pino nanohttiStoria della RAI in Calabria

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Gli uomini guida di questi ultimi 40 anni

(tratto da "40 Anni di RAI in Calabria" di Pino Nano")

   Ma chi sono i vertici aziendali che in questi ultimi 40 anni si sono succeduti alla guida della Sede Rai calabrese? L’elenco è abbastanza complesso. Il primo direttore di Sede fu Enrico Mascilli Migliorini. A differenza di quanto avverrà poi in futuro, dopo il suo trasferimento da Napoli a Cosenza, Mascilli Migliorini ricoprì in Calabria il doppio incarico, di Direttore della Sede, e di Capo della redazione giornalistica.

La fase guidata da Enrico Mascilli Migliorini fu senza dubbio una delle esperienze professionali più esaltanti della vita di questa sede, anche perché la Rai calabrese nasceva soltanto allora e nasceva proprio con lui, che fra l’altro non era un giornalista qualunque. Oggi quell’ex "ragazzo di Via Montesanto" è diventato Preside della Facoltà di Sociologia all’Università di Urbino, e da anni dirige il prestigiosissimo IFG, l’Istituto di Formazione per il Giornalismo sempre ad Urbino, autore fra l’altro tra i più apprezzati al mondo di Tecnica dell’informazione. Come dire, il bel tempo spesso si vede dal mattino, e così è stato nel suo caso. Prima del suo arrivo, allora, in Via Montesanto, alla guida dei servizi giornalistici c’era Alfredo Caputo, che era stato il primo corrispondente della Rai da Cosenza per il "Gazzettino della Calabria", e che nel 1958 venne poi assunto come redattore ordinario. Alfredo Caputo era un giornalista di grande valore. Apparteneva a una famiglia di cronisti cosentini che aveva il suo capostipite in Luigi Caputo, fondatore nel 1892 della "Cronaca di Calabria". Anche qui, nel caso di Alfredo, lo dico subito, eravamo in presenza di uno scrittore prestato alla professione giornalistica, ma un tempo era quasi sempre così. In particolare, lui, era l’erede più diretto di una dinastia di professionisti calabresi che avevano scelto di fare questo mestiere in Calabria perché "il più adatto -diceva sempre- a cambiare la realtà del nostro tempo e della nostra gente". Era una sorta di scommessa con la vita e con la professione, e che nessun altro al loro posto, soprattutto in quegli anni, avrebbe mai accettato di giocare. Erano anni di grande miseria, di grandi bisogni sociali, la guerra aveva messo in ginocchio l’economia del Paese, e immaginare di fare un giornale a quel tempo era davvero un’impresa al limite della follia. Ma loro, su questo, si giocarono prestigio e onore, e vinsero. Alfredo Caputo, come responsabile dei servizi giornalisti della Rai, ebbe purtroppo vita breve. Restò infatti assai poco ai vertici della redazione. Morì nel pieno delle sue funzioni alla fine dell’agosto del 1962. In quel momento era a Madrid, in vacanza. Proprio quando stava rientrando, un infarto lo colse sulla scaletta dell’aereo che da lì a poco lo avrebbe riportato in Italia. Fu un gravissimo lutto per il giornalismo calabrese, che i giornali locali del tempo misero in risalto proprio per "meglio onorare questa nobile famiglia cosentina che tanto aveva dato alla crescita culturale della regione". Per la Rai calabrese furono invece momenti di grande smarrimento generale. Don Alfredo, "così come tutti allora lo chiamavamo -ricorda Enzo Arcuri- per una sorta di rispetto reverenziale che tutti noi avevamo per la sua storia personale e professionale", aveva rappresentato per intere generazioni il giornalista ideale da imitare e da seguire. "Del giornalismo calabrese -lo ricordò così Enrico Mascilli Migliorini alla seduta plenaria del Rotary Club di Cosenza interamente dedicata a lui- Alfredo Caputo é stato uno degli esponenti più significativi ed autorevoli. Di questo giornalismo che purtroppo non può contare su rotative di giornali quotidiani, ma che pur in ogni tempo ha fatto sentire la sua voce nei cenacoli di cultura, nei circoli letterari, nei nomi illustri della narrativa e del professionismo italiano al di fuori degli stessi confini della Regione. L’uomo e il giornale, Alfredo Caputo era soprattutto questo. E mentre dalle colonne della "Cronaca di Calabria", assieme ai fratelli Mario Giovanni ed Ottavio, continuava e perpetuava in Calabria l’opera paterna, Alfredo Caputo rappresentò la voce della sua Cosenza negli uffici di corrispondenza dei quotidiani nazionali. Il "Giornale d’Italia" lo annoverò tra i suoi corrispondenti più antichi. Dall’ideale della professione, Alfredo Caputo, non disgiunse quello della patria e nella sua stessa Cosenza, durante un drammatico bombardamento, egli cadde mutilato alla gamba sinistra con ferite numerose che non dovevano più rimarginarsi, ma che spesso si facevano dolorosamente sentire. Dolori fisici dei quali Alfredo non dette mai a vedere, quasi comprimendoli, quasi ricacciandoli in un trionfo della sua tempra e della sua volontà". Si capì bene in quella sede l’amore profondo che legava il giovane avvocato napoletano al vecchio cronista cosentino. "Come giornalista - scrisse nel primo anniversario della sua morte lo stesso Ninì Talamo, di cui Alfredo Caputo era Capo redattore- Alfredo era l’ultimo rappresentante e interprete dei tempi che mutavano, della società che moriva scolorendo con i velluti del Caffè Renzelli, con gli intonaci antichi della Giostra Vecchia, col decoro che rappresentava un fatto quasi epidermico per una società pur abituata ad esprimersi con i broccati dei sontuosi salotti barocchi. Era la solida borghesia rispettabile della provincia meridionale, patriarcale e vigorosa, che conosceva i limiti del suo mondo e riteneva che bastasse per le proprie esigenze culturali e sociali. L’addio lo ha voluto dare nell’esilio del costume della sua epoca, dai sentimenti che si sono perduti...".

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"Ricordo ancora il suo volto felice e soddisfatto -raccontò ancora ai rotariani cosentini Enrico Mascilli Migliorini- quando, pochi mesi fa, in un recente rapporto di tutte le redazioni dei Servizi Giornalistici delle nostre Sedi, dopo la riforma dei programmi che avevano visto lanciare un giornale radio ogni mezz’ora, la redazione di Cosenza fu additata ad esempio sul piano nazionale. Sul volto di Alfredo lessi in quel momento una duplice gioia, quella di essere giunto con i suoi collaboratori, primo fra gli altri alla meta, e insieme di esservi giunto con il nome della città di Cosenza, la sua città dilettissima che egli amava quanto la sua famiglia ed il suo lavoro. Parlare di Cosenza ad Alfredo era come parlargli di qualcosa che lo riguardava direttamente, quasi gli appartenesse. Mi diceva continuamente che Cosenza é una città meravigliosa, e che tutti i cosentini, indistintamente, sono i migliori cittadini del mondo. Questo io, non cosentino, ho appreso da lui, nei rapporti personali e nei rapporti d’ufficio, sempre e senza riserve. Nella sua casa, aperta sempre, al sole e agli amici, egli rinnovava la patriarcale serenità delle famiglie della nostra terra e quando parlava delle sue tre bambine, Titti, Giovannella e Fausta, sulle ciglia compariva rapida una lacrima di commozione".

Ma la vita, soprattutto la vita degli uomini che lavorano nel mondo dell’informazione, non consente dolori palesi e commozioni private. Il giornale non può fermarsi, il giorno dopo deve essere comunque puntuale in edicola, e se è un telegiornale deve invece andare rigorosamente in onda. Dunque: non c’è mai tempo per voltarsi indietro, o per pensare al passato. Dopo i funerali solenni di Alfredo Caputo, poiché Enrico Mascilli Migliorini, oltre che dottore in giurisprudenza era anche un bravissimo giornalista, la Direzione Generale della Rai affidò a lui anche l’interim della guida della redazione. E questo andò avanti fino al giugno del 1965. Credo, però, che nessuno meglio di Mascilli Migliorini, dimostrò poi così bene nei fatti di credere profondamente nell’autonomia della redazione giornalistica, e nella differenziazione tra la direzione di sede e la redazione: Alfredo Caputo venne infatti nominato Capo servizio della sede di Via Montesanto, quindi nei fatti responsabile dei servizi giornalistici, su iniziativa e dietro proposta dello stesso Mascilli Migliorini appena quarantacinque giorni dopo l’arrivo del nuovo direttore a Cosenza. Qui, forse, tocca fare però una precisazione, altrimenti si rischia di perdere il filo della successione cronologica. Storicamente, il primo vero Capo redattore della Rai in Calabria fu, in assoluto, Franco Falvo.

Franco Falvo é l’unico dei colleghi, da me interpellati e intervistati per questo lavoro, che alla domanda: "Qual’è stata la tua esperienza professionale più bella?" non abbia risposto: "In Rai". I suoi ricordi più belli restano invece legati alla carta stampata e ad alcuni suoi servizi che, come Corrispondente dell’Agenzia ANSA fecero allora il giro del mondo. Mi dice: "Ne ricordo uno in particolare, ma che la dice lunga sul come anche allora si faceva informazione. Si trattava di un servizio dedicato alle ricerche del tesoro di Alarico sepolto, come vuole la leggenda, nell’alveo del fiume Busento che attraversa Cosenza. Protagonisti erano: un pignataro, era il classico venditore di terracotte, si chiamava Michele Belfiore, aveva un suo negozio di terraglie in Via Rivocati, ed un rabdomante pugliese, Adolfo Greco. Il pignataro sognò per alcune notti consecutive Alarico. A quanto pare il re del Goti non gli concedeva pace. L’uomo raccontò l’accaduto a degli amici che gli consigliarono di organizzare immediatamente le ricerche del famosa tesoro di Alarico. Chissà che Alarico non gli avesse anche confidato il segreto della sua vita terrena e della sua sepoltura? Capitò allora che un giorno, a Grottaglie, dove il pignataro si riforniva delle terracotte per il suo negozio, incontrò un rabdomante. Lo convinse a lasciare Grottaglie e trasferirsi in Calabria con lui per cercare il leggendario tesoro. Così fu. Il rabdomante accettò la sfida, e con il suo pendolino si trasferì sulle rive del Busento. Io diedi allora la notizia alla "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari di cui ero corrispondente. Una volta pubblicata la notizia attrasse immediatamente la curiosità di un grande fotoreporter dell’epoca. Era Federico Patellani, che allora lavorava per "Tempo Illustrato". Patellani mi telefonò, scese a Cosenza, e ne trasformò la mia notizia in un bellissimo reportage fotografico. Il titolo era "Il don Chisciotte del Busento". Per creare l’ambiente, in contrada Vadue di Carolei, Patellani volle che il rabdomante venisse fatto salire su di un cavallo bianco. Poi fece sistemare il pignataro a cavallo di un asino. Creata così la coppia degli eroi di Cervantes, don Chisciotte e Sancho Panza, il fotografo incominciò a scattare le sue prime foto. A riprendere la scena ricordo c’era anche la Rai, che per quel giorno aveva mandato sul posto il suo operatore Silvio Vuozzo. La settimana dopo in edicola "Tempo Illustrato" batté tutti gli incassi dell’anno proprio grazie a quel finto scoop. Ma non finì qui. La settimana successiva identico reportage su "Time" il settimanale più famoso e più diffuso di New York. In parole povere: ero riuscito a far parlare della mia città la stampa internazionale. Cosa che in Rai non mi riuscì invece mai". Della sua lunga permanenza in Via Montesanto Franco Falvo ricorda invece con grande trasporto "Il viaggio del Papa": "Non fu semplice per la redazione seguire giorno per giorno e ora per ora i continui spostamenti del papa polacco attraverso questa regione. Come capo della redazione temetti di non riuscire a coprire per intero quell’avvenimento. Invece alla fine tutto funzionò a dovere, e dopo qualche giorno che Karol Woityla era rientrato in San Pietro ricevetti dall’Arcivescovo di Cosenza mons. Dino Trabalzini una lunga lettera in cui, a nome della Conferenza Episcopale Italiana, mi ringraziava per l’attenzione che la Rai aveva riservato alla missione pastorale del Santo Padre". Soddisfatto fino in fondo del modo come la Rai ha operato in tutti questi anni? Franco sorride un pò, poi riacquista la sua serietà caratteriale: "Non completamente. Il progetto di regionalizzazione della Rai è ancora incompleto. Occorre a mioavviso potenziare ulteriormente gli organici. Occorre soprattutto pensare in tempo utile a realizzare anche un Tg del mattino, da mandare in onda in sede regionale alle 7,10 prima del Gr delle 7,20. Potrebbe avere grande successo di ascolto. Così come, se dipendesse da me, riaprirei la struttura di programmazione regionale. Penserei subito di mettere in piedi un programma con un titolo di questo tipo "Qui, il Sud d’Europa", e lo farei per spiegare meglio ai cittadini che cosa significa per la Calabria essere in Europa, e che cosa i calabresi possono chiedere in termini di aiuti finanziari all’Unione Europea. Manderei una troupe della televisione regionale a Bruxelles per far vedere che cosa fanno per la Calabria i nostri parlamentari europei, e quali sono gli uffici a cui un imprenditore può rivolgersi per accrescere le potenzialità della propria azienda. Uno dei ricordi più belli che mi porterò sempre dietro è legato alla mia partecipazione alla Conferenza sulla Terza Rete organizzata dal Consiglio Regionale e dalla Rai a Reggio nell’ottobre del 1981. Bene, vent’anni fa in quella occasione dissi una cosa che è ancora attuale come allora: "Il Tg regionale, se ulteriormente potenziato, potrà davvero svolgere un ruolo di primo piano nell’informazione complessiva di questa realtà territoriale, assolvendo ad una funzione insostituibile nel solco di una tradizione a sostegno della libertà e della democrazia: una funzione cioè destinata all’approfondimento delle mille problematiche locali. E quindi all’arricchimento del dibattito politico e culturale. Senza questa ricerca dell’approfondimento nulla sarà possibile, ed ogni sforzo in questa direzione risulterà inutile. Al nuovo Capo redattore Gregorio Corigliano e al nuovo direttore Basilio Bianchini vorrei affidare quello che è stato l’insegnamento manzoniano che un giorno mi affidò il mio maestro don Luigi Nicoletti. Nella prefazione al suo libro "I personaggi dei Promessi Sposi" quel sacerdote così libero e coraggioso evidenziava la vera concezione cristiana della vita. Serve essere buoni e ad aver fiducia nella provvidenza e nel trionfo immancabile della verità e del bene. Bisogna persuadersi che il male, anche quando pare che trionfi, non reca mai utilità a nessuno, ma produce solo effimere gioie, amare, e insopportabili rimorsi. L’umiltà e la pazienza non sono virtù meschine di spiriti imbecilli, ma virtù nobilissime e mirabilmente fecondi di anime forti e gentili".

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Prima di Franco Falvo nessun altro giornalista della sede calabrese era mai riuscito ad ottenere dall’Azienda la qualifica piena di Capo della redazione. Nell’elenco dei Capi redattori che troverete in fondo a questo capitolo ho volutamente inserito, però, tutti coloro i quali ressero nei fatti la vita della redazione di Via Montesanto. Troverete, dunque, sia Alfredo Caputo, sia Antonio Talamo, sia infine Gegè Greco. Pur essendo stati nei fatti tutti e tre, e in tre diverse fasi della vita calabrese, gli unici e veri responsabili dell’informazione Rai in Calabria, formalmente e amministrativamente l’Azienda li ha sempre, invece, trattati e considerati fino all’ultimo giorno della loro permanenza in Via Montesanto dei semplici capi servizio. Al massimo, con le funzioni di Vice Capo redattore. Avevano cioé il grado immediatamente inferiore a quello di Capo redattore. Alla base di questa scelta c’era allora una motivazione di fondo, che pareva abbastanza plausibile: fino al 1979, data di avvio del primo Tg regionale della Calabria, non essendoci, infatti, in Via Montesanto, un corpo redazionale numericamente degno di tale nome, la nomina di un Capo redattore sarebbe risultata davvero superflua. Soprattutto dispendiosa, -si disse subito- per un’azienda che era ancora così giovane, e che stava crescendo anche in periferia. Ecco perchè, una volta morto Alfredo Caputo, l’Azienda affidò la responsabilità dei servizi giornalistici (che nella sostanza aveva sempre avuto lo stesso don Alfredo) al direttore di sede Enrico Mascilli Migliorini: perchè in quella fase in cui in redazione c’erano al massimo tre persone il direttore bastava da solo a badare, e alla redazione, e al resto della sede. Ma sarà la stessa cosa qualche anno più tardi. Quando cioè Antonio Talamo, allora responsabile dei servizi giornalisti (ma con il grado di Capo servizio), sarà trasferito alla sede Rai di Napoli, e dove diventerà uno dei punti di riferimento della Prima Rete della Radio ("Qui parla il Sud", Gr1), nei fatti il Capo della redazione diventerà Gegè Greco. Tutto questo, ripeto, anche se amministrativamente il buon Gegè manterrà fino alla fine il grado immediatamente inferiore a quello di Capo redattore. Puri formalismi di poco conto, perché mai come in questo mio mondo la sostanza delle cose è data soltanto dai fatti.

Ma torniamo al giugno del 1965. È l’anno in cui il giovane Enrico Mascilli Migliorini venne trasferito definitivamente a Napoli e lasciò la Calabria per sempre. A sostituirlo alla guida della sede, come nuovo Direttore di sede, arrivò intanto da Napoli un tecnico di primissimo ordine. Era l’ingegnere Alberto Minicucci. A lui toccò il compito forse più arduo di quel periodo. Sotto la sua direzione avvenne infatti la vera trasformazione tecnologica della Sede e la modernizzazione degli impianti che allora collegavano la struttura di Via Montesanto al resto della Regione e ai principali punti di riversamento nazionali. Presentandolo al personale appositamente riunito nel vecchio auditorium di Via Montesanto Enrico Mascilli Migliorini ne decantò le doti professionali e l’impegno con cui Alberto Minicucci aveva sempre risposto ai desideri di Mamma Rai: "Ho il piacere oggi di presentarmi il vostro nuovo direttore. Ma questa è anche l’occasione più adatta per ricordarvi che fino a pochi anni fa l’Italia si fermava oltre il Pollino. La Rai ha invece permesso agli italiani di conoscere non solo le bellezze naturali di questa terra, ma soprattutto l’animo dei calabresi. Sinceri, leali. Leali nelle amicizie così come nelle inimicizie. In questi lunghi anni di lavoro in Calabria ho dovuto sempre frenare, mai spronare. Io vi lascio, ma al mio posto arriva un altro calabrese. E’ l’ingegner Alberto Minicucci, un uomo di grande esperienza, che ha già venticinque anni di Rai. E’ reggino anche lui, suo padre era di Melito, è morto due anni fa: vedrete, farà di questa sede quello che non sono riuscito a fare io. Ma negli anni che verranno, sono certo, la prima pagina che mi riguarda sarà proprio quella che ho vissuto e condiviso con voi qui a Cosenza".

Dopo di lui toccò ad Alberto Minicucci. Molti si aspettavano dal nuovo direttore di sede un discorso politico, magari lungo e complesso, ma ne restarono delusi. Il nuovo responsabile disse soltanto poche cose, poche parole: "Ho accettato questo incarico perché per me è un ritorno dove hanno avuto i natali i miei genitori. Cosenza rappresenta un nucleo importante di quest’azienda. Lo è sia per la vastità del territorio calabrese, sia per gli impianti che ci toccherà gestire. Sono qui per dirvi che avete tra di voi dei quadri competentissimi nei vari settori. Questo agevolerà molto il mio lavoro. Ora vi dico un’ultima cosa: sono pronto a ricevere tutti voi, per qualunque cosa, ed in qualunque momento. Grazie ancora". Dopo di lui prese la parola Franco Cipriani, che dedicò gran parte del suo intervento alla figura dell’avvocato Enrico Mascilli Migliorini: "Caro Enrico ti porto il saluto della mia provincia reggina: una bimba che hai condotto per mano. Oggi l’Azienda ti destina ad altra sede. Penseremo a te con gioia. Sette anni insieme sono stati sette anni di straordinaria collaborazione. Credo che oggi qui siano state dimenticate due cose. La prima: per primo tu hai risolto un problema calabrese, e lo hai fatto senza sollevare ribellioni, reazioni o sollecitazioni. La seconda: hai saputo amalgamare la stampa regionale. Hai saputo soprattutto unire l’animo dei calabresi, allorquando questa sede venne assegnata a Cosenza. Forse è ormai un problema regionale superato. Il merito ti appartiene, perché tu hai saputo dare a tutti gli ambienti della regione la sensazione che il "caso-Rai" era stato così risolto nell’interesse della Calabria. Ma prima di salutarti devo aggiungere che sei stato attivo nel momento in cui la nazione ha avuto bisogno. Alludo agli appelli nelle pubbliche calamità. Ricordo lo spirito di sollecitazione che hai sempre avuto per le popolazioni afflitte e danneggiate. A te oggi porto anche il saluto ufficiale dei colleghi reggini". Toccò invece a Emanuele Giacoia consegnare a Mascilli Migliorini una pergamena in ricordo di questi "Sette straordinari anni di impegno comune". Sulla pergamena i colleghi della Rai avevano voluto un titolo, e avevano fatto scrivere "Rumori di carta".

"Il 1961-ricorda oggi il professore Enrico Mascilli Migliorini- fu un anno indimenticabile per tutti. Solo in Calabria inaugurammo ben 13 ripetitori televisivi. Allora il secondo programma non lo vedeva quasi nessuno. Quei nuovi ripetitori permisero invece a migliaia e migliaia di calabresi di poterlo finalmente ricevere. Ricordo le difficoltà che incontrammo nel sistemare il traliccio a Longobucco. Per ricevere bene il segnale il traliccio dovette essere piegato, lo progettammo arquato verso il basso. Nessuno di noi avrebbe mai creduto che, alla fine, avrebbe invece funzionato benissimo. In quello stesso anno aprimmo anche il Centro di Vibo Valentia. Ci consentì di ampliare ulteriormente la fascia di ricezione del secondo programma della Tv. Fu il primo Centro automatizzato della regione. Poi c’erano anche quelli di Roseto, Montescuro e Gambarie. Ricordo che le condizioni di vita, nei primi anni soprattutto, a Montescuro erano davvero insopportabili. Con l’arrivo dell’inverno e delle prime nevi si rischiava di dover stare isolati all’interno del centro per mesi e mesi. Ricordo che il capo del centro, Luigi Franchini, ci viveva con la moglie. Erano entrambi originari di Castelletto Ticino, e per permettere alla propria bambina, che aveva sette anni, di frequentare regolarmente le scuole l’avevano lasciata con i nonni nel loro paese d’origine. Loro erano invece scesi in Calabria. Quando mi resi conto di come trascorrevano la lunga stagione invernale mi ripromisi di trascorrere ogni Capo d’anno con loro e lo avrei fatto, mi dissi, per tutto il tempo che sarei rimasto alla guida della sede Rai di Cosenza. Così feci, ogni anno. Il 31 dicembre lasciavo mia moglie e i miei figli a Napoli e tornavo a Cosenza. Dalla stazione di Paola il buon Luigi Musacco mi portava in montagna per il la cena e il brindisi della mezzanotte".

E se Montescuro diede al giovane direttore la possibilità per dichiarare e dimostrare così platealmente il suo amore morboso per l’Azienda per cui lavorava, Gambarie invece non mancò di riservargli qualche sorpresa, e forse anche qualche piccola amarezza iniziale: "Non fu esattamente così. La cosa ci fece sorridere anche allora. In quel periodo i giornali si occuparono infatti di un "Caso-Gambarie" per via di una interrogazione parlamentare con cui un senatore reggino, credo fosse il senatore Barbaro, chiedeva al Governo il perchè la Rai non avesse pensato di alzare ulteriormente di altri trenta metri il proprio ripetitore sulla montagna di Gambarie: se lo avesse fatto -spiegava quell’interrogazione- anche i calabresi avrebbero oggi una montagna al di sopra dei duemila metri. Quando la Direzione generale mi trasmise copia di quell’interrogazione non seppi se ridere o se preoccuparmi".

Ma ci fu un’altra occasione in cui Enrico Mascilli Migliorini venne chiamato a svolgere un ruolo molto più importante di quello che egli stesso già allora non avesse. Era il 1961. E’ l’anno in cui Fanfani, allora Presidente del Consiglio, venne in Calabria. Prefetto di Cosenza era il dr.Pensiero Macciotta. Come sempre accadeva la visita del Presidente era stata preannunciata con largo anticipo, e la Rai come sempre aveva l’ingrato compito di dover coprire per il Tg nazionale tutti gli avvenimenti più importanti in programma. In parole più semplici, la sola parola che in queste circostanze usano i cronisti è: "Correre!". Il professore Enrico Mascilli Migliorini, di quell’occasione, ricorda oggi anche i dettagli apparentemente più insignificanti: "Da Roma, al seguito di Fanfani, arrivarono gli inviati del telegiornale nazionale Giorgio Vecchietti e Piergiorgio Branzi. La visita di Fanfani incominciò a Scalea e si concluse a Paola. Per garantire che i servizi dei due inviati potessero andare in onda da Napoli, nel corso del Tg delle 20, da Roma era stato predisposto che il viaggio di ritorno, da Paola a Napoli, i due giornalisti della Rai avessero dovuto farlo sul treno presidenziale che avrebbe riportato Fanfani al Qurinale. E fin qui tutto regolare. Salvo però a non mettere in conto anche gli imprevisti. Un minuto prima che il treno presidenziale ripartisse dalla Calabria per Roma mancava ancora all’appello Piergiorgio Branzi. Cosa fare? Da Roma mi tempestarono di telefonate. Leone Piccioni, il direttore del telegiornale, non voleva sentire ragioni. Voleva la garanzia assoluta che i servizi dei suoi due inviati arrivassero in tempo utile per la messa in onda. Ma Piergiorgio Branzi arrivò in stazione a Paola quando il treno era già partito. Rischiavamo di far saltare la copertura di quell’avvenimento. Ne parlammo a lungo con il prefetto Macciotta. Alla fine lui mi disse: "Tu metti a disposizione la tua macchina e io ti assicuro l’aiuto della Polizia Stradale". Così facemmo. Caricammo Branzi sulla mia automobile, dissi a Luigi Musacco che era necessario correre, e che bisognava arrivare a Napoli prima delle 20. Il prefetto disse la stessa cosa alla staffetta della Polizia della Strada. Branzi partì e per fortuna arrivò a Napoli ancor prima dell’arrivo del treno presidenziale. E’ inutile dire che il Tg della sera ebbe tutto il tempo per dare ampio spazio a quella visita, ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa realmente era successo quel giorno e in quelle ore". Ma c’è un altro particolare legato a quella visita di Fanfani che Enrico Mascilli Migliorini ricorda ancora con estrema lucidità. Avete mai sentito parlare delle "Vacche di Fanfani?". Procediamo con ordine. "Per l’arrivo in Calabria del Presidente del Consiglio i vertici dell’Esac, l’Ente di Sviluppo Agricolo Calabrese, d’accordo con il Capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi, aveva stabilito che Fanfani avrebbe anche fatto visita a due stalle-modello. La prima a Crotone, la seconda a Sibari. Due giorni prima dell’arrivo di Fanfani mi chiamò il prefetto Macciotta e mi disse: "Non so come fare. Ma le vacche che erano state promesse a Sibari non sono arrivate. E’ appena arrivato un telegramma da Roma". Ricordo che al prefetto risposi così: "Attaccate il telegramma davanti alla stalla di Sibari, e fatelo leggere al Presidente". Ma a quanto pare i vertici dell’Esac, all’ultimo momento, decisero in maniera completamente diversa. Approfittarono cioè della notte per trasferire le vacche che Fanfani aveva trovato nelle stalle di Crotone in quelle di Sibari. Naturalmente nessuno, sul momento, si accorse di nulla. Pochi giorni dopo, invece, questa storia fece il giro del mondo. A denunciare l’imbroglio che era stato fatto ai danni del seguito presidenziale, ma anche dello stesso Capo del Governo, era stato un giovane esponente politico, Salvatore Frasca, allora segretario della federazione provinciale del PSI a Cosenza. Lo aveva fatto pubblicamente nel corso di un consiglio comunale del suo paese natale, Cassano allo Jonio. Da qui poi la notizia delle "vacche di Fanfani" venne ripresa dai più autorevoli quotidiani del mondo".

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Ma ritorniamo in Via Montesanto. Mentre Enrico Mascilli Migliorini rimase alla guida della Sede calabrese sette anni pieni, l’ingegnere Minicucci lasciò invece il suo incarico dopo soli due anni di permanenza in Calabria. Al suo posto venne immediatamente nominato il dottor Alessandro Passino. Sandro Passino, tutti lo chiamano ancora così, era un gran signore d’altri tempi. In Rai da tantissimi anni proveniva dal settore Propaganda e Sviluppo. Con lui la sede compì un altro grande salto di qualità. Furono anni di grande testimonianza e impegno professionale. Con lui Direttore di sede, nel 1979, partì ufficialmente la Terza Rete TV. Fu l’inizio di un’avventura straordinaria, che oggi compie i suoi primi ventun’anni di vita, e che in Calabria (checchè ne dicano gli avversari della modernità) ha segnato l’inizio di una nuova rivoluzione culturale. La nascita della Terza Rete TV comportò l’assunzione di nuovi giornalisti. La stessa redazione giornalistica di Via Montesanto assunse le fattezze e le caratteristiche di un vero e proprio giornale, alla cui guida venne chiamato l’avvocato cosentino Franco Falvo. Falvo era un uomo di un garbo estremo e di una educazione senza paragoni. Come Capo redattore molti lo ricordano ancora "apparentemente" debole. La verità era diversa. Franco era soltanto eccessivamente disponibile con tutti. Era, soprattutto, profondamente rispettoso del lavoro degli altri. Rispettoso anche della vita personale di tutti i suoi compagni di viaggio. A volte, però, l’eccessiva educazione viene interpretata come mancanza di autorevolezza professionale. Così, forse, è stato con lui. Ma questo avviene non solo in Rai.

Torniamo per un attimo indietro nel tempo. C’è una fase della vita della sede calabrese della Rai che molto probabilmente solo pochissimi conoscono bene e fino in fondo, ma che storicamente ha rappresentato uno dei momenti più esaltanti e più importanti del giornalismo calabrese. Lo fu soprattutto per chi allora faceva, o si avviava a fare, il cronista in Calabria. Erano gli anni in cui in Calabria non esisteva una vera e propria redazione giornalistica della Rai. Tanto per intenderci, erano gli anni immediatamente successivi alla gestione di Alfredo Caputo. La redazione a quel tempo, siamo a metà degli anni sessanta, 1962/1968, era solo un punto di riferimento geografico per la grande Rai. Il Tg nazionale allora era ancora "unico", c’era una sola edizione, quella delle venti della sera, e la sede di Via Montesanto era una soltanto sorta di ufficio di corrispondenza.

Bene, questa fase così particolare della redazione di Via Montesanto vedrà due personaggi emblematici del giornalismo calabrese emergere ai livelli nazionali. Una prima fase sarà quella guidata dal giornalista Antonio Talamo, ed una seconda fase quella guidata invece dal giornalista Gegè Greco. Partirò da quest’ultimo. Gegè Greco veniva da Catanzaro dove, insieme a suo fratello Libero Greco, aveva creato in quegli anni una vera e propria scuola di giornalismo. Erano gli anni in cui il quotidiano romano di Renato Angiolillo, "Il Tempo", usciva ogni giorno con le sue pagine regionali, e che in Calabria aveva tre diverse redazioni. A Cosenza c’èra come responsabile Franco Scervini, a Reggio Calabria Antonio Latella, e a Catanzaro proprio i due fratelli Libero e Gegè Greco. Gegè, che per anni a Catanzaro, come corrispondente, sarà per la Rai il solo punto di riferimento credibile e attendibile dell’azienda, venne poi assunto in Via Montesanto con il grado di Capo servizio. Pura formalità ve lo dicevo prima. Essendo infatti lui, in quel periodo, il più alto in grado del nucleo redazionale di Via Montesanto, dal primo novembre del 1968 diventò di fatto il vero Capo Redattore della Rai in Calabria. Per lui era stato "il riconoscimento professionale più bello della sua vita" -me lo diceva continuamente-, anche se per tutti i colleghi e gli amici che gli furono più vicini, non perdonò mai a se stesso la scelta di lasciare definitivamente Catanzaro per venire a vivere a Cosenza. Di lui si racconta un aneddoto che dà per intero l’idea del personaggio. Da Catanzaro Gegè si era trasferito a Cosenza ed era andato ad abitare in via Tommaso Arnone, in una grande casa vicino all’Acquedotto dell’Abbatemarco. A qualunque ora lo chiamassero, sia di giorno che di notte, rifiutava sempre che qualcuno lo andasse a prendere a casa in macchina. Lui a quei tempi non guidava, non aveva neanche una macchina sua, un autista gli sarebbe stato quindi più che indispensabile. Ma aveva sempre il timore di disturbare gli altri. E faceva di tutto perché il suo ruolo di capo della redazione giornalistica non pesasse su nessuno. Accadeva dunque che anche all’una di notte scendesse a piedi da casa sua in Via Montesanto, e da qui organizzasse le partenze improvvise delle "sue troupes". Tutti i vecchi colleghi ricordano Gegè Greco ancora con grandissimo affetto. A volte basta poco per capire quanto ognuno di noi sia entrato nella vita degli altri: bene, la vita del vecchio Gegè era la vita stessa di tutti i suoi uomini. Quando io arrivai in Rai lui era appena andato in pensione, credo che lo fosse da qualche giorno soltanto, ma per mesi e mesi ricordo continuò ad occupare il suo posto, nella stanza ultima a sinistra in fondo al corridoio. Quella che poi verrà occupata negli anni successivi da Vincenzo D’Atri e da Gregorio Corigliano. Gegè, ricordo, continuava a venire da noi a leggersi i giornali. Era diventato quasi un rito, a cui dedicava almeno un’intera ora della sua mattinata. Poi ci portava tutti giù al bar, dal vecchio Bastone, per il tradizionale caffè. Il giornalismo calabrese ha avuto pochi veri momenti di dibattito culturale, e forse nessuna scuola che sia degna di tale nome: i fratelli Greco a Catanzaro avevano invece creato una vera e propria scuola di comunicazione di massa, ed avevano avviato un dibattito che avrebbe poi permesso alla nostra corporazione di crescere. Ho avuto il grande privilegio personale di conoscere bene il vecchio Gegè, un pò meno suo fratello Libero, ma c’è una cosa che porterò sempre nel mio ricordo e che è legata ai miei incontri quotidiani con lui: "Pino, stai attento -mi ripeteva continuamente-, il segreto per fare bene questo nostro mestiere è uno soltanto, non bisogna mai restarne coinvolti. Non bisogna mai illudersi, mai montarsi la testa. Questo è un mestiere rischioso, perché rischia di ubriarcarti, e guai quando un giornalista immagina di essere il padrone del mondo. Quello, invece, è il momento in cui ha chiuso per sempre con il mestiere. E se vuoi restare libero fino alla fine del tuo mandato, ascoltami: evita di frequentare i troppi salotti di queste nostre città, correresti il rischio di non sapere o, peggio ancora, di non poter più dire di no a qualcuno".

Nessuno meglio di Enrico Mascilli Migliorini lo conosceva così profondamente bene. E forse nessuno meglio di lui gli volle così tanto bene. Nella sua vita ci fu anche un momento in cui i vertici di Viale Mazzini avrebbero voluto licenziarlo, ma Mascilli Migliorini lo difese con i denti: "Era il 13 luglio 1961. Lo ricordo bene perché era il giorno del mio onomastico. Da Roma mi chiamò il Direttore Generale Ettore Bernabei. Mi convocò immediatamente nel suo studio. Il giorno dopo ero da lui. Mi fece sedere davanti alla sua scrivania, poi mi disse: "Da te lavora Gegè Greco. Lo devo licenziare, perché il suo compito di capo dei servizi giornalisti in Calabria è incompatibile con quello che lui fa al "Tempo". Gegè a quei tempi oltre che essere il Capo della redazione Rai di Cosenza scriveva anche per il quodiano romano fondato da Renato Angiolillo. Sul "Tempo" aveva una rubrica tutta sua, che gli dava anche grande prestigio nazionale. Si chiamava "Bonzi, sottobonzi, e caporali". Bene, in quella rubrica Gegè teneva una sorta di borsino politico, oggi diremmo che si occupava delle "quototazioni politiche" del tempo. Scriveva insomma delle fortune, o delle sfortune, dei notabili di allora. Ricordo che era letteralmente inseguito dai potenti democristiani dell’epoca: ognuno sperava di entrare nelle classifiche che ogni settimana Gegè firmava sul giornale romano. Tutto filò liscio per diverso tempo, fino a quando uno dei notabili democristiani, trattati forse male da Gegè non raccolse tutti i suoi articoli e li fece avere a Fanfani. Fanfani chiamò Bernabei che allora era uno dei suoi uomini di fiducia e gli pose brutalmente il problema della incompatibilità. Bernabei dunque chiamò me e mi disse: "Licenziamo Gegè Greco". Io restai di stucco. Ricordo che a Bernabei dissi soltanto: "Direttore, non c’è tempo oggi perché io possa spiegarle cos’è Gegè Greco in Calabria. La prego, mi dia altre 24 ore. Poi decideremo cosa fare". Uscii dalla stanza di Bernabei e chiamai al telefono Aldo Ferrara che allora era il Presidente della Provincia. Gli dissi che avevo uergenza di parlargli. Mi rispose: "Io ti aspetto". E aggiunse: "Anche se arrivi da Roma a mezzanotte vieni direttamente a casa mia". Presi il primo rapido possibile. A Lametia trovai Luigi Musacco, il mio autista, che mi portò di corsa a casa Ferrara. Arrivai a Catanzaro dopo mezzanotte, ma Aldo era rimasto in piedi ad aspettarmi. "Che c’è di tanto grave?". Gli dissi: "Devo licenziare Gegè Greco", e gli raccontai tutto il resto. Ferrara non profferì parola. Prese il telefono e chiamò direttamente Amintore Fanfani. Gli spiegò che licenziare Gegè Greco sarebbe stato come uccidere il miglior cronista del Sud, il più onesto, il migliore. L’indomani mattina mi chiamò di nuovo Bernabei per dirmi che ci aveva ripensato: "Dimentica il "caso-Gegè Greco". Fu una fase della mia permanenza a Cosenza davvero indimenticabile, ma Gegè era una mia creatura: quando morì Alfredo Caputo fui io a volere che da Catanzaro venisse a Cosenza. Lo ritenevo un giornalista completo, maturo per quel ruolo. Feci così nominare Ninì Talamo capo servizio, e assunsi Gegè come redattore ordinario. E’ sostanzialmente quello che avevo fatto anni prima con lo stesso Talamo. Ninì per diversi anni era stato un nostro collaboratore da Reggio. Era assai bravo, sempre molto preciso. Ricordo, ci mandava i nastrini registrati con una serietà davvero unica. Una volta a Cosenza decisi di assumerlo".

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La prima fase della nuova Rai in Calabria, vi dicevo, quella che va dal 1963 al 1968, fu legata invece alla storia personale e professionale di Antonio Talamo. Per diversi anni corrispondente da Reggio Calabria, Antonio Talamo venne chiamato in Rai agli inizi degli anni ‘60 e venne subito nominato Capo Servizio a Cosenza. Pura formalità anche nel suo caso. Anche lui, infatti, come lo sarà dopo di lui per Gegè Greco, diventa nei fatti il Capo della Redazione calabrese. Furono, anche quelli, anni esaltanti sul piano della produzione televisiva. La Calabria finì per la prima volta sugli schermi televisivi di tutta Italia. E non solo per la cronaca nera. Antonio Talamo aveva il gusto per la cronaca bianca, per il colore, per gli approfondimenti, per le inchieste, e con il suo carisma professionale riuscì ad imporre ai direttori che nel tempo si successero alla guida dei Tg nazionali le sue scelte. Ne venne fuori una Calabria affascinante, ricca di tradizioni secolari, carica di colori e di suggestioni. Erano i colori delle processioni, che si svolgevano durante l’anno anche nei paesi più sperduti della regione, erano i colori dei campi di grano, delle trebbie, delle mietiture, delle vendemmie, di una Calabria che Antonio Talamo raccontò con la dolcezza del poeta.

Ma il tempo passa per tutti, e la vita della sede della Rai calabrese si scioglie come neve al sole. Franco Falvo va in pensione e nel luglio del 1986 lascia il suo posto ad Emanuele Giacoia. Sarà probabilmente un giudizio di parte, e di questo mi scuso, ma credo di poter dire che Emanuele passerà alla storia della Rai come uno degli uomini-mito del giornalismo radiotelevisivo calabrese. Ancora oggi, nonostante lui sia già fuori dalla Rai da tanti anni, la gente che m’incontra mi chiede "Come sta ?", "Dov’è finito?", "Perché non lo si vede più al telegiornale?". E’ il segno palpabile dell’amore che la gente aveva e ha ancora per lui. Un uomo affabile, un giornalista attento e rispettoso della notizia, ma anche un professionista rispettoso dei sentimenti e dell’umanità della gente che ha incontrato nella sua vita. Così lo si vedeva in televisione, ma così era nella vita di ogni giorno. Mai, come nel suo caso personale, la televisione è stata così sincera e veritiera. Ma torniamo in Via Montesanto. Il prossimo cambio della guardia avvenne qualche anno più tardi, settembre 1990. Ad Emanuele Giacoia, chiamato intanto ad un incarico più prestigioso nella sua nuova veste di Assistente del Direttore Generale Biagio Agnes, subentrò un altro cronista di razza. Si trattava di Franco Martelli, per tantissimi anni straordinario ed efficacissimo inviato speciale de "L’Unità", autore di un coraggiosissimo libro-inchiesta sulla mafia, "La Guerra di Mafia, 1000 morti in 10 anni" edito con successo da Editori Riuniti. Franco Martelli rimase ai vertici della redazione per oltre sette anni, fino al dicembre del 1997, un tempo record per le abitudini aziendali. Enzo Arcuri venne contemporaneamente nominato nuovo Direttore di Sede, al posto di Alessandro Passino, finito nel frattempo in pensione. Dopo Enzo Arcuri fu la volta di Paolo Lo Zupone, ma la sua direzione durò più o meno un anno solare, il tempo sufficiente perché la Direzione Generale decidesse di riaffidare l’incarico di Direttore di Sede a Enzo Arcuri. Ma torniamo ancora indietro per un attimo. C’è una fase molto delicata della vita della redazione, anche molto turbolenta sotto il profilo sindacale, a cui ho già accennato e che vale la pena di non dimenticare. Il 21 luglio 1985 in redazione accadde quello che nessuno di noi avrebbe mai immaginato fosse possibile. Tra il mandato di Franco Falvo e quello successivo di Emanuele Giacoia ci fu una sorta di "interregno", chiamiamola pure una "pausa di riflessione", durante la quale la guida dei servizi giornalistici venne affidata dalla Direzione Generale ad un giornalista esterno alla Calabria. Si trattava di Cesare Viazzi. Anche lui professionista di primissimo livello, genovese puro, un’intera vita vissuta nelle redazioni centrali di Via Teulada e Via del Babbuino a Roma, Cesare rimase in Via Montesanto soltanto poco più di sette mesi. Ufficialmente arrivò in Calabria per sostituire Franco Falvo, costretto dall’Azienda ad un lungo e forzato periodo di ferie mai consumate. Sette mesi dopo Franco Falvo tornò al comando della sua vecchia vaporiera, ma ci rimase appena il tempo necessario per riordinare le sue carte ed assumere un incarico ancora più prestigioso del primo. Ricordo, questo fu il risultato anche di una complessa vertenza giudiziaria risoltasi felicemente per lui. Diventò così, almeno sulla carta, Assistente del potentissimo Direttore Generale Biagio Agnes. Dico, "sulla carta", perché conoscendo i problemi personali di Ciccio Falvo (in redazione tutti lo chiamavamo così), ognuno di noi sapeva bene che mai e poi mai lui avrebbe preso un treno per trasferirsi a Roma, così legato come era alla sua famigliola, e soprattutto ai suoi vecchi genitori che ogni giorno correva a salutare e ad accudire nella loro casa di Corso Mazzini. E così fu. Al suo posto, dunque, venne subito dopo nominato Emanuele Giacoia.

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Giacoia Capo redattore, l’incarico di Vice Capo redattore Vicario venne invece assegnato a Franco Martelli. Martelli era quello che in gergo giornalistico chiamiamo il classico "culo di pietra". Era per eccellenza l’uomo-macchina della redazione. Franco aveva il carisma del grande inviato speciale, era navigatissimo conoscitore della realtà calabrese, influente esponente comunista, e grande esperto di analisi politico-sindacali. Tutto questo naturalmente dava ad ognuno di noi in redazione la tranquillità indispensabile per fare questo mestiere nel migliore dei modi. E siamo ai giorni nostri. Nel 1997 andò in pensione anche Enzo Arcuri. Alla guida della sede venne nominato, ma solo temporaneamente, uno degli uomini-managers di Viale Mazzini, il dottor Vincenzo Viggiani. Anche la sua sarà comunque in Calabria una presenza assai virtuale per via del suo doppio incarico. In quegli anni Viggiani era direttore della sede Rai della Calabria, ma contemporaneamente era anche uno dei responsabili del Coordinamento Nazionale delle Sedi regionali, incarico questo che gli era stato affidato dalla Direzione Generale e che Enzo Viggiani divideva con il suo capo Bruno D’Aste. Tradotto in soldoni tutto questo significava: un giorno alla settimana a Cosenza, il resto in giro per l’Italia. Ma questo bastò per ridare alla sede calabrese una serenità sindacale perduta sulla via degli anni, giustamente o ingiustamente è un giudizio che non spetta a me dare. Quella che a molti, però, era sembrata allora una delle vertenze sindacali più complesse e più rigide delle sedi regionali italiane della Rai, con ripercussioni anche pesanti e violente sui giornali, Enzo Viggiani riuscì invece a risolverla nel migliore dei modi, senza colpo ferire, ripristinando a Cosenza una nuova agibilità sindacale. Un successo che i vertici di Viale Mazzini dimostrarono di apprezzare molto. Dopo l’esperienza di Cosenza, e prima di lasciare definitivamente il suo studio in Via del Babbuino per andare in pensione, Enzo Viggiani verrà infatti nominato dal Direttore Generale della Rai Pier Luigi Celli ai vertici di una delle sette nuove divisioni aziendali, quella che si occupava di Isoradio e della pubblicità. Al suo posto in Calabria venne nominato il dottor Basilio Bianchini, un uomo fortemente legato alla vita e alla storia della Grande Rai romana, una sorta di self-made-man, entrato giovanissimo in Rai alla fine del 1969 come tecnico di radiofonia, e diventato oggi il numero uno della sede Rai calabrese, dopo una carriera interamente spesa al servizio di quest’azienda. Forse è ancora prematuro esprimere giudizi su quello che alla fine Basilio Bianchini avrà saputo fare per questa nostra sede calabrese, ma sul piano personale di lui si può dire che sin dal suo arrivo, nei suoi rapporti professionali e privati con tutti i dipendenti di Viale Marconi, ha dimostrato di essere un grande galantuomo. Uomo preciso, professionista impeccabile, pieno di garbo e di stile, con una caratteristica tutta sua, legata alla grande modestia con cui si è sempre presentato un pubblico. I primi mesi, subito dopo il suo arrivo, in azienda si pensava che fosse "di passaggio", insomma uno che era venuto in Calabria per restarci appena qualche mese e poi ripartire per Roma. Niente di più errato. Per quasi due anni l’ho visto trottare da una parte all’altra della regione, ha riportato i pullman della radio nei maggiori teatri calabresi, alla ricerca di contatti importanti per il futuro di questa sede, ha chiesto appuntamenti ai sindaci dei maggiori comuni calabresi, ai Presidenti delle cinque provincie, ai vari politici regionali, ha bussato dovunque ci fosse qualcuno disposto a discutere di problemi legati alla Rai, ad ognuno di questi signori è andato a spiegare che la Rai per sopravvivere ai tempi che verranno ha bisogno di nuovi rapporti commerciali, di finanziamenti pubblici che assicurino lunga vita alla nostra sede, e che in cambio diano alla vita delle istituzioni regionali prodotti innovativi e di assoluta qualità. In parole più semplici: speciali televisivi e radiofonici in grado di raccontare al meglio la vita di questa regione. Ebbene, Basilio Bianchini per primo ha trovato il modo di intessere un rapporto di consulenza con il vecchio Giacomo Mancini, assicurando al sindaco della città di Cosenza in cambio di ospitalità nel foyeur del teatro la messa in onda ed in rete delle più importanti opere liriche in cartellone al Teatro di Tradizione Alfonso Rendano. Molti in Calabria ancora si chiedono come abbia fatto e come sia riuscito a convincere il vecchio leone socialista della bontà dell’offerta Rai. Ho provato a chiederglielo anch’io, ma l’unica risposta che ricordo è il sorriso disarmante con cui ti guarda. Forse lo fa per farti capire che ci sono cose che un Direttore di Sede non potrà mai raccontare a nessuno. Ma su questo ho una mia idea del tutto personale, che azzardo qui con il rischio anche di sbagliare: credo che Giacomo Mancini abbia trovato in Basilio Bianchini il suo stesso carattere, passionale, forte, e forse anche la medesima voglia di fare nel rapporto con gli altri, e questo è già un elemento sufficiente per spiegare e comprendere questo rapporto tra due personaggi così diversi e anche così ideologicamente lontani tra di loro per cultura politica e per formazione. Ma c’è di più, nel marzo del 1999 Basilio Bianchini riesce a convincere i vertici dell’Associazione Musicale Collice di Cosenza (ricordo, venne a trovarlo per questo Sandro Speradio) a cedere alla Rai in maniera del tutto gratuita i diritti d’autore per l’unico concerto di Josè Carreras in Italia in quel momento. Il concerto del grande tenore spagnolo si tenne al Teatro Rendano la sera del 27 maggio di quello stesso anno. Non c’è che dire, sarebbe stato un bel colpo davvero se alla fine della trattativa, da Roma, non avessero comunicato a Basilio Bianchini che il contratto non si poteva fare per problemi legati esclusivamente ai diritti d’autore dello stesso Josè Carreras. Prima di lasciare la Calabria per ritornare a Roma -mi disse un giorno- vorrei poter firmare alcune convenzioni con i vertici istituzionali di questa regione: "Mi piacerebbe poter vedere realizzati degli speciali, dei lungometraggi sul mondo dell’emigrazione calabrese, mi piacerebbe poter fare ascoltare i nostri Gr, via Internet, in ogni parte del mondo. Vorrei poter lasciare così un segno tangibile della mia permanenza tra di voi. Non so se ci riuscirò, so però che il mio impegno su questo fronte sarà forte e determinato".

Ma torniamo per un momento in redazione. Nel frattempo andò in pensione anche Franco Martelli. Era il 1997. Al suo posto venne nominato nuovo Capo Redattore Domenico Nunnari. Una storia tutta in salita anche la sua. Per lunghissimi anni fu l’inviato speciale di punta della sede calabrese, ideatore di svariati programmi e rubriche televisive, autore di un libro scritto a quattro mai con mons.Giuseppe Agostino e il Cardinale Carlo Maria Martini, sul difficile rapporto tra le due anime del Paese. Il titolo, "Nord e Sud", aveva anche un sottotitolo che era "L’Italia da riconciliare", un volume che per la verità non mancò di aprire in sede nazionale un dibattito, tra i più interessanti di quel momento, sull’eterna e storica separazione tra le aree più forti del Paese e le aree più deboli. Nunnari, ricordo, scrisse quel libro tra una parentesi e l’altra del suo lavoro di Vice caporedattore, e quando gli chiesi il perchè avesse scelto un tema così scottante con cui confrontarsi mi spiegò quello che poi avrebbe tradotto in scrittura: "L’idea di un approfondimento, contemporaneo, riattualizzato, sul confronto Nord-Sud, nasce in me, giornalista di questa terra, dalla constatazione che nell’epoca del villaggio globale e delle grandi comunicazioni, l’Italia si scopre sempre di più come un paese disunito e lacerato, nel quale cresce l’intolleranza e viene meno il sentirsi nazione tutti insieme. Al Nord come al Sud. Bisogna quindi contribuire non ad alimentare le divisioni e le polemiche, bensì a creare una cordata di solidarietà e concordia che dovrà servire a non smarrire la speranza e a rompere quel cerchio del peccato dentro il quale sono racchiusi mafia, clientelismo, egoismo e corruzione, che sono i mali che corrodono il tessuto sano del Paese. Per scrivere questo libro ho interrogato due uomini della Chiesa italiana che vivono realtà diverse ma emblematiche della crisi dell’uomo, il cardinale Carlo Maria Martini, piemontese, gesuita, capo di una delle diocesi più grandi e complesse del mondo, e l’Arcivescovo di Crotone e Santa Severina, Giuseppe Agostino, nato a Reggio, vice presidente della Conferenza Episcopale Italiana, uno degli estensori più appassionati e tenaci del documento "Chiesa Italiana e Mezzogiorno", il primo firmato da tutto l’episcopato italiano sulla questione meridionale". Il dibattito naturalmente è ancora aperto. Mimmo Nunnari (noi lo abbiamo sempre chiamato Mimmo) rimase al suo posto esattamente fino al 22 maggio 1999, giorno in cui il direttore di testata, Ennio Chiodi, convocò ufficialmente a Roma il Comitato di Redazione e lo informò del nuovo cambio della guardia deciso alla guida della redazione. Mimmo Nunnari venne così destinato ad altro incarico, naturalmente di grande prestigio professionale, questa volta come coordinatore delle rubriche della Testata, mentre al suo posto ad assumere la funzione di Caporedattore fu quindi chiamato Vittorio Fiorito. Attenzione, non un uomo o un nome qualunque. Vittorio Fiorito era ed è uno dei giornalisti italiani che sono stati la storia stessa del sindacato Rai e dell’impegno sindacale profuso al servizio della crescita generale di questa grande azienda. E non solo questo. Vittorio Fiorito nel momento in cui venne nominato Capo della redazione calabrese era anche il Direttore della Scuola Rai di Perugia, Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo tra le più prestigiose d’Europa. Incarico questo che per altro continuò a mantenere anche in seguito. Naturalmente in redazione ci si chiese subito: "Ma perché proprio lui? Come mai? Che senso ha mandare uno come lui in Calabria?". La risposta arrivò puntuale qualche giorno più tardi. Ennio Chiodi venne personalmente a Cosenza per presentarlo ai colleghi: "Abbiamo scelto lui -disse- per due motivi. Primo, perché secondo noi un intellettuale come lui può essere utile alla crescita di ognuno di voi, e soprattutto alla crescita di questa redazione. Secondo, perché quando noi abbiamo chiesto a Vittorio di venire in Calabria lui ha accettato la nostra proposta come una sfida a se stesso, e questo basta da solo a raccontarvi il personaggio". A sessant’anni compiuti dunque Vittorio Fiorito ricominciava daccapo, e lo faceva provando dalla terra dove per anni aveva vissuto una parte importante della sua famiglia. Suo padre, sua madre, i suoi undici fratelli. Vittorio rimarrà alla guida della redazione calabrese per più di sei mesi, fino alla fine dell’anno, fino a quando la Direzione Generale non decise che era arrivato il momento di nominarne il successore. Sarà Gregorio Corigliano. Ufficialmente Gregorio diventa Capo Redattore il 1 gennaio del 2000, ma è una pura formalità burocratica ed amministrativa. In realtà Vittorio Fiorito gli consegnò la guida del giornale e della redazione alla fine del mese di novembre, e l’8 dicembre 1999 rientrò da Roma a Cosenza per l’ultima volta, il tempo sufficiente per riordinare le sue carte, rimettere a posto il suo portatile, risistemare la sua agenda, raccogliere le poche cose che avevano adornato per quei sei mesi la sua stanza, incontrare la redazione per l’ultima volta, e chiudere questa sua parentesi cosentina a cena con la maggior parte dei colleghi quella sera presenti in redazione. Da quel giorno Vittorio Fiorito uscì di scena per sempre dalla vita del nostro giornale e della nostra redazione. Al suo posto vi entrò a pieno titolo Gregorio Corigliano, che si presentò al suo pubblico, in televisione, per il suo primo editoriale da Capo Redattore il 1 gennaio del 2000.

Ma ripeto, quarant’anni di vita Rai in Calabria non sono pochi, e su questa lunga fase della vita della Sede Rai di Cosenza, vi assicuro, si potrebbe scrivere un romanzo a parte. Chi come me vive la vita di questa sede ogni giorno, a volte anche con la presunzione personale di dover lavorare anche più di dodici ore al giorno, sa benissimo che le cose che accadono in questo nostro mondo sono davvero tantissime. Proprio per questo non sempre è facile stabilire quali di queste cose meritino davvero di essere ricordate e affidate al giudizio dei posteri, e quali altre invece vadano taciute e dimenticate per sempre. In questo caso mi conforta molto, però, una frase che un giorno mi disse Raffaele Nicolò, mio inseparabile amico di sempre e da sempre Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Calabresi. Mi chiamò da parte e mi ripetè: "Pino, non dimenticarlo mai, la notizia non è mai tua. Appartiene solo ai lettori, che hanno diritto di conoscerla nella sua completezza e soprattutto nella sua asetticità. I commenti sono cosa ben diversa. Il lettore ha diritto solo alla notizia".

 

 

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