
“Fare televisione in Calabria vuol dire osare, rischiare, sperimentare, e tutto questo per il grande amore che ho per la mia gente”
di Pino Nano
“I miei inizi sono stati difficili, complicati e sofferti, anche per gli ostacoli posti lungo la fase formativa di questa che, eufemisticamente, definisco “burocrazia della professione”. Un periodo lungo nel corso del quale ho incrociato indisponibilità e resistenze, superate grazie alla mia cocciutaggine”.
Non c’è giornalista che sia nato in Calabria, o che si sia formato in Calabria, e che non abbia trovato lungo il suo percorso professionale mille difficoltà di inserimento nel mondo dei giornali, ma anche all’interno della stessa categoria. L’amarezza che traspare dal racconto che ci fa oggi Attilio Sabato, uno dei giornalisti televisivi certamente più riconosciuti e più riconoscibili della regione, storico e instancabile Direttore di Teleuropa Network costola antica dell’agenzia ANSA in provincia di Cosenza, sembra essere stato un dato comune per tantissimi altri come lui. Ogni famiglia che si rispetti ha sempre qualche problema di cui non poter andare fiera, ma quello che conta in questo nostro mestiere è la capacità di credere in quello che si vuole fare e di andare avanti. Contro tutti e a dispetto di tutti. E così è stato anche per lui, che oggi ricorda quasi con commozione il suo lungo primo viaggio a Milano dove un altro cosentino come lui lo accolto e lo ha aiutato come un figlio.
“Indimenticabile quel mio primo viaggio a Milano, e l’incontro con il compianto Franco Abruzzo, uno dei giornalisti calabresi più influenti e ammirati d’Italia, per me fu la chiave di svolta: fiducia e mestiere. Poi gli esami da professionista, la prima vera soddisfazione ottenuta con il massimo dei voti. Uno step decisivo per “osare” oltre e guardare in faccia questo mestiere senza imbarazzi, o pregiudizi ghettizzanti”.
Oggi Attilio Sabato dirige dunque Teleuropa Network, una delle TV private più affermate e più seguite di Calabria, con attorno una redazione che lo adora e che pende dalle sue labbra, fatta di giovani donne e di giovani colleghi che vivono per strada, che ogni giorno raccontano la vita dei quartieri di una grande provincia come questa cosentina, e che sanno quando escono di casa la mattina, ma non sanno mai quando ci ritorneranno a dormire la sera, tanto è il lavoro e tantissima è la passione con cui lo fanno.
Ma questa è la vera caratteristica comune di chi crede in questa professione.
-Direttore ci conosciamo da ormai troppo tempo per non darci del tu. Vogliamo provare a raccontarti?
Da dove vuoi che partiamo?
-Dalla tua famiglia di origine direi…
Provengo da una famiglia modesta: mio padre è stato un onesto lavoratore, sempre sul pezzo, fino a quando ha imboccato la strada dolorosa della dialisi. Mia madre è la regina della casa, depositaria del “fare famiglia” senza soluzione di continuità.
-Che infanzia è stata la tua?
L’adolescenza vissuta in un quartiere popolare di Cosenza, in via Degli Stadi, dove il bullismo era una regola”. Poi il liceo, gli amici, la radio, i miei primi amori, il mio essere “dentro” l’ambiente cittadino da cima a fondo, sempre e comunque. E poi ancora la televisione, un’occasione diventata con il passare degli anni un desiderio totalizzante: pieno, intenso, irrinunciabile.
-Ognuno di noi ha dentro il cuore il nome di qualcuno che ad un certo punto della sua vita lo ha aiutato a realizzare un suo sogno. Chi è stato nel tuo caso?
Per me è stato fondamentale l’incontro con Luciano Achito, il mio primo editore.
-Lo ricordo benissimo anch’io…
Era un uomo geniale, capace di cavare il sangue da una rapa.
-Da quel giorno la tua vita è stata quella di un cronista senza fine, posso dirlo?
Ho sempre e solo fatto questo nella mia vita. Mai un tentennamento, mai un passo indietro, mai una rinuncia, nonostante le complicate storie del giornalismo calabrese.
-Cosa hai imparato da tutto questo?
“Osa sempre” mi diceva il mio grande maestro, Piero Ardenti, che conobbi negli ultimi flash della sua esistenza e con il quale ho trascorso il periodo più intenso della mia formazione.
-Che ricordi hai di quegli anni?
Non mi ha mai appassionato riavvolgere il nastro, rivedere, rileggere, rimuginare il già fatto, anche se nel mio piccolo, qualcosa l’ho messa insieme: radio, tv, giornali, agenzia, libri.
-Il momento più esaltante?
Ho avuto la fortuna di dirigere due quotidiani, La Provincia Cosentina e Il Domani di Cosenza.
-Non è dire poco…
E’ stata una gran bella esperienza, come, del resto, il ventennio in Ansa, quando l’agenzia era l’unico veicolo di “trasporto” delle notizie, fonte di diffusione autorevole che alimentava le redazioni.
-Sembra un’altra vita direttore?
E’ stato un attimo prima che Internet ci “ingolfasse” la vita, quando i fax allora inondavano il tavolo di ogni redattore. Altro mondo, altra sensibilità, altro ruolo del giornalismo.
-Chi ha creduto di più in quello che stavi facendo?
La mia famiglia. Faccio un salto indietro nel tempo, e ricordo che è stato determinante l’incoraggiamento del mio povero papà, anche sul piano economico.
-In che senso?
Nel senso che ha fatto in modo che io potessi inseguire il mio ideale di vita e potessi realizzare quello che era il mio sogno.
-Hai mai pensato ad un’alternativa?
Nell’immediato post laurea, avrei potuto dedicarmi all’insegnamento, ma la prospettiva non mi allettava.
-E a casa come l’hanno presa?
Un giorno presi il coraggio a quattro mani e affrontai mio padre, “papà, l’insegnamento non mi appartiene”.
-Che reazione ebbe?
Lui capì e mi spinse a proseguire il mio percorso.
-Oggi tu vivi in questa redazione quasi 24 ore al giorno…
La redazione è il mio respiro lungo, i colleghi più di una famiglia, l’aria che si respira è salubre, la complicità una fortuna.
-E’ stato davvero tutto così facile?
Ho impiegato molto tempo per mettere insieme le tessere del mosaico, ma alla fine tutto questo lavoro ha dato i suoi frutti e i suoi effetti: una squadra splendida.
-Come vivi una tua giornata di lavoro?
Consumo gran parte del mio tempo tra notizie, servizi e interviste, inseguo e racconto la vita degli altri, mentre la mia scorre, come se non mi appartenesse.
-Hai mai provato a fare un bilancio di tutti questi ultimi 40 anni di lavoro?
A volte mi soffermo ad osservare la pila di cassette impolverate che giacciono negli scaffali del nostro archivio come fossero attimi di vissuto imprigionati dal nastro. Sono migliaia di frame che vivono nel tempo fermo dei ricordi. È un coro di voci, una galleria di volti, una sequenza di eventi, fatti, argomenti, di emozioni sopite, che non mi appartengono più.
-In che senso me lo dici?
Ne senso che tutto ciò che è già accaduto è un esercizio che non mi appassiona più, perché è lì, consumato dai tanti “come eravamo”, incastonati tra targhette e didascalie.
-E’ inutile quindi che io ti chieda cosa ricordi di più delle mille inchieste che hai seguito in presa diretta e mandate in onda?
Confesso che sarebbe un’operazione complicata e noiosa mettere insieme un elenco di “cose” che appartengono alla mia esperienza professionale: trasmissioni, interviste, approfondimenti, inchieste. Non credo possa appassionare i tuoi lettori.
-Non è detto invece?
Vedi, è tutto materiale da scaffale che nemmeno io conservo più. Del resto, il nostro lavoro è un eterno divenire, insegue l’istante, l’attimo, il momento, il resto finisce dritto nel groppone delle azioni compiute. Certo, sarebbe bello riavvolgere il nastro e recuperare orizzonti che la mente offusca, ma per farlo avremmo bisogno di un tempo pensato, lento, riflessivo, meditato.
-Quanto ti manca il silenzio?
Oggi, la nostra vita corre veloce. Inseguiamo la cultura dell’essenziale, del “tutto subito”, da consumare in fretta, come se il domani non esistesse. La scuola giornalistica alla quale mi sono formato è solo un ricordo. Il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere o delle telescriventi si è trasformato in file, il racconto in “storia”, la narrazione in “post”.
-Cos’è, nostalgia per il passato?
Un tempo si nutriva il cervello, oggi la pancia, perché il mondo social ha cannibalizzato la notizia, rendendola prodotto da consumare nel momento in cui prende corpo.
-So che leggi molto, vero?
Assolutamente sì, tutte le sere, quando il silenzio riempie la mia casa e il rumore delle tensioni quotidiane cessano. Sono un discreto consumatore di libri.
-È bello tutto questo…
Mi piace vivere più vite, quelle che abitano le pagine dei libri che scelgo con cura.
-Il libro più bello che hai letto e che non è tuo?
È difficile dirlo. Potrei citarti due capolavori: Memoria di Adriano e Il Mondo di Ieri. Il primo è della grande Marguerite Yourcenar, il secondo di Stefan Zweig.
-Cosa trovi nella lettura?
Moltissimi stimoli ancora. Io trascorro molto del mio tempo libero a studiare e approfondire Adoro la scrittura e mi perdo nei classici della letteratura.
-Come fai a farlo tra la confusione di una redazione come la tua?
Ti confesso un rituale che mi accompagna da tempo: lo faccio prima di addormentarmi, in attesa che il sonno mi trasporti nel mondo onirico, leggo, sempre, due o tre pagine di “Lettere a Lucilio” di Seneca, una meraviglia le lezioni di vita che respirano in ogni missiva.
-Se ti dicessi torniamo agi anni del liceo e ai tuoi insegnanti?
Il passato, come ti dicevo, non mi attrae molto, per cui faccio fatica a restituirti i nomi degli insegnanti che hanno inciso sulla mia formazione. Sarà perché il “mio ieri” ha sempre vissuto in redazione, per cui ho sviluppato una memoria del presente, anche se ricordo con trasporto emotivo gli anni della scuola.
-Come hai vissuto questi 40 anni di professionee?
Il giornalismo è sangue, non ricordo dove ho letto questa definizione, ma è vera, anzi, verissima, goccia dopo goccia versata sull’altare del sacrificio, dove s’incontrano dovere e deontologia. Quest’ultima è una parola che sta perdendo il suo significato originario, e non appartiene, forse, più al nostro mondo.
-A chi devi un grazie speciale?
Devo confessarti che la fa fortuna mi ha assistito molto nelle tappe fondamentali della mia carriera, benché nessuno mi abbia mai regalato nulla, ma per questo non finirò mai di esprimere la mia gratitudine, esercizio che frequento ancora, ai miei editori, senza i quali non avrei mai potuto realizzare nulla.
-Avverto molta ritrosia nel modo come racconti la tua vita…
In realtà non amo molto parlare di me, provo sempre un grande imbarazzo, immagino sempre il “chi se ne frega” degli altri, magari anche giusto e sacrosanto, perché viviamo immersi nei nostri piccoli egoismi quotidiani, dove, raramente c’è posto per gli altri.
-40 anni davanti ad una telecamera, emozionante immagino?
Tu dovresti saperlo meglio di chiunque altro. La telecamera è una calamita, e esercita in me un’attrazione indescrivibile. Ma attenzione, la telecamera è anche uno strumento pericoloso, che modifica e stravolge la realtà, capace di sorprenderti nell’attimo in cui tu ti illudi di poterla governare.
-Ma nella tua vita ci sono decine e decine di saggi anche?
-Scrivere per me è una passione che, negli ultimi anni, è diventata un’esigenza.
-Perché?
Perchè mi piace raccontare, respirare aria nuova, incamminarmi lungo percorsi inesplorati, con la cautela che è d’uopo, e nella consapevolezza delle difficoltà che un’esposizione di questo genere comporta.
-Non te l’ho mai chiesto, ma come nasce un tuo libro?
I miei testi sono figli di lunghe gestazioni. Sono testi costruiti sulla base di esperienza “toccate” dal mio lavoro, e poi riscritti con una buona dose di fantasia. Ma la trama, l’impianto narrativo e le atmosfere sono le stesse che ho vissuto e sperimentato sulla mia pelle.
-Quale dei tuoi libri è quello preferito o migliore degli altri?
Il migliore? Be’, devo ancora scriverlo. Magari già alberga in me, ma non si è ancora mostrato.
-Possibile che sia stata una vita tutta tranquilla la tua?
Ho vissuto stagioni difficili nel corso delle quali è stato complicato mantenere la barra dritta, ma non ho mai fatto passi indietro. Ho scelto sempre invece di combattere, coadiuvato e sostenuto dalla mia impareggiabile squadra.
-Ogni giorno racconti questa regione. In una battuta come la definiresti?
La Calabria è terra bellissima, ma anche assai complicata. Che mette a dura prova qualsiasi attività si svolga.
-Se ti chiedo che rapporto hai con l’innovazione?
Nel mondo della televisione sono cambiate moltissime cose, il digitale, la tecnologica e la forte concorrenza di Internet ha obbligato il sistema a reinventarsi una propria presenza per non soccombere. La Rete che ho l’onore di dirigere, in virtù di una “militanza” trentennale, si muove lungo una direttrice consolidata che, però, non la mette a riparo dagli “squilibri” che minano oggi l’emittenza locale.
-Come ci si difende da questi rischi?
Per quanto riguarda la televisione che ho il privilegio e l’onore di dirigere, la scelta di optare per un palinsesto “vivo” l’ha resa dinamica, peculiarità indispensabile per ancorarsi nella cangiante platea televisiva di questi anni.
-Con che ascolti?
Gli ascolti non sono mai scontati, standardizzati, cristallizzati, ma assai fluttuanti e molto volubili, per cui è necessario inseguire il “brusio” della società calabrese.
-Non è cosa facile immagino…
È vero. L’esordio delle piattaforme, che offrono una variegata offerta televisiva, ha obbligato ad investimenti robusti per reggere il confronto sulla qualità.
-Immagino che tuo figlio da grande farà il giornalista?
In realtà mio figlio non ha mai voluto infilarsi nelle pieghe del giornalismo, ha sempre puntato su altro, il suo interesse precipuo è la psicanalisi, pertanto, il percorso che ha scelto è molto lontano dal nostro mondo.
-So che hai tante passioni segrete?
Una per tutte, ti confesso. Adoro la musica. C’è sempre un trionfo di note e di voci nei miei momenti privati, dal jazz al blues, senza mai rinunciare ai testi magici del cantautorato italiano.
-Mi fai qualche nome?
De Andrè, De Gregori, Lavezzi, solo per citarne alcuni.
-Come immagini il tuo futuro?
-Il mio futuro? E chi lo sa? Mi godo il presente, poi, si vedrà. Ciò che conta davvero è la salute. Il resto non conta.

Amo la Sila per come amo la televisione
“…Come si fa a rimanere insensibili dinanzi a tanta bellezza? È la Sila! Giù il cappello, inchiniamoci dinanzi a tanto splendore. Quassù, dove l’azzurro e il verde si promettono amore eterno, l’orizzonte è magia pura, gioia per gli occhi e rifugio per la mente. Un passo e ancora un altro, nelle valli, lungo i sentieri che s’inerpicano fin dove le nuvole si fanno corona. Il rumore del silenzio è anima, il profumo è vita, il respiro è emozione. Nulla è prevedibile, scontato, uguale, l’alba è incanto, il tramonto stupore. La Sila è un susseguirsi di istanti, attimi, momenti che si nutrono di eterno, nel dolce saliscendi di cime, boschi e prati, dove faggi, pini, querce e castagni si tengono per mano. Custodi di un’eternità promessa, testimoni del tempo, sacerdoti di liturgie di popolo nel girotondo della vita. La Sila è un gorgoglìo d’acqua che scivola lungo strettoie che muoiono a valle. È mandrie in pascolo, sentieri, passi, voci, racconti, leggende, attese, rispetto, silenzi. È potenziale inespresso per appetiti lontani, coacervo di minute ambizioni che si nutrono di un possibile rimasto confinato nel recinto delle promesse…”. Attilio Sabato

Una storia eccellente
Attilio Sabato, classe 1957, giornalista professionista dal 2001, già componente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, oggi fa parte de Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, e dirige il network televisivo Teleuropa.
Ha collaborato in passato con la cattedra di Antropologia Culturale dell’Università della Calabria, e ha diretto i quotidiani «Provincia Cosentina» e «Il Domani di Cosenza». Per lunghi anni ha collaborato con l’agenzia Ansa e il quotidiano la «Gazzetta del Sud». È stato direttore Responsabile4 di Rete Alfa e per lunghi anni ha collaborato anche con la testata giornalistica Telemontecarlo.
Autore di numerose inchieste televisive di grande impatto mediatico, tra le quali: La Strage di Duisburg; ’Ndrangheta e altre storie; Giustizia e ingiustizia; Trent’anni di politica in Calabria; I silenzi di San Luca; Le cattedrali dello spreco; Globalizzazione e marginalità; Italiani d’Argentina; Calabresi d’America; Il papà degli ultimi; Il popolo degli invisibili (viaggio nel mondo dei nuovi italiani); La nave dei veleni; I descamisados di Calabria (il dramma della disoccupazione).
Numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra questi: Città di Caorle (Venezia); La Torre (San Marco Argentano); Città di Fuscaldo; Caminiti (Reggio Calabria); Città di Cetraro; La Torre (Belvedere); A Sud Camigliatello; Premio Iustitia in memoria del Giudice Rosario Livatino (Università della Calabria Pedagogia della resistenza); Premio Letterario Internazionale Antonio Proviero (Trenta).
Coautore dei volumi: La diaspora della diaspora; Faide; Come nasce una candidatura; Dai 7 colli alla Babele; Cosenza 2011. La battaglia per il Comune; Codice Rosso. Sanità tra sperperi, politica e ’ndrangheta, ha scritto sei libri di grande successo interamente dedicati alla realtà calabrese, l’ultimo dei quali presentato l’altra sera venerdì 23 gennaio scorso, e dedicato ai temi attualissimi della crisi della giustizia in questo Paese. Un giornalista che conosco da almeno 40 anni e a cui ho sempre voluto moti bene. Scusate la sottolineatura, ma a volte dichiarare un possibile “conflitto di interessi” fa bene a tutti.
(Nella foto in alto, un giovanissimo Attilio Sabato in visita ufficiale alla redazione calabrese della RAI, primi anni 2000. Da sinistra Pino Nano, Giampiero De Marria, Attilio Sabato, Santino Trinmboòi, Livia Blasi e Alfonso Samengo)

“Cella 121”
Attilio Sabato dà voce al grido di dolore delle tantissime vittime di ingiustizia.
“Il silenzio dell’aula viene interrotto dalla voce del difensore. Parla lento, calibrato, ma carico di tensione: “Signori della corte oggi non parlerò di ipotesi o supposizioni, ma di verità. La vita del mio cliente è stata devastata da menzogne orchestrate con precisione chirurgica. Non un errore, non un equivoco: un complotto. Un uomo è stato accusato, perseguitato e condannato dalla percezione, non dai fatti”.
Appena fresco di stampa. “Cella 21”, è il titolo -forte- dell’ultimo libro del giornalista calabrese Attilio Sabato, storico direttore responsabile di Teleuropa Network, presentato venerdì sera a Cosenza sulla Terrazza Pellegrini. Così come forte è la copertina che accompagna il testo definitivo del romanzo,e che in realtà è molto più di una storia di giustizia e di potere.

Va molto oltre questo saggio, e riconferma la bravura straordinaria di questo cronista, puro animale televisivo, alle prese ancora una volta con la magia della scrittura.
“Cella 21” è un viaggio nell’anima di chi, travolto dalla macchina giudiziaria e dalla tempesta mediatica, si ritrova a fronteggiare il peso del sospetto e il marchio dell’infamia. Un libro che parla di malagiustizia, di vite calpestate dal fango mediatico, e da un sistema giudiziario che una volta per tutte va rivisto e rimesso a posto. Poi alla fine si torna liberi “perché il fatto non sussiste, ma questo -spiega l’autore- non basta più a nessuno

“Il sole scivolava lento verso il tramonto e l’orizzonte si tingeva di rosso, e in quel rosso lui non vide come una speranza. Non era il colore della libertà, ma quello della sua nuova prigione: infinita, sconfinata, senza chiavi e senza porte. È un ergastolo di sguardi, pregiudizi, memoria, che nessun tribunale avrebbe mai potuto cancellare. E allora comprese, con la chiarezza gelida di chi non ha più illusioni, che il processo non era mai davvero finito. Il tribunale lo aveva assolto, sì, ma la società lo aveva condannato a una pena più crudele di qualunque cella: vivere da uomo libero senza mai più sentirsi innocente”.

Il tema è quanto mai attualissimo e anche inquietante, per tutto quello che una inchiesta giudiziaria sbagliata possa comportare sui protagonisti chiamati in causa, e in questo gioco al massacro Attilio Sabato sta dalla parte della giustizia vera, quella che spesso non viene mai a galla, molte volte tradita da interessi di carriera e di predominio sugli altri, mortificata e confortata da falsi verbali o da false interpretazioni di comodo da parte di certa polizia giudiziaria.
Attilio Sabato racconta in queste pagine magistralmente bene il potere debordante e improprio di un magistrato che ha la libertà e la facoltà di rinchiudere un altro uomo di potere come lui in prigione, la Cella 21, e il più delle volte senza nemmeno che il diretto interessato a volte ne conosca il motivo vero. Ma questo è quanto accade al protagonista del romanzo di Attilio: “un politico che viene rinchiuso in una cella, ignaro della ragione della sua detenzione e di chi stia dietro la congiura che gli ha stravolto la vita”.

Storie di ordinarie follie, e di ordinarie inchieste giudiziarie nate male, inchieste ad orologeria, che poi sfumano nel nulla, ma che lasciano un segno indelebile e incancellabile, inchieste zeppe spesso di errori e di superficialità e per le quali purtroppo nessuno pagherà mai perché in questo nostro Paese la legge dello Stato non persegue gli errori giudiziari Semmai, in rarissimi casi emblematici rimborsa i giorni di ingiusta detenzione. Scandaloso anche questo.
“Ma il potere è un gioco di equilibri -sottolinea l’autore- e per non mostrare le sue fragilità, a volte, è costretto a spezzare le vite di quanti lo mettono a rischio”.
In realtà tutta l’attività letteraria di Attilio Sabato si impernia sul rapporto uomo–potere. Non solo come dinamica sociale, ma anche individuale. “Il potere che tiranneggia la comunità, ma anche il singolo. Il potere come comando, ma anche come seduzione che corrompe. Il potere che ora rende aguzzino, ora vittima. Un coltello senza manico, a doppia punta”. Magistrale davvero.

Il romanzo di Attilio Sabato racconta la parabola umana e politica di Cristiano Mezzatesta, politico travolto da un’accusa di corruzione, dalla solitudine della cella al processo, fino a una sorta di catarsi morale. La vicenda, immersa nella realtà della giustizia italiana e dei suoi meccanismi mediatici, esplora la natura della colpa, dell’innocenza, della reputazione pubblica e della coscienza personale. Per Attilio Sabato ecco allora che il protagonista del suo romanzo si porterà dentro per tutto il resto della sua vita “il rumore delle sbarre che vibrano al passaggio delle guardie, le urla improvvise che lacerano il silenzio della notte. I compagni di carcere sono un mosaico di ombre e storie spezzate: uomini e donne segnati dal dolore e dalla rabbia, alcuni sospettosi, altri appena solidali da offrirgli un sorriso furtivo, un frammento di umanità. Una notte, rannicchiato sul letto di ferro, un detenuto vicino gli aveva sussurrato: «Qui dentro tutti ti vogliono fare a pezzi l’anima, ma se resisti, se non tradisci te stesso, sei più forte di chiunque”.

Attraverso le vicende di Cristiano Mezzatesta, Attilio Sabato ci conduce dunque dietro le quinte della politica e della coscienza privata, esplorando la vulnerabilità degli uomini al giudizio degli altri e il senso di solitudine che invade chi viene escluso dalla comunità.
“Non c’è libertà senza verità- chiosa il giornalista- e quando questa muore non resta che lo sfiorire dell’identità nell’ergastolo dell’incertezza. Dalla cella 121 non si esce mai”.
Altrettanto magistrale il racconto e la descrizione che il giornalista fa di questo mondo così pieno di ombre e di dubbi, di sospetti incrociati e di lettere anonime, o di fonti confidenziali in assoluta mala fede, di falsi confidenti o di falsi pentiti di maniera, e dove viene narrata la perdita della fiducia, il peso dell’isolamento, il valore – e limite – della verità, e la durezza del giudizio sociale, che permane anche dopo l’assoluzione processuale.
Attraverso la storia di Cristiano, Attilio Sabato mostra che la vera pena non sta solo nel carcere fisico, ma nell’“ergastolo collettivo” dell’opinione pubblica: dove si diventa un marchio negativo, che passa di bocca in bocca, una lezione morale vivente, senza alcuna possibilità di riscatto autentico.
L’ho appena scritto, il libro indaga in maniera impietosa il senso del potere, e la sua capacità di corruzione, la vulnerabilità degli individui di fronte alla macchina giudiziaria e mediatica, e pone domande fondamentali sulla capacità di resistere, di trovare la dignità perduta e la verità dentro questa assurda tempesta del sospetto. Ma c’è di più. Il romanzo racconta meravigliosamente bene come il potere possa travolgere chi lo esercita, come la fiducia e la generosità possano in alcuni momenti diventare ingenuità e debolezza e attraverso la parabola del protagonista Cristiano Mezzatesta, Attilio Sabato ci mette davanti al dramma della reputazione, della solitudine, dell’umiliazione pubblica e della condanna che spesso precede il giudizio formale.
In queste pagine c’è davvero di tutto. C’è il silenzio assordante di una cella, il rumore dei processi sommari, il tintinnio delle sbarre, cancelli che si aprono e si richiudono, e soprattutto c’è la ricerca di una verità troppo spesso schiacciata dal clamore della cronaca. Il protagonista che lotta tra ricordi, rimorsi e speranze, diventa alla fine specchio disincantato di una società pronta a giudicare, e lenta a comprendere.
Attilio Sabato ci invita a domandarci quanto in realtà ognuno di noi sia capace, davvero, di distinguere la colpa dall’errore, la giustizia dalla vendetta, la dignità dagli stereotipi politici, e svela, racconta, dimostra, quanto sia fragile la posizione di chi oggi ha dirette responsabilità politiche.
Basta un’accusa per essere marchiati per sempre, per essere abbandonati da tutti, e la vera pena si consuma nella memoria collettiva e nell’isolamento sociale più che nel carcere. La narrazione veloce, moderna, e a tratti intensa che usa il giornalista per questo suo nuovo romanzo esplora il dolore di chi viene tradito dagli amici e dai collaboratori, la spirale giudiziaria che ne segue, il sospetto continuo, la ricerca disperata di riscatto e dignità che ti rimane addosso per il resto della vita.
Finché dal processo non si leva una denuncia forte a favore dell’imputato: «Io… devo parlare» urla con la voce rotta e tremante, ma decisa. «Sono stato io. Ho falsificato tutto, distrutto la vita di un uomo innocente. Tutto per paura… perché mi è stato imposto…È stato Viscido a tendere la trappola a Cristiano. Io ho obbedito soltanto perché non avevo scelta. Mi ha ricattato. Se non avessi eseguito l’ordine, avrebbe rivelato le mie debolezze, le notti disperate passate a gettare via denaro che non avevo… mi avrebbe accusato di aver sottratto ventimila euro dalle casse del partito per pagare i debiti contratti al gioco».
Ma “Cella21” è anche un invito a riflettere, a non fermarci all’apparenza, a cercare nell’uomo la verità che spesso nessun tribunale sa riconoscere. Un romanzo struggente, devastante, inquietante, avvolgente che denuncia la violenza del pregiudizio, il cinismo delle macchinazioni politiche, e interroga il lettore sulla capacità autentica di distinguere tra colpa e innocenza, tra giustizia e vendetta.
In queste pagine Attilio ne fa un inno alla resistenza dell’anima, di fronte alla tempesta della vita, “una meditazione sulla necessità di non fermarsi all’apparenza, e di cercare la verità negli aspetti più fragili e umani dei protagonisti”.
Alla fine il romanzo suggerisce che la speranza di redenzione e di riconciliazione è fragile laddove il pregiudizio e la memoria collettiva diventano più forti della giustizia stessa. L’umanità del protagonista, messa a dura prova, diventa quindi simbolo della battaglia tra verità e narrazione pubblica, sconfitta quotidiana di chi viene travolto dall’ingranaggio della politica e di una società spesso sempre di più preda di una giustizia sommaria e mediatica che si preoccupa molto più dell’effetto tv che non della certezza dei processi. Immagine tristissima di una società balorda e fuori dai confini. Come tale amorale e immorale.
Questo è un libro da leggere tutto di un fiato, perché denso di umanità e di speranza, assolutamente emozionale, scritto con il cuore più che con la mente, e probabilmente anche perché ispirato da una storia vera. Ma questo brucia ancora di più. La storia si conclude con la morte del suo protagonista.
“Cristiano era lì, chino sulla scrivania, la testa piegata di lato, le braccia distese a cerchio sul legno, il volto immobile, pallido come cera, gli occhi spalancati, fissi nel vuoto, muti come vetro. Nessun respiro, nessun segno di vita, c’era solo silenzio intorno a lui. Accanto al corpo senza vita, una Montblanc abbandonata e un foglio bianco, immacolato. Nessuna traccia d’inchiostro, nessun nome, nessun indizio che rivelasse a chi fosse destinato quel messaggio mai scritto”.
Magari avrebbe voluto scrivere una lettera al giudice che lo aveva fatto arrestare per chiedergli “Ma perché proprio io che sono assolutamente innocente? E perché mai tanta brutalità nei miei riguardi? Ma finirà mai questo gioco al massacro? Di una giustizia spettacolo a tutti i costi? A chi giova tutto questo? Domande a cui nessuno naturalmente potrà mai più rispondere, perché in realtà il protagonista del romanzo muore prima ancora di poterle scrivere. Poveri noi tutti.

Anni ’90. Attilio Sabato primo a destra nella foto accanto a Pino Nano, Paride Leporace, Gennaro Cosentino e Riccardo Giacoia


I suoi libri
“Facce da Facebook”
L’analisi della politica calabrese protagonista sui Social
Libri di Attilio Sabato da regalare? Ve ne consigliamo uno in particolare strettamente legato al mondo della comunicazione politica. Titolo, “Facce da Facebook”. Sottotitolo, “La Calabria nei social”, Pellegrini Editore.
Attilio Sabato parte qui da un concetto fondamentale per spiegare la sua analisi sulla politica, e dice: “Nell’era della interlocuzione diretta è cambiata radicalmente la tempistica della politica, segnando un punto di non ritorno. Ciò che ho conosciuto, nel mio trascorso professionale di cronista, sembra appartenere alla preistoria. Non vi è più traccia delle estenuanti adunate di partito, delle riunioni, delle discussioni che si protraevano fino a notte fonda. Nemmeno i luoghi in cui le forze politiche radunavano gli iscritti esistono più. Ciò che rimane sono piccoli retaggi di un mondo politico militante, animato dalla partecipazione e governato dall’ideologia. C’è nostalgia dei programmi stampati, della cassetta delle lettere riempita di santini e di quando nei partiti si consumava una vera e propria battaglia in una gigantesca produzione di carte. È vero non ci sono più le preferenze e questo ha contribuito e non poco alla scomparsa della “macchina elettorale” del passato. Oggi il messaggio passa da Facebook, Twitter, Instagram e nel contenuto delle App di messaggistica”.
Nasce così “Facce da Facebook”, proprio per spiegare come anche in una regione marginale come la Calabria, tutto ormai passi dal sistema dei social.
“Il libro -spiega Attilio Sabato- nasce dal desiderio di indagare ciò che accade in Calabria all’indomani dell’avvento dei social media”, partendo da una domanda che è questa: “In che misura i mezzi della moderna comunicazione hanno cambiato la nostra percezione della realtà, e sulla base di quali convincimenti riteniamo possibile l’interazione tra Rete e mondo “esterno”?”.
L’analisi che lo scrittore fa del suo mondo è a volte anche impietosa ma reale e documentatissima come solo un grande cronista riesce ancora a fare: “Nel mondo “Smart” della reazione istantanea- scrive Attilio Sabato- la politica è stata costretta a scegliere altre direttrici, frequenta altre piazze, comunica con linguaggi nuovi. È molto lontano il tempo della “tribuna politica”, dei leader in bianco e nero, dei comizi in piazza, del ciclostile, del volantinaggio e dei manifesti appiccicati ai muri che sancivano l’inizio della campagna elettorale. L’alba del nuovo giorno ha imposto forme e colori diversi, ha eretto nuovi santuari e riscritto le regole del gioco. È una seconda rivoluzione, simile almeno per l’impatto sociale, all’esordio del “partito del leader” che ha in Berlusconi il suo fondatore. Dalla seconda alla terza Repubblica, la cui nascita è strettamente legata alla nuova rappresentazione sociale veicolata, alimentata e sostenuta dai click pigiati per rabbia o per delusione”. Per l’autore è un crescendo rossiniano che ha avuto il suo picco nelle elezioni del 4 Marzo 2018, la prima vera consultazione elettorale nella quale il nuovo ha spazzato via il vecchio”. In parole più semplici, il sistema delle comunicazioni nell’era dei social- sottolinea l’autore- consente ciò che fino a ieri era impensabile: l’appello diretto. Il leader che si appella direttamente al cittadino.
Attilio Sabato lo spiega qui da vecchio antropologo quale egli è, da anni alla guida di Teleuropa Network, una delle TV private più seguite e più autorevoli del Sud: “Il testo -dice- si prefigge il compito di indagare il ruolo che i New Media svolgono nel difficile e complesso rapporto, in ambito locale, cittadini-politica. Ho scelto di privilegiare Facebook, sia per la facilità d’uso della piattaforma, che per l’elevato numero di utenti che ne utilizzano le potenzialità. Anche perché, è proprio la creatura ideata da Zuckerberg che “accoglie” la maggioranza dei sindaci calabresi”.
In realtà si tratta di un lavoro di monitoraggio durato mesi, per verificare il grado di interazione che intercorre tra primi cittadini e comunità amministrate. Un lavoro unico nel suo genere, almeno da queste parti, oltre 20.000 i post osservati, sulla base delle specificità e dei contenuti, e che meglio descrivono il clima che si respira nei “gazebo” della “comunicazione 4.0”.
Oggetto d’osservazione- spiega ancora Attilio Sabato- il comportamento social degli uomini che ricoprono ruoli di responsabilità di governo in Calabria: da Cosenza a Reggio, passando per Crotone, Catanzaro e Vibo. Il costante monitoraggio dei profili Facebook di ognuno, il numero dei follower, i contatti, le interazioni, i post, i like, i commenti. Una ricostruzione fedele, attenta e minuziosa delle performance più significative che, sottratte alla voracità della Rete, che “inghiotte” con impressionante rapidità, vengono restituite in queste pagine, un lavoro che merita di non finire qui, anzi di proseguire con una analisi successiva. Ce naturalmente aspettiamo Direttore. (p.n.)

“Il potere dei sindaci”
Prosegue senza sosta la ricerca e l’analisi del potere in Calabria, tema questo assai caro al giornalista Attilio Sabato, storico direttore responsabile di Teleuropa Network, e che dopo aver raccontato le mille “stanze del potere reale da queste parti”, e dopo aver ricostruito con una lunga intervista a Pierino Rende la “storia più intima della DC in Calabria”, ora riparte dai sindaci, e dal potere immenso che ognuno di loro -a suo giudizio- soprattutto nel passato esercitava ogni giorno sulla collettività che amministrava. “ll romanzo -spiega l’autore- descrive la protervia dei sindaci che nel secolo scorso hanno governato e condizionato il divenire delle comunità per 40/ 50 anni senza soluzione di continuità. In buona sostanza, i ritardi di oggi sono figli dell’impostazione gestionale, senza controllo, degli anni scorsi”.
Potere inteso come condizionamento, potere inteso come cultura di vita, potere inteso come scelta alternativa alla conoscenza e alla comunicazione, potere letto come contraltare della libertà e della democrazia, e forse anche potere inteso come presenza fisica sul territorio. Un esperimento francamente molto complesso, ma che vede questa volta l’autore della biografia su don Salvatore Nunnari, Arcivescovo Emerito di Cosenza, come il pioniere di una lettura articolata e viscerale del vero ruolo dei nostri sindaci, e che a suo giudizio sono rimasti il vero e solo baluardo di potere organizzato nel Paese. Al Sud ancora di più.
Come dire? Mentre un tempo -spiega il famoso giornalista cosentino- c’erano i deputati che esercitavano a pieno il loro ruolo di rappresentanza del territorio, e i senatori che alla fine rappresentavano i padri fondatori dei vecchi partiti, oggi invece, essendo spariti i partiti, ed avendo i parlamentari perso il loro potere tradizionale, gli unici punti di riferimento di una comunità che tale sia sono proprio i primi cittadini.
Sindaci, dunque, al top della lista stilata da Attilio Sabato nella declinazione del potere locale.Il titolo del suo saggio non a caso è “L’ultimo Re”.
Il sindaco insomma guardato e giudicato come un monarca, il sindaco inteso come unico e solo interprete della realtà che lo ha eletto, il sindaco raccontato anche come angelo custode di una tradizione politica che in realtà -spiega bene l’autore- in Calabria e al Sud non è mai morta. Un racconto in bianco e nero, senza riflessi di grigi, e da cui ne consegue che il rapporto tra il sindaco e la sua gente diventa poi alla fine un “rapporto quasi malato”, di amore e odio insieme, di sopportazione e di indifferenza, o anche di ribellione e di rivolta, di condivisione e di familiarità, ma senza la presenza di un sindaco il dibattito politico dei nostri paesi- sottolinea Attilio Sabato- il linguaggio politico finirebbe per appiattirsi e nella peggiore delle ipotesi di morire per sempre.
Dunque, alla fine, ben vengano i sindaci, perché se non altro sono alimento di passioni politiche civili e sociali, e magari qualche volta e in qualche caso anche l’esatto contrario di tutto questo.
Un romanzo questo di Attilio Sabato che è successivo ad un romanzo precedente, dal titolo Iubris, altrettanto di grande impatto mediatico come questo, e in cui il giornalista aveva già avviato la sua analisi sul potere locale della politica, dove il racconto di una certa “arroganza” era il filo conduttore che connetteva tra loro le vicende di don Pepé, “uomo rozzo e borioso ma maestro nel tessere la ragnatela della politica locale del piccolo borgo di cui era sindaco ma allo stesso tempo signorotto”.
La narrazione di uno spaccato caratteristico della realtà urbana dei piccoli comuni della seconda metà del ‘900, nei quali aveva preso forma quello che ad oggi è poi diventato un “topos politico”. Il “cerchio magico” di cui tanto si parla oggi, soprattutto alla luce delle più recenti inchieste giudiziarie di queste settimane tra Bari e la Sicilia, -spiega Attilio Sabato- “non è un’invenzione della nuova repubblica, bensì un lascito ereditario delle logiche di controllo e gestione dei piccoli centri in cui le tre figure rappresentative del potere locale, sindaco, parroco e medico condotto, regnavano spesso in reciproco conflitto ma incontrastati”.
La sola attenuante che Attilio Sabato concede in questo saggio ai primi cittadini è nello stato di solitudine in cui la maggior parte di loro vive e opera, “condizione che sorge dalla consapevolezza acuta del peso delle decisioni che plasmano i destini di molti e dirigono le sorti della storia”. Tutto il resto è raccontato come ”ricerca incessante del potere, un fuoco che brucia le relazioni e consuma le emozioni, lasciando dietro di sé un deserto emotivo che riflette la miseria di chi, autoritario, ha lo sguardo orientato esclusivamente alla sua ascesa verso il trono”.
Eccezioni al tema? Tantissime- riconosce lo stesso autore- tanti sindaci per fortuna oggi sono persone perbene e galantuomini e rimangono lontani da questa descrizione di genere, ma per capire meglio chi sono e come vivono serve leggere il libro dalla prima all’ultima pagina.(p.n.)

Fatti e Misfatti della DC calabrese
Libri di politica. “Nel ventre della Balena, Intervista a Pietro Rende”, è un libro interamente dedicato alla storia della Democrazia Cristiana con i riflettori puntati sulle vicende più scottanti e anche più importanti del partito in Calabria. Uno spaccato inedito di storia politica e anche di sociologia politica che farà molto discutere per i contenuti e i risvolti che lo scrittore ricostruisce.
Cosa è stata la DC in Calabria? Cosa ha rappresentato la DC per il Paese? Quanto è pesato sulla storia del partito il delitto Moro? Cosa ha rappresentato per la Calabria la morte dell’ex Presidente delle Ferrovie dello Stato Vico Ligato? Quanto ha contato la politica al Sud? Quanto ha contato invece sulla gestione del consenso la criminalità organizzata? E quanto ha contato la Calabria nei palazzi del potere romano? E soprattutto, chi dei politici calabresi ha contato di più nell’immaginario collettivo e nella prassi reale del sistema potere?
A tutti questi interrogativi prova a rispondere Attilio Sabato, e lo fa con un saggio molto articolato, pieno di domande e di risposte, un colloquio diretto con Pietro Rende, vecchio deputato democristiano e in passato anche uomo di grande potere all’interno della DC, protagonista di primo piano della sinistra democristiana, la corrente che allora riuniva il fior fiore degli intellettuali italiani al servizio di un progetto di democrazia per il paese che non sempre nel partito ha trovato consensi unanimi. Una intervista serrata, senza rete, dove il grande cronista prova a capire meglio i mille segreti che la Balena Bianca si porterà forse dietro per sempre, e che Pietro Rende svela solo in parte, riconfermandosi in questo un “pezzo fondamentale” della storia del partito, per cui non tutto si può raccontare e alcune cose è meglio non raccontarle mai. Ma non per paura, forse per il rispetto assoluto che i vecchi politici di un tempo avevano per il proprio partito di riferimento.
Questo però non toglie nulla a questo saggio in cui Attilio Sabato ricostruisce alla sua maniera, con un linguaggio moderno e freschissimo, gli anni più belli ma anche gli anni più bui della vita della Balena Bianca, dentro mille ricordi personali, tutti quasi intimi e privati, che Pietro Rende trasforma in capitoli di storia, dando al suo racconto un carisma che solo un intellettuale ed un economista come lui avrebbe potuto fare. C’è dentro questo libro un tocco di classe che forse il lettore comune non si aspetta, un racconto felpato delicato e sereno delle cose e degli avvenimenti di quegli anni, nessun astio, nessun rancore, nessun sassolino da togliere dalla scarpa del passato, ancora meglio: nessun nemico da colpire o da ricordare come tale, tranne la dichiarazione pubblica di un rapporto difficile, quasi impossibile, con Carlo Donatt Cattin, leader di Forze Nuove, una delle correnti che più ha fatto penare la sinistra che allora faceva capo a Bodrato Marcora Pisanu Zaccagnini De Mita e Misasi.
Così come felpata e appena accennata è l’analisi che “l’intellighenzia economica della DC calabrese” -era così che il partito allora giudicava Pietro Rende- riserva al capitolo “delicatissimo” dell’Università della Calabria, e alle prime rivolte studentesche, ai primi moti terroristici, ai primi blitz della polizia, che Pietro Rende giudica come pure “ragazzate” frutto magari di giovani esuberanti e un tantino scapestrati, mentre invece viene fuori prepotente in questo suo racconto il sogno irrealizzato di poter insegnare in questo Campus universitario appena nato sulle colline di Arcavacata, alle dirette dipendenze di un grande maestro come lo era Beniamino Andreatta. Un sogno spezzato però dalla sua elezione alla Camera dei Deputati, ma probabilmente rimasto ancora vivo fino ai giorni nostri.
Dettagli, nomi, location, eventi e avvenimenti, regionali e nazionali, che danno in questo saggio l’immagine reale di un grande partito politico, alimentato da mille passioni, da mille pulsioni sociali, da mille progetti da realizzare, una ideologia forte quanto la speranza che solo gli uomini di chiesa sanno avere, e in questo saggio troviamo un’attenzione speciale verso la Chiesa calabrese, che in realtà della DC è stata per lunghi anni anche la “schiava più fedele”. Perché non dirlo? Un saggio coraggioso questo che Attilio Sabato sforna in questi giorni, e che riapre in Calabria il dibattito sulla politica, sul ruolo della classe dirigente, e sulla tradizione che legava l’anima popolare ai partiti di un tempo. Pietro Rende lo confessa apertamente, i partiti di un tempo non ci sono più, e al loro posto hanno preso il sopravvento altre logiche e altre dinamiche, e mentre un tempo i cittadini conoscevano bene i nomi dei candidati da votare al Senato o al Parlamento, oggi invece nessuno conosce più i nomi degli eletti. Una involuzione bestiale, il fallimento e la negazione di un romanzo meraviglioso che per molti di noi ha accompagnato la nostra vita personale e professionale.
Vi invito a leggere prima di tutto l’indice di questo saggio, è un indice strano, assolutamente atipico rispetto a quello a cui ogni lettore è ormai abituato, ma qui l’indice anziché citare i capitoli trattati cita le domande chiave che il cronista rivolge al vecchio “animale politico”, e questo aiuta ancora meglio il lettore nella ricerca dei tempi e dei soggetti che più predilige o preferisce.
Molti protagonisti della vera storia della Balena Bianca in Calabria non si ritroveranno in questo saggio edito da Pellegrini Editore, non sono neanche stati citati, o se ne parla a mala pena -anche questo va detto, e me ne scuso con gli autori- ma forse perché Pietro Rende li ha conosciuti poco, o ha preferito non parlarne, o ha scelto di proposito di sorvolare, e forse questo è il vero grande limite di questo suo racconto, perché chi ha vissuto quegli anni non poteva non conoscere il peso politico debordante e totalizzante che aveva allora Carmelo Puja e la sua corrente, che a Cosenza era Franco Pietramala, e nella locride la famiglia Laganà, e a Vibo Tony Murmura, a Catanzaro Ernesto Pucci e Mario Tassone, e a Reggio Calabria Franco Quattrone, e sullo Jonio Peppino Aloise, e sul tirreno cosentino Franco Covello, per non dimenticare il ruolo di Dario Antoniozzi Guglielmo Nucci e Pasquale Perugini a Cosenza, Vito Napoli che non aveva collocazione geografica perché appena arrivato da Torino. Per non parlare della guerra fredda e spietata tra Riccardo Misasi e Carmelo Puija in una certa fase del loro rapporto di potere.
Pietro Rende cita con ammirazione e sentimento per esempio Peppino Reale, deputato di Reggio Calabria che in realtà contava molto poco, ma che era legato a lui da vincoli di grande affetto personale, e questo conferma che il racconto che Pietro Rende fa ad Attilio Sabato serve soprattutto al vecchio parlamentare per ricordare a sé stesso forse gli amici più cari che con lui avevano condiviso battaglie ideologiche di prima piano e di prima grandezza.
Ma forse è più giusto così, perché c’è un tempo per le guerre e un tempo per la riconciliazione, e questo racconto va letto anche in questa chiave.(p.n.)

“Iubris”, il romanzo d’esordio
Che ci fossero i presupposti (trama avvincente, stile letterario leggero e accattivante, connubio ideale tra fantasia e realtà) per assicurarsi il gradimento dei lettori, era risultato evidente già un attimo dopo che il testo era arrivato sulla scrivania del suo editore.
Oggi, a corroborare le valutazioni iniziali, ci pensano i dati relativi alla vendita del romanzo “Iubris. La pungente e spregiudicata ironia del giornalista, nelle vesti di romanziere, ci regala uno spaccato caratteristico della realtà urbana dei piccoli comuni della seconda metà del ‘900, nei quali prese forma quello che ad oggi è diventato un topos politico: il “cerchio magico” non è un’invenzione della nuova repubblica, bensì un lascito ereditario delle logiche di controllo e gestione dei piccoli centri in cui le tre figure rappresentative del potere locale, sindaco, parroco e medico condotto, regnavano spesso in reciproco conflitto ma incontrastati, disponendo a piacimento della vita dei cittadini nella logica dello spadroneggiare inconsulto caratteristica dei latifondi mai veramente svincolati. Un amaro ritratto della nostra realtà di ieri, doveroso ed essenziale per comprendere l’identità dell’oggi.
Ma quali sono gli aspetti che più hanno contribuito a determinare il successo di quest’opera, dedicata al tema del potere?
Già il titolo Iubris – termine che nella cultura greca riassume l’identikit di quanti, a causa di una smisurata considerazione di sé, pensano, agiscono e valutano gli altri con distacco se non con tracotanza – è tutto un programma. Iubris sta in questo caso per “orgogliosa tracotanza di colui che si spinge a considerarsi superiore alle leggi di Dio e degli uomini”.E tale altezzosa arroganza è il filo conduttore che connette tra loro le vicende di don Pepé, uomo rozzo e borioso ma maestro nel tessere la ragnatela della politica locale del piccolo borgo di cui è sindaco ma allo stesso tempo signorotto.
A fare il resto, è la trama del romanzo, 184 pagine, un linguaggio straordinariamente veloce, moderno, avvincente, attraverso cui Attilio Sabato, mostrando di voler concorrere alla costruzione di un’universale prospettiva di crescita civile, mette a fuoco alcune rilevanti questioni connesse, come si diceva, alla creazione e all’esercizio del potere. O, per meglio dire, di alcuni “centri di potere”, che hanno sempre pesantemente condizionato (e tuttora, ahinoi, influenzano) l’ordinario svolgimento della quotidianità, in particolare nei piccoli centri urbani. Realtà tanto genuinamente protagoniste di vissuti semplici, spinte solidali, ricchezze umane di incomparabile importanza, quanto negativamente segnate dall’ossessiva, limitante, civicamente devastante politica di ben individuati attori locali (sindaci, medici, sacerdoti, congreghe etc.).
Per cui, l’essere cittadino di questi mondi – spiega con la freschezza del suo linguaggio televisivo il grande giornalista- “può voler dire, sia pure con modalità e forme diverse rispetto al passato, subire condizionamenti pesanti. Limitazioni gravissime, anche e soprattutto di carattere culturale. Annebbiamenti “ideologici”, alimentati da esigenze e aspettative di casta che, a fronte di una pressoché generale assuefazione, e a marcati profili di ignavia, hanno dato vita ad una quotidianità anomala. Spenta. Chiusa in sé stessa. Poco incline ad allargare il confine delle proprie conoscenze. Ad investigare la propria identità”.
Elementi in conseguenza dei quali – aggiunge lo scrittore- i cittadini spesso sono diventati le vittime sacrificali di un gigantesco corto circuito democratico, “in grado di lasciare indistinto, e dunque foriero di sempre più ampie e devastanti fratture sociali, il confine tra le esigenze reali di una comunità ed interessi rispondenti a precise logiche di potere, sideralmente distanti dalle prime”.
Centrali, nel romanzo, risultano non solo gli scontri tra i notabili del luogo. E nemmeno i cambi di casacca, che maturano con facilità impressionante, purché dall’altra parte della barricata vengano assicurati onori, prebende, riconoscimenti, vantaggi di ogni genere. E neanche la mai chiarita questione dei costi della politica, soggetta a mistificazioni, populismi, ipocrisie di ogni sorta. A dispiegarsi in tutta la sua prorompente concretezza, infatti, è soprattutto il senso politico-educativo del romanzo di Attilio Sabato. La volontà di raccontare – senza mai perdere di vista l’attualità – le ferree regole e i principali attori di un mondo che non ha mai cambiato realmente fisionomia. Identità. Ruolo. E che continua ad essere condizionato da logiche clientelari, gravissime limitazioni culturali, estranee al senso più pieno, alla dimensione più vera, ai riflessi più importanti collegati all’efficacia dell’agire democratico.(p.n.)

Vi racconto don Nunnari
Non è cosa facile raccontare la storia di un prete e lo è ancor meno se il sacerdote in questione è don Salvatore Nunnari, se non altro perché – così come scrive Attilio Sabato in questo suo libro da leggere tutto d’un fiato – siamo in presenza di una figura che con il suo impegno pastorale ha profondamente segnato la storia di una grande città come Reggio Calabria, e poi ancora da vescovo illuminato e pieno di carisma ha guidato, amministrato, controllato, influenzato, e ridisegnato, con grande equilibrio, ma anche con grande senso della modernità, la storia stessa della Chiesa meridionale degli ultimi decenni.
E forse non sono neanche io la persona più adatta per commentare i contenuti di questo saggio sulla vita di questo pastore della Chiesa moderna, oggi Arcivescovo della città di Cosenza e Presidente della Conferenza Episcopale Calabra: più semplicemente, perché lo conosco da oltre 40 anni e, da quando l’ho incontrato per la prima volta nella mia vita non ho mai più smesso di interessarmi alle sue vicende e, soprattutto, non ho mai smesso di ammirarlo e di amarlo.
Attilio Sabato racconta qui, in maniera diretta ed efficacissima devo dire, la storia avvincente e per certi versi anche straordinaria di un pastore della chiesa che è stato molto più di un sacerdote, e il cui segno indelebile rimarrà certamente per molto tempo ancora, anche dopo la sua morte.
L’amore viscerale per la città calabrese dello Stretto don Salvatore se lo porta da sempre dietro come un’ombra. Non c’è un solo momento della vita di Reggio Calabria, difficile o turbolento, o anche più semplicemente normale e ordinario, che non abbia avuto don Salvatore Nunnari come suo diretto protagonista. Fu soprattutto così anche nei famosi “giorni della rivolta”, quando per strada, questo giovane sacerdote lavorava giorno e notte per riportare tra i giovani che stavano sulle barricate la serenità necessaria perché la protesta non sfociasse nella violenza. In questo libro la sua figura di “prete tra la gente” la si coglie in maniera nettissima.
Attilio Sabato ci racconta la storia di un prete che al mattino si sveglia e corre per strada tra i ragazzi del suo quartiere, ma questa sua è anche la storia di un Vescovo influente che, spedito in Irpinia a gestire il dopo-terremoto, qualche mese più tardi torna a Roma, corre in Vaticano, e la prima cosa che fa sarà quella di andare a raccontare al Cardinale Re, suo vecchio amico di sempre, dei “suoi ragazzi” di Gebbione che a Reggio nel frattempo erano cresciuti e avevano fatto carriera politica.
E’ davvero molto “delicato” il passaggio che Attilio riserva ai rapporti tra don Salvatore e l’ex sindaco di Reggio Calabria, Peppe Scopelliti. Non lo votò come Sindaco, ma don Salvatore confessa qui di averlo visto crescere, di avergli voluto bene, di aver tifato per lui quando giocava a basket, di aver creduto nella sua buona fede e nella sua forte passione politica. Confessa anche di averlo votato invece come Presidente della Regione, perché immaginava che quel “ragazzo pieno di vita” potesse cambiare le cose, e ricorda soprattutto di averlo messo in guardia in tempi non sospetti dalle mille insidie della politica.
E la mafia? O meglio, la ‘ndrangheta? Memorabili le sue omelie in tutti questi anni contro lo strapotere delle cosche. Attilio non poteva non parlarne nel suo libro, soprattutto dopo l’ultimo viaggio di Papa Francesco a Cassano, e dopo la scomunica lanciata dal Pontefice dalla spianata di Sibari ai “mafiosi della terra”. Accanto a Papa Francesco e a mons. Nunzio Galantino, straordinario regista di quella giornata, c’era anche lui don Salvatore, che a Sibari accoglie il Papa in nome dei vescovi dell’intera regione e porta a lui il saluto di tutti i sacerdoti calabresi. Giornata storica per la Calabria.
Attilio Sabato lo racconta con grande efficacia.
A Cosenza appena nominato Arcivescovo don Nunnari trova insidie reali. Prima, lo scandalo dell’Istituto Papa Giovanni XXIII°. Poi, la complessa vicenda di Padre Fedele Bisceglie. Contro di lui riceve dalla Santa Romana Chiesa una decisione durissima, pesante, impopolare in città: Padre Fedele viene sospeso a divinis dagli Organi Superiori. Non deve essere stato facile per l’Arcivescovo eseguire gli ordini impartiti dalla Santa Sede.
Il saggio di Attilio ricostruisce quella fase e queste vicende così ancora poco chiare con estrema attenzione ed equilibrio, soprattutto con grande serenità di giudizio.
Ma non solo questo. Il rapporto con lo stesso mondo della politica a Cosenza, per don Salvatore, fu complicatissimo. Il clima non è certamente quello a cui era abituato a Reggio. Arrivato a Cosenza il sindaco, una giovanissima Eva Catizone, una vera e propria puledra di razza di quella stagione politica, all’inizio lo ignora. Poi le cose cambiano, il rapporto tra i due alla fine si ricompone. Ma era proprio indispensabile recuperare questo feeling con Eva “la rossa”? Perché cedere difronte all’intelligenza e al fascino di questa giovane intellettuale di sinistra?
Qui l’Arcivescovo supera sé stesso, e spiega senza mezzi termini che “Un Vescovo non può non parlare con la gente, non può non incontrare il suo popolo, e soprattutto non può assolutamente ignorare i rappresentanti istituzionali di una città così importante come Cosenza”. E come d’incanto, ecco che la Cosenza politica, la Cosenza borghese, la Cosenza laica, esulta e riceve il Vescovo in Municipio con tutti gli onori del caso.
Quando Attilio scrive che lui vive “inseguendo il cuore e non sempre la ragione”, dà di lui il ritratto più autentico. (p.n.)

Codice Rosso
“Una Sanità in odore di mafia”.
Estate del 2021. “Disastro pandemico in Codice Rosso. La Sanità calabrese, tra mafie e paradossi”, è invece un libro scritto a quattro mani da Attilio Sabato e Arcangelo Badolati – nume tutelare di Gazzetta del Sud- con l’ obiettivo puntato sullo stato della Sanità in Calabria che storicamente fa acqua da tutte le parti, e che ha anche tragicamente segnato la storia di questa regione del Sud così lontana da tutto e da tutti.
Un libro denuncia, un’inchiesta a tutto campo, ma anche un appello al Paese per questo eterno stato di abbandono in cui versa la Calabria. Questo nuovo saggio di Attilio Sabato e Arcangelo Badolati è tutto questo e altro insieme. Mapartiamo dagli autori, cosa che fa sempre bene. Attilio Sabato e Arcangelo Badolati. Sono due cronisti di razza, due giornalisti che lavorano in Calabria da lunghissimi anni, e che conoscono la Calabria come le loro tasche. Hanno scritto diversi libri, sia insieme sia da soli, ma da un anno a questa parte lavorano insieme su un progetto televisivo che ha avuto grande successo di ascolti e di commenti entusiastici.
Insieme, da un anno a questa parte, “fanno” anche un TG TEN “allargato” sulla pandemia, partono alle 14.30 e ogni giorno vanno avanti per un’ora e mezza di filato, un approfondimento continuo, durato un anno, sul Covid in Calabria, un’analisi serrata e meticolosa del “giorno per giorno”, un viaggio reale nel cuore dei tanti ospedali della regione, con collegamenti tutti rigorosamente in diretta dalle corsie ospedaliere dei reparti più critici, dalle case di cura più colpite dal contagio, dalle RSA dove tanti sono stati anche i morti, dalle contrade più lontane della regione dove il Covid ha lacerato intere famiglie.
Parte Attilio Sabato, che è il direttore responsabile di Teleuropa, e dà la linea ad Arcangelo Badolati, in collegamento dalla sede cosentina della Gazzetta del Sud di cui è il massimo responsabile, e insieme ogni giorno da un anno a questa parte tracciano il bilancio del momento, con ospiti che dall’Università della Calabria analizzano numeri diagrammi dati e statistiche di ogni genere. Un lavoro certosino, maniacale, fuori dalla norma, frutto di grande esperienza professionale e di grande pratica giornalistica, che probabilmente ha poi dato vita a questo nuovo saggio di grande impatto mediatico per i lettori.
Lo stesso titolo del saggio è emblematico di uno status ormai riconosciuto da tutti gli indicatori possibili e immaginabili: “Disastro pandemico in Codice Rosso. La Sanità calabrese, tra mafie e paradossi”. 277 pagine, Pellegrini Editore per la Collana “L’Inchiesta”, con un indice che la dice lunga sul lavoro affrontato a realizzato. Basta dare una scorsa ai vari paragrafi del libro per capirlo meglio: Due miliardi mai spesi, Il disarmo degli ospedali, Il trucco per svuotare le casse, La morte compagna di corsia, I nuovi ospedali “fantasma”, Il prete amante dei lussi e lo scandalo del “Papa Giovanni”, L’onorata Sanità, L’omicidio “eccellente” di Francesco Fortugno, La depressione virtuale dei boss, e infine “I medici uccisi.
Un saggio-denuncia in cui gli autori proclamano la propria convinzione di fondo, che è questa: “In Calabria soprattutto la Sanità è da decenni il più ambito dei “passaggi” per carriere possibili, “parcheggio” dorato per burocrati giunti a fine corsa spediti dal governo centrale in Calabria, indipendentemente dal grado di competenze in materia. Tutto è Sanità: attenzione, lavoro, risorse, inchieste, progetti, ambizioni, futuro”.
Ma nella prefazione che ne fanno sono ancora più diretti ed espliciti: “Rieccoci. Undici anni dopo aver raccontato storture, sprechi, paradossi e contraddizioni della sanità calabrese ci siamo rimessi a scrivere. L’arrivo della pandemia ha messo a nudo ciò che in tanti tentavano di nascondere dietro le insegne luminose e ingannevoli di ospedali riammodernati solo a parole, strumentari ultramoderni mai entrati in funzione e nosocomi ingiustamente chiusi in nome di un “taglio” agli sprechi che era, invece, un colpo d’ascia alla sanità di prossimità e all’assistenza alle popolazioni. L’incedere del Covid 19, le decine di morti registrate nella regione, hanno rappresentato la tragica opportunità per rimettere tutto in discussione e levare la patina sparsa a piene mani su strutture e servizi, aziende ospedaliere e sanitarie, trasformate in sepolcri imbiancati. L’ipocrisia politica, l’improvvisazione riscontrata nell’agire di molti dirigenti di settore, il ciarliero festival inscenato quasi quotidianamente per annunciare soluzioni e interventi puntualmente disattesi ci hanno indotto a indagare e raccontare quanto stava realmente accadendo”.
Naturalmente, -sottolineano Attilio Sabato e Arcangelo Badolati- tutte le vicende riferite nel libro sono tratte da documenti e provvedimenti giudiziari, e le persone, a qualsiasi titolo coinvolte nei fatti narrati, devono considerarsi estranee a responsabilità penali e innocenti sino alla dimostrazione del contrario con sentenza passata in giudicato”. Ma è questa la grande civiltà di chi crede di dover essere garantista fino all’ultimo.
In realtà per i due cronisti calabresi non è stato difficile scoprire l’esistenza di centinaia di milioni di euro mai spesi.
“Bilanci artefatti, casse delle Asp depredate attraverso pagamenti doppi o tripli delle stesse fatture, interferenze partitiche costanti e dannose, interessi striscianti della ‘ndrangheta nei settori delle forniture, condizionamenti delle lobbies nelle scelte strategiche e negli investimenti, ingerenze della massoneria deviata nelle carriere dei medici, guadagni milionari ottenuti da legali senza scrupoli, corruzione imperante a tutti i livelli e gravi casi di malasanità. Non solo: l’azione svolta dalla magistratura antimafia ci ha consentito di verificare il perpetuarsi di una condizione di connivenza risalente ai lontani 80 del secolo scorso con le odierne Aziende sanitarie provinciali infiltrate in più settori dalle cosche come lo erano le vecchie e traballanti Usl. E il quadro è apparso tante grave da determinare lo scioglimento per mafia, in poco tempo, delle Aziende di Reggio Calabria e Catanzaro”.
Il quadro generale è davvero devastante, e se non conoscessimo la serietà e lo scrupolo con cui gli autori raccontano la sanità calabrese verrebbe naturale nutrire qualche dubbio. Ma loro restano categorici nel giudizio finale: “In questo libro- spiegano con forte determinazione- che è il naturale seguito di quello pubblicato nel 2010, troverete la mappa d’uno scempio che ha dunque radici nel passato e freschi e velenosi germogli nel presente. Ogni cosa che abbiamo deciso di raccontarvi trova puntuale riscontro in atti pubblici e provvedimenti giudiziari e la sola ragione che ci ha indotto a scriverne è l’indignazione”.
Di grande suggestione il capitolo dedicato ai medici uccisi
“Nella terra della ’ndrangheta un errore medico può costare la vita. I boss, che amministrano privatamente giustizia e che condizionano l’economia e la politica, non tollerano sbagli. Quando mettono piede in un ospedale vogliono essere accolti, serviti e riveriti come monarchi assoluti. I padrini, presuntuosi e prepotenti, pretendono perfino che il Padreterno non metta il naso nelle malattie dei loro familiari. Perciò se qualcosa, per colpa di una negligenza sanitaria o di una zampata del destino, non va per il verso giusto sono guai. Ma guai seri”.
Il libro ripropone e ripercorre la storia di Gino Marino (È una sera ventilata quella del 22 ottobre del 1988 quando il primario chirurgo Gino Marino lascia l’ospedale di Locri per tornare a casa. Ha finito il turno e spera di rilassarsi a casa con la moglie, incinta al settimo mese, e il figlioletto), di Nicolò Pandolfo (Nella città di Zaleuco, cinque anni dopo Marino, verrà assassinato un altro medico. Si chiama Nicolò Pandolfo, ha 51 anni, ed è il primario del reparto di Neurochirurgia degli “Ospedali Riuniti” di Reggio Calabria). A lui tocca morire alla vigilia del solstizio di primavera, la sera del 20 marzo 1993), di Costanzo Catuogno (Il 30 gennaio 2001, in un corridoio dell’ospedale di Vibo Valentia, viene ucciso il primario di Urologia Costanzo Catuogno. Cade fulminato da sei colpi di pistola sparati da un elettricista di ventisette anni, Saverio Mesiano, che lo ritiene responsabile della morte della moglie, Donatella Labate, che ne aveva ventiquattro)
Ma di grande efficacia e di forte impatto giornalistico è anche il capitolo dedicato alla ndrangheta che usa la sanità calabrese per sfuggire alla galera. “Lo testimonia -scrivono gli autori- una singolare epidemia che ha investito larghi strati della classe dirigente mafiosa. Capi ’ndrina e picciotti, azionisti e “contrasti onorati” di tutta la regione sono stati infatti infettati, negli ultimi anni, da un virus silente e micidiale. Un virus capace di trasmettere una malattia non trasmissibile: la “depressione maggiore”. Una patologia curabile solo dagli “specialisti” operanti in due strutture sanitarie private dell’area cosentina”.

Così come tutti sanno in Calabria- concludono amaramente i due giornalisti- “che c’è l’interesse politico-sanitario della ’ndrangheta pure dietro l’assassinio di Francesco Fortugno, uno dei pochi delitti “eccellenti” consumati da una mafia abituata a muoversi in immersione e ad evitare attacchi diretti ai rappresentanti istituzionali”. Ne segue la ricostruzione storica dettagliatissima di questi ultimi 50 anni di vita calabrese: “In Calabria le cosche hanno alzato il tiro in rarissime occasioni. È accaduto nel luglio del 1975, a Lamezia Terme, con l’omicidio dell’avvocato generale dello Stato Francesco Ferlaino; nel marzo 1985, a Cosenza, con l’eliminazione del direttore del carcere Sergio Cosmai; nell’agosto del 1989, a Bocale, con l’eliminazione dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato Lodovico Ligato; a Campo Calabro, nell’agosto del ’91, con l’assassinio del sostituto procuratore generale presso la Cassazione Antonino Scopelliti”.
Ma nel saggio di Attilio Sabato e Arcangelo Badolati troverete molte altre suggestioni giornalistiche che arricchiscono il loro bel lavoro, e il cui ricavato della vendita è andato tutto in beneficenza.(Pino Nano)
