Le Radio Libere, ora anche un calendario

Un Calendario ricorda la più grande rivoluzione dell’etere ribelle

di Pino Nano

«Questo è un calendario per non dimenticare la storia delle radio libere italiane L’Associazione che guido, Giornalisti 2.0, sente oggi il dovere di custodire questa memoria e, allo stesso tempo, di guardare avanti: dalle radio libere ai podcast, dalle frequenze FM alle piattaforme digitali, il filo conduttore resta la qualità dell’informazione e il rispetto del pubblico. Il Calendario 2026 diventa così un invito a non disperdere l’eredità di un mezzo “umano” e immediato come la radio, e a riportarne lo spirito dentro i linguaggi dell’audio contemporaneo”.

Usa questi termini il giornalista Maurizio Pizzuto, Presidente dell’Associazione Giornalisti 2.0 e direttore responsabile di Prima Pagina News, per presentare alla stampa estera il calendario della sua Associazione.

Il Calendario – dice Maurizio Pizzuto– nasce come un oggetto di lavoro e, insieme, come un segno di identità professionale. L’edizione 2026 è interamente dedicata ai 50 anni delle radio libere, una ricorrenza che non riguarda solo la storia della comunicazione italiana, ma anche il modo in cui si è trasformato il rapporto tra informazione, territori e comunità.

“Il nostro- aggiunge Maurizio Pizzuto– è un progetto che rende omaggio alla stagione avviata dalla storica sentenza n. 202 del 1976, che aprì la strada alle emittenti private locali e cambiò per sempre il panorama mediatico nazionale. Da quel momento la radio diventò, per molte realtà, un luogo di sperimentazione e partecipazione: un microfono più vicino alle persone, capace di raccontare lavoro, scuola, cultura, sport e movimenti sociali con un linguaggio nuovo, diretto, spesso anticipatore”.

Al centro del Calendario 2026 ci sono testi originali firmati dal presidente di Giornalisti 2.0, Maurizio Pizzuto, realizzati in collaborazione con Ettore Midas e con il contributo autoriale di Gianni Garrucciu. Mese dopo mese, le pagine tracciano un percorso che intreccia memorie e testimonianze, ricostruendo l’energia delle “onde libere” e collegandola alle evoluzioni contemporanee della narrazione audio.

La radio, infatti, non è rimasta ferma. Il calendario porta il lettore lungo una traiettoria che va dalle frequenze FM alle web radio, dal DAB ai podcast, fino alle piattaforme digitali dove oggi si gioca una parte decisiva della credibilità dell’informazione. In questo passaggio di epoche restano centrali gli stessi temi: responsabilità editoriale, qualità dei contenuti, rispetto del pubblico e capacità di fare servizio, anche quando cambiano i dispositivi e le abitudini d’ascolto.

«Con questo calendario 2026 abbiamo voluto fissare su carta e immagini non solo una ricorrenza storica, ma una stagione di coraggio e di libertà che ha cambiato il giornalismo italiano», sottolinea Maurizio Pizzuto. «È un modo per dire grazie a chi ha creduto nella radio come presidio di democrazia e per ricordare alle nuove generazioni che dietro ogni frequenza ci sono volti, scelte, responsabilità».

La realizzazione del Calendario 2026 di Giornalisti 2.0 è stata resa possibile anche grazie alla collaborazione di Raffaele Minichino della Mira, Domenico Carillo, Luigi Carillo, Marco Scordo e Bortolan Carnevali & Partners. Un contributo che rafforza la dimensione collettiva dell’iniziativa, pensata non come semplice pubblicazione celebrativa, ma come strumento capace di tenere insieme memoria storica e prospettiva, tradizione professionale e nuove sfide dei media.

Questo invece è il link per sfogliare il calendario.

https://www.giornalistiduepuntozero.it/wp-content/uploads/2025/12/CALENDARIO_2026.pdf

La Radio al centro del mondo

Il 2026 era ormai alle porte e si preparava a lasciarsi alle spalle un 2025 che nei fatti è stato l’Anno della Radio.

Due eventi in particolar modo rimarranno legati per sempre alla storia del 100 anni della Radio, e ai 70 della Televisione: il primo, è il messaggio del Presidente della Repubblica affidato alle agenzie di stampa il 6 ottobre scorso, giorno in cui ricorreva il primo secolo di vita della Radio.

Il secondo, è la Grande Mostra della RAI fortemente voluta da Giampaolo Rossi, attuale AD dell’Azienda, al Maxxi di Roma, per aiutare chi avesse voglia di farlo, di toccare con mano la storia della radio e della TV di Stato. Per giunta, la Mostra di cui parliamo è rimasta aperta fino allo scorso 13 dicembre.

Ma partiamo dal messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 100° anniversario della Radio RAI, che è un elogio incondizionato e senza rete di cosa è stata la radio in questo nostro Paese.

“Il 6 ottobre del 1924 dalla stazione di Roma dell’Unione Radiofonica Italiana si diffuse nell’etere il primo programma quotidiano di trasmissioni radiofoniche in Italia. Un secolo -diceva in quella occasione il Presidente Mattarella– di imponenti trasformazioni politiche, sociali, tecnologiche è trascorso da quelle pioneristiche trasmissioni”.

Ma perché la radio, e poi dopo la televisione, sono oggi così amate dagli italiani?

Perché con la nascita della Repubblica – spiegava nel suo messaggio il Capo dello Stato– la radio e, successivamente, la televisione, “divennero un pilastro della costruzione civile e democratica del nostro Paese, diffondendo il pluralismo, promuovendo il dialogo e la partecipazione, trasmettendo alfabetizzazione e cultura”.

Sergio Mattarella lo spiegava in una battuta: “Il lessico della televisione contribuì alla nascita della lingua italiana moderna, agevolando la formazione di una comunità linguistica e di valori condivisi, in cui tutti gli Italiani potevano riconoscersi”.

Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima, ma oggi- aggiungeva il Presidente della Repubblica-, la Rai, “erede di una storia di così grande rilievo, si misura con altre sfide, in un contesto caratterizzato dal pluralismo delle emittenti televisive, dalle piattaforme digitali e dai social, in cui la Rai continua ad avere come missione quella di operare per la promozione della libera informazione e della cultura”.

Per il Capo dello Stato, oggi la RAI è tantissime cose insieme.

Indipendenza, autorevolezza, pluralità delle opinioni, originalità, professionalità, innovazione, queste le doti che hanno permesso all’azienda, negli anni, di raggiungere prestigiosi risultati e di diventare voce affidabile e ascoltata nel panorama editoriale italiano e uno dei maggiori centri di produzione e diffusione dell’arte e della cultura”.

Guai a pensare diversamente. “Il servizio pubblico televisivo – precisava ancora il Capo dello Stato- sa di essere al servizio esclusivo dei cittadini – in conformità al Media Information Act della Unione Europea – garantendo la pluralità delle voci, la qualità del prodotto e operando una rigorosa verifica delle fonti nel flusso delle informazioni, anche per fronteggiare quella vera e propria guerra ibrida caratterizzata dalla diffusione delle fake-news”.

Che dire di più bello?

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