“Rosso Podestà” il nuovo romanzo di Pantaleone Sergi

Il giornalista-scrittore Pantaleone Sergi

“Rosso Podestà” il nuovo romanzo di Pantaleone Sergi

di Pino Nano

Pepè, che aveva servito il Partito a lungo e con valentizza sia a Mambrici e sia nella colonia Eritrea, combattendo e rischiando la vita pure durante la conquista dell’Abissinia, non era uno qualunque tra le camicie nere della Calabria”.

E’ il “gran rientro” sulla scena letteraria di Pantaleone Sergi. L’ex inviato speciale de La Repubblica, fondatore e direttore de il Quotidiano della Calabria, torna oggi in libreria con “Rosso podestà“, appena fresco di stampa,382 pagine, dedicato al nipotino Gabriel e alla sua grande passione pe i racconti del nonno, per i tipi di Luigi Pellegrini.

Questo libro è in realtà un nuovo capitolo della “Saga di Mambrici”, la Macondo dell’autore, dove la fine del protagonista -spiega lo scrittore- “si pone come simbolo di un’illusione, quella “rossa”, dapprima faticosa a farsi reale e poi rivelatasi impraticabile, nella realtà di un paese calabrese della prima metà del Novecento”.

Non vorrei sbagliare, ma in questo suo terzo romanzo storico su Mambrici Pantaleone Sergi supera sé stesso, e per la prima volta in vita sua con tanta forza ci dà di lui l’immagine completa di uno storico prestato alla scrittura, o forse ancora di più di un romanziere navigato e custode quanto mai fedele della storia locale più intima di Mambrici, tanto da chiedermi “Ma Mambrici sarà mica Limbadi, il suo vero paese natale?

Mambrici è una “Macondo” del Meridione a cavallo tra Otto e Novecento. È un paese immobile nel tempo e nello spazio dove sembra non succeda niente e invece succede tutto e altro ancora. Su un palcoscenico dipinto di case miserrime si staccano le “palazziate” dei massari e i palazzi sontuosi dei notabili, fra tutti si erge quello di don Florindo, sindaco e dominus indiscusso di tutta Mambrici.

Un paese sconosciuto alle carte geografiche- spiega lo scrittore- ma di cui si può ritrovare senza difficoltà la strada; “lontano da quella Monza in cui uccidono il re, eppure abbastanza vicino per poterlo degnamente commemorare; e mentre il capo della “maffia” cerca un proprio riconoscimento e un posto tra il “nobilume” locale, le decisioni importanti vengono prese dai galantuomini riuniti in perenni conciliaboli presso la farmacia del paese, e la povera gente continua a farsi curare il corpo e la testa dalle magare coi loro intrugli e le loro pozioni”.

Mambrici ieri, come oggi, come domani, qui il tempo sembra non passare mai, scandito dalla noia e da vecchi rituali, una percezione che si si coglie in ogni altro romanzo dell’autore, e che in questa sua ultima prova d’autore affonda le mani nel mondo misterioso delle credenze popolari del luogo dove vive il protagonista del suo romanzo, Pepè, che appena nominato podestà di Mambrici si sveglia con un’angoscia inspiegabile: un senso di oppressione, di malessere, di inquietudine, di cui non riesce a darsi una spiegazione razionale e, coerentemente con la mentalità popolare del tempo e del luogo, attribuisce il suo stato a una magaria, cioè a un maleficio.

Pepè è un fascista violento, arrogante, convinto di essere un eroe, ma allo stesso tempo è superstizioso, fragile, suggestionabile, e la sua fede nel regime convive con la fede nelle magare. Ma la stessa Mambrici è un microcosmo dove magia, religione, politica e miseria convivono senza contraddizioni. Pepè è convinto che qualcuno – probabilmente un invidioso del paese – gli abbia fatto il malocchio per ostacolare la sua ascesa politica. Ecco allora che nel nuovo libro di Sergi ritroviamo dei passaggi che rasentano la perfezione letteraria

“Raggelando un po’ il sangue di Pepè, quel giorno Prisca si esibì in un misterioso rituale, con mormorii brevi e funerei e la voce rauca come se avesse il mal di gola. Prese, infatti, gli arnesi del suo mestiere – un piatto fondo, un bicchierino esagonale pieno d’olio macinato e amalgamato con un pizzico di sale in pietra – e incominciò a fare giri strani intorno a lui che restò immobile, come un’inutile bracalemme. «Sale versando e malocchio togliendo», pronunciò al meno dieci volte alzando gli occhi al cielo”.

l rito del malocchio, ci fa capire Sergi, non è dunque solo folclore, ma è invece un momento in cui il romanzo mostra come il potere di Pepè sia solo apparente, e come dietro la divisa bianca, le medaglie, la retorica littoria, ci sia in realtà un uomo insicuro, suggestionabile. dominato da paure arcaiche, incapace di controllare la propria vita emotiva. E il malocchio diventa una metafora della sua debolezza interiore.

Dopo il terremoto che fece di Mambrici “terra piana“, raccontato dallo stesso Sergi nel suo pluripremiato romanzo Líberandisdòmini, un vero e proprio “caso” letterario a metà strada tra Il Gattopardo e Cent’anni di solitudine, in questa sua nuova opera lo scrittore calabrese segue le tracce di due fratelli orfani che scamparono alla morte nel crollo dell’Ospizio di Carità in cui erano assistiti. Condotti a Padova da una ricca crocerossina, che li allevò come figli e li lasciò eredi di un ricco patrimonio, dopo la Grande guerra a cui presero parte, tornarono poi a Mambrici vivendo di rendita.

Il protagonista centrale del romanzo, Pepè Pellicari, non è altro che un giovane scapestrato che s’innamora di Veronica, ma viene rifiutato e quando scopre il matrimonio tra Veronica e un altro, decide di lasciare Mambrici. La delusione amorosa lo porta a lasciare il suo paese natale per l’Africa, dove diventa un uomo d’affari e figura di potere. Solo dopo diversi anni passati nella colonia Eritrea, dove aveva scelto di emigrare per via di questo suo “amore non consumato” torna a Mambrici e viene eletto podestà.

Sergi ce lo racconta qui al centro di una cerimonia di insediamento pianificata con grandi effetti scenografici e la partecipazione in paese di autorità locali e nazionali, un omo ambizioso, determinato, molto legato alle tradizioni fasciste, ma che palesa in vari momenti della sua vita momenti di grande ansia e turbamento intimo, nonostante questa sua sicurezza apparente.

“C’erano tutti i gerarchi dei dintorni, quelli che prove nivano dallo squadrismo e quelli che millantavano un tra scorso simile, e stavano tutti sul palco, di lato alla sinistra. C’erano i segretari politici e i podestà dei paesi del manda mento di Brancadi, e poi c’erano don Gasparo Vergiù e don Ciccio Vasilicò, il medico condotto Achille Polimeni, il far macista Italino Tallarico, che erano la crema del Fascio lo cale, e sotto, vicino al palco, il maestro Arturo Capafresca, goffamente insaccato nella divisa nera un po’ abbondante, il quale faceva fatica nel tenere a bada i trentasei bambini della sua pluriclasse che nei sabati fascisti aveva prepara to per esibirsi durante la cerimonia. Non s’era ancora visto don Giacinto Marraffa, un pezzo grosso che, come Gasparo Vergiù, si muoveva tra maffia e politica…”.

La storia di successo di Pepè è per certi versi anche una storia fortemente patetica, di un uomo che aveva vissuto un’infanzia difficile e una giovinezza segnata dalla guerra e dall’impegno politico, e che tornato al paese dopo il periodo trascorso in Eritrea, diventa finalmente Podestà di Mambrici.  E’ il 1937, e siamo in pieno regime fascista, e il romanzo calca la mano sull’orgoglio per l’Impero, e sul ruolo di Pepè come simbolo fisico più reale di questa rinascita. Gli piaceva molto Mussolini, e questo lo portò a fondare il fascio locale a Mambrici. Ma la presenza fascista in paese porta nuove tensioni, violenze e nuovi episodi di criminalità, con gravi fatti di sangue e di intimidazioni di ogni genere. La nomina di Pepè a podestà, e l’ascesa di don Gasparo come gerarca -spiega Sergi- evidenziano la penetrazione del regime nel paese.

Pantaleone Sergi ci descrive e ci racconta Pepè come un “uomo politico che si dedica anima e cuore all’amministrazione locale” cercando di migliorare le condizioni di vita della comunità, in particolare dei più poveri. Pepè realizza progetti importanti, come la biblioteca comunale, la scuola serale, la colonia marina e l’asilo per bambini poveri. La sua gestione migliora l’immagine del paese e ne riceve riconoscimenti ufficiali persino dal giornale “Il Popolo d’Italia. Naturalmente non furono tutte rose e fiori. Notabili e oppositori inviarono lettere anonime per denunciarlo e metterlo in cattiva luce, temendo i cambiamenti avviati e soprattutto il suo successo. Non fu facile andare avanti, tutto il suo lavoro e il suo impegno sociale verranno passati al setaccio, minuziosamente sotto controllo, con ispezioni e continue minacce di rimozione, ma Pepè rimase saldo nel suo ruolo.

Dopo la caduta del fascismo, l’uomo torna a tempo pieno alla sua famiglia e alla professione di avvocato, mettendo le sue competenze al servizio dei più bisognosi e delle lotte sociali della sua comunità, e solo all’inizio della seconda guerra mondiale Pepè trova finalmente il modo per salvarsi dalla propria mediocrità. “Inizialmente fervente sostenitore del fascismo, col tempo si distacca dal regime, soprattutto in disaccordo con le sue politiche e la decisione di entrare in guerra”.

Pepè, ex fascista, si reinventa dunque come avvocato e come attivista comunista, sostenendo cooperative e lotte contadine, e rifiutando la politica attiva. Viene anche arrestato e sottoposto a processo per accuse infondate legate al fascismo, ma la difesa dimostra l’assenza di prove e Pepè viene prosciolto. Una vicenda di uno squallore infinito che rivela – racconta Sergi- manovre politiche e favoritismi, con collegamenti di alcuni giudici tra accusatori e passato fascista. Come dire? Il sistema giustizia nei tempi non è mai stato adamantino per come invece dovrebbe.

Tutto questo accade soprattutto grazie alla moglie Alma, donna battagliera che lo porta a schierarsi e a diffondere le ragioni del proletariato, tanto da essere candidato poi alla fine per il Partito Comunista alla Camera dei deputati. Una vera e propria rivoluzione intima e personale.

“Pepè si avvicina quindi al Partito Comunista -racconta Sergi- e viene proposto come candidato alle elezioni politiche, guadagnandosi il sostegno della comunità di Mambrici, che lo vede come un simbolo di giustizia sociale”. Ma la vita sarà con lui ingrata.

La candidatura di Pepè suscita entusiasmo e qualche opposizione silenziosa, con opinioni contrastanti tra partiti e cittadini, la stampa nazionale dipinge Mambrici come un covo di criminalità, mentre i mambricesi difendono il paese e la candidatura di Pepè, ma alla fine la sua candidatura lo rende bersaglio di un grave attentato.

Pepè rimane ferito in maniera grave, e poi muore.

“Alla fine Pepè – scrive in maniera davvero magistrale Sergi- soccomberà sotto i colpi di un folle che incarna una follia ben più estesa”.

Pepè viene ferito gravemente da Cicciomio Boccafolle, ex fascista decaduto, durante un attentato, riporta ferite multiple lungo il corpo, i medici lo operano in condizioni critiche, con pallottole al petto, alla schiena e al collo, ma sarà tutto inutile.  Ma non a caso forse la sua vita, e la sua storia, viene ricostruita e ricordata dallo scrittore come quella di “un uomo che ha cercato in tutti modi di riscattarsi e di lottare esclusivamente per il bene della sua piccola comunità”.

Una storia potente, dunque, questo nuovo romanzo di Pantaleone Sergi, nel quale trovano spazio altre vicende e altri personaggi, un affresco maestoso e avvincente di uomini e cose, figure protagoniste e comprimarie, di nomi e di nomignoli, di soprannomi e di indirizzi, di luoghi fisici e di angoli forse anche mai esistiti, il tutto in ragione di una simmetria tra la grande storia e le vicende minute di un piccolo paese appunto Mambrici, in cui la fantasia dell’autore si mescola alla realtà. Un grande Pantaleone Sergi, va detto fino in fondo, e lo scrivo anche con la consapevolezza assoluta che lui stesso non gradirà tutto questo, ma perché forse dietro la debolezza intima del suo personaggio che è Pepè si nasconde anche la grande modestia e la tradizione ritrosia dell’autore del romanzo.

Rosso podestà” si caratterizza per il ritmo incalzante del racconto, e si fa leggere per la scelta di una lingua che fruisce della contiguità, mai invadente, con alcuni elementi dialettali gustosissimi che ne caratterizzano la rispondenza Bene, ed è attraverso questo codice lessico-grafico coinvolgente che Sergi disegna un mondo in cui le atmosfere del realismo fantastico o descrittivo -come all’autore piace definirlo- diventano un tutt’uno con le ambientazioni locali creando un universo parallelo in cui si snoda il racconto, così come era avvenuto nei precedenti romanzi della saga, sia Liberandisdòmini che Il giudice, sua madre e il basilisco. Io ci ho messo tre giorni per leggerlo tutto, in mezzo anche una domenica, lo confesso, ma ne valeva la pena.

In una foto di tanti anni fa Pantaleone Sergi e Pino Nano

L’AUTORE

Pantaleone Sergi. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Messina, ha lavorato ai quotidiani L’Ora, L’Unità, il Giornale di Calabria, ed è stato inviato speciale del quotidiano La Repubblica, nonché fondatore e direttore de Il Quotidiano della Calabria. In trent’anni di professione ha collaborato con numerose testate giornalistiche quotidiane e periodiche nazionali ed estere. Ha insegnato, per diversi anni, Storia del giornalismo e Linguaggio giornalistico nelle facoltà di Scienze Politiche e di Lettere dell’Università della Calabria. È deputato di Storia patria della Calabria. Dal dicembre 2010 al dicembre 2018, è stato presidente dell’ICSAIC (Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea), ed è tuttora presidente del Centro di Ricerca sulle Migrazioni con sede all’Università della Calabria. Dal 2002 al 2007 è stato sindaco del comune di Limbadi. Dal giugno 2005 al marzo 2010 è stato portavoce del presidente della Regione Calabria. Scrive libri di storia del giornalismo, dell’emigrazione e sull’evoluzione della criminalità organizzata, con particolare attenzione alla ‘ndrangheta calabrese e alla mafia lucana dei Basilischi. Dal 2010 ha concentrato la sua ricerca storica sui giornali dell’emigrazione italiana nel Cono Sud dell’America Latina e in Turchia. Nel 2017 ha esordito come narratore con il romanzo “Liberandisdòmini”. È condirettore del Giornale di Storia Contemporanea e direttore responsabile della Rivista storica calabrese. È editorialista del quotidiano Gente d’Italia.

Sempre lui Pantaleone Sergi, secondo da destra nella foto tra Alfonso Samengo e Gregorio Corigliano e Nunzio Lacquaniti, anche questa una foto di tanti anni fa a Catanzaro per un convegno dove protagonista era stato Nuccio Fava allora ancora direttore del TG1

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