40 Anni di RAI in Calabria

                 copertina libro rai1.jpg (16747 byte)

776 pagine, Vol.I, Vol.II, Edizioni Memoria, Editoriale Bios-Cosenza, dicembre 2000

(40 anni di rai in Calabria racconta e ricostruisce i “primi 43 anni di vita della Tv di stato in Calabria”. Due volumi, 776 pagine, decine di schede e di profili legati a questo primo mezzo secolo di informazione pubblica. pino nano definisce questo suo nuovo libro “una sorta di diario di viaggio, personalissimo e pubblico insieme”, in cui racconta se stesso e i colleghi che insieme a lui hanno festeggiato quest’anno vent’anni di impegno professionale in rai. Il libro propone anche decine di episodi diversi, che danno il senso reale delle difficoltà iniziali con cui l’azienda di stato dovette confrontarsi nei primi anni 50. Poi ancora: la Rivolta di Reggio, l’assalto al centro rai di Gambarie, le guerre di campanile tra Catanzaro Reggio e Cosenza per l’aggiudicazione della sede, le polemiche legate all’epopea del quinto centro siderurgico, i primi vagiti del movimento operaio, le prime conquiste sindacali, le prime battaglie per l’industrializzazione, il primo radiogiornale, i primi programmi regionali, il primo tg della terza rete, il tutto narrato come se il libro fosse la sceneggiatura di un film, infarcita dei personaggi e dei protagonisti dell’epoca. nella seconda parte pino nano racconta invece gli aneddoti e le storie private dei giornalisti che hanno segnato il loro nome alla vita della rai calabrese, partendo dal primo direttore di sede, Enrico Mascilli Migliorini, oggi direttore della prestigiosissima scuola di giornalismo di Urbino. Poi tutti gli altri, fino all’ultimo caporedattore Gregorio Corigliano. Di ognuno di essi Pino Nano fornisce un ritratto assolutamente inedito, alla sua maniera, dal taglio personalissimo, e squisitamente privato, “proprio per dare il senso della mia vita reale -spiega l’autore- all’interno della vecchia redazione di via Montesanto”.)

 

            copertina libro rai2.jpg (15194 byte)

 

ELENCO CRONOLOGICO DEI DIRETTORI DI SEDE E

CAPI REDATTORI CHE SI SONO SUCCEDUTI

______________________________________________________

 direttori di sede

ENRICO MASCILLI MIGLIORINI   11.12.1958 al 14.9.1965

ALBERTO MINICUCCI             15.9.1965 al 11.4.1967

ALESSANDRO PASSINO              12.4.1967 al 4.7.1989

ENZO ARCURI                    1.1.1990 al 30.4.1990

PAOLO LO ZUPONE                1.5.1994 al 30.4.1994

ENZO ARCURI                   1.5.1994 al 31.12.1995

ENZO VIGGIANI                  1.1.1996 al 31.8.1997

BASILIO BIANCHINI              dal 1.10.1998 ad oggi

 capi redattori

ALFREDO CAPUTO             dal 4.2.1958 al 30.8.1962

ENRICO MASCILLI MIGLIORINI dal 1.9.1962 al 30.6.1965

ANTONIO TALAMO            dal 30.6.1965 al 1.11.1968

GEGE' GRECO                dal 1.11.1968 al 1.1.1978

FRANCO FALVO               dal 26.7.1978 al 1.7.1986

EMANUELE GIACOIA          dal 21.7.1986 al 30.8.1990

FRANCO MARTELLI            dal 1.9.1990 al 1.12.1997

DOMENICO NUNNARI           dal 1.1.1997 al 22.5.1999

VITTORIO FIORITO         dal 23.5.1999 al 31.12.1999

GREGORIO CORIGLIANO             dal 1.1.2000 ad oggi

 

    

   - dalla  Prefazione del Prof: Enrico Mascilli Migliorini, Direttore della Scuola di Giornalismo di Urbino-

Il primo merito che, a mio avviso va riconosciuto a Pino Nano giornalista e autore di questo volume è quello di aver saputo superare la pur bella definizione di Umberto Eco, che egli cita, di "storiografo dell'istante" per affidarsi a quella, per me più pertinente, di "storiografo dell’esistente" nella specificità del giornalismo. In questo volume, infatti, Nano va alla ricerca delle radici per raccontare un evento, la RAI in Calabria ieri e oggi, e collocarlo in una dimensione storicamente dimostrabile di mutamento sociale, oltre che tecnologico. Capace, quindi, di correlarsi a quel cambiamento che la Calabria ha vissuto negli ultimi cinquanta anni del secolo da poco compiuto e nel quale la RAI, come sottosistema di un più ampio sistema sociale e politico, è stata, al tempo stesso, implicata e partecipe, per sua stessa natura. La RAI, quaranta anni fa come oggi, appartiene infatti, per sua natura, a quei grandi sistemi di comunicazione che si propongono, contestualmente, come problema preciso di strumenti di controllo sociale. Nessuno strumento del comunicare, difatti, e tanto meno oggi i media di massa, esiste nel vuoto assoluto. Il destino dei media è legato a quello del sistema sociale che li ha prodotti, entro il quale essi interagiscono e che contribuiscono inevitabilmente non tanto a rafforzare -come sovente erroneamente si crede- bensì a farlo procedere a "trasformarsi" mentre, nel contempo, essi stessi -media- procedono e si trasformano. Ecco così dispiegarsi questo primo merito di Pino Nano. Egli si è reso libero da quella contraffatta idolatria dell’effimero che il giornalismo, e specialmente quello televisivo, spinge oggi a professare -per andare, invece, più a fondo- in un ragionamento radicato che, nel caso che ci riguarda, è la meditata ricerca del contrario dell’effimero, vale a dire della memoria storica.

La Calabria che emerge, quindi sin dall’inizio della lettura di questo libro che rappresenta un riuscito esempio di ricerca giornalistica e che ha come proprio "fil rouge" la storia, almeno regionale, di quella stessa Istituzione all’interno della quale l’Autore esercita a pieno titolo la propria professionalità, è la Calabria dei tardi anni "cinquanta". Quella Calabria e quella gente di Calabria alle quali Corrado Alvaro di "Gente d’Aspromonte" si rivolgeva, con il proprio rude stile di narratore e saggista insieme, annotando una esortazione sublime: "il calabrese vuole essere parlato ". Alvaro guardava alla sua gente con il rammarico di ritrovare uomini di grande intelligenza e di carattere tenace così avulsi, per contro, dalla dinamica di una società dialettica, diffidenti e severamente amari nel loro isolamento, eppure pervasi, interiormente, di una eccezionale carica di calore umano. Egli ne ricercava le cause in sede storica, prendendo, quasi a indicatore sociologico la sua stessa Regione dove, proprio a causa delle vicende trascorse, era sempre mancato il concetto dello Stato di diritto e l’autorità si era sempre manifestata, nell’esercizio del proprio magistero, soltanto e appena come mera espressione di potestà contingente e transeunte, come di passaggio e transeunti erano state le dominazioni arabe, bizantine, normanne, sveve, angioine e aragonesi o, addirittura quasi kafkiane durante il lungo periodo del vicereame.

A questo Calabrese di Alvaro, a questo Calabrese che voleva essere parlato ha cercato di rivolgersi, per quello che poteva, la RAI di quaranta anni fa, quella che Pino Nano quasi prende per mano e conduce, con ricchezza di episodi e di personaggi, fino agli albori di questo "duemila", esortandoci a riflettere sulla impossibilità esistenziale di un "oggi" senza un "ieri" e che rischia allora più assai di essere anche senza un domani.

Ed io per primo, che quegli anni di Alvaro ho vissuto intensamente, sono lieto di confessare oggi che da questo Calabrese, al quale quarant’anni fa, ho cercato con sincerità di parlare per "farmi parlare", ho avuto la più grande lezione della mia vita. E’ stato esattamente negli anni della mia permanenza alla RAI in Calabria che si verificò in quel cambiamento problematico che, qualche anno fa, raccontavo a Carlo Bo e agli Amici urbinati (come Pino Nano ha voluto ricordare in una "nota" di questo volume) con queste parole che ora trascrivo perché, qui e ora, mi appaiono nella loro sede più propria: "ho iniziato giovanissimo a far giornalismo cominciando da quella che giustamente si definisce la culla della professionalità, cioè la cronaca. Poi, poco a poco, i percorsi della carta stampata e poi quelli radiotelevisivi. E proprio mentre esercitavo, diciamo anche con una certa soddisfazione, la professione giornalistica, sentivo sempre più pressante l’esigenza di porre a me stesso la domanda autocritica del: ma che cosa sto combinando? Del non accontentarmi, cioè, degli indici sensibili di un titolo o di un servizio, ma di ricercare più a fondo gli effetti che quel titolo o quel servizio avrebbero prodotto in chi lo avesse letto, ovvero in chi lo avesse ascoltato o visto. Questo problema si propose in forma più ragionata quando la RAI mi mandò ad aprire e dirigere la Sede in Calabria. Era già esplosiva la febbre televisione e mio compito, tra gli altri, era quello di porre in essere una rete tecnica, soprattutto di ripetitori, che assicurasse il servizio TV a quanti più possibili paesi disseminati o dimenticati tra le cime e le valli della Sila, del Pollino, delle Serre e dell'Aspromonte. Verificai, allora ante litteram sociologicamente, due contestuali indicatori a proposito di quello che si delineava come il nuovo linguaggio delle immagini. Il primo fu che, mano a mano che questo nuovo "medium" si appalesava attraverso l’estensione del servizio in quei paesi delle montagne e delle vallate calabresi, venivano disertate le locali bettole frequentate da giocatori di carte, non ovviamente di "bridge" ma più particolarmente di partite tipo "padrone e sotto", e che di solito degeneravano in risse, e si ricostituiva, seppure apparentemente, quella unità familiare che avrebbe indotto i primi ottimistici osservatori della nuova realtà televisiva a parlarne come di un rinnovato focolare domestico. Anche l’esperienza di "Telescuola" si aggiunse favorevolmente alla connotazione di questo primo indicatore. Il secondo, invece, mi si manifestò in senso opposto e cominciò ad ammonirmi severamente ogni qualvolta vedevo le stazioni ferroviarie di Villa San Giovanni, Lamezia, Paola, Crotone riempirsi di file di uomini che, attraverso quella televisione che avevo contribuito a far loro vedere, scoprivano con i loro occhi che Torino e Milano non erano semplici astrazioni, bensì aspetti concreti di città moderne dove la gente viveva meglio ed era ben vestita e che, soprattutto, erano raggiungibili senza dover ricorrere al "passaporto rosso" verso le lontane Americhe, ancestrale simbolo burocratico della tradizionale irreversibile emigrazione meridionale. Erano gli anni del boom industriale e la televisione, anch’essa mass-medium industriale e sottosistema specifico di un consimile sistema sociale, contribuì a rafforzare e facilitare quell’enorme e disordinato fenomeno della migrazione interna che doveva radicalmente e impetuosamente cambiare le caratteristiche socio-economiche del nostro Paese e che ora (non dimentichiamo gli avvisi economici dei giornali soprattutto torinesi che precisavano "si affittano alloggi purché a non meridionali") torna di attualità - e in forma più esasperata - con i paesi vicini all’area costiera mediterranea. E queste mie prime improvvisate considerazioni di allora trovano respiro e sviluppo in tutta la seconda parte di questo libro di Pino Nano che è una vera e propria descrizione della nuova era televisiva, sviluppatasi in quaranta anni, e del contestuale mutamento della stessa nostra Regione, dei suoi abitanti all'interno e all’esterno di essa, e soprattutto delle nuove generazioni. Personalità e sistema sociale sono, infatti, sistemi che si modellano insieme e la socializzazione trova nella comunicazione il proprio più evidente momento empirico. Ma la tecnologia ci ha fornito, specie in quest’ultimo decennio, strumenti informativi a distanza e a comunicazione istantanea bidirezionale che appena dieci anni fa, appunto, potevano essere definiti a mala pena come futuribili. Reti reali e reti virtuali interagiscono come tipici prodotti, anche commerciali, della contemporaneità con l’intento di sottolineare la loro possibilità di esemplificare fattibili punti di sutura tra sistemi e mondi della vita in cui si sovrappongono logiche diverse. Si tratta anche di esperienze attivate da soggetti istituzionali, come la "Civic net" di amministrazioni comunali ed enti locali in genere; ovvero addirittura di pratiche di base, come appunto la "Community network" reti comunitarie, queste ultime, nate dal basso. Le stesse banche del tempo - quelle ad esempio, delle Lets (Locai Exchange Trading Systems) inglesi - in questa prospettiva nascono da istanze di mondi della vita che intervengono ad attivare reti di scambio di solidarietà.

E a questo punto si propone la domanda inquietante: a fronte di questi scenari che vedono lo schermo televisivo sempre più posto in concorrenza e messo in discussione dai "display" di Internet, dei p.c. e di altri meccanismi della multimedialità, la nostra Calabria si rappresenta allo stesso modo di quaranta anni fa, quando l’apertura della Sede RAI sembrò schiudere, alfine, un insperato scenario tecnologico, mentre ora ci accorgiamo che delineò appena il futuro delle grandi comunicazioni? Ovvero in altre parole, ci si batte ancora quasi si vivesse in un improponibile "deserto dei Tartari" e la Calabria attende, come allora, l’apparire fatale di un nuovo futuro che, del resto, è già fra noi, oppure riflette consapevolmente sul coinvolgimento di attori che non si pensano soltanto come portatori di interessi, bensì come portatori di prospettive, di saperi e, quindi, di "identità?".

Questa è, in definitiva, la domanda implicita che Pino Nano pone al termine della lettura di questo volume che non vuole essere agiografico soprattutto perché non ci sono Santi da celebrare, ma che contiene la vivace narrazione di fatti, eventi, personaggi che riguardano il nostro mondo di oggi e che sono in grado di fornire i presupposti per affrontare consapevolmente la frontiera veramente, essa nuova ogni giorno - del futuro della stessa televisione. La quale non è la sola RAI, ma vede più e diversi protagonisti che, incalzati anche dalla pubblicità, propongono con sempre maggiore intensità, se non, in qualche caso, addirittura violenza, nuovi, diversi e non sempre accettabili modelli espressivi. Lo schermo televisivo è ora insidiato, come avvenne per quello cinematografico, dal "display" dalle reti e ciò riguarda in prima battuta proprio l’informazione giornalistica che oggi si trova a dover affrontare duramente i nuovi aspetti della comunicazione istantanea e vive, come sta vivendo, la propria crisi esistenziale. Si tratta di una crisi di identità e di partecipazione che oggi caratterizza in grado elevato il rapporto tra destinatari delle informazioni e la complessità delle grandi strutture di emissione. E’, per sua buona parte, crisi di credibilità, ma, per altra parte, crisi di incomprensione: i destinatari non si riconoscono nella rete a vasto raggio, parliamo ovviamente di telegiornali, alla quale peraltro non possono sottrarsi in quanto componente essenziale del mondo in cui viviamo, ma che sempre più evidenzia una propria elevata intensità nel fornire un generalizzato linguaggio informativo, ma di estrema povertà nell’incentivare quella intersoggettività che può dar luogo alla rete di relazioni sociali e alla stessa identificazione delle "Differenze" (con la "D" maiuscola) nella dilagante uniformità. Oggi i moderni sacerdoti del "marketing" fanno di tutto per sfruttare al massimo le capacità suggestive e persuasive connesse allo schermo televisivo. Hanno relegato in convento ogni possibilità estetica e si sono esaltati nella eufemizzazione dei meccanismi di profitto propri di una concezione tardo-americanizzante di una TV intesa, secondo una bellissima definizione di Les Brown - mitico Editor di "Variety" a New York negli anni "settanta" - soprattutto, se non esclusivamente in certi casi, come "Business behind the box" (una macchina per far soldi). Ciò è avvenuto, ed appartiene alla storia di questi quaranta anni descritti da Pino Nano -con la frantumazione selvaggia dell'obsoleto, soprattutto dal punto di vista politico, monopolio RAI e l’insorgere, altrettanto selvaggio, delle televisioni private. Nel frattempo e, dal canto loro, le "reti" e i telefoni cellulari stanno facendo a gara nella diffusione e propagazione di messaggi e "gossip" istantanei per cui rischiano di restare invischiati al loro interno anche quelli affidati alla professionalità del giornalista. Paradossalmente si è creata così la "società dell’informazione" che non è affatto la "società della comunicazione", bensì soltanto una società dove tutti sanno tutto e subito ma, tra poco, rischieranno di non trovare più a chi dirlo. Questa società, nevrotica e ansiosa, che è appunto quella della "informazione", ma non della "comunicazione", si trova a dover fare i conti con due "presenze" preoccupanti come l’effimero e l’isolamento. Lo svolgersi degli avvenimenti sotto i nostri occhi con l’estensione dello spazio e il ridursi del tempo (perché ogni notizia che ci perviene, nella stessa giornata, è superata da quella successiva) ha ridotto la capacità di ognuno di collaborare all’interno di un quadro logico di riferimento e ha compromesso seriamente le possibilità connesse alla memoria storica.

L’isolamento poi -che in alcune verifiche sociali si sta tramutando pericolosamente in solitudine- è venuto come conseguenza della insufficienza, estemporaneità e debolezza delle motivazioni nei processi di aggregazione.

Queste riflessioni, a metà fra giornalismo e sociologia, mi ha portato a fare la lettura di questo volume di Pino Nano e a lui sono grato per avermi spinto a farle. Potranno forse servire a metterci in guardia perché, attingendo alla memoria storica che così efficacemente l'Autore pone a nostra disposizione, e nel bel mezzo di questa convulsa società delle immagini e delle parole, il nostro Calabrese di Alvaro non debba ritrovarsi ancora ad attendere e a sognare di "essere parlato".

                           Prof. Enrico Mascilli Migliorini

       Direttore della Scuola Superiore di Giornalismo di Urbino

             Ex Preside della Facoltà di Sociologia ad Urbino

 

 

 

 

 

>

 

 

 

 

                                          Indietro

                                     Torna alla Home Page