimi, alla nobiltà dello spirito:

IPAZIA: Mi credevo compiuta.

UNA VOCE: Non lo sei ancora. C’è tutta l’enorme distesa del diverso,

del brutale, del violento,

contrario alla geometria del tuo pensiero

che devi veramente intendere. […]

Tutto ciò che devi combattere

devi anche portare su di te,

accoglierlo nel tuo cuore e lì dentro vincerlo.

A questo punto non saprei dire se il ricorso alla poesia e ai poeti, l’essenzialità e la musica dei versi, abbiano quella potenza necessaria per alleviare le pene infinite degli esseri umani, ma sovente troviamo rifugio, in quelle parole scarnificate, nelle melodie silenti, meditate e mai inappropriate, per una sosta dell’anima, un ricovero mistico che, a volte, può attenuare anche una sofferenza infinita. Per questo per il racconto di Frida l’artista, è il canovaccio su cui leggere mille storie umane di tante sfortunatissime donne, d’ogni tempo e d’ogni martirio.

Per l’autore Amedeo Fusco, e per le martiri di ogni epoca, voglio trascrivere i versi incredibili dell’inquieto poeta lusitano, Fernando Pessoa:

Nulla

Gli angeli vennero a cercarla

la trovarono al mio fianco,

lì dove le sue ali l’avevano guidata.

Gli angeli vennero per portarla via.

Aveva lasciato la loro casa,

il loro giorno più chiaro

ed era venuta ad abitare presso di me.

Mi amava perché l’amore

ama solo le cose imperfette.

Gli angeli vennero dall’alto

e la portarono via da me.

Se la portarono via per sempre

tra le ali luminose.

È vero che era la loro sorella

e così vicina a Dio come loro.

Ma mi amava perché

il mio cuore non aveva una sorella.

Se la portarono via,

ed è tutto quel che accadde.

L’opera letteraria ”Amedeo Fusco racconta Frida Kalho” è nata bilingue: in italiano e spagnolo, apre il volume la prestigiosa prefazione di Hilda Trujillo – già direttrice del Museo “Casa Azul Frida Kalho” di Città del Messico – che, per libro di Fusco, ha speso parole importanti e preziose definendo il lavoro di grande carattere, primo nel suo genere: “Ci sono state così tante esposizioni su Frida Kahlo in tutto il mondo che, essendo studiosa del tema, non riesco a contarle, tra collettive e individuali… Ci sono anche film su Frida, ci sono molti documentari sulla sua vita e la sua opera, ma quasi nessuno si distingue particolarmente… Quanta sorpresa leggere la narrazione di Amadeo, si tratta di un resoconto della vita di Frida, la comprende da un punto di vista sensibile e umano, riassumendo in modo affettuoso senza indulgenze”

Questo è il vero valore dell’opera parlante ”Amedeo Fusco racconta Frida Kalho” palpitazione intima, confessione e speranza che nasce dal dolore e che irrobustisce la “Vida”- Viva la Vida!”

Author: pino nano

Giornalista, Autore televisivo, Inviato Speciale, 35 anni in RAI, dal 2010 al 2019 Caporedatore Centrale Responsabile dell'Agenzia Nazionale della TGR e dal 2001 al 2010 Caporedattore della Sede RAI della Calabria. Ha scritto 12 libri diversi sulla condizione sociale della Calabria e dal 2020 cura per Calabria Live la rubrica dedicata alle storie di eccellenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *