Università della Calabria

  -FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA-

   Corso di Laurea in Filosofie e Scienze

della  Comunicazione e della Conoscenza

 

 

“Programmare televisione in Calabria”

-Rai Calabria, la programmazione

regionale dagli esordi al nuovo Format de

“Il Settimanale”-

 

 

 

 

                           Relatore                                                                 Candidato

       Ch.mo Prof.Daniele Gambarara                                            Giuseppe Nano 

                                                Matricola 89035

 

 

 

 

Anno Accademico 2003/2004


 

Indice

 

-Prima Parte

01.  Premessa

1.   L’11 DICEMBRE 1958, NASCE IN CALABRIA LA RAI

2.   15 DICEMBRE 1979, IL PRIMO TG REGIONALE

3.   NON SOLO TELEVISIONE, MA ANCHE TANTA RADIO

4.   I “TEMPI EROICI” DI VIA MONTESANTO

5.   VIALE MARCONI: UNA SEDE E UN SITO WEB

6.   DA PRIMI DEL NOVECENTO…

7.   …ALLA NASCITA DELLA TERZA RETE

8.   L’INTERVENTO DELL’UNIVERSITÀ

9.   LA PRIMA CONFERENZA REGIONALE

10.  CULTURA E INFORMAZIONE:UNA DISTINZIONE LABILE

11.  L’ORGANIZZAZIONE PRODUTTIVA

12.  I  TALENTI ARTISTICI E IL LORO HABITAT

13.  LA PRESENZA FEMMINILE

14.  20 DICEMBRE 1979: PARTE LA TV REGIONALE

15.  1985-1988: LA LENTA AGONIA

16.  ARCHIVI DA RISCOPRIRE

17.  TELEVISIONE MA ANCHE RADIO

18.  LA SCOPERTA DEI PRIMI TALENTI

19.  LA STRUTTURA DI PROGRAMMAZIONE

20.  LA TELEVISIONE DEGLI ESORDI

21.  SPAZIO FOLKLORE

22.  PREGI E DIFETTI DELL’ARTE DEL DOCUMENTARIO

23.  VERSO LA FINE

24.  DALLA PROGRAMMAZIONE ALLA FORMAZIONE

22.  IL “CINSEDO”, LE REGIONI RIDIVENTANO PROTAGONISTE

25.  “IL SETTIMANALE”, LA NUOVA PRODUZIONE REGIONALE

26.  TRA PASSATO E FUTURO

29.  CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

-Seconda Parte

       -Allegati-

30.  SOMMARI  2003 E 2003/2004 DE “IL SETTIMANALE”

31.  “IL SETTIMANALE”,  SHARE E CURVE DEGLI ASCOLTI

32.  ELENCO COMPLETO DEI PROGRAMMI TELEVISIVI

33.  ELENCO SPECIALI TGR TRASMESSI DAL 1982 AL 2004

34.  ELENCO SERVIZI  “CALABRIAMERICA”

35.  RINGRAZIAMENTI  FINALI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.  L’11 DICEMBRE 1958

NASCE IN CALABRIA LA RAI

 

 

 11 dicembre 1958, per i calabresi è una data memorabile. Quel giorno infatti nasce ufficialmente la Sede Rai della Calabria, e nasce nel cuore della vecchia Cosenza, alle spalle di Viale Mazzini, al numero 25 di Via Montesanto. La Sede Rai della Calabria rimarrà ospitata in questo stesso edificio fino al 6 ottobre del 1992, giorno in cui si celebrò l’inaugurazione ufficiale della nuova Sede, quella attuale di Viale Marconi, sempre a Cosenza, e dove da quel giorno vennero poi definitivamente trasferiti uffici, studi di registrazione e redazione giornalistica.

 

Quel lontano 11 dicembre di 45 anni fa, fu mons. Aniello Calcara, allora Arcivescovo della città di Cosenza, a benedirne i locali e ad aprire, con un discorso che i testimoni dell’epoca ancora ricordano carico d’emozione e di enfasi, il primo studio radiofonico Rai della regione. Da questo studio, quello stesso giorno, il giornalista napoletano Ennio Mastrostefano annunciò, via radio, per la prima volta agli italiani: «…Qui Cosenza, siete collegati in diretta radiofonica dalla nuova sede Rai della Calabria…».

 

Fu una grande festa, ma lo testimoniarono molto meglio i giornali che quel 11 dicembre 1958, con i propri inviati-speciali, seguirono l’avvenimento: «L’avvio della nuova sede Rai calabrese –è uno dei tanti titoli di testa del giorno successivo-  é la sfida della tecnologia più avanzata in una regione dove qualche anno prima pareva impossibile sistemare in maniera funzionale un qualsiasi ripetitore». Nei fatti fu proprio così.

 

Il giorno dopo i giornali locali dedicarono all’avvenimento titoli a nove colonne, e il giorno successivo ripresero la notizia dell’inaugurazione della nuova sede con grande evidenza. Un avvenimento che riletto e rivissuto 45 anni più tardi, soprattutto da chi come noi quel giorno compiva i suoi primi sei anni di vita, provoca oggi enorme emozione.

 

Il 12 dicembre 1958, con un servizio su cinque colonne la Gazzetta del Sud, era già allora il giornale più letto in Calabria, annuncia la nascita della nuova sede nella sua pagina regionale. In occhiello si leggeva: «Sempre più determinante il contributo dei mezzi d’informazione». Il titolo era invece carico di retorica: «Inaugurata a Cosenza la nuova sede della Rai-TV alla presenza delle massime autorità della Regione».

 

Diverso sarà invece per il Settimanale più importante che allora si stampava direttamente a Cosenza, Cronaca di Calabria, e che dedicò alla cerimonia d’inaugurazione della sede calabrese della Rai due diversi paginoni, in due diversi numeri. Il primo, datato 12 dicembre 1958. Il secondo, 20 dicembre di quello stesso anno. Su questo ultimo numero la Cronaca di Calabria dedica all’avvenimento un servizio giornalistico documentatissimo, pieno di dettagli, di riferimenti storici, di particolari curiosi, di notizie utili e sufficienti oggi a ricostruire fino in fondo, ora per ora, lo svolgersi di quella giornata. Il settimanale di Mario Caputo da ai suoi lettori la “fatidica” notizia in  copertina, e per ben due volte successive con un titolo su nove colonne: «La nuova sede della Rai-TV della Calabria. Inaugurata con una solenne cerimonia alla presenza dell’Amministratore Delegato ing. Marcello Rodinò». Ai due lati della pagina dell’edizione del 20 dicembre, taglio alto, tanta aria in testa, e didascalia piuttosto articolata, vennero stampate due foto di media grandezza. La prima faceva vedere il sindaco di Cosenza del tempo, Arnaldo Clausi Schettini, mentre pronunciava il suo discorso ufficiale dal banco regia del nuovo auditorium. La seconda invece, sulla destra della copertina, tutta dedicata invece all’arrivo dell’arcivescovo mons. Aniello Calcara. Lo si riconosceva perfettamente bene, in piedi, in Via Montesanto, davanti alla sede della nuova Rai calabrese, atteso e salutato dall’amministratore delegato della Rai ing. Marcello Rodinò. Accanto all’alto dirigente della Rai erano perfettamente riconoscibili anche il nuovo giovane direttore della sede calabrese, avv. Enrico Mascilli Migliorini, e il direttore della sede Rai di Napoli, prof. Aldo Angelini.

 

Quel giorno in Via Montesanto, alla cerimonia di inaugurazione, erano presenti decine di giornalisti non calabresi gran parte dei quali arrivati a Cosenza appositamente per seguire l’avvio della prima edizione del Corriere della Calabria. Fu il primo giornale radio regionale irradiato dalla nuova sede Rai della Calabria. Mentre fu l’avvocato Enrico Mascilli Migliorini, figlio della migliore borghesia napoletana, a ricoprire per sette anni consecutivi il doppio incarico di Direttore di Sede e, ad interim, di Capo dei Servizi Giornalistici di Rai Calabria.

 

In realtà Il Gazzettino del Mezzogiorno esisteva già prima, ma a partire da quella data l’informazione radiofonica che allora per il Sud veniva irradiata soltanto dalla sede Rai di Napoli venne completata da due diversi notiziari uno dei quali, Il Corriere della Calabria, interamente dedicato alla cronaca di Calabria. L’altro era Il Corriere della Campania.

 

Il Corriere della Calabria, come anche Cronaca di Napoli, cominciò a essere trasmesso, utilizzando trasmettitori locali e onde medie del secondo programma della radio, e quelli dell’allora nascente modulazione di frequenza. Entrambi venivano irradiati, come oggi, alle 12,10 di ogni giorno e furono estesi e ampliati logisticamente dopo la creazione della sede di Cosenza, contemporaneamente all’estensione della rete di ricezione Tv. Si comprese immediatamente quale sarebbe stato il loro ruolo, e quanto alta sarebbe stata l’attenzione nei confronti di queste trasmissioni, che ricevettero subito grandi consensi e grande seguito di pubblico. Per la Calabria tutto questo significò entrare a far parte di un circuito nazionale dell’informazione che avrebbe definitivamente infranto l’isolamento tradizionale di questa parte povera ed emarginata del Paese. Perché tale era la Calabria di allora.

 

Perché in Calabria si possa invece parlare di una rete televisiva vera e propria, o comunque di un primo collegamento TV tra la Calabria e Roma, bisognerà riandare indietro con la mente, a qualche anno prima, esattamente al 13 dicembre 1956, sei mesi dopo l’inaugurazione ufficiale del primo Centro trasmettitore di Gambarie d’Aspromonte, anche questa una delle tappe storiche del processo di globalizzazione del nostro Paese, e se quell’anno la Calabria poté ottenere il suo primo collegamento via cavo lo si deve soprattutto alla comprensione caparbia e alla sensibilità dell’allora Consigliere Delegato della Rai ing. Guala, del Direttore Centrale ing. Giovambattista Vicentini e dello stesso Direttore del Giornale Radio Antonio Piccone Stella.

 

“Erano uomini che credevano nell’unità del Paese -ricordava continuamente Franco Cipriani, il decano dei giornalisti Rai della Calabria- e che hanno lavorato a lungo perché questa unità diventasse nei fatti una cosa seria. Resto però convinto che fu un grave errore istituire la sede regionale della Rai a Cosenza, era ed è ancora oggi una Sede assolutamente decentrata rispetto alla dinamica complessiva della regione, ma la decisione ultima di dove ubicarla era stata, per competenza, del senatore cosentino Gennaro Cassiani, in quanto Ministro delle Poste e Telecomunicazioni del tempo. Ovviamente a quel tempo l’autostrada del sole non c’era ancora. L’errore di Cassiani fu solo quello di essersi fatto trascinare da un inspiegabile sentimento campanilistico, e in quell’occasione, lo scrissi più volte, egli si sentì non un deputato della Calabria quanto invece un deputato di Cosenza».

 

Forse pochi sanno che la sede Rai calabrese vanta un record nazionale. È quello cioè di essere stata la prima sede Rai del dopoguerra. Solo più tardi, dopo Cosenza infatti, la Rai tenne a battesimo molte delle altre sue sedi regionali. Una per ogni regione. Dopo Cosenza vennero Potenza, Perugia, Pescara. E pochi forse sanno che Il Corriere della Calabria, o il Gazzettino (come si dice ancora oggi), andava già in onda dalla sede Rai di Napoli, e questo accadeva ancora prima che venisse trasmesso Il Corriere della Campania.

 

Ma torniamo all’inaugurazione della Sede Rai di Cosenza. L’unica vera personalità pubblica di quel giorno, vorrei dire degna di tale nome per il ruolo e soprattutto per il carisma che ne circondava la sua storia personale, era proprio mons. Aniello Calcara, Arcivescovo della città di Cosenza, già allora potentissimo rappresentante della Chiesa calabrese. Toccò a lui il compito di benedire i locali della nuova sede, e soprattutto toccò a lui il primo discorso ufficiale, essendo lui per il protocollo del tempo la più alta carica pubblica presente in Via Montesanto. Ma il compito forse più ingrato spettò invece quel giorno al sindaco della città di Cosenza, Arnaldo Clausi Schettini, il quale dovette naturalmente fare i conti con una «guerra di campanile» senza esclusione di colpi e che avrebbe voluto la nuova sede della Rai sia a Catanzaro che a Reggio. La scelta finale aveva invece privilegiato Cosenza, grazie soprattutto all’intervento determinante dell’allora Ministro cosentino delle Poste Gennaro Cassiani, ma nessuno meglio di Arnaldo Clausi Schettini sapeva che, comunque, per le altre due province era stato un «brutto e grosso boccone amaro da digerire». Il suo non fu quindi un intervento facile. I presenti in sala applaudirono a lungo, ma si intuì che per Arnaldo Clausi Schettini non era stato un discorso semplice da fare.

 

Molti ancora oggi ricordano con particolare attenzione quella che fu la conclusione del suo intervento, piena di enfasi e di speranza insieme per un futuro che era già alle porte: «Amici carissimi della Radiotelevisione, al limite fra fantasia e realtà, non siete un miraggio. Nel segreto dei vostri apparecchi, col fascino delle immagini e della parola, voi parlate alla mente e al cuore, voi rievocate le bellezze e le glorie del passato, voi sollevate il velario sulle speranze dell’avvenire, voi preparate nello spirito delle nuove generazioni le ragioni e le premesse della conquista di un mondo migliore. È troppo bello, è troppo alto, è troppo nobile il vostro compito perché io non senta oggi anche l’orgoglio di potervi ripetere con il mio cordiale saluto, l’augurio fervido del più lieto successo».

 

Primo ospite d’onore del primo giornale radio calabrese, quel giorno, non poteva naturalmente non essere che Corrado Alvaro. Alvaro, spentosi all’età di 61 anni era stato tra l’altro influente editorialista di uno dei più importanti quotidiani italiani, Il Corriere della Sera, e naturalmente per lunghi anni commentatore privilegiato di argomenti legati al Sud del Paese. Poco prima di morire aveva registrato per la redazione dei servizi giornalistici di Napoli l’apertura del primo numero del Corriere della Calabria. Chi meglio di lui avrebbe mai potuto spiegare ai suoi corregionali che cosa avrebbe potuto rappresentare per lo sviluppo italiano un nuovo giornale radio regionale?

 

In Rai, a Cosenza, c’è ancora chi conserva gelosamente la registrazione di quel giorno. Il nastro che gelosamente contiene la voce di Corrado Alvaro è dunque ancora tra di noi, semmai pronto per essere riascoltato. Alvaro diceva: «Il giornale radiofonico calabrese, dunque, sarà ascoltato tanto più diffusamente dai calabresi residenti fuori del loro paese e anche dai non calabresi, quanto più sarà aderente agli interessi della regione, alla sua realtà economica e sociale, cioè quante più informazioni darà intorno a una contrada, su cui si farà sempre più vivo l’interesse nazionale e l’attenzione di studiosi e viaggiatori stranieri». Una straordinaria lezione di giornalismo che riascoltata e riletta 40 anni dopo da quel giorno risulta ancora attuale e fresca come lo fu allora.

 

Ma se il 1958 è l’anno della nascita della Sede Rai di Via Montesanto, il 1959 è invece l’anno di Appuntamento in Calabria. Due mesi dopo l’inaugurazione della sede, primi giorni del febbraio del ’59 dunque, la Direzione generale affidò a Mario Ortensi, uno dei più grandi conduttori radiofonici di tutti i tempi, allievo e collaboratore di Vittorio Veltroni, padre dell’attuale segretario nazionale del PDS Walter Veltroni e primo direttore del Tg nazionale, l’incarico di occuparsi e rilanciare la rete radiofonica due. Ortensi venne a Cosenza appena tre mesi dopo che la sede era stata inaugurata, e rimase colpito dal clima di vivacità e di competizione che vi si respirava. Gli piacquero subito Ninì Talamo ed Emanuele Giacoia, i primi due giornalisti della Sede, ma anche i tecnici Ciccarone, Esposito, Salvia, erano gli uomini giusti, per lui,  per fare -diceva- un programma diverso dagli altri. Ebbe così l’idea di affidare a questa neonata sede periferica uno spazio autonomo, settimanale, in rete nazionale, e così, per tredici settimane, Rai-Cosenza mandò in onda, alle 12.10 in rete locale il proprio Corriere della Calabria, e alle 17 di ogni martedì, sulla seconda rete nazionale, il programma di 15 minuti Appuntamento in Calabria.

 

Fu il primo vero biglietto da visita che questa regione, dopo le tragedie delle alluvioni degli anni precedenti, potè offrire agli ascoltatori di tutta Italia. Furono tredici puntate in tutto, una più geniale e più accattivante dell’altra, che decretarono il successo nazionale della formula e dei conduttori, che allora erano Emanuele Giacoia e Ninì Talamo, davvero bravissimi.

 

Quarant’anni dopo, la lunga e affascinante storia della Rai in Calabria è ancora tutta da scrivere, e la fine è ancora tutta da scoprire e da raccontare.

 

 

 

 

2.  15 DICEMBRE 1979, PARTE IL PRIMO

TG REGIONALE DELLA CALABRIA

 

 

Per la Rai la vera grande avventura con l’informazione regionale prese ufficialmente il via alle 19 in punto del 15 dicembre 1979. Fu proprio quel giorno, infatti, che in tutta Italia partì la prima edizione del primo Telegiornale Regionale.

 

Da quel giorno ogni regione italiana ebbe naturalmente il suo Telegiornale Regionale, TG che veniva trasmesso immediatamente dopo una brevissima edizione di news nazionali della durata di 10 minuti circa. Il Tg nazionale partiva alle 19.00 della sera, alle 19.10 la rete nazionale cedeva la linea alle 21 regioni italiane. Ogni Tg regionale durava venti minuti esatti. Si andava in onda dalle 19.10 alle 19.30, e lo stesso Tg veniva poi riproposto in replica, e maniera assolutamente integrale, poco dopo le 22.30 della notte.

 

L’allora direttore della Terza Rete, Giuseppe Rossini, e lo stesso direttore della nuova Testata Giornalista Regionale, Biagio Agnes, pretesero che nel corso della messa in onda di questa seconda edizione comparisse la scritta “Replica”. Troppo spesso, infatti, proprio in quel lasso di tempo che andava dalla 19.30 alle 22.30 accadevano fatti di cronaca così rilevanti che sarebbe stato davvero impensabile immaginare che il Tg regionale non ne potesse dare conto. “Tutti, insomma -spiegò il direttore della Testata Giornalista Regionale Biagio Agnes ai suoi Capiredattori - dovevano capire che in realtà quella seconda edizione non era né una ribattuta, né una nuova edizione. Ma era, molto più semplicemente, una replica di ciò che era già andato in onda tre ore prima”. E si andò avanti così fino a quando la nuova riorganizzazione della Testata non permise l’avvio di una seconda, e poi ancora, di una terza edizione del Tg regionale.

 

La prima edizione del Tg regionale, almeno in Calabria, partì in maniera silenziosa, senza cioè nessuna particolare presentazione, o anticipazione formale, alla stampa. Nessun comunicato ufficiale fu diffuso da parte dell’Azienda. Fu come se si fosse avuto il timore di presentare una creatura appena nata, ma che in realtà ai suoi stessi inventori appariva ancora forse troppo informe, poco cresciuta, dai contorni e dalla fisionomia ancora tutta da decifrare. Parlarne, forse, avrebbe comportato il rischio di farlo in maniera eccessivamente retorica o eccessivamente enfatizzata. E allora l’Azienda preferì la discrezione più assoluta. Troppi dettagli importanti, in quella precisa fase storica della vita della Rai, confermarono questo dato.

 

Il primo dettaglio: il giornalista  Enzo Arcuri, che in Calabria fu il conduttore ufficiale del primo telegiornale regionale, quella sera si limitò a un’apertura del Tg assolutamente fredda e schematica. «Buona sera, il sommario di questo nostro primo telegiornale. - I bambini in piazza a Reggio dicono ci siamo anche noi. - L’impegno del sindacato per la Calabria, nostra intervista con Giorgio Benvenuto. - Catanzaro, riaperto Corso Mazzini, restano i problemi di traffico. - Perché i calabresi consumano poco i loro prodotti. - In carcere a Reggio il pluriomicida di Casabona. - Lo sport, domani Milan - Catanzaro».

 

Subito dopo, ma solo subito dopo i titoli di apertura ecco arrivare il primo annuncio ufficiale: «Oggi nasce il TG3 Calabria - esordisce Enzo Arcuri - ed abbiamo pensato di farvi vedere in rapida sequenza come nascerà ogni giorno questo telegiornale calabrese. Poi nient’altro. Il giornale va avanti come se fosse ormai una vecchia consuetudine di sempre.

 

Il secondo dettaglio, che conferma questa scelta voluta dall’Azienda di non enfatizzare molto l’avvenimento, riguarda invece il modo veloce con cui ne venne data notizia nei giornali radio di quello stesso giorno.

 

Alle 12.10, dopo i saluti di rito, il giornalista Vincenzo d’Atri spiega al suo pubblico il perché la sigla del Gr quel giorno fosse stata cambiata: «Come avete ascoltato, da stamani è cambiata la sigla dei nostri notiziari radiofonici. La sigla è la stessa di quella dei notiziari televisivi regionali il cui primo numero andrà in onda alle 19.10 di questa sera. Apriamo il giornale proprio con questa notizia. Alle 18.30 di oggi apre le trasmissioni ufficiali la terza rete televisiva. I programmi avranno inizio con la rubrica settimanale “Il Pollice”, programmi visti e da vedere sulla Terza Rete TV, in onda ogni sabato dalle 18.30 alle 19.00 a cura di Mario Colangeli, Francesco Falcone, ed Enza Scotto Lavina. Il primo appuntamento regionale si avrà alle 19.10 quando, dopo i primi dieci minuti di Tg a diffusione nazionale, andrà in onda il telegiornale realizzato dalla redazione giornalistica della sede calabrese della Rai, direttamente dai nuovi studi di Via Montesanto. Il telegiornale regionale avrà la durata di venti minuti. Un numero zero del TG3 Calabria, e il filmato di un’inchiesta sulla Terza Rete TV realizzata dalla struttura di programmazione della sede calabrese della Rai, sono stati presentati ieri sera nel corso di una cerimonia svoltasi all’Hotel Europa presenti le autorità politiche, amministrative, religiose e militari della regione. Agli intervenuti, delle finalità della Terza Rete ha parlato il direttore della sede calabrese della Rai, Alessandro Passino».

 

Col passare degli anni, quel primo telegiornale regionale, fino ad allora in fase ancora sperimentale (la sperimentazione vera durò tre mesi soltanto), sarebbe poi diventato, negli anni successivi, l’appuntamento fisso quotidiano per centinaia di migliaia di calabresi. Alle 19.00 in punto, da Roma, mandarono il segnale di avvio. Partì la sigla del Tg nazionale, e sullo schermo comparvero tre diversi conduttori. Erano Giorgio Chiecchi, Marisa Bernabei e Alice Luzzatto Fegiz. Pochi servizi filmati, molte le notizie lette in diretta, immagini montate alla meno peggio. Era insomma abbastanza evidente che anche per i giornalisti romani era quella la “prima volta”.

 

Alle 19.10 in punto Roma lascia la linea alle redazioni regionali, e alle 19.12 parte il primo telegiornale regionale della Calabria. Da quel giorno sono trascorsi 25 anni di vita, abbastanza per tracciare un primo bilancio.

 

La verità è che, per la Calabria che la sera di quel 12 dicembre 1979 stava davanti al televisore, era iniziata nei fatti una nuova straordinaria avventura. Nient’altro più della TV, e meglio della informazione televisiva, avvicinerà ed unirà insieme realmente le mille diversità di questa terra. Magari la TV non lo ha fatto in maniera sempre così impeccabile e brillante come dovrebbe essere per il servizio pubblico, o come forse la gente si aspetterebbe che fosse, ma il giudizio storico sui fatti raccontati dalla Rai in questi primi venticinque anni di storia regionale ci esime in questa sede dall’esprimere un giudizio troppo severo sulla qualità complessiva dell’informazione regionale. Perché sarebbe come pensare male, o peggio ancora, parlare male di una creatura che appartiene anche alla nostra vita personale.

 

Se io oggi dovessi invece confessare il mio stato d’animo verso il lavoro svolto dalla Rai in Calabria in questo quarto di secolo direi con estrema serenità che nessun altro strumento avrebbe mai potuto favorire la crescita e l’unità di questa regione così come invece lo hanno fatto tanti anni di cronache e di immagini. Credo che questo dato sia davvero incontestabile, e a quanti invece , assai spesso, denigrano il lavoro della Sede regionale della Rai suggerisco sempre di trovare il tempo per sfogliare i sommari dei  Tg regionali, perchè solo così ci si rende conto davvero di quello che è stata la Televisione pubblica da queste parti.

 

Basterebbe fare un pò di conti, moltiplicare questi ultimi 25 anni per i giorni dell’anno. 365 giorni in un anno per almeno due TG al giorno fanno almeno 16.850 numeri andati in onda. Ma attenzione, in realtà i Tg trasmessi sono molti di più, per il semplice fatto che le edizioni tradizionali del Tg regionale, da almeno 7 anni a questa parte, sono diventate tre al giorno, la terza edizione del Tg regionale è quella che va in onda alle 22,45. E allora i conti  lievitano e anche di molto.  Questo significa che il conto finale ci dice che la sede calabrese della Rai, per quanto riguarda solo la TV, ha già realizzato e trasmesso quasi 20 mila giornali parlati. Insomma, negli  archivi della Sede Rai della Calabria c’è la storia vera ed analitica di cosa è stata e di cosa è la Calabria di questi ultimo quarto di secolo.

 

 

 

3.    NON SOLO TELEVISIONE

MA ANCHE TANTA RADIO

 

Ma la vita della Rai in Calabria non è solo televisione. È anche radio, anzi è soprattutto radio. Da 25 anni a questa parte viene trasmesso ogni giorno un Giornale radio alle 12,10. È il “mitico” Gazzettino della Calabria, un appuntamento ormai così tradizionale e così profondamente radicato nella cultura regionale da essere considerato la punta di diamante del rapporto virtuale tra il servizio pubblico e la gente, e tutto questo nonostante oggi i dati di ascolto ci dicano per esempio che l’edizione del Gr più ascoltata è quella che l’allora direttore della Testata Giornalista Regionale, Piero Vigorelli, volle alle 7,20 del mattino, un giornale veloce, fresco, ritmato, pieno di registrati e di testimonianze raccolte in diretta, una tradizione che è diventata ormai appuntamento fisso per migliaia di calabresi, un giornale radio soprattutto moderno, ricco di notizie dell’ultima ora, capace di proporre ogni mattina in diretta gli approfondimenti legati alla notizia della notte. Quello che insomma non sempre può fare la Tv (perché la storia e la vita della TV è sempre e comunque legata all’attualità delle immagini,e la ricerca delle immagini è strettamente condizionata dalla complessa orografia di questa regione) è invece consentito alla radio, strumento agilissimo e quanto mai intrigante e seguito.

 

Ma torniamo per un momento ai numeri. Ogni giorno la sede Rai della Calabria produce un Tg, che va in onda alle 14,00, della durata di 20 minuti, un secondo Tg alle 19,30 della sera, della durata di 18 minuti, e un terzo Tg alle 22,45, della durata media di 7 minuti. Sono dunque 45 minuti di informazione televisiva quotidiana. A questo poi si aggiungano altri 25 minuti di informazione radiofonica quotidiana. È evidente che siamo in presenza di una mole di lavoro per niente sottovalutabile, e che alla fine, a prescindere dal giudizio di qualità sul prodotto realizzato, rappresenta senza dubbio una realtà concreta con la quale ogni osservatore attento non può non confrontarsi o fare i conti.

 

C’è una verità importante che riguarda il mondo della televisione regionale e che in questa sede vorremmo poter raccontare con la delicatezza che questo argomento naturalmente merita. Nessuno di quanti lavorano nelle Sedi regionali della Rai, sia esso giornalista o tecnico di produzione, ha mai saputo realmente e con estrema esattezza quanti siano in realtà gli ascoltatori dei programmi regionali. Nel senso che non è mai stata fatta, né dall’azienda né mai da nessun altro, un’indagine di mercato dettagliata o un sondaggio Auditel ragionato degli ascolti dei giornali trasmessi.

 

Per anni da più parti, e anche in sedi autorevoli, ci si è  chiesti come mai questo non sia mai avvenuto. Alla fine tutti hanno compreso quanto fosse complesso, e anche difficile da realizzare, un sondaggio di questo tipo. Basti pensare infatti che in Calabria, ancora oggi, fine ottobre del 2004, ci sono intere zone del territorio regionale dove il segnale dei Tg regionali non si capta. Ci sono interi paesi, intere fasce territoriali della regione dove nessuno riesce a vedere Rai Calabria, e dove nessuno riesce ad ascoltare i  giornali radio trasmessi da Cosenza.

 

Il caso forse più emblematico si verifica a Reggio Calabria, dove una parte della città capta regolarmente i segnali Rai, ma dove c’è un’altra parte della città che anziché vedere Rai Calabria riceve invece sui propri teleschermi il segnale di Rai Sicilia. In queste case si vede perfettamente bene il Tg regionale trasmesso da Palermo, e non si vede invece il Tg trasmesso da Cosenza. Questo paradosso va avanti da anni.

 

Identica situazione nella Sibaritide, dove al posto del Tgr-Calabria la gente vede invece assai meglio il Tg regionale della sede Rai di Bari. Se questo può però confortare c’è da aggiungere anche che lungo lo Stretto di Messina, a Messina città e in gran parte del suo territorio limitrofo, si vede perfettamente bene il Tg regionale della Calabria, e non invece quello della sede regionale della Sicilia. Assurdo, immagino penserete, «ma tutto questo - ha spiegato per anni l’ingegnere Vincenzo Pitascio, Capo dei Servizi Tecnici di Rai Calabria - lo si deve all’effetto del gioco riflesso delle onde magnetiche e dei segnali video».  Ma a questo  si aggiunga anche il fatto che in passato i ripetitori in dotazione alla Rai non erano così sofisticati come lo sono adesso, eppure da anni tutto rimane immutato nel tempo.

 

 

 

4.    I “TEMPI EROICI” DI VIA MONTESANTO

 

 

Il 1979 partì anche, insieme al telegiornale regionale la grande scommessa della programmazione televisiva regionale. Accanto alla redazione giornalistica che in Via Montesanto occupò stabilmente il terzo piano del palazzo, questo dall’inizio fino al trasferimento nei nuovi locali di Viale Marconi, la Direzione Generale volle anche una Struttura di Programmazione a cui affidare il compito, allora assolutamente innovativo e avveniristico, di produrre intrattenimento televisivo in Calabria.

 

In parole povere la Direzione Generale individuò un giovane intellettuale calabrese che già da tempo lavorava negli studi di registrazione di Roma, il suo nome era Antonio Minasi e Palmi era la sua città di origine, e lo mandò in Calabria per “provare”: praticamente gli dissero “inventati qualcosa che possa sembrare televisione di servizio e televisione di approfondimento”. Nessuna altra indicazione, ma anche perché nessuno neanche a Roma riusciva ancora ad immaginare una “televisione regionale”. Era tutto da provare, da verificare, da tastare, da vivere in presa diretta, significava insomma trovare le prime sceneggiature, i primi testi, i primi registi, i primi attori, le prime comparse, le prime idee, i primi progetti. Non fu una cosa semplice.

 

Da nessuna altra parte, tranne che in Via del Babbuino e in Via Teulada a Roma, esisteva una struttura già avviata a cui fare riferimento e magari da copiare o da imitare. Ma Antonio Minasi non si perse d’animo. Intuì invece che era stato chiamato a guidare una delle fasi storiche della nuova Rai in Calabria, e con grande pazienza avviò un lavoro certosino che lo portò in giro per la Calabria. Lui capì subito che prima di fare televisione vera doveva capire  e doveva conoscere di più la regione dove era stato mandato a lavorare. Incominciò così a girare per i paesi, a incontrare presidenti e responsabili dei Circoli Culturali del tempo, a chiedere udienza privata ai sindaci, agli assessori comunali alla cultura, agli studiosi di storia locale e di storia popolare, chiunque   potesse dargli dei suggerimenti utili sul cosa fare in televisione, e soprattutto sul come fare televisione da queste parti.

 

Furono mesi e mesi di lavoro certosino, anche pesante, mesi di ricerca e di discussioni, di dibattiti pubblici e di riunioni riservate, “perché capii che la cosa fondamentale da fare allora -ricorda oggi Antonio Minasi- era proprio quella di tracciare un progetto ideale che utilizzasse la televisione come strumento di crescita culturale. Immaginai che il successo della televisione pubblica sarebbe stato tale solo se strettamente legato alla storia e ai bisogni delle popolazioni calabresi”.

 

C’èra insomma una Calabria tutta da scoprire, prima ancora che da raccontare, una Calabria che neanche i calabresi conoscevano, e quindi era fondamentale che la televisione  avvicinasse le diverse realtà territoriali della regione e ne raccontasse in maniera severa e approfondita le varie sfaccettature. La voce presto si sparse e sul tavolo di Antonio Minasi incominciarono ad arrivare le prime proposte di lavoro, i primi progetti, gli schemi dei primi programmi televisivi, roba che ben presto riempì le stanze del secondo piano del Palazzo di Via Montesanto, trasformando la Struttura di Programmazione diretta da Antonio Minasi in una straordinaria fucina di talenti e di idee. Sette anni di follie, sette anni di sperimentazione continua e quotidiana, sette anni di prove e di verifiche, si andava in onda due volte alla settimana, uno speciale televisivo di mezz’ora al martedì e al giovedì, e questo per sette lunghi anni, senza mai una sosta o una pausa di riflessione. Un periodo importante per la storia culturale della Calabria che forse nessuno ha mai ricostruito per come si sarebbe dovuto fare.

 

Per mesi e mesi sono andato alla ricerca di un qualcuno che potesse aiutarmi a ricostruire quella “eroica stagione dei programmi Rai in Calabria”, la stagione dei primi speciali televisivi realizzati in Via Montesanto, dei primi documentari targati “Rai Cosenza”, una delle fasi inevitabilmente più interessanti ma anche più complesse da ricostruire della vita della struttura radiotelevisiva calabrese. Ho provato anche a fare da solo, nel senso che per mesi ho provato a ricomporre questo puzzle fantastico della nostra vita e della nostra produzione radiotelevisiva, trascorrendo ore ed ore del mio tempo libero tra la polvere del nostro archivio generale. Il risultato, per la verità, non è stato dei più felici. Per due motivi semplicissimi. Prima di tutto perché in Via Montesanto esisteva un buon archivio generale, ma era tenuto così male da rendere difficile e a volte impossibile qualunque ricerca dettagliata o particolareggiata.

 

Tutto ciò che costituiva il grande patrimonio della struttura di produzione era stato ammassato alla meno peggio in una stanza minuscola, al secondo piano di Via Montesanto, su degli scaffali metallici dove solo in pochissimi riuscivano a mettere mano e solo i più fortunati alla fine riuscivano a trovare quello che si cercava. La più brava di tutti, era Vera Guagliardi. Tra quei pochissimi invece che sapevano, quasi sempre, dove cercare il più paziente era certamente   Vincenzo Pesce. Pesce era il regista programmista che con la redazione aveva più pazienza degli altri nello scartabellare tutto ciò che il Capostruttura del tempo Antonio Minasi aveva fatto conservare.

 

Per la verità in Via Montesanto, già allora, esisteva un registro generale su cui erano stati annotati i numeri delle bobine in giacenza, ma solo raramente qui numeri corrispondevano alla posizione reale delle stesse. E allora si andava avanti a vista, a carponi, alla ventura, con la speranza di trovare quello che ti serviva.  Ma tutto questo diventava possibile solo se avevi la fortuna di essere aiutato da qualcuno, magari da uno dei nostri registi più anziani.

 

 

5.    VIALE MARCONI: UNA SEDE E UN SITO WEB

 

Una volta trasferita la sede, da Via Montesanto in Viale Marconi, è diventato tutto ancora più difficile[1].

 

E’ triste doverlo ammettere, ma molti programmi sono già andati smarriti, o addirittura completamente persi, forse nel disordine incredibile che ha caratterizzato l’ultima fase del trasloco dal vecchio palazzone di Via Montesanto nella nuova sede di Viale Marconi[2]. Poi invece, un giorno finalmente vengo a sapere che uno dei registi della  Sede calabrese della Rai ,Roberto De Napoli, stava lavorando ad un’idea ambiziosa. Mi spiega che vorrebbe poter riordinare l’archivio generale della Sede Rai calabrese, e vorrebbe poterlo fare in maniera assolutamente moderna, con l’aiuto di sistemi computerizzati, immaginando addirittura un sito Internet, in nome di quella globalizzazione delle informazioni anche le più locali o le più periferiche da immettere in rete e senza delle quali nessuna realtà può più definirsi moderna e al passo con i tempi[3].

 

Immaginate, per un momento, che cosa potrebbe diventare un sito di questo genere e quanto interesse potrebbe trovare nei tanti appassionati di cose calabresi sparsi ormai in ogni parte del mondo. Ma immaginate anche quanto interesse un sito Internet di questo tipo possa suscitare negli studiosi di fenomeni antropologici che nelle università di tutto il mondo oggi si occupano del Sud della terra[4]. Qualcuno mi dice che persino in India, all’Università di Nuova Deli, ci sono cultori e ricercatori del mito meridionale italiano. Decido così di chiedere a Roberto De Napoli una mano d’aiuto.

 

 

 

 

 

6.    DAI PRIMI DEL NOVECENTO…

 

Scopro che il suo progetto di ricerca parte dalla fine dell’800, anno in cui risale la nascita del cinema, “ma bisognerà aspettare la fine del 1905 -mi dice in maniera estremamente dettagliata- perché la Calabria cominci ad essere impressionata su pellicola”. E ricordandomi Giovanni Scarfò,[5] Roberto mi sottolinea una data precisa, la fine del 1905, anno in cui viene messo in scena il primo documentario dedicato alla Calabria.

 

Quel primo documentario aveva un titolo emblematico, “Il terremoto in Calabria”, ed era appunto la cronistoria fedele e tragica dei danni immensi che il terremoto di quell’anno aveva creato da queste parti, soprattutto a Reggio Calabria: un susseguirsi di immagini forti, gente tra le macerie, interi paesi rasi al suolo, disperazione su disperazione, le immagini dei primi soccorsi, dei primi morti, furono migliaia. “Ma bisognerà aspettare sette anni più tardi -dice De Napoli- perché la cinematografia ufficiale si accorga finalmente della Calabria”.

 

Nel 1912 viene presentato alla critica del tempo “Fra i monti della Sila”, un documentario che già allora, nella suggestione davvero unica del bianco e nero, dava il senso e la dimensione della bellezza delle nostre montagne. Da qui, ai primi speciali, e ai primi documentari dell’Istituto Luce, il passo sarà davvero assai breve. Finchè non arriviamo alla fine degli anni ’70 e ai primi anni ’80. E’ quella che Brunella Eugenii, una delle registe più brave della RAI calabrese e che oggi insegna Tecniche Audiovisive all'Università della Calabria, definisce la vera grande svolta nella storia del documentario calabrese, una svolta che coinciderà esattamente con l’avvio in Calabria della Terza Rete TV. Forse un caso[6], ma il primo vero documentario ideato e prodotto dalla sede Rai di Via Montesanto andò in onda proprio il primo  gennaio 1980[7].

 

“La drammatizzazione scenica di quel primo documentario -ricorda Roberto De Napoli- avvenne sulla piazza, fra i vicoli, davanti alle chiese di Guardia Piemontese". Agli abitanti del paese o alla gente di passaggio era anche consentita la possibilità di intervenire durante la registrazione con proprie osservazioni, propri commenti, ricordi personali e familiari.

 

 

 

7     ….ALLA NASCITA DELLA TERZA RETE

 

In realtà, in ordine cronologico, lo speciale di Pupa Pisani fu il secondo documentario trasmesso dalla sede calabrese della Rai. Il primo documentario infatti era già stato proposto il 18 settembre 1979, per la durata esatta di trenta minuti, dalle 19.30 alle 20.00, ed era stato “La notte di Natale” di Giulio Palange. Più che di un documentario vero e proprio si trattava in quel caso, molto più semplicemente, della rievocazione della notte di Natale così come era stata raccontata da Vincenzo Padula. In realtà si decise di mandare in onda “La notte di Natale” soltanto perché il Natale era ormai alle porte, e lo speciale di Pupa Pisani avrebbe potuto aspettare una messa in onda più solenne e più ufficiale. Così come poi avvenne.

 

 Da questo momento, come dicevo prima,  passeranno sette lunghi anni, intensi, di grande lavoro, di straordinaria energia, dal dicembre 1979 al luglio 1987. La grande Rai scende tra la gente per raccontarne usi, tradizioni, culture, personaggi, abitudini, e storia locale, storia presente e passata. E a realizzare, nei fatti e nella sostanza, il “decentramento ideativo e produttivo dell’azienda”[8], sarà appunto la struttura di programmazione della sede calabrese.

 

“Fu proprio questa struttura -ricorda Roberto De Napoli- a realizzare la documentazione filmica più importante della Calabria e sulla Calabria dalla nascita del cinematografo a oggi. Si trattò di una vera e propria novità per la documentaristica filmica calabrese. E lo fu sia per quanto riguardava la fruizione del prodotto, per la prima volta diretto alle grandi masse che già allora la TV vantava, sia per le tecniche di realizzazione che allora parevano assolutamente rivoluzionarie. Fu soprattutto una svolta storica anche per l’occasione che venne offerta a cineasti e documentaristi calabresi non professionisti, che per la prima volta ebbero così la possibilità di cimentarsi con la produzione audiovisiva”.

 

Roberto De Napoli ricorda anche che “a favorire ulteriormente ed in modo significativo la produzione documentaristica, oltre a quelle che erano le potenzialità intrinseche della televisione, furono le nuove tecniche elettroniche della televisione che proprio in quell’anno soppiantarono, non senza polemiche, i sistemi tradizionali legati alla pellicola”[9]. Tutto questo facilitò di molto la produzione di nuovi filmati e quindi di nuovi documentari.

 

 

8.    L’INTERVENTO DELL’UNIVERSITA’

 

Un esperto di questa materia, Giovanni Sole, vecchio collaboratore della Struttura dei Programmi della RAI, oggi docente presso l'Università della Calabria, in un libro che rappresenta una pietra miliare del dibattito sul cinema etnografico in Calabria, spiega così la nascita del documentario in Calabria: “I cineasti dell'immediato dopoguerra non avevano grandi riferimenti culturali (solo qualcuno agli inizi degli anni '60, usufruì del contributo di qualche antropologo cone Annabella Rossi ed Ernesto De Martino), il che ha favorito incoerenze e ingenuità nei loro documentari.

 

Tra i filmati di questa generazione, vi sono dei piccoli capolavori cinematografici ed etnografici. Penso in primo luogo a “Venni lu tempu de li pisci spada” e “I dimenticati” di Vittorio De Seta; a “Un asino per un cristiano” di Axel Rupp; a “Il mago”, “Il giorno delle farse” e “Sabato sera” di Mario Gallo; a “I maciari” e “La farsa di Carnevale” di Giuseppe Ferrara; a “Stemmati di Calabria” e “America qua, America là” di Mario Carbone; a “Donne di Bagnara”, “Tempo di raccolta” e “La Madonna del Pollino” di Luigi Di Gianni; a “L'inceppata” di Lino Del Fra; a “Il contadino che viene dal mare” di Giuseppe Taffarel; a “Calabria segreta” di Vincenzo Nasso.

 

La seconda generazione di documentaristi e registi é molto più composita al suo interno di quanto lo sia stata quella precedente. Innanzi tutto troviamo impegnati alcuni studiosi della cultura calabrese, i quali, abbandonando antiche prevenzioni verso il cinema, intorno alla metà degli anni ‘70 promuovono una sistematica, anche se non sempre omogenea, raccolta filmica di materiali folklorici. Soprattutto Luigi Maria Lombardi Satriani, Francesco Faeta e Vito Teti con contributi e ruoli diversi (i primi due in qualità di consulenti, il terzo regista e antropologo allo stesso tempo e autore di numerosissimi documentari), realizzano in parte il sogno di Loria, il quale, nel 1908, cioè quando il cinema era un fatto avveniristico, proponeva film sulla Calabria riguardanti il mondo dei contadini, dei pastori e dei paesi.

 

E’ assolutamente interessante, e quanto mai credibile, l’analisi che Giovanni Sole fa della prima fase documentarista della RAI in Calabria: “Questa seconda generazione di registi era comunque composta essenzialmente da giornalisti i quali non erano né antropologi, né cineasti. Era composta da operatori che si avvicinavano al documentario non solo per scelte culturali, ma per motivi professionali ed economici. Con la nascita della rete regionale della RAI é la grande stagione del cortometraggio, che durerà meno di dieci anni. Giornalisti e registi cominciano a filmare i paesi interni e della costa, ad intervistare uomini e donne, a registrare canzoni e rituali, ad interrogarsi sulla storia culturale della regione. Con la RAI arrivano anche i mezzi e i fondi. Le troupes, a differenza di quelle precedenti, sono composte da diversi operatori, ognuno con un ruolo specifico. Registi e tecnici possono permettersi sopralluoghi dettagliati e nei giorni di ripresa non hanno limitazioni di tempo. Possono disporre di mezzi e apparecchiature di prima qualità, di più cineprese e registratori, di pellicola a sufficienza. Lo stesso progetto tecnologico ha creato condizioni più favorevoli per le riprese. Le nuove pellicole, che permettono, di girare anche in condizioni di luci non ideali, agevolano il lavoro degli operatori. Le cineprese 16mm sono più maneggevoli delle 35mm e, soprattutto l’Arriflex SR, consentono di mettere in macchina caricatori da 120 metri in tempi brevissimi, di eliminare ingombranti cavalletti e batterie, di avere un’agile e precisa presa diretta. Si cominciano ad utilizzare anche le videocamere, le quali permettono lunghissimi piani sequenza, semplificano al massimo le riprese e, soprattutto permettono un montaggio in sede. Con la pellicola, invece, c’era bisogno dello sviluppo e della stampa, del taglio del negativo e di sale di montaggio attrezzate, le quali si trovavano tutte nel Centro-Nord”[10].

 

 

9.    LA PRIMA CONFERENZA REGIONALE

 

Sarà una sede istituzionale quella in cui Antonio Minasi, Capo della Struttura di Programmazione della RAI in Calabria, traccerà le basi del suo progetto editoriale. L’8 e il 9 ottobre 1981 si tiene a Reggio Calabria nell’aula del Consiglio Regionale la Prima Conferenza Regionale sulla Terza Rete. E’ un avvenimento politico su cui si concentra per due giorni l’attenzione dei media, e in quella sede, dopo gli interventi di apertura del Presidente dell’Assemblea Regionale Rosarino Chiriano, del Direttore della Sede Rai di Cosenza Sandro Passino, e del Capo dei Servizi Giornalistici Franco Falvo, Antonio Minasi[11] spiega la necessità di “avviare senza pregiudizi una riflessione sul nuovo che a tutti i livelli si va manifestando nel processo della comunicazione sociale. I generi tradizionali vanno progressivamente perdendo di definizione, e più problematica si rende la codifica delle trasmissioni”.

 

Era chiaro, stava per iniziare per tutti una grande avventura, di cui nessuno però in quel momento poteva prevedere svolgimento e sviluppi futuri. Era un vero e proprio salto nel buio. Forse proprio per questo, affascinante e coinvolgente, come poi nella sostanza delle cose si rivelò il futuro della struttura dei programmi. Lo stesso intervento del direttore di Sede Sandro Passino, in Consiglio Regionale, mise il dito su una vecchia piaga che già a quel tempo assillava l’Azienda. “In quell’occasione -ricordano i colleghi di allora- disse chiaramente che non sarebbe stato facile stabilire una netta demarcazione tra la redazione e i servizi giornalisti e la struttura di programmazione, per i labili confini tra informazione propriamente detta e l’informazione che fatti culturali e spettacolo producono”[12].

 

Sandro Passino fece anche un preciso riferimento a “Odeon”, programma del Tg2 realizzato dalla struttura programmi della seconda rete della Rai, ma che in realtà pareva frutto esclusivo e straordinariamente patinato della redazione giornalistica del Tg. Insomma, quali saranno i veri confini tra giornalismo puro e programmazione e produzione televisiva?

 

Vent’anni dopo, nessuno ancora riesce a spiegarlo. Ma aveva proprio ragione Sandro Passino, il confine tra questi due diversi mondi della comunicazione è assai labile, e nei fatti la linea di demarcazione tra di essi, il più delle volte, rischia di sparire e di riapparire quando meno te lo aspetti. Sarebbe ingiusto non riconoscere a questo punto che molti dei programmi realizzati dalla struttura di Antonio Minasi parevano in realtà dei veri e propri reportage giornalistici, più che degli sterili approfondimenti culturali come lui, con la sua proverbiale modestia, a volte pungente arguta ironica, usava definire i suoi lavori.

 

 

10.  CULTURA E INFORMAZIONE:

       UNA DISTINZIONE LABILE

 

Ma qui vorrei aggiungere una riflessione assolutamente personale: oggi in redazione lavorano con me, come giornalisti professionisti, due degli allievi migliori di Antonio Minasi. Sono Giampiero De Maria e Annarosa Macrì. Quando arrivarono da noi, grazie a una novazione di contratto, per cui lasciarono la struttura programmi e da registi diventarono redattori a tempo pieno, dimostrarono a ognuno di noi che sul piano professionale non avevano nulla da imparare dagli altri.

 

L’esperienza “giornalistica” che nei fatti avevano maturato alla “scuola” di Minasi era stata così intensa da meritare, per ognuno di loro, il titolo di giornalista professionista a pieno titolo. Dico di più, oggi sia Annarosa che Giampiero sono due dei punti di riferimento storico della vita del Tg regionale della Calabria[13].

 

Altri registi programmisti che allora lavoravano con Antonio Minasi col passare degli anni hanno preferito invece percorrere strade diverse dalle loro. Tempo fa, dovendo io montare uno speciale su Polsi, e sulla storia di quest’incredibile Santuario della Madonna della Montagna che sorge ai piedi del Montalto nel cuore antico dell’Aspromonte, sono andato a rivedermi il primo documentario realizzato su Polsi dalla sede regionale della Rai e che Antonio Minasi aveva affidato a Vito Teti. Bene, devo confessare di essermi confrontato con un prodotto giornalistico d’altissimo livello, giornalismo puro. Uno speciale firmato da Vito Teti, allora giovanissimo regista programmista in Via Montesanto, che nulla ha oggi da invidiare alle tante, tantissime inchieste giornalistiche da noi realizzate in tutti questi anni. E qui forse ha ragione Roberto De Napoli quando, mettendo a confronto i miei speciali con quelli realizzati dalla struttura programmi che lo ha visto protagonista importante, dice che la differenza con i primi, cioè i loro programmi, sta nella mancanza di “approfondimento antropologico”, ma anche qui il discorso si farebbe davvero lungo e forse non è questa la sede ideale per affrontare una polemica così articolata come l’argomento invece meriterebbe.[14]

 

 

11.  L’ORGANIZZAZIONE PRODUTTIVA

 

E’ vero che si lavorava in condizioni assai precarie e quindi i programmi realizzati finivano poi con l’essere condizionati da queste carenze?

 

I problemi in allora cui si lavorava erano complessi, di varia matura, anche pesanti. La struttura di programmazione, soprattutto all’inizio, era organizzata in maniera assai modesta, il modello produttivo dell’organizzazione-lavoro non prevedeva assenze per malattie o per ferie, c’era una sola troupe disponibile al giorno, una sola sala di montaggio disponibile per sole otto ore al giorno, le stesse telecamere non avevano nessuna dotazione tecnica che assicurasse un prodotto diverso e più sofisticato, niente filtri, niente dolly o carrelli, niente obiettivi intercambiabili. Tutto questo naturalmente ha condizionato pesantemente il linguaggio filmico del prodotto calabrese. Iin quelle condizioni di lavoro diventava molto più semplice “inseguire” un avvenimento e non invece costruirlo ex novo così come in realtà una seria struttura di programmazione avrebbe dovuto fare. Ma nonostante questo l’industria culturale pubblica, attraverso la concessionaria Rai, avvia per la prima volta una produzione filmica di tipo documentaristico che per dimensioni e qualità non ha confronti in Calabria, né col passato né col presente.

 

Altra grande intuizione di Minasi in quegli anni era stato il pubblico in studio. Minasi aveva deciso che ogni puntata doveva avere un “suo” pubblico, sempre nuovo, sempre diverso, rigorosamente in diretta, pubblico naturalmente “pagato”. Ogni partecipante al programma veniva, infatti, ricompensato con la somma media di 12 mila lire nette per puntata, e per ogni puntata generalmente arrivavano in Via Montesanto 21 “figuranti”[15].

 

Gli ospiti invece, che invitati nella loro qualità di esperti, sull’argomento trattato in trasmissione, ricevevano a fine puntata un gettone di presenza che variava dalle 50 alle 70 mila lire. Dai documenti contabili risulta anche che soltanto due dei tantissimi ospiti invitati a partecipare al programma rinunciarono al previsto gettone di presenza. Furono rispettivamente Bruno Dominijanni, Presidente della Giunta Regionale, ed Ermanna Carci Greco, Assessore Regionale alla cultura. Ma come forma di cortesia per il contributo offerto al programma, Antonio Minasi diede disposizione alla sua segreteria perché ai due rappresentanti istituzionali venissero consegnate due cartelle di stampe antiche edite dal noto editore catanzarese Mario Giuditta. Sul brogliaccio che la sua segretaria personale ha custodito gelosamente per anni, quasi fosse l’unico vangelo che “il capo conoscesse come tale”, in maniera quasi maniacale Minasi pretese che si annotassero persino i dettagli più insignificanti, come poteva esserlo “il ritardo dell’uscita di una troupe dovuto al cattivo tempo”, o un qualunque altro inconveniente registrato nel corso della giornata o della fase di lavorazione di un servizio.

 

  Minasi, insomma, aveva il controllo totale della macchina che era stato chiamato a gestire, e da questi dettagli così minuziosi si intuisce quanto fosse preciso e categorico il suo sistema di lavoro, che gli consentiva di controllare, ora per ora, questa sua creatura. Tutto questo accadeva anche quando lui era fuori sede: “Da qualunque parte egli fosse -ricorda Vera Guagliardi- chiamava in Rai almeno quattro volte al giorno, due nel corso della mattinata, altre due volte fino a sera. Anche quando Minasi seguì le nostre troupes a New York, per i primi speciali dedicati al mondo dell’emigrazione (insieme ad Annarosa Macrì e a Vito Teti), nei fatti lo sentimmo fisicamente presente tra di noi ogni santo giorno, come se in realtà il “capo” per tutto quel periodo fosse rimasto seduto nella sua stanza accanto alla mia”. Ma lui era fatto così. Si informava di ogni cosa, non c’era persona che lo cercasse, o che chiedesse di lui, e di cui lui non sapesse. Richiamava tutti e subito, dai politici più influenti ai registi più sconosciuti, chiamava persino i tanti ragazzi anonimi che per anni hanno bussato alla sua porta per proporgli un’idea o per condurre un programma. Ma questo era il vero segreto del suo successo personale in Rai. Aveva capito, come pochi, che la radio o la televisione erano fatte dalle idee, e le idee migliori non avevano né età né censo. Ricordo che molti programmi di successo della struttura che lui dirigeva erano il frutto di semplici colloqui, o di banali telefonate, tra lui e chi gli proponeva dei progetti da realizzare.

 

 

 

12.  I TALENTI ARTISTICI E IL LORO HABITAT

 

Un giorno come redazione giornalistica ci venne l’idea di girare un programma su un pittore che già allora era famoso, e di cui io stesso avevo già raccontato la storia su un libro che portava il suo nome “Lorenzo”: si trattava, infatti, di Albino Lorenzo, un artista che viveva a Tropea, e che per la critica più accreditata di quegli anni poteva considerarsi “uno straordinario impressionista dei giorni nostri”. Chiesi a Minasi un appuntamento per proporgli un mio “speciale”: Antonio, non solo si dimostrò entusiasta, ma mi suggerì di approfittare di quell’occasione per raccontare anche il fascino di Tropea, la città dove Albino Lorenzo viveva insieme ai suoi diciotto figli.

 

Ma non finì là. Due mesi dopo la messa in onda di quel primo programma, firmato da me insieme a Cesare Passalacqua (specializzato di ripresa era Vincenzo Biafora), Minasi mi chiamò e mi propose un secondo “profilo”. Voleva da me un programma che raccontasse la vita e l’opera di Andrea Cefalì, altro meraviglioso pittore impressionista morto a Cortale, suo paese natale in provincia di Catanzaro, già allora ormai dimenticato da tutti, ma che aveva lasciato in eredità alla sua gente centinaia e centinaia di tele, una più bella dell’altra. Andammo a Cortale per un primo sopralluogo e tre mesi più tardi, ricordo, andò in onda uno speciale, anche questo firmato da me e da Cesare Passalacqua (specializzato di ripresa Pietro Bianco) che dava assai bene la dimensione umana ed artistica del vecchio Andrea Cefalì, e che per la prima volta diventava suo malgrado oggetto dell’occhio magico di una cinepresa. Ma fu così anche qualche anno dopo, con la Certosa di Serra San Bruno. In Via Montesanto nessuno meglio di Antonio Minasi, dunque, aveva mai saputo tradurre in pratica il concetto che era più caro a Corrado Alvaro e secondo cui “Il calabrese vuole esser parlato”.

 

Sarebbe eccessivamente riduttivo tentare di sintetizzare in questa sede la grande mole di lavoro prodotta dalla struttura di programmazione della Sede calabrese, e per questo spero si possa riproporre in appendice a questo lavoro l’elenco completo di ciò che è stato il prodotto finale e complessivo di questa struttura[16].

 

Credo valga invece la pena di ricordare lo sforzo enorme che la struttura tecnica profuse per realizzare questa nuova creatura. I primi documentari erano delle vere e proprie schede filmate della durata di quindici minuti, e a cui si faceva seguire in studio un dibattito tra esperti della materia trattata. Politici, sindacalisti, giornalisti, docenti universitari. I programmi venivano trasmessi dalle 19.30 alle 20.00 subito dopo la messa in onda del Tg regionale che allora veniva trasmesso dalle 19.10 alle 19,30. Era una fascia oraria assolutamente interessante. Ma, allora, Minasi fece di più. Chiese, e ottenne dalla Direzione Generale, di poter aprire i programmi regionali “fuori-spazio” dalle 18,30 in poi, e questo ha permesso nuovi spazi e nuove fasce di ascolto per una regione così poco abituata ai documentari televisivi[17].

 

 

 

13.  LA PRESENZA FEMMINILE

 

L’ultima regista-donna di quella generazione rimasta in Rai a Cosenza a fare ancora la regista-programmista è Brunella Eugeni, che già allora collaborava a “Pronto chi video?”. Nessuno meglio di lei ricorda quella prima fase: “La mia prima collaborazione in Rai risale al 1978. Avevo ventisette anni e la Rai allora mi dava la possibilità di pagare il fitto di casa ma anche di realizzare il mio sogno più grande, quello di lavorare in Rai. La struttura di programmazione, propriamente intesa, ancora non esisteva. Ricordo che Pupa Pisani gestiva i programmi radiofonici, allora condotti da collaboratori esterni, da lei stessa, da Giampiero De Maria e da Valerio Nataletti. Dopo qualche mese arrivò Antonio Minasi, il Capostruttura che doveva preparare la nascita della Terza Rete Regionale. Minasi occupava un ufficio al quinto piano della sede di Via Montesanto. Non aveva neanche un telefono tutto suo. Per i primi contatti con la regione, ricordo, io stessa portavo un lungo elenco di numeri telefonici al centralino che allora stava al quarto piano del palazzo, e che poi ripassava a noi le varie chiamate. L’ufficio di Minasi cominciò a ricevere una quantità enorme di persone, quante mai ne aveva viste la sede. Da ogni parte della regione piovevano sceneggiature e proposte di programmi. A quel tempo io leggevo il GR con Ciccio Falvo, conducevo un programma radiofonico con Alberto Leonetti, mi occupavo di rapporti artistici e ricordo lavoravo fino a notte fonda per ridurre le sceneggiature che altrimenti Minasi non sarebbe mai riuscito a leggere o a guardare”.

 

Momenti dolci, ricordi tenerissimi, ma soprattutto la voglia e la forza di conquista che solo a quell’età si può avere, tra una parentesi e l’altra del suo lavoro Brunella trova anche il tempo per raccontarci la “sua isola”, l’Elba, nei suoi ricordi ancora più bella e più vergine che non nella realtà di ogni giorno. E man mano che gli anni vanno avanti l’Elba diventa anche per noi cittadini di Via Montesanto ancora più mitica, forse perché sempre più lontana dalla vita di questa regista bella, bruna, e dall’accento toscano, sbarcata chissà come in Calabria per trovare la “sua” America. Mai esempio di emigrazione all’inverso fu più calzante di questo.

 

Dopo vent’anni Brunella Eugeni è in grado di snocciolare i giorni trascorsi in via Montesanto, nella mitica regia radiofonica del quinto piano, come se fosse appena ieri.

 

Molti non se lo ricordano più, ma la programmazione radiofonica subì assai presto una trasformazione radicale: non più un programma al giorno, ma un unico titolo per tutta la settimana, “Tutto Calabria”, che raccoglieva le varie rubriche, condotte da persone sempre diverse, che cambiavano a seconda delle stagioni, stagioni che poi corrispondevano alla durata del palinsesto. In attesa dei primi programmi televisivi anche i neo programmisti-registi si dovettero occupare della radio: Marcello Walter Bruno, Maurizio Fusco, Annarosa Macrì, Vito Teti, Pupa Pisani, Giampiero De Maria e Valerio Nataletti [18]. Man mano che i giorni passavano, e fervevano i preparativi per la nascita della Terza Rete, andavano avanti le selezioni per i nuovi volti della TV. “Ricordo che partecipai anch’io -dice Brunella Eugenii- a una di queste selezioni, ma il compito di dare il benvenuto ai calabresi toccò a Laura De Stefanis con la trasmissione “Punto di domanda”.

 

 

 

 

14.                                                                                                   20  DICEMBRE 1979 :  NASCE

                    LA PRIMA TELEVISIONE CALABRESE

 

Era il 20 dicembre 1979. Della “prima” televisione “calabrese” Brunella Eugenii ricorda ogni dettaglio, con una lucidità e una perfezione del tutto innaturali, segno probabilmente del rapporto viscerale da lei stessa vissuto con quegli anni di novità di pura sperimentazione televisiva. Diventa quasi effervescente quando le chiedo di ricordarmi i titoli dei primi programmi TV.

 

Le trasmissioni televisive allora occupavano due mezze ore settimanali, il martedì e il giovedì, e il primo palinsesto prevedeva alcuni contenitori tematici. “A tu per tu”, “Itinerario”, “Rotoquindici”, “Spazio Folklore”. Poi vennero gli altri, “Calabria Ottanta”, “Fratellastri d’Italia”, “Calabria cinema”. Il 20 novembre dell’anno successivo, fine 1980, prese il via il nuovo programma condotto da Gregorio Corigliano che per la prima volta in TV si occupava di vari argomenti sociali, la riforma sanitaria, il lavoro nero, i trasporti, i “fatti” di Reggio Calabria”. I programmi che vale la pena di ricordare ancora sono: I segni e la storia”, “Viaggiatori stranieri in Calabria”, “Francesco e il Re”, “Nascita di una Regione”. Per i collaboratori invece mi piace ricordare i tanti che allora passarono dalle nostre stanze in Via Montesanto, Vittorio Armentano, Pietro De Leo, Piero Pisarra, Elio Girlanda, Luciano Capponi, Nuccio Ordine, Vincenzo Pesce, Enrico Agapito, Massimo Celani, Mimmo Rafele, questo ultimo autore fra l’altro dell’unico telefilm girato da una sede regionale della Rai e che in Italia fu la nostra, e che aveva per titolo “Primi Amori”.

   

                                                      

 

15.      ANNO 1985-1988: INCOMINCIA LA LENTA AGONIA

 

Anche per Brunella Eugeni, come per Marcello Walter Bruno e Roberto De Napoli, il giorno in cui la struttura programmi chiuse fu il giorno più triste della loro vita: “Era come se morisse per sempre una parte di noi, perché a torto o a ragione moriva anche una nostra creatura. Si era insomma avverato quello che era stato il presentimento iniziale di Antonio Minasi.

 

Ricordo ancora che Minasi il giorno in cui la struttura prese il volo disse a quanti quel giorno erano con lui nella sua stanza “La terza Rete è un bellissimo neonato, speriamo che non lo facciano morire”.

 

Nel 1985 venne decisa in maniera ufficiale la chiusura dei programmi regionali e tutto questo per la storia della Calabria significò molte cose insieme. La produzione radiofonica e televisiva rallentò in maniera vistosa, e fino al gennaio 1988, quando venne poi sancito lo stop definitivo, si andò avanti a forza di repliche. La produzione radiofonica rimase invece in vita per poco tempo ancora. Passata dalla modulazione di frequenza alle onde medie incominciò anche per la radio una lenta agonia. Ma anche la sua fine era stata decisa da tempo. Nel frattempo Antonio Minasi era già stato trasferito a Roma. Con lui vennero trasferiti altri due registi-programmisti, Valerio Nataletti e Maurizio Fusco. Giampiero De Maria e Annarosa Macrì finirono alla redazione giornalistica. Pupa Pisani andò in pensione. Mentre Marcello Walter Bruno, sulla scia di quello che aveva già fatto Vito Teti, preferì tentare l’avventura della ricerca universitaria.

 

“Vuoi sapere quanti ricordi mi legano a questo mondo? Tantissimi ,risponde Brunella Eugenii. I più belli sono legati alle calde estati passate nello studio radiofonico del quinto piano di Viale Montesanto, erano giorni di ordinaria follia, pieni di entusiasmo mista ad angoscia per via di una trasmissione in diretta che doveva comunque andare in onda ogni giorno. Erano giornate piene di incontri, di rapporti professionali e personali con la gente più strana e più diversa, ospiti, collaboratori, esperti, studiosi. Da quello studio passava di tutto. Per fortuna oggi oltre ai ricordi sono anche rimaste le amicizie, alcune splendide, come quella con Mariuccia De Vincenti e Francesco Bevilacqua. Non sono in grado di ripercorrere tutte le tappe fondamentali della struttura di programmazione. Più degli avvenimenti ricordo molto le persone e in questo momento, nella stanza dei registi programmisti, ne ricordo due in modo assai speciale, Vincenzo Pesce e Roberto Cimadori. Se ne sono andati insieme, prima di noi”.

 

 

 

16ARCHIVI DA RISCOPRIRE

 

Vi dicevo prima che nel nostro sotterraneo di Viale Marconi giacciono ancora carichi di polvere centinaia e centinaia di documentari che rischiano ormai di andare persi per sempre. Ne ho riascoltati la gran parte. Inizialmente pensavo fosse tempo perduto, poi invece man mano che andavo avanti mi accorgevo che stavo passando in rassegna il grande patrimonio filmico di questa sede[19].

 

Nella maggior parte dei casi si tratta di documentari antropologici, etnografici, folcloristici, storici, culturali, anche scientifici. Sono davvero pochi invece quelli che Roberto De Napoli chiama “documentari di fantasia”, insomma la moderna fiction, e a cui già allora si ricorreva per tentare ricostruzioni storiche altrimenti non realizzabili o traducibili in immagini televisive. Accadde quando Antonio Minasi decise di proporre in televisione la Storia dei Fratelli Bandiera”, ed in quel caso non si potè fare a meno di ricorrere a degli attori professionisti. Così come accadde quando Minasi assegnò al giovanissimo regista Vincenzo Pesce la realizzazione di un documentario radiofonico interamente dedicato al dramma albanese. Sono trascorsi da allora almeno venti anni, ma sembra appena ieri.

 

A questo proposito ho ricordi personali nettissimi. Erano quelli anni in cui migliaia e migliaia di albanesi incominciavano a lasciare la propria terra per venire in Italia. Accadeva già allora quello che poi, negli anni ’90 sarebbe diventato per antomasia il grande esodo dei profughi verso l’Occidente. La maggior parte di loro partiva da Durazzo su imbarcazioni di fortuna e finiva sulle cose pugliesi e calabresi. Ricordo che ogni giorno registravamo il nostro “sbarco quotidiano”. Donne, vecchi, bambini, di ogni età e di ogni ceto sociale, arrivavano in Italia per cercare asilo politico e sfuggire alla dittatura del loro paese. Raggiungere la nostra frontiera era il sogno inconfessato di un intero popolo[20].

 

 

 

 

17.  LA TELEVISIONE SI MESCOLA CON LA RADIO

 

In quel periodo Antonio Minasi decise che era arrivato il momento di realizzare uno speciale radiofonico, che sarebbe poi dovuto diventare uno speciale per la televisione, con tanto di attori professionisti dal titolo “Scanderberg, amore e libertà”. Doveva essere la storia romanzata della tragedia del popolo albanese, e della sua tribolata lotta verso l’indipendenza. Ricordo che la sceneggiatura di quello speciale era stata costruita interamente sulla figura leggendaria di Giorgio Castriota Scanderberg, vissuto tra il 1403 e il 1468 alla corte del Sultano musulmano col nome di Iskander-Beg, che significava “Principe Alessandro”, il quale dopo la morte del padre tornò al cristianesimo. Dal 1443 al 1468 guidò la lotta del popolo albanese contro i Sultani Murad II e Maometto II, ottenendo il riconoscimento delle proprie conquiste. Infine, nel 1459, venne in Italia per portare aiuto a Ferdinando di Napoli allora in lotta contro Giovanni d’Angiò.

 

Tutto questo venne tradotto e rivisitato in testo radiofonico sulla base della traduzione letterale di un lavoro scritto nella prima metà del ‘700 da un commediografo albanese, Thomas Whincop, e ritrovato quasi per caso dallo stesso Vincenzo Pesce tra i ruderi della biblioteca dell’antico castello di Kruja, fortezza-simbolo dei principi albanesi. Ricordo lo sguardo elettrizzato con cui Vincenzo mi parlava continuamente di questo suo lavoro. Trascorreva in regia ore e ore, senza mai una sosta, pareva avesse fretta di fare più cose contemporaneamente, forse temeva che il tempo non gli avrebbe dato molto spazio. Ricordo ancora perfettamente bene una notte quando Vincenzo mi tenne inchiodato al tavolo di una pizzeria per raccontarmi il suo Scanderberg: ”Vuoi sapere davvero chi era Giorgio Castriota Scanderberg? E’ la figura più leggendaria della storia dell’Albania -mi ripeteva- E’ uno di quegli eroi nazionali la cui importanza storica riguarda l’intera umanità. In questo mio lavoro radiofonico sto cercando di puntare tutto sulla storia personale di questo personaggio così mitico, che insieme a Giovanni Hunyadi, finchè questi visse, fu l’animatore principale della più dura resistenza contro l’invasione turca. Alla morte del condottiero ungherese, Giorgio Castriota Scanderberg rimase il solo baluardo capace di fronteggiare i piani di conquista dei Sultani”.

 

Per dare vita e corpo a quella che Vincenzo considerava una “ricostruzione ideale della lotta per la libertà in Albania”, la Rai scelse un cast d’eccezione. Tra gli interpreti principali di quel programma figuravano Nino Mancaruso, Totonno Chiappetta, Gerry Mussaro, Ottavio Dodaro, Sergio La Rosa, Lindo Nudo, Anna Paola Diaco, Loredana Ravaglia,(e qui nessuno ci crederebbe) con la partecipazione straordinaria di Pietro Melia, già allora affermato giornalista Rai, e alla sua prima esperienza teatrale. Ad ognuno di noi ricordo che Pietro diceva “Lo faccio per una sorta di provocazione a me stesso, forse lo faccio anche per gioco”. Era la fine del 1988, i primi mesi del 1989, Pietro era arrivato in Rai da poco, portandosi dietro una lunga esperienza di grande cronista alle spalle, e un futuro ancora tutto da vivere nella sua nuova casa di Via Montesanto. Protagonista femminile, che per la storia è la bellissima Arianissa, compagna d’avventura e innamorata fedele di Giorgio Castriota Scanderberg, era l’attrice Rossella Mulè, interprete di straordinaria efficacia espressiva. Ho sempre sospettato, allora, che Vincenzo si fosse anche intimamente innamorato della bellissima Rossella Mulè. Ma erano anni in cui Vincenzo non era neanche fidanzato, e Rossella  era di una bellezza così solare da giustificare anche l’interesse platonico, perché tale fu, da parte del suo regista.

 

“E’ lei -mi ripeteva ogni giorno Vincenzo, davanti ad un Peppe Greco sempre sorridente e complice di tanta follia- la bella Arianissa, è lei la vera rivelazione di questa storia. Perché senza di lei sarebbe stato difficile immaginare un Giorgio Castriota Scanderberg fiero e felice della sua missione contro i Sultani. Arianissa è la sua donna, compagna fedele e ideale per un rivoluzionario come lui, una donna che lo aiuta a superare i momenti di solitudine con la stessa dolcezza con cui lo ama. Al Sultano che lo voleva sua Arianissa dice “Il mio unico amore è Scanderberg, senza di lui non potrei vivere”.

 

Bene, come allora, anche in quei giorni, al quinto piano di Via Montesanto, l’Arianissa scelta dal regista Vincenzo Pesce aveva le stesse sembianze dolcissime di una fanciulla albanese, lo stesso sguardo ammaliante di una bellissima odalisca, e la stessa voce suadente di una donna fedele: “Devo a Rossella Mulè un grazie molto particolare, perché mi aiutato a raccontare uno Scanderberg diverso da quello a cui molti di noi eravamo abituati a conoscere. Il mio Scanderberg è prima di tutto un uomo, poi è anche un eroe. E questo è l’eroe che la Rai mi ha chiesto di costruire per la radio”.

 

 

 

18.  LA SCOPERTA DEI  PRIMI TALENTI

 

Alberto Leonetti era un’altra delle presenze fisse della struttura programmi. Oggi lui è uno dei nostri registi-programmisti più presenti in redazione, e lo è almeno quanto lo era un tempo, allora appena ragazzo, giovanissimo musicista, alle prese con il mondo magnetico della radio.

 

Quella fase, così particolare e così esaltante della vita quotidiana di Via Montesanto, lui la ricorda così: “Era il lontano settembre 1975. Dopo aver concluso la mia consueta parentesi estiva come  pianista, avevo allora trent'anni e sbarcavo il lunario alla meno peggio, salii al quinto piano di via Montesanto, con qualche apprensione e molta curiosità. Era stato il Direttore Sandro Passino a propormi una collaborazione con la Rai, per la realizzazione di un programma radiofonico. Fu lui a scoprirmi. In quel periodo trascorreva le ferie a Sangineto, e più volte era salito al Roof Garden dell’Hotel Cinquestelle, dove io allora intrattenevo gli ospiti suonando il piano e azzardando di tanto in tanto qualche canzone, tipiche canzoni da cabaret. Forse il mio modo di fare musica gli piacque. E quel mio primo programma radiofonico regionale, di appena dieci minuti dal titolo “Velocissimo”, era in effetti la riproposizione del mio lavoro estivo adattato al mezzo radiofonico. Ne venne fuori qualcosa di fresco e di originale, una formula che ancora oggi funziona molto e che personaggi di lungo corso come Vaime utilizzano quotidianamente. La necessità di scrivere dei testi fece scoprire a Pupa Pisani, dalla quale ho appreso tantissime cose, la mia naturale vena satirica, e così, trasmissione dopo trasmissione, anno dopo anno, quel programma venne riproposto più volte, anche se con titoli diversi, diventando ben presto un vero e proprio appuntamento fisso. Si passò da dieci a venticinque minuti, e gradatamente vennero inseriti anche i primi attori. Chi può scordare il simpaticissimo Nino Mancaruso, quando nelle vesti del “Cavaliere Trombetta” iniziava i suoi monologhi sarcastici al grido di: “Calabresi! Mala tempora currunt!”, o l'attrice Giuditta De Santis nel ruolo della popolana Concetta: “Come sono bbùona, modestamente.....”, e in quello della sedicente maga calabrese-romagnola: “Mò vedi ben ragassuolo di non fare lo spiritoso!”. Chi potrà mai dimenticare Angelo Lombardi e Gabriele Nicoletti nei panni di “Don Casciotta e Ciccio Panza”: “Mamma mia, Don Casciò! E fermiamoci ‘nu pocu!”,  “Marcha, marcha! Hombre de miercoles!”. Quanti bei ricordi! Si registrava in quello studio radiofonico del quinto piano di via Montesanto, che veniva spesso conteso dai giornalisti e dai colleghi programmisti. Il tempo a disposizione di ognuno di noi era sempre insufficiente. Mezz'ora per dare una occhiata ai testi ed alle canzoni nuove di zecca, tre, anche quattro per puntata, due ore per registrare, e poi il montaggio finale. Il tutto avveniva come Dio voleva. Ci telefonavano, ci scrivevano, qualche conoscente ci fermava per la strada. Insomma, riuscivamo a divertire e, privilegiati fra i privilegiati, a lavorare divertendoci. Poi vennero le Radio Libere, così si diceva allora, e nel ‘79 la Terza Rete, e l’avvio dei programmi TV regionali. Fu uno scompiglio. Al quinto piano di Via Montesanto si unirono il quarto, il terzo, il secondo, il primo e persino il piano terra. Arrivarono le telecamere, e i cineoperatori si rifiutavano persino di toccarle. Ricordo che c’era chi diceva: “E noi dovremmo girare con quelle cose lì?”. Via Montesanto cominciò presto a riempirsi di nuovi giornalisti, nuovi tecnici, nuovi impiegati, nuovi collaboratori, e quelli che come me erano lì da tempo furono quasi travolti ed ignorati dalla marea crescente di persone che volevano “fare la televisione”. La neonata Struttura di Programmazione capitanata da Antonio Minasi era la mecca di quanti avevano messo in conto un esordio televisivo di qualsiasi genere. Non ho mai capito come facesse Antonio Minasi a fronteggiare tanta gente e tanti uomini politici tutti insieme. La Terza Rete, ossia l’enfasi della cultura a tutti i costi. Ossia, un errore madornale. Perchè confondere una struttura di programmazione con un dipartimento dell’Università è un errore che porta alla distruzione. Perchè l’Università è ben altro, perchè la cultura che passa attraverso il piccolo schermo non può essere necessariamente quella che passa per le facoltà o attraverso le dispense dei docenti. Perchè alle soglie del Duemila non vi è una sola cultura ma tante culture che si intrecciano insieme, che si contrappongono, che interagiscono, che si creano e che si distruggono contemporaneamente. La Terza Rete: come dire?, l’ambiguità in senso assoluto. Si realizzano dei programmi, o si realizzano dei veri e propri reportages? E, in un caso o nell'altro, ma qual’è la vera linea di demarcazione fra programmi regionali e programmi nazionali, fra programmi regionali ed informazione regionale? E i mezzi per realizzare dei buoni programmi dov’erano? E la collocazione e la frequenza degli appuntamenti, per poter realizzare buoni ascolti, com’erano stati studiati? Domande a cui, oggi come allora, non era facile rispondere. La Terza Rete nel giro di pochi anni esaurisce ogni velleità, ogni possibilità di crescita, e mostra il fiato corto. Poi fu la fine”.

 

Alberto Leonetti ripercorre quel periodo con la stessa meticolosità con cui lavora, con lo stesso puntiglio che oggi ne fa uno dei migliori registi televisivi della Sede calabrese della Rai. Non a caso, forse, la televisione é rimasto il suo vero grande sogno nel cassetto. “Non sono mai riuscito a portare i miei programmi in TV. Mi si diceva che le mie sceneggiature non erano ideali per il mezzo televisivo. Per questo ho scelto alla fine di dedicarmi alla radio, e la cosa ricordo mi aiutò molto a divertire gli altri. Ma a divertire anche me stesso. E anche quando tentai di proporre una rievocazione storica della Calabria del dopoguerra, scandita dalle canzoni dell’epoca, preferii farlo solo alla radio. In TV non me lo avrebbero fatto fare. Sentivo che alle mie spalle qualcuno sussurrava “canzonette”, “che schifo!”. Così, per quanto riguarda la produzione TV, mi limitai alle regie TV delle partite di calcio e alle regie televisive degli spettacoli teatrali, non disdegnando mai per la verità di ricoprire anche ruoli diversi come quello di assistente musicale o di assistente alla regia. In particolare ricordo che un giorno mi fu affidata la colonna sonora della serie “Viaggiatori stranieri in Calabria”, e che Antonio Minasi rimase molto soddisfatto del risultato finale. Accadde la medesima cosa per le riprese e il montaggio degli spettacoli teatrali “Candido ...ovvero”, e “Le lettere di Lewis Carrol”. Se non ricordo male a quest'ultimo lavoro venne anche assegnato un premio di qualità. Vent’anni dopo, oggi, sono ancora qui...”.

 

 

 

19.  LA STRUTTURA DI PROGRAMMAZIONE:

       SALDAMENTE ANCORATA AL TERRITORIO

 

Quante emozioni, quanti ricordi, quanta nostalgia per quel periodo, ma soprattutto quanto amore per quella prima fase di un progetto che pareva a tutti, nei fatti, impossibile da realizzare.

 

“Non ho nessun dubbio, nonostante abbia avuto una vita breve -riconosce oggi Alberto Leonetti- credo che la Struttura di Programmazione della Sede Rai per la Calabria abbia rappresentato un momento di grande valore sociale, di grande entusiasmo generale, e soprattutto di grandi speranze. Quel concitato andirivieni di persone che facevano capo alla Segreteria della Struttura di Programmazione, dove ricordo onnipresenti e indaffaratissime Olivia Coppola e Vera Guagliardi, eternamente disponibili con tutti, tutto questo aveva portato una ventata di nuovo fra le stanze solitamente tetre del vecchio edificio di via Montesanto. Ricordo che con l’avvio della Terza Rete quelle stanze diventarono ben presto una sorta di cenacolo letterario-artistico-musicale sempre aperto, dove ogni giorno, per 365 giorni all’anno, convergevano autori, musicisti, artisti, attori, registi, giovani cronisti in erba, tutti allora animati da un’indescrivibile voglia di fare. Nei loro occhi si leggeva l’entusiasmo e, allo stesso tempo, anche lo stupore per un sogno antico che per ognuno di loro stava finalmente diventando realtà. Si usciva finalmente dal silenzio secolare di questa Regione, e ci si lasciava alle spalle, allora noi pensavamo “finalmente per sempre”, la monotonia del nostro piccolo mondo antico. Era il mondo chiuso della provincia calabrese. Da ora in poi, immaginammo, potremo comunicare con il resto del mondo, anche noi finalmente protagonisti attivi dei grandi sistemi di comunicazione. Ricordo che tra di noi ci si confrontava, ci si scambiavano delle idee, dei punti di vista, a volte anche qualche critica, insomma si cresceva tutti insieme, mentre andava radicandosi in tutti noi l'idea di appartenere ad un gruppo di pionieri che finalmente davano una voce ed una immagine ad una regione da sempre silenziosa e dimenticata. Tutto questo era molto bello e assai gratificante, ed eravamo in molti ad aver preso l'abitudine di passare ogni giorno dalla Segreteria solo per vedere gli amici ed essere aggiornati sugli sviluppi della programmazione”.

 

Ha ragione Alberto quando dice che la Struttura Programmi era diventata una sorta di “mecca del cinema”, da dove allora passarono tutti coloro i quali nei vent’anni che ne sarebbero seguiti avrebbero rappresentato qualcosa di veramente importante di questo mondo dello spettacolo e dell’informazione televisiva.

 

Ma du davvero così? Alberto sorride: “Quanti nomi potrei fare! Otello Profazio, per esempio. E’ il primo nome che mi viene in mente, forse perchè allora era il personaggio più appropriato per una televisione come la nostra, come si diceva allora “saldamente ancorata al territorio”. In effetti, per dei programmi che  nascevano in Calabria, e che in quella prima fase erano destinati ad essere diffusi solo in Calabria, era quanto di meglio si potesse sperare di avere. Ricordo che il suo ruolo di custode delle tradizioni e dei canti popolari, insieme alla sua straordinaria ironia, tra il serio e il faceto, per metà saggio e per l’altra metà irriverente, gli consentivano di affrontare agevolmente qualsiasi tipo di discorso, fosse esso storico, sociale o politico. Beato lui. Ma c’era di più. Nessuno meglio di Otello era così facilmente gestibile da un regista. Bastava dargli un microfono, e dirgli di guardare davanti a una telecamera: al resto provvedeva lui, con la sua voce e la sua chitarra. Di molti altri nostri vecchi collaboratori, che non vedo più da almeno un decennio, mi rimangono soltanto ricordi fugaci, legati per lo più ad una particolare situazione o ad un particolare momento della nostra vita in comune. Ricordo per esempio Mario Foglietti, oggi famosissimo art-director di “Speciale TG1”, mentre passeggia nervosissimo per il corridoio del quinto piano in attesa di essere ricevuto da Minasi. Mi viene anche in mente il bravissimo Piero Pisarra, oggi lui è corrispondente della Rai da Parigi, e lo ricordo intento al montaggio del programma-reportage “Musica Antiqua a Gerace”. Così come mi pare di riascoltare la voce di Enzo Romeo, oggi affermatissimo vaticanista del Tg2, alle prese allora con la rubrica radiofonica che lui conduceva in prima persona una volta alla settimana. Ma ricordo perfettamente bene anche Luciano Capponi, oggi affermato regista televisivo, e allora alle prese con gli interpreti e la sceneggiatura del suo film, “Se una notte a Monte Cocuzzo”. Tra gli attori protagonisti c’era anche un pressoché sconosciuto Pino Ammendola, nel ruolo di attore principale del suo film. E a proposito di Pino Ammendola, ricordo anche quel Pino Morabito che venne scritturato come interprete principale del mio speciale TV dal titolo molto particolare, “Pino Morabito Wanted”. Ogni tanto faceva qualche fugace apparizione anche Giorgio Calabrese, straordinario intellettuale e giornalista piemontese che allora lasciava sempre più spesso la sua Torino per venire a realizzare qualche programma radiofonico anche a Cosenza. Lo confesso, non ho mai capito il vero perchè di quella sua scelta, il perchè Giorgio Calabrese preferisse lavorare in una sede così meridionale come la nostra, ma soprattutto così lontana da quello che era il suo mondo naturale. Forse per via del suo cognome...E poi c’erano gli attori esordienti che venivano da Catanzaro, bravissimi, promettenti, come Pino Michienzi o Diego Verdegiglio. Oggi li rivedo sempre più spesso negli spot pubblicitari diffusi dalle grandi rete nazionali. Ma ricordo anche quelli che venivano da Reggio, come Mimmo Raffa o Enzo Zolea, o quelli residenti tra Cosenza e Rende come Salvatore Puntillo, Jerry Mussaro, Carlo Napoletani, Totonno Chiappetta, nomi noti oggi al grande pubblico radiofonico e televisivo italiano.

 

 

 

20.  LA TELEVISIONE DEGLI ESORDI

 

Ma quanti altri ne sono passati per la Segreteria della Struttura Programmi[21]? Tantissimi, veramente tanti. E tutti ricordo volevano partecipare a quella specie di festa che era la televisione degli esordi, ognuno di noi allora pareva volesse dire “ci sono anch’io, vi prego non dimenticatemi di me”. E devo dire la verità, non credo che almeno in quella prima fase iniziale sia stato dimenticato qualcuno. Chiunque bussasse alla porta di Minasi trovava sempre qualcuno disposto ad ascoltarlo. Valeva per tutti, sia per autori già affermati come Sharo Gambino, che per quelli meno noti ma altrettanto bravi. Penso al talento di Giulio Palange, o dello stesso Vincenzo Zicarelli, ma penso anche ad autori dialettali come Ciccio De Marco, o a folksingers  come Danilo Montenegro, a musicisti come Roberto Cimadori, scomparso tragicamente l'anno scorso, o a pianiste di grande valore come Patrizia Casole  e Giulia Valente, a poeti come Gino Bloise, a critici d'arte come Tonino Sicoli e Fernando Miglietta, a direttori artistici come Antonello Antonante animatore ed inventore del Teatro dell’ Acquario di Cosenza. Ma ricordo anche Amedeo Furfaro, insuperabilre autore e critico musicale, e insieme a lui Enrico Agapito, regista dalle mille sorprese. Ma ancora, un altro flashback, ricordo Elio Palumbo, affermato produttore discografico, che sale per le scale di Via Montesanto con il suo cagnolino bianco chiuso in una piccola valigetta, o Daniele Piombi che un giorno perse il suo aplomb e litigò di brutto con qualcuno negli uffici che ospitavano la Struttura Programmi. Così come non dimenticherò mai una Flavia Fortunato, allora davvero giovanissima, che ballava per noi sul palcoscenico del Teatro Citrigno con una classe ed una passione fisica davvero unica al mondo. E poi ancora, il Concorso Nazionale Radiodrammi (Annarosa Macrì vi partecipò con “L'ultimo volo dell’aquilone”, io con “Transfert”): fu una delle ultime iniziative promosse dalla RAI nella linea di apertura ai nuovi autori. Poi più nulla. Da allora sono passati tanti anni ma è ancora vivo, in tutti noi, il ricordo di quel periodo che va dalla messa in onda del primo TG regionale. Quanta trepidazione, e quanti preparativi per quella prima prova d’esame! E dalla messa in onda del primo programma regionale fino alla definitiva chiusura della Struttura di Programmazione. Oggi, forse, in una epoca di profonde trasformazioni come quella che stiamo vivendo, in cui la comunicazione diventa globale, parlare di programmazione regionale può sembrare davvero anacronistico. Eppure, nonostante questo, credo che nessuno di noi oggi sia pronto o felice di recepire questo principio della cosiddetta informazione planetaria dimenticando completamente le proprie radici, il proprio territorio, le proprie tradizioni, in una parola dimenticando se stessi. Per questo credo che in qualche modo, prima o poi, ritorneremo sui nostri passi, per ricominciare il cammino interrotto esattamente da lì dove lo abbiamo interrotto”.

 

 

 

 

21.  SPAZIO FOLKLORE

 

Ma a proposito di nostalgia: un altro vero grande tesoro documentaristico della Rai calabrese, che ancora giace intoccato negli archivi sotterranei di Viale Marconi, ritengo sia quello che passa sotto il nome di Spazio Folklore[22], una produzione televisiva di notevolissimo pregio, che già allora, primi anni ’80, si avvaleva della consulenza di studiosi del livello di Luigi Maria Lombardi Satriani o dello stesso Francesco Faeta, due antropologi che per motivi diversi avevano con la Calabria frequentazioni continue, e che già allora le Università di tutta Italia speravano di avere come propri insegnanti. Antonio Minasi ricordo aveva un obiettivo ambizioso, avrebbe pagato chissà che cosa per riproporre in televisione le “mille” manifestazioni folkloriche esistenti in Calabria. Affidò quest’incarico ad uno dei suoi migliori registi-programmisti, Vito Teti, che in realtà poi legò il suo nome proprio a questo spazio etnografico ed antropologico “vissuto” per la RAI ed in RAI, e che probabilmente si porterà addosso, come una vera e propria etichetta culturale, per tutto il resto della sua vita accademica[23].

 

Vito Teti spiega così il suo amore per il documentario etnografico: “Il mio interesse continuato e sistematico con il documentario é nato si può dire per caso. Nel 1977, quasi per gioco, partecipai ad un concorso in Rai per fare il regista e lo vinsi. Non sapevo bene in verità cosa sarei andato a fare, per me era un lavoro a termine, di passaggio, in attesa di tornare all'Università. Sin dal primo momento capii però che mi si presentava un'occasione unica per sperimentare la cinepresa, un altro mezzo ed un altro linguaggio, nella ricerca antropologica. Pur non avendo una conoscenza tecnica del mezzo cinematografico avevo sempre avuto grande passione per il cinema. Ricordo che ancora ragazzo insieme ad altri miei amici abbiamo gestito una sala di proiezione del paese lasciata dal proprietario perché poco remunerativa. In quegli anni nasceva il mio amore per il cinema americano, e più tardi sarei rimasto influenzato dai documentari di Scorzese sulla vita degli italoamericani che mi fecero capire molte più cose di quanto non mi avessero fatto capire tanti saggi e scritti. In quello stesso periodo, tramite Diego Carpitella,  seguivo attentamente quanto avveniva nel campo del documentario etnografico e assistevo alle fasi di progettazione e realizzazione dei filmati dello studioso. L'arrivo in RAI mi consentì di verificare problemi e questioni su cui avevo riflettuto soltanto in maniera episodica, anche se già dal 1975 avevo partecipato con Luigi Maria Lombardi Satriani, in qualità di consulente, alla realizzazione di documentari sulla cultura popolare di alcune regioni. Vi furono diverse circostanze che incoraggiarono e agevolarono la mia produzione filmica alla RAI, prima di tutto, la sensibilità per i temi etnografici e antropologici da parte del capo struttura Antonio Minasi. A quanto mi risulta solo le sedi regionali della Calabria e del Trentino operarono con sistematicità per la ripresa di manifestazioni e comportamenti culturali. Il clima di quegli anni fu assolutamente favorevole. La televisione in quegli anni diventò nei fatti creatrice di una nuova cultura popolare In taluni casi, lo ripeto, determinate manifestazioni venivano organizzate soltanto se andava la televisione, e molti di questi riti, infatti, morivano l'anno successivo. Ricordo, per esempio, che in occasione della processione della Madonna d'Alto Mare, alla tonnara di Palmi, per un malinteso la nostra troupe si era disposta su due barche diverse e quindi nell’impossibilità di filmare e registrare insieme. Informammo di ciò gli organizzatori della festa e poiché il corteo delle barche era già partito, interruppero la processione a mare, consentendo una ripresa ottimale. La televisione era un elemento di novità e di comunicazione”.

 

 

 

22.  PREGI  E  DIFETTI

           DELL’ARTE  DEL  DOCUMENTARIO

 

-Ma quanto fu determinante per il tuo lavoro l’atmosfera che allora si respirava alla RAI?

 

Vito Teti ancora oggi non ha dubbi: “In RAI, penso ai tecnici, agli elettricisti, ai fonici, agli operatori di ripresa, c’era un grande entusiasmo generale per la realizzazione di questi filmati, forse perché ognuno di loro scopriva un mondo "vicino" che nemmeno conosceva. C’era qualche voce isolata che un pò per gioco ci accusava di “folklorismo”, ma in realtà questi documentari già allora ebbero notevole fortuna, molti di essi venivano trasmessi per poi partecipare a rassegne italiane ed europee”.

 

-Ma possibile che non ci fosse nessun tipo di problema?

 

Da studioso e analista severo Vito Teti non si sottrae: “In molti di questi programmi c'erano dei limiti cinematografici, di linguaggio, interpretativi. Quando arrivai in RAI possedevo una formazione accademica anche se non nel senso classico. Avevo già fatto numerose ricerche in Calabria e non ero certo uno studioso, come si suol dire, da tavolino. La mia formazione di antropologo in qualche modo condizionava però i miei documentari nei quali c’era molto parlato, molto commento. Lentamente sono arrivato ad una diversa concezione delle immagini, ho scoperto, ma su questo bisognerebbe parlare a lungo, quella che alcuni chiamano "l'autonomia del linguaggio cinematografico", delle immagini che parlano da sole. Devi però tener conto che spesso questi documentari venivano organizzati dalla sera alla mattina e che lavoravi con la troupe che ti capitava. Io ricordo di aver girato con vari operatori, diversamente bravi, e però ciò significava che non c’era sempre omogeneità di linguaggio. Quello che vede il regista é diverso da quello che vede l'operatore di ripresa, se poi l’operatore cambia, la diversità del linguaggio diventa più radicale. Inizialmente non avevo la competenza tecnica per guardare nella macchina da presa, così quando andavo in montaggio mi trovavo spesso immagini che non mi aspettavo, che mi sorprendevano. Alcune sequenze, che secondo me rimangono dei classici dal punto di vista documentario (come ad esempio quella di una donna che al santuario di Polsi di avvicina all'altare in ginocchio strisciando con la lingua per terra, o il pianto rituale di una donna di Savelli il giorno delle Palme) sono state riprese per iniziativa dell’operatore che si era accorto di questi eccezionali comportamenti devozionali. Ogni filmato va capito a seconda della struttura che lo ha realizzato. Io non avrei potuto girare i documentari se non avessi trovato tecnici competenti e appassionati. Sul Pollino per riprendere la festa facemmo dei turni massacranti. Ricordo che i responsabili aziendali, anche se bonariamente, conoscendo la mia impostazione culturale, mi accusavano di comportamento antisindacale perché facevo fare a operatori e tecnici molti straordinari. Queste manifestazioni però non potevi riprenderle se non facevi in questo modo, se non sconvolgevi ritmi e impostazioni aziendali, se non ti affidavi all'entusiasmo. Ricordo che quando decisi di andare sul Pollino il direttore mi disse: “Si ricordi che lei può girare sino alle otto della sera”. “Ma direttore -risposi io- la festa inizia a mezzanotte!”.

 

Vito Teti ricorda così l’addio alla RAI: “Nel 1982 abbandonai la RAI per tornare all’Università e debbo dire che ormai, pur essendomi sempre considerato provvisorio e occasionale in quel lavoro, non ero molto entusiasta. Mi sentivo talmente interno a quel discorso di viaggio, di esplorazione e di sperimentazione con la macchina da presa, che trovai difficoltà. Mi dispiaceva lasciare qualcosa che mi aveva dato grosse soddisfazioni, che mi aveva fatto capire aspetti della vita calabrese che prima non conoscevo, che mi aveva spinto a fare i conti con un mezzo che apprezzavo solamente a livello teorico. Una volta fuori dalla struttura produttiva della RAI incominciai per forza di cose ad attenuare i contatti, incomincia ad avere alti interessi e questi sicuramente furono due dei due motivi per cui non continuai a fare documentari. Poi ci fu anche un’impossibilità di carattere economico. Nel 1987 avevamo girato un documentario su San Rocco a Gioiosa Ionica, dieci mila metri di pellicola che sono fermi nella sede della RAI, perché non si riuscì a trovare uno spazio di programmazione dove collocarlo e perché non si riuscì a trovare i soldi per il montaggio”.

 

Quanta nostalgia anche in questo giovane antropologo che, a dispetto di quanto egli stesso possa immaginare, ha legato il suo nome alla storia della RAI calabrese in maniera indissolubile: “La nostalgia e il desiderio di tornare alla macchina da presa c’è, vorrei riprendere alcune ritualità vecchie e nuove, per rifare in maniera diversa dal passato, ma chi é interessato oggi a questi films, chi li finanzia?”.[24]

 

 

 

23. VERSO LA FINE

 

L’obiettivo di Minasi, tutti lo ricordano bene, era allora quello di “tracciare un identikit storico-culturale della regione”, quello che lui chiamava “un recupero delle radici”, “un conoscere più intimamente se stessi per aprirsi più consapevoli al dialogo con il mondo esterno”, obiettivo ambizioso ma a mio giudizio oggi pienamente realizzato. E’ per questo che Minasi affidò a Vito Teti il compito di seguire le più importanti processioni della regione, da gennaio a dicembre, da Natale a Ferragosto, ricercando, percorrendo, seguendo, ed inseguendo l’intero ciclo liturgico di questi appuntamenti.

 

Ne venne fuori un programma di tredici puntate diverse che rivisto oggi, a distanza di tantissimi anni, ha il sapore autentico del documento storico visivo. Ripeto, peccato che gran parte di questo materiale rischi oggi di finire rovinato dalla polvere e dall’incuria di chi, probabilmente non conoscendo queste tematiche, rischia di sottovalutare l’importanza di questo materiale così unico al mondo e unico nel suo genere[25].

 

A firmare questo immenso patrimonio visivo, insieme a Vito Teti, un gruppo di giovani intellettuali a cui nei fatti va riconosciuto il merito storico di aver inventato in Calabria l’arte del documentario. Lo ha già ricordato Brunella Eugeni: con Vito c’erano anche Annarosa Macrì, Marcello Walter Bruno, Maurizio Fusco, Pupa Pisani, Giampiero De Maria e Valerio Nataletti. Quando la struttura chiuse il gruppo si sciolse. Ognuno prese la sua strada, ma per tutti loro il futuro sarà ricco di successi importanti[26].

 

Sette anni dopo la messa in onda del primo documentario regionale la Direzione Generale decise di avviare una verifica sull’intero territorio nazionale, e con una delibera per certi versi “storica”, del 30 luglio 1987, il Consiglio d’Amministrazione conferì al Direttore Generale il mandato preciso di potenziare l’informazione regionale “come espressione più diretta delle realtà regionali”[27].

 

Otto giorni più tardi, l’8 agosto di quello stesso anno, l’Azienda decise ufficialmente di cancellare la programmazione televisiva regionale per via degli ascolti eccessivamente limitati. I dati Auditel riferiti al primo trimestre del 1987 indicano con chiarezza lo stato di crisi degli ascolti delle reti regionali. Per la Calabria si registrava una media di 600 mila ascoltatori, rispetto al milione e mezzo del Tg regionale, insomma quanto bastava per decretare la morte definitiva della struttura di programmazione.

 

La scelta di chiudere per sempre la produzione televisiva regionale ha lasciato un vuoto non ancora colmato. Furono i sindacati di sede, di Cgil, Cisl, Uil, e Snater, ad impegnarsi a trovare una soluzione ideale perché la programmazione continuasse a vivere. Furono i sindacati, i primi, a gridare che l’abolizione della produzione televisiva della struttura di Programmazione della Calabria avrebbe significato privare la regione dell’unico reale e sicuro punto di riferimento culturale radiotelevisivo del territorio. Furono sempre loro a redigere un progetto per il mantenimento della programmazione ispirandosi e facendosi forza delle dichiarazioni rilasciate alla stampa dall’allora Presidente della Rai Enrico Manca, per il quale era auspicabile affrontare un progetto che avesse consentito ad esterni Rai l’utilizzo delle strutture della Terza Rete, “previo naturalmente il rimborso delle spese sostenute”[28].

 

Il dibattito si fece più serrato e più ampio. Il Presidente del Consiglio Regionale, Anton Giulio Galati, promise di affrontare l’argomento in Assemblea Regionale, contemporaneamente i sindacati proposero la stipula di una convenzione di tre anni rinnovabile.

 

“La Regione avrebbe dovuto farsi carico delle spese per i mezzi tecnici e per la realizzazione, tra l’altro, di documentari sui temi ambientali  culturali archeologici artistici. Ma la Regione non dette mai un parere. Il progetto non fu mai discusso. In nessuna sede. Sopno i corsi e i ricorsi della storia. E i sindacati non ebbero la forza di elaborare altre nuove iniziative, per cui la sede regionale si avviò verso una nuova fase, che era quella della produzione del solo telegiornale.

 

 Si chiuse così una delle parentesi più esaltanti della storia della Rai in Calabria. Altri documentari furono poi, nel tempo, realizzati dalla redazione giornalistica, ma naturalmente con un taglio diverso da quello che era tipico dei primi  programmisti registi[29].

 

Io credo che alle soglie del 2005 varrebbe la pena di riavviare una discussione su tutto questo, senza pregiudizi e senza rancori, ma alla luce delle mille novità che nel frattempo sono venute nascendo in Calabria. Allora, quando la struttura programmi chiuse per sempre, era forse più difficile affrontare un’analisi di questo tipo. Oggi, invece, riprendere le fila del discorso interrotto potrebbe essere utile per tutti. Soprattutto, potrebbe esserlo per il futuro e per la crescita complessiva di questa regione, anche perché la redazione giornalistica ha dimostrato con i fatti di sapersi, e di potersi, ben sostituire alla vecchia e mitica struttura di programmazione.

 

 

 

24. DALLA STRUTTURA DI PROGRAMMAZIONE               ALL’IMPEGNO PER LA FORMAZIONE

 

Non c’è dubbio,riconosco che oggi mancano gli spazi che allora esistevano sulla Terza Rete, ma qui il discorso si farebbe davvero più complesso e più serio.

 

Per fortuna qualcuno in Rai a Cosenza sta già pensando al futuro, e al come rendere “uomini, mezzi, e strutture della sede Rai calabrese utili alla società del terzo millennio”. C’è un piccolo esempio di “buona gestione manageriale” dell’Azienda di cui in futuro, sono certo, si discuterà molto: mercoledì 1 marzo 2000 rimarrà una data importante, almeno per la storia della Rai calabrese, perché nella nuova sede di Viale Marconi, parte ufficialmente una iniziativa che sembra fatta apposta per recuperare e gestire questo immenso patrimonio filmico e sonoro di cui vi ho appena parlato.

 

E’ il primo Corso di Formazione Professionale per nuovi registi, un’iniziativa unica nel suo genere e unica in Italia[30]. Per la realizzazione del progetto la RAI calabrese mette a disposizione dell’attività didattica degli studenti interessati i propri impianti, le apparecchiature, le strutture e le professionalità di quanti in Rai hanno maturato esperienze importanti, sia nell’ambito della didattica che in quello della produzione radiotelevisiva. “Storia della radio e della televisione”, “Laboratorio di regia televisiva”, “Tecniche di ripresa televisiva”, gli insegnamenti previsti fino al 15 giugno 2000.

 

Il corso riprese immediatamente dopo la pausa estiva, sempre in Rai, per la seconda parte, occupandosi soprattutto di argomenti più specifici come “Il laboratorio di regia televisiva”, e “Tecnica delle riprese”. Si parlò anche di argomenti completamente nuovi come “Produzione, post-produzione e sistemi di diffusione”, “Economia, tecnica della pubblicità e marketing”, “Organizzazione ed economia dello spettacolo”, “Teoria e tecnica della comunicazione”. 

 

Basilio Bianchini affida la responsabilità del corso ad uno dei programmisti-registi più anziani, Roberto De Napoli, che si avvalse della collaborazione di un coordinatore tecnico, Domenico Marchese[31], e di un tecnico di grandissimo valore professionale ed umano che risponde al nome di Pasquale Donato.

 

L’impegno della Rai in questa “vicenda pubblica”, come la chiama Basilio Bianchini, è stata di ben 360 ore complessive, di insegnamento pratico, sulle 1800 previste per lo svolgimento dell'intero corso. L'attività didattica ha consistito soprattutto in una complessa serie di esercitazioni reali necessarie per acquisire maggiore dimestichezza, non solo con le apparecchiature dell’azienda, quanto invece con l’intera équipe tecnica della sede.

 

“Sono previste proiezioni di filmati –anticipò ai giornali  il direttore di Sede Basilio Bianchini- filmati che hanno fatto la storia della televisione italiana: i primi games-show (“Lascia o raddoppia?”, “Duecento al secondo”), i programmi di varietà degli anni Sessanta (“Canzonissima” e “Studio Uno”) e naturalmente telegiornali e rubriche degli anni Cinquanta e Sessanta (“TV7”,“AZ”). Con i filmati, provenienti direttamente dalla teca Rai del Salario di Roma, sarà possibile studiare e verificare con mano le tante trasformazioni subite, negli anni, dal modello televisivo italiano, a partire dagli inizi della televisione fino ad oggi, ma ancora più evidente apparirà l’evoluzione del linguaggio televisivo delle immagini. Venti in tutto saranno i giovani che seguiranno questo primo ciclo di lezioni. Sono diplomati e laureati. Alcuni provengono dal DAMS dell’Università della Calabria. Altri hanno vissuto esperienze di produzione televisiva, cinematografica o teatrale in vario modo e a vari livelli. Altri ancora arrivano al corso spinti invece dalla passione suscitata da studi specifici di regia televisiva seguiti magari a tempo perso”[32].

 

Una verità va anche detta. In quella occasione Basilio Bianchini, non esitò a mettere a disposizione del Corso strutture, mezzi, e professionalità aziendali, per assicurare a quei venti giovani calabresi la possibilità di poter intraprendere la carriera affascinante, quanto difficile, del regista televisivo.

 

Oggi Basilio Bianchini sorride, anche per lui era un traguardo insperato, poi dice: “Con l’avvio di questo primo corso di regia televisiva la Rai calabrese intese dare un segnale di ulteriore presenza sul territorio. Non siamo mai stati estranei alle domande pressanti della società calabrese, in ordine soprattutto al lavoro e alla comunicazione: questa iniziativa segna dunque una svolta nella storia ultra quarantennale della Rai in Calabria. È la prima volta, infatti, che ci si occupa di formazione professionale, e lo si fa con decisione, ma soprattutto con la convinzione che è doveroso dare ai giovani calabresi strumenti di qualificazione professionale che in Calabria solo la Rai possiede. Sarebbe un errore gravissimo ignorare che è nostra, e cioè della vecchia struttura di programmazione della Rai calabrese guidata da Antonio Minasi, la produzione più importante e più cospicua di documentari sulla Calabria, dall’invenzione del cinema ad oggi[33].

 

E vorrei ricordare ancora in questa occasione il coraggio pionieristico che gli uomini di allora ebbero nel voler sperimentare la realizzazione di alcuni film, girati interamente in elettronico, quando ancora tali apparecchiature non erano agevoli come quelle che usiamo oggi. Ma l'eredità culturale e professionale di questa sede viene da ancor più lontano. Fu Corrado Alvaro ad inaugurare la messa in onda del primo Gazzettino della Calabria, con un suo editoriale, in cui stigmatizzava, già nel 1955, l'importanza che avrebbe avuto per lo sviluppo della regione, il decentramento radiofonico”[34].

 

 

 

25.  CON “CINSEDO” LE REGIONI DIVENTANO            PROTAGONISTE

 

Nel 1997, dunque dieci anni dopo la chiusura ufficiale della Struttura di Programmazione, riparte in sede locale una iniziativa per certi versi quasi analoga all’esperienza dei primi spazi televisivi e all’interno delle redazioni regionali della Rai, nasce una nuova creatura. Prenderà il nome di CINSEDO ed è, nei fatti, la realizzazione di una rubrica televisiva all’interno della programmazione di RAI TRE interamente dedicata ai problemi di interesse generale, soprattutto problemi di carattere politico sindacale e sociale. Nella sostanza, si tratta di un nuovo contenitore e di un nuovo spazio di informazione regionale, che va così ad aggiungersi ai tradizionali Telegiornali delle ore 14,00, delle ore 19,30, e delle 22,45.

 

La parola CINSEDO sta per Centro Interregionale di Studi e Documentazione. La Rai ai suoi massimi livelli spiega subito che si tratta di un'associazione privata “senza scopo di lucro, ne fanno parte tutte le Regioni italiane e a cui fa istituzionalmente capo la Conferenza dei Presidenti”. Ma del CINSEDO entrano a far parte anche le Province autonome di Trento e di Bolzano. Ovvio, sono come le Regioni. La Presidenza del Centro Studi viene quindi, per statuto, affidata ad un Presidente di Regione o Provincia autonoma, mentre l'Assemblea è rispettivamente composta dai Presidenti delle Regioni e delle Province autonome. La Rai, dunque, come concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, in linea con i propri scopi istituzionali, che sono appunto quelli di garantire la più ampia rappresentanza delle istanze politiche sociali e culturali presenti, a livello nazionale e locale, nel Paese, diventa nei fatti strumento di produzione televisiva al servizio delle regioni. Obiettivo fondamentale della Rai dunque diventa quello di valorizzare le realtà regionali, accogliendo le direttive i suggerimenti e le istanze delle singole regioni italiane, e tutto questo attraverso la individuazione degli spazi di programmazione necessari per tradurre in messaggio televisivo le richieste delle varie realtà territoriali. Nasce, nei fatti, una rubrica televisiva completamente slegata dal Tg regionale, che è andata in onda per oltre due anni, puntualmente due volte alla settimana, sulla Terza rete, subito dopo o subito prima i Tg regionali. Questo è quello che si è verificato fino alla fine di giugno del 1999.

 

C’è stata invece una prima fase, quella iniziale di sperimentazione, in cui il CINSEDO veniva trasmesso subito dopo il Tg delle 19.30, a cavallo quindi con la programmazione del Tg1.I dati di ascolto, non eccellenti per via naturalmente di questa forte offerta concorrenziale sulle altre reti, consigliarono allora lo spostamento degli orari tradizionali. Per il CINSEDO iniziò dunque una seconda fase, che è quella che parte ufficialmente alla fine del 1998, e in cui viene trasmesso poco prima del Tg delle ore 14, quando cioè il Tg1 delle 13.30 sta per concludersi. Questo, in realtà, offre al CINSEDO la possibilità di acquisire uno spazio diverso rispetto al passato, e se non altro una collocazione temporale assai migliore rispetto a quella che era stata la prima ipotesi di lavoro e di messa in onda.

 

Non so che cosa sia successo altrove, perché non esistono ancora dei dati ufficiali di riferimento sufficientemente documentati per dimostrare quanto vado affermando, ma in Calabria il CINSEDO diventò ben presto un appuntamento importante, soprattutto per chi attraverso la televisione seguiva il complesso dibattito politico-istituzionale regionale.

 

Non solo, direi anche: perché eravamo finalmente in presenza di un contenitore costruito in maniera assolutamente professionale, dai contenuti seri e impeccabili. Ma anche perché, per la prima volta dopo la chiusura definitiva dei programmi regionali, la televisione pubblica riportava nelle case della gente i problemi locali, e con essi le attese, le illusioni, e le proteste del paese reale. Insomma: il fiatone della piazza, e l’urlo sommerso di chi non aveva voce. Era una sorta di mediazione, a volte non semplice, essendo la Regione Calabria l’Editore di riferimento della nuova rubrica, ma che il conduttore principale del CINSEDO in Calabria realizzò, di fatto, con il massimo della professionalità.

 

Mi pare importante allegare qui di seguito[35] l’elenco particolareggiato dei titoli dei tanti CINSEDO, già trasmessi nei due anni di programmazione, per spiegare meglio che cosa la rubrica firmata dal giornalista Gregorio Corigliano abbia rappresentato per il dibattito politico regionale. Ma anche per la storia della televisione di Stato in Calabria. Decine di analisi diverse, decine di opinioni, decine di pareri e di interventi importanti, di riflessioni autorevoli, di commenti, pensati o gridati in questa sede, sufficienti a raccontare, ed anche bene, l’evoluzione del dibattito politico-istituzionale di questi ultimi anni in Calabria.

 

Il CINSEDO, dunque,  é soprattutto la dimostrazione che chiudere i programmi regionali è stato un clamoroso errore politico. Perché i dati lo confermano: la gente ha ancora tanta fame di informazione locale. E se, come in questo caso, è anche fatta bene, il successo è nei fatti e nei dati Auditel. Il che la dice lunga. 

 

 

26. “IL SETTIMANALE”

 

Da allora è trascorso quasi mezzo secolo di vita, ed esattamente il 21 gennaio 2003 la testata giornalistica regionale della Rai ha ripreso le sue programmazioni regionali, proponendo ai suoi telespettatori un settimanale televisivo in cui dare finalmente spazio e fiato a quelle mille microstorie di periferia che sono il vero sale della vita quotidiana di una regione come questa[36].

 

I numeri del Settimanale della TGR in Calabria sono assai indicativi. 20 gli speciali trasmessi, a partire dal 21 gennaio al 9 giugno 2003, sostanzialmente un numero alla settimana,131 i servizi realizzati, 580 minuti di trasmissione effettiva, poco meno di 10 ore di prodotto realizzato e mandato in onda, 11 le sigle di chiusura, 12 i servizi redazionali non firmati trasmessi, insomma una mole di lavoro che ha impegnato per  sette mesi l'intera redazione giornalistica.[37]

 

 E’ stata senza dubbio una scelta vincente, “quasi una sfida, dice il Direttore della TGR Angela Buttiglione, ma che valeva la pena di tentare e di proporre”. Dal 21 gennaio fino al 7 maggio il palinsesto della Terza Rete ha permesso di mandare in onda ogni settimana uno spazio autogestito di 29 minuti, da utilizzare interamente per quei fatti e per quegli approfondimenti che nessun TG potrebbe mai assicurare o potrebbe mai consentire. Gli ascolti del nuovo format sono soddisfacenti, e sono comunque indicativi di un certo interesse da parte di chi, a quell’ora, sta a casa e sta davanti alla televisione[38].

 

Una delle puntate più belle del nostro Settimanale[39]  ha raggiunto  il 17 per cento di share, primi in Italia, dopo di noi la Basilicata e la Lombardia, motivo certo sufficiente per andare fieri di questa esperienza, ma anche motivo sufficiente per farci riflettere sul nostro ruolo e sul futuro della televisione regionale. I dati in nostro possesso ci dicono con assoluta chiarezza che in testa alla graduatoria del popolo televisivo stanno i problemi sociali, quella che in gergo noi cronisti  chiamiamo la “bianca”, poi viene il resto, i temi legati all’alimentazione, alla tutela e alla salvaguardia dell’ambiente, alla cura del corpo, alla bellezza fisica, al mondo patinato dello spettacolo, al mistero e al fascino degli atelier di moda, insomma tutto ciò che ad uno specialista della sociologia della comunicazione potrebbe sembrare e apparire come “effimero”. Ma questo i dati ci insegnano, e queste, secondo i rilevamenti dei nostri ascolti, sono le indicazioni che ci vengono[40].

 

E’ bastato che uno dei Settimanali proponesse uno speciale sul Nuovo Statuto Regionale, la nuova Carta Costituzionale approvata qualche giorno prima della messa in onda della prima edizione del nostro format, perché gli ascolti precipitassero in maniera apparentemente anche inspiegabile, un numero insomma da dimenticare, almeno per tutti noi, con uno share pari al 3 per cento rispetto ad una media consolidata del nove e del dieci per cento[41].

E’ il segno evidente di come la politica interessi molto poco il grande pubblico, o almeno la politica presentata così come per anni i TG della Rai, ma non solo quelli della Rai, l’hanno raccontata[42].

 

A questo proposito forse ha ragione Giampiero Gamaleri, già Consigliere d'Amministrazione della Rai e docente di Sociologia  delle comunicazioni all'Università Roma Tre, che conia lo slogan di "Rai-territorio", una Rai capace -dice lo studioso- di dissotterrare in ogni regione i giacimenti culturali di risorse trascurate: "Questo è il vero federalismo televisivo imprenditoriale pubblico-privato che dobbiamo realizzare. E' urgente costruire dei business plan, piani industriali e di investimento per la costituzione di Società miste che vedano, accanto alla Rai, la partecipazione di enti pubblici (Regioni, Provincie, Comuni), di imprese private (dall'industria, all'artigianato  fino al terziario), di fondi europei, di finanziamenti internazionali…Ma tutto questo richiede di guardare lontano, di irrobustire l'Azienda con solide alleanze locali, nazionali e internazionali, rilanciare la strada di quelle societarizzazioni (RaiSat, RaiNet, RaiCinema, RaiClick) che hanno prodotto buoni frutti. La Rai è pià che mai un patrimonio da investire, non una tela di Penelope da tessere di giorno e disfare di notte. Ma i tempi sono stretti ed urgente è la necessità di un progetto industriale".[43]

 

 

 

27.   TRA PASSATO E FUTURO

 

Il Direttore della TGR Angela Buttiglione assicura: “L’anno prossimo il Settimanale della TGR riprenderà, e riprenderà da ottobre in poi, perché le regioni hanno dimostrato di saper apprezzare molto questo prodotto”.

 

E’ come dire che la televisione riscopre finalmente i gusti della gente comune, e la gente comune ha grande bisogno di cronache locali, più che di TG veloci e a volte monchi, proprio per via del poco spazio a propria disposizione. La gente ha bisogno di capire in che direzione si muove la storia della propria comunità, la gente ha sete di approfondimenti continui, di analisi aggiornate ma anche di ragionamenti che per via della velocità del prodotto nessun TG potrà mai concepire e ospitare[44].

 

Ecco il vero segreto del successo di questo Format. Per molti appassionati di televisione Il Settimanale è sembrato un vero e proprio “Ritorno alle origini”[45], un rivedere da casa propria cose che sembravano completamente cancellate dalla memoria televisiva, un ritrovare finalmente il gusto per le immagini, il gusto per le musiche montate sulle immagini, il gusto per i testi intervallati dal suono inconfondibile dei rumori nostrani e dagli effetti naturali di certi luoghi e di certe situazioni, storie, volti, personaggi, occasioni di incontro, effetti, che altrimenti non avrebbero mai trovato voce e spazio negli appuntamenti più tradizionali delle news, financo la magia del bianco e nero nei tanti filmati di repertorio utilizzati e recuperati nel grande archivio dell'Istituto Luce.[46]

 

Per tutti noi in redazione questo lavoro è stata un’esperienza davvero esaltante, ma lo è stata ancora di più anche per i tanti giornalisti, e qui penso a quelli più giovani di noi, che non si erano mai misurati prima d’ora con un servizio che andasse al di là del minuto o del minuto e trenta di una tradizionale TG[47].

 

Ventinove  minuti netti di racconto televisivo, una sequenza e una sequela di sceneggiature ben costruite, di effetti speciali realizzati in saletta di montaggio, grazie alla meticolosità e alla genialità di un grande “macchinista della televisione”, Carlo Spadafora, appena un ragazzo, ma il cui nome resterà legato per sempre al successo di questo felice esperimento mediatico in Calabria[48].

 

In Calabria è bastato che il Settimanale andasse in onda un paio di settimane, i primi numeri insomma,  per capire che il Format poteva diventare un'occasione importante per tutti noi, cosa che poi è stata. E lo abbiamo capito dalle tantissime sollecitazioni che giungevano in redazione da ogni parte della regione: la gente ci chiamava per chiederci di seguire talune storie, per sollecitarci un approfondimento, per indicarci dei personaggi che avrebbero meritato una minimo di ribalta televisiva, poeti e scrittori finora rimasti completamente nell’ombra, artisti di strada di cui nessuno si era mai occupato prima, cantanti, attori, ballerini, figli di uno “spettacolo minore”, che non si sarebbero mai sognati di essere raccontati o ripresi da una qualsiasi telecamera. Ma anche tantissime sollecitazioni da fuori regione, dalle comunità calabresi sorte un po' dovunque in Italia, dai circoli costituiti in ogni parte del mondo.

 

Abbiamo per esempio scoperto per caso che il Direttore di uno dei più esclusivi alberghi internazionali, lui oggi lavora in Sardegna, era figlio di poverissima gente ed era nato e cresciuto tra la miseria quotidiana di un paesino della provincia di Cosenza. Così come da Verona, ricordo, ci hanno chiamato per ricordarci che il Presidente dei Chirurghi Italiani era di Anoia, anche lui insomma figlio di una delle comunità più povere e più isolate della Piana di Gioia Tauro, oggi personaggio di grande caratura scientifica internazionale e di cui la televisione regionale non si era mai occupata. E così per mesi[49].

 

Emblematica, per esempio, la scoperta fatta un giorno dallo stesso giornalista Alfonso Samengo, di una industria di ricamo, nata e cresciuta alle porte di Settingiano, in provincia di Catanzaro, e che per mesi aveva realizzato, nel più assoluto silenzio di questi luoghi, le mitiche stole dorate, bluastre e scintillanti, che Papa Giovanni Paolo Secondo indossò la notte dell’apertura della Porta Santa, per il Giubileo del 2000: ebbene, quelle stole bellissime e che tutto il mondo del ricamo quella notte avrà visto e ammirato erano state realizzate da semplici e anonimi artigiani calabresi in un laboratorio angusto e senza luce e scoperto solo per caso dai nostri inviati. Era evidente e naturale che il Settimanale si occupasse di loro e raccontasse la loro storia segreta.

 

Alle prese come eravamo con un Format di cui poco ancora sapevamo ci siamo a lungi interrogati in redazione sul come preparare il primo numero. Alla fine abbiamo scelto un'apertura di strettissima attualità, ma anche di forte impatto con  quello che da quel giorno in poi sarebbe stato il nostro pubblico abituale: il mondo delle carceri, quindi un'inchiesta su quanto in Calabria si muoveva dietro le sbarre, sul come vivevano i detenuti nei penitenziari della Calabria, sulle condizioni spesso allucinanti di certi Istituti di Pena. Per finire invece con una bellissima copertina musicale interamente dedicata alle Feste di Natale appena trascorse[50].

 

I dati di ascolto del giorno dopo ci indicarono che eravamo sulla strada giusta e che la gente aveva dimostrato di gradire le nostre scelte.

 

Naturalmente non sempre andrà così, la televisione ha i suoi giorni positivi e i suoi giorni negativi, i suoi alti e i suoi bassi, e alla fine bisogna convincersi che anche in materia di ascolti forse vale la regola della mediazione e della pazienza.[51] Oggi è andata male? Andrà meglio la prossima volta. Oggi è andata bene? Guai a immaginare che sarà così anche la prossima volta. Nulla in questo nostro mondo è mai assolutamente scontato.

 

E la dimostrazione di quanto tutto questo sia assolutamente vero lo si deduce dall’analisi dei dati di ascolto del Settimanale, seconda edizione, ottobre 2003 giugno 2004, che in termini di gradimento del pubblico ha vissuto dei periodi non sempre felici. Per chi fosse interessato a studiare in maniera più approfondita la dinamica degli ascolti del Settimanale  nella seconda parte di questo lavoro, in appendice, troverà le curve di ascolto di ogni numero e da cui sarà possibile capire meglio in che direzione si muovono i gusti e le tendenze della gente che segue la televisione regionale. Noi che queste curve abbiamo letto e analizzato fino alla nausea non sempre abbiamo capito il perché di certi successi o di certi altri insuccessi, ma è chiaro che la dinamica degli ascolti custodisce sempre una sua variabile impazzita.

 

E’ prematuro dunque tentare una spiegazione di tutto questo. I motivi di un insuccesso, se così si può dire, non sempre sono legati al prodotto in sé e per sé. Dipende molto dalla programmazione concorrente, dipende dal target che cambia anno dopo anno, dipende dall’offerta che si offre a chi segue la televisione, ma l’esperienza diretta ci insegna che spesso dipende anche dall’impaginazione che si fa del settimanale.

 

Dopo l’insuccesso del primo numero abbiamo provato a capire cosa non fosse andato bene e ci siamo resi conto che la scelta del sommario era forse eccessivamente “elitaria”, insomma argomenti poco popolari e comunque poco “accattivanti”. Dopo una riflessione abbastanza severa abbiamo allora deciso di tentare una “provocazione”. I settimanali illustrati non facevano che presentare la nuova star dell’ultimo film di Tinto Brass, guarda caso una ragazza calabrese, originaria di Soneria Mannelli e per lunghi anni studentessa modello a Lamezia Terme.

 

L’abbiamo rintracciata e le abbiamo chiesta un’intervista. Alla fine ne è venuto fuori un pezzo abbastanza brioso, godibile, con lei che si faceva intervistare e raccontava la sua vita ai bordi di una piscina, con tanto di tanga e di seno in bella mostra. Risultato? Straordinario, almeno sul piano degli  ascolti generali del Settimanale[52]. La curva del grafico che ci indica l’andamento del Settimanale indica il suo picco massimo proprio quando la nostra star cinematografica porge la schiena alla telecamera. Poi il grafico torna piatto. Ma è anche questa storia della televisione di questi anni.

 

 

 

 

29.        CONSIDERAZIONI FINALI

 

Qui di seguito allego in appendice l’elenco completo di tutti i programmi tv realizzati e messi in onda dalla Sede calabrese della Rai a partire dal 1979 fino ad oggi. E’ questo il primo elenco pubblico di questo tipo che sia mai stato redatto. Fino ad oggi infatti non è mai esistito nessun documento del genere.

 

Allego anche i sommari analitici di tutti i numeri del Settimanale trasmessi in questi ultimi due anni di nuova programmazione regionale, l’edizione del 2003 e poi quella successiva 2003-2004, con i relativi dati di ascolto per ogni numero trasmesso: sono convinto che sia proprio questo il modo migliore e più severo per leggere “dentro” ad un format così innovativo come lo è stato Il Settimanale per le nostre Regioni, e per individuarne e semmai selezionarne gusti e tendenze generali di una regione come la nostra dove la televisione fa ancora “tendenza”. Ma sono anche convinto che nessuno studioso di storia locale potrà mai fare a meno di scorrere l’elenco completo di tutti i programmi televisivi di Rai Calabria perché in essi, con tutti i limiti editoriali o di carattere tecnico possibili, c’è tutta intera la storia della evoluzione di questa regione.

 

Basti pensare solo al Settimanale, 150 numeri trasmessi in meno di due anni, centinaia di dossier e di reportage realizzati in ogni parte della regione, quasi 80 ore di produzione cinematografica netta, tutto questo è certamente sufficiente per leggere nelle pieghe di questa regione con la giusta lente di ingrandimento.

 

La gente da casa ha dimostrato di seguire questo nuovo format con grande attenzione ed interesse, di gradirlo, di apprezzarlo, anche se non siamo ancora al top della programmazione regionale, ma questo è solo un mio parere, assolutamente privato e personale.

 

Ma la verità va detta fino in fondo, l’orario della messa in onda del Settimanale non è oggi dei migliori. Il Settimanale viene trasmesso alle 12,30 del sabato, dalle 12.30 alle 12.50, e a guardare la televisione a quell’ora c’è un target di  ascoltatori medio basso, di cultura scolastica  non eccellente, soprattutto vecchi e casalinghe, insomma un pubblico assai modesto, poco acculturato, che predilige argomenti leggeri e raccontati in maniera semplice e quasi banale, ma questo è quello che oggi ci dicono i nostri dati di ascolto.

 

Nel frattempo la concorrenza sulle altri reti si è fatta abbastanza agguerrita, e a quell’ora la maggior parte degli italiani guarda su Rai Uno Antonella Clerici e il suo programma di cucina, ed è con la Clerici che anche il nostro Format deve fare i conti.

 

La soluzione ideale, ma anche quella obbligata, sarebbe dunque proprio quella di spostare l’orario della messa in onda, e immaginare la programmazione del Settimanale nel primo pomeriggio, magari dopo l’edizione nazionale del TG3, dalle 15 in poi, perché solo così potremmo sperare di  catturare un pubblico diverso e più maturo. E solo così il Settimanale avrebbe quella funzione formativa e pedagogica che ogni spettacolo di approfondimento dovrebbe invece poter avere.

 

A questo proposito, per esempio, l’analisi dei dati di ascolto del  Settimanale ci conferma che i  servizi di musica di nicchia, o che si occupano di temi legati alla modernizzazione e alla tecnologia, destinati quindi ad un pubblico assolutamente giovane,  registrano invece livelli bassissimi di interesse.

 

Serve dunque rimettersi a lavoro e in tema di programmazione televisiva regionale serve ripensare il tutto, anche se ogni qual volta si prospetta alla Rai una soluzione di questo tipo la risposta che viene dalla Direzione Generale ci rimanda alle ferree regole del Settore Marketing.

 

A quell’ora, dalle 15 in poi, la Terza Rete Rai è impegnata dalla programmazione sportiva e la programmazione sportiva è fortemente sponsorizzata dai grande pubblicitari. In parole povere: poiché i pubblicitari comprano questa fascia oraria (perché è la più adatta al pubblico sportivo e perché cattura l’attenzione l’interesse di chi a quell’ora torna a casa e si rilassa davanti al televisione) per un format che invece non incassa neanche una lira di pubblicità, ed è il nostro caso, non c’è proprio nessuna speranza di messa in onda a quell’ora.

 

Amara considerazione, lo riconosco, ma mai come in questa fase della nostra storia anche un’Azienda pubblica come la Rai deve fare i conti con i budget e gli introiti pubblicitari. Amara considerazione anche perché, in un momento in cui il dibattito politico in corso nel Paese è stracarico di enfasi sui temi del federalismo, nella realtà dei fatti nessun federalismo televisivo sarà mai praticabile sul serio perché poi tutto questo, alla fine, finisce con lo scontrarsi con gli interessi economici dell’Azienda Rai.

 

Varrebbe dunque la pena di studiare una soluzione intermedia che dia lo spazio necessario agli sponsor (come è giusto che sia), ma che dia anche fiato e immagine alla storia intima di ogni regione, insomma: un minimo di immagine e di dignità in più alla cultura locale sugli schermi televisivi regionali contribuirebbe a rafforzare l’unità vera del Paese.

 

Una cosa va detta, e  senza nessun infingimento: per ovvi motivi di spazio e di linguaggio televisivo i telegiornali regionali, da soli, non sono sono più sufficienti a raccontare fino in fondo la storia di una comunità, e la concorrenza con le TV private (che si fa sempre più dura) la si deve combattere ormai anche su questo fronte, dell’intrattenimento e dell’approfondimento dei temi regionali. Il più delle volte, in questi anni, a vincere questa battaglia dell’approfondimento sono state proprio le tv private in Calabria, ma credo di averne  spiegato il perchè[53].

 

E se così non sarà, allora in un futuro neanche tanto lontano dovremo proprio parlare dell’ennesimo fallimento del regionalismo, che in questo caso e inevitabilmente corrisponderebbe al fallimento del servizio pubblico nelle Regioni italiane.


 

 

 

RINGRAZIAMENTI

 

 

 

 

Questo lavoro è stato possibile soltanto grazie all’aiuto di più persone che insieme a me hanno trovato la pazienza necessaria per riordinare il grande archivio della Sede Rai della Calabria. Penso prima di tutto a Giuseppe Nocito, il Capo della Teca Rai di Cosenza, e che in questi anni ha avuto la costanza di seguire il lavoro della Struttura di Programmazione e del TG regionale con  un rigore estremo e con una passione davvero fuori dal comune.

 

Ma penso anche alla Segreteria di Redazione della Sede Rai della Calabria che non ha mai perso il gusto di fare questo lavoro con precisione ed amore. Se oggi è possibile  fornire un elenco delle cose trasmesse dai TG della Rai in Calabria il merito è di tutti loro, Olivia Coppola, Adriana Manna, Francesca Pecora, Giuseppe Figliuzzi e Mario Tursi Prato.

 

Per quanto riguarda l’analisi dei dati di ascolto relativi al Settimanale devo un grazie particolare al dr. Claudio Lanza per aver avuto la pazienza di seguirmi in questa ricerca così meticolosa di dati e soprattutto per aver saputo assecondare ogni mia richiesta.

 

Un grazie particolare va naturalmente al Direttore Responsabile della Testata Giornalista Regionale della Rai Angela Buttiglione  e al Direttore Generale della Rai Carlo Cattaneo per avermi consentito e permesso di consultare documenti che altrimenti non mi avrebbero permesso una valutazione serie e oggettiva del lavoro svolto dalla redazione calabrese della Rai.

 

L’ultimo grazie va al Professore Daniele Gambarara, Presidente del Corso di Laurea in Filosofia e Scienze dell’Educazione e della Conoscenza, che in tutti questi mesi ha avuto con me una pazienza davvero straordinaria e fuori dal comune, e che oggi ha permesso di realizzare quello che era il vero grande sogno segreto di mio padre…

 


 

 

                                       [1] L’archivio generale da qualche anno a questa parte è stato, nei fatti, affidato alla solerzia proverbiale di Pino Manzo, che ha tentato di dare a tutto questo materiale un minimo di ordine terreno, ma non conoscendo lui direttamente, e personalmente, moltissimo del materiale recuperato e schedato in Via Montesanto, molte pizze e molti nastri registrati sono finiti chissà dove. Molte altre bobine sono ancora al loro posto ma solo apparentemente, perché ho scoperto che molti dei contenitori in alluminio con tanto di etichetta esterna sono invece completamente vuoti.

 

                                       [2] Ricordo a questo proposito l’emozione enorme vissuta una domenica d’inverno quando, insieme a Bruno Castagna, scesi in archivio, e andammo alla ricerca dei primi Tg della Rai in Calabria: tre i conduttori del tempo, Enzo Arcuri Emanuele Giacoia e Giampiero De Maria (allora era solo un annunciatore), una scenografia davvero spartana, illuminata anche male, ma soprattutto una regia che nulla aveva a che vedere con gli strumenti sofisticatissimi di cui oggi dispone il nostro studio TV.

 

                                       [3] “Siamo nel cuore di una rivoluzione che sta andando avanti: o abbiamo la capacità di capirla oppure i fenomeni ci travolgono. Siamo dentro questo grande fenomeno, la globalizzazione, in cui esiste un ampio spazio, per l’informazione locale, “normale”. Il nostro compito è quindi di inseguire un filone di normalità, di utilità delle notizie che é ciò che fa vivere una comunità e la fa riconoscere, che é alla fine il sale della democrazia. Interessante é l’esperienza di Vincent Partal, responsabile di un newsportal in catalano, che può fornire la viva testimonainza di come i media possano essere un veicolo molto forte di informazione radicata nel territorio”. A questo proposito suggerirei di leggere la relazione di Renato Cantore, Capo redattore del T3 Basilicata e Presidente di “ForMedia”, al Convegno organizzato a Matera sui “Nuovi Scenari dell’Informazione in Europa” e sul “Rapporto” elaborato dall’European Journalism Center di Maastricht (3-4 Dicembre 1999).Un’ampia sintesi di questo incontro è riportata nel numero 1 della rivista “Comunicando”,Cosenza gennaio-marzo 2000.

 

[4] Intervenendo al convegno di Matera appena citato Mogens Schmidt (Direttore European Journalism Center di Maastricht) disse: “Internet é molto più di ciò che coinvolge e riguarda il giornalismo; é anche una nuova forma di media che influenza molto la professione del  giornalista e crea nuove forme di giornalismo. E’ necessario che i giornalisti si pongano nei confronti di Internet con mente aperta, evitando atteggiamenti difensivi nei suoi confronti. Coraggio e curiosità sono le qualità più importanti per affrontare le sfide apportate da Internet. E’ necessario, però, garantire un elevato standard etico e professionale e qui la formazione ha una grande responsabilità”.

 

[5] Giovanni Scarfò è uno storico del cinema calabrese ed un intellettuale che per anni ha girovagato in Rai, per le nostre stanze in Via Montesanto: Franco Martelli, allora caporedattore, gli aveva affidato la titolarità di una rubrica sulla storia del cinema in Calabria che ebbe grande successo.

[6] Fu forse anche il desiderio, da parte di chi aveva immaginato l’avvio della Terza Rete Regionale, di doverlo fare in una data che sarebbe poi passata alla storia dell’informazione pubblica radiotelevisiva.

 

[7] Il titolo dello speciale era “Guardia Piemontese fra cronaca e storia”, documentario in bianco e nero, firmato dalla regista Pupa Pisani che insieme a un gruppo di attori professionisti tentò una ricostruzione delle vicende dei valdesi che vivevano perseguitati a Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza, dalla Chiesa cattolica.

 

[8] A questo concetto del “decentramento ideativo e produttivo dell’Azienda” faceva espresso riferimento la legge di riforma del 14 aprile 1975.

[9] Il 1979 è l’anno in cui nelle sedi e nelle redazioni di tutta Italia vengono definitivamente messe da parte le cineprese 16 millimetri caricate a pellicola, per essere sostituite con le prime telecamere leggere. E’ l’avvento del VTR, un sistema che consente di registrare direttamente su nastro magnetico, tempi dunque completamente diversi da quelli della pellicola. Per rivedere le immagini non sarà più necessario aspettare lo sviluppo della pellicola come si faceva un tempo, ma chi gira le riprese ha la possibilità di controllare in tempo reale il prodotto già realizzato, quindi di correggere eventuali errori o rifare del tutto ciò che ha appena filmato. Una vera e proprio rivoluzione, che facilita di molto il lavoro soprattutto a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. Diventa anche più facile trasmettere i filmati girati. “Viene messo da parte il macchinoso sistema del telecinema. Per il montaggio delle immagini -ricorda Roberto- si fa ricorso a moderni computers. Finiscono in magazzino e purtroppo dimenticate da tutti, anche le mitiche moviole che ogni sede Rai aveva avuto in dotazione. La stessa sovrapposizione delle immagini avviene elettronicamente e non più col taglio fisico della pellicola, dunque si riducono notevolmente i tempi del montaggio, quelli di produzione e di post-produzione, gli stessi costi complessivi vengono enormemente ridotti rispetto ai sistemi tradizionali”.

[10]Trentacinque millimetri di terra” di Giovanni Sole,(Università della Calabria Centro Interdipartimentale di Documentazione-antropologica).

 

[11] Antonio Minasi fu il primo e unico Capo della Struttura dei programmi in Calabria. La struttura nacque e morì con lui.

 

[12]  Su questo argomento Minasi non accettò mai delle mediazioni. Alla Conferenza di Reggio Calabria lo disse con chiarezza: “E’ inutile nascondersi che su questo versante, dei rapporti tra Redazione e Struttura, nella nostra come nelle altre sedi regionali, si sono registrate difficoltà e problemi. Alle Strutture di Programmazione si rimprovera di fare sostanzialmente del giornalismo, essendo la programmazione fortemente orientata sull’inchiesta. Si potrebbe rispondere che con i mezzi di produzione disponibili non si può che privilegiare l’inchiesta, cioè un “genere” dell’impegno produttivo notevolmente semplificato. Si potrebbe aggiungere, pure, che rispetto a tutte le già ricordate motivazioni espresse dall’audience regionale verso la Terza Rete, la risposta più immediata e coerente non può essere che una programmazione fortemente radicata nella attualità, che non significa accadimento quotidiano, della vita regionale. La verità è che i “generi” tradizionali vanno progressivamente perdendo di definizione e più problematica si rende la “codifica” delle trasmissioni. Certamente enorme rimane la distanza tra un telegiornale ed uno sceneggiato. Ma è innegabile che l’informazione, esclusi i notiziari veri e propri, tenda a spettacolarizzarsi: senza citare l’ormai classico “Odeon”, basterebbe ricordare il più modesto “TG l’una”. Ancora: il recente “Mixer”, mi chiedo, é da classificare come programma d’attualità, culturale, o di spettacolo? O non tutte queste cose insieme? O non è semplicemente un programma “televisivo”, nel senso che esalta tutte le potenzialità del mezzo, anche in senso tecnico?

 

[13] Tutto questo credo sia la conferma migliore, forse, di come l’accesso a questo mestiere non abbia mai avuto realmente, e non avrà mai per fortuna, schemi rigidi da seguire, magari precostituiti o imposti dai vari Ordini Professionali.

 

[14]Questi sono i titoli degli Speciali firmati da Pino Nano per la Sede RAI della Calabria e gran parte dei quali trasmessi anche da Rai International: Natuzza Evolo, Calabriamerica, Una Vita per la Scienza, La Storia di Luigi Aloe, Tra i ricordi di Ellis Island, La pietà popolare in Nord America, Un paese allo specchio I trapianti impossibili, Oltre il muro del silenzio, I Vattienti ,L'Affrontata di Sant'Onofrio, La storia  di Giovanni Sgrò, Andrea Cefalì, L'ultimo patriarca di Tropea, I disperati di Canolo, "Sono innocente", La sagra del maiale, Sulle rive del Michigan, La leggenda diFaust, La Festa di San Francesco di Paola a Chicago, Il ritorno di Tony Silipo, L'orafo delle dive, I dannati della montagna, Uomini di mare senza speranza, Chicago: Man of Year, Nicholas Green, un dolce ricordo…, Perché quelle lacrime, Gli spazzacamini di Longobucco, Il Treno Bianco Reggio Lourdes, 40 anni di Rai in Calabria.

 

[15] “Figuranti” é il gergo tecnico usato per definire tutti quelli che in veste di pubblico si vedono in televisione.

[16] “Ricordo i primissimi giorni di inizio delle trasmissioni. -raccontò Antonio Minasi alla Conferenza di Reggio Calabria- Fummo subito impegnati con la organizzazione di una trasmissione in rete nazionale: il presepe vivente di Celico, in provincia di Cosenza. Fui tempestato di telefonate da un parroco di un piccolo centro della Piana di Gioia Tauro che rivendicava le riprese del suo presepe. Era per lui inammissibile che io, capostruttura originario della provincia reggina, privilegiassi addirittura un’iniziativa dell’area cosentina”. “Informazione in Calabria e Sistema Radiotelevisivo”, Atti della Conferenza regionale sulla Terza Rete, Consiglio Regionale della Calabria 8-9 ottobre 1981.

 

[17] Un esempio per tutti fu “Pronto chi video?”. Era una trasmissione che si occupava prevalentemente di problemi strettamente legati all’attualità, la sanità, il lavoro, il turismo, l’agricoltura, l’informazione, la sicurezza sul lavoro. Il conduttore di turno presentava prima una scheda filmata di sapore giornalistico, poi si dava la parola agli ospiti in studio, o ci si collegava per telefono con la gente comune a cui si chiedeva un parere o un’opinione “senza rete”. Sono andato a rivedermi quasi tutti questi programmi e ho scoperto, per esempio, che Gregorio Corigliano iniziò la sua vera attività giornalistica radiotelevisiva proprio conducendo “Pronto chi video”. Sostanzialmente, vent’anni fa Gregorio faceva già quello che fino al 1999 ha realizzato con il “Cinsedo”.

 

 

                                  [18] Marcello Walter Bruno ha lasciato nel frattempo la Rai e oggi insegna con grande autorevolezza all’Università della Calabria. Maurizio Fusco ha lasciato definitivamente la Sede calabrese per trasferisi a Roma dove fa il regista per la Terza Rete, sono suoi programmi famosi come Harem con Caterine Spaak e Novecento con Pippo Baudo. Annarosa Macrì dopo aver lasciato la Struttura Vito Teti è anche lui ormai all’Università della Calabria dove è titolare della Cattedra di Tradizioni Popolari, autore di successo di libri che sono stati recensiti dai grandi quotidiani italiani. Giampiero De Maria è Caposervizio della redazione del TG regionale e responsabile del nuovo Settimanale edizione 2004-2005. Pupa Pisani è andata in pensione, mentre Valerio Cataletti dopo essersi trasferito a Roma è andato in pensione e oggi è il regista preferito dal Vaticano per i “grandi eventi” del Santo Padre.

[19] Gran parte di questi documentari sono, il più delle volte, caratterizzati da una voce narrante che commenta una sequenza infinita di immagini. Poche interviste, molta musica di fondo, molti effetti naturali, lasciati così come allora venivano originariamente registrati, proprio per dare ancora di più e meglio l’idea dell’ambiente dove si svolgeva la scena.

 

[20] Questo era il clima che già allora si respirava in Albania, e che anni dopo (1993) il bravissimo Alfonso Samengo riproporrà in uno speciale televisivo girato insieme a Cesare Passalacqua e Pietro Bianco tra i reduci della dittatura di Enver Hoxa.

 

[21] Presentando la sua nuova creatura alla Prima Conferenza Regionale sulla Terza rete Antonio Minasi disse: “La scelta di fondo che abbiamo operato col nostro palinsesto regionale è stata innanzitutto quella di tentare di ricostruire una coscienza unitaria della regione, soprattutto dopo i fatti laceranti di Reggio, cercando di individuare pur nella diversità di situazioni storiche e culturali (per secoli si è detto “Le Calabrie”) gli elementi di possibile aggregazione. E ciò facendo con un’attenzione talvolta anche puntigliosa a rappresentare, rispetto a certi grandi temi, la realtà in tutte le sue articolazioni, evitando una identificazione con i fatti e i problemi di Cosenza della Terza Rete regionale, declassata altrimenti così al ruolo di TV cittadina. A questo sforzo sono da ricondurre le sette puntate di “Calabria Ottanta”, il ciclo in diretta di “Pronto chi Video?, le inchieste sulle Università, sull’editoria, la chiusura dei manicomi, l’energia, le minoranze linguistiche. La seconda intenzione del nostro palinsesto, e speriamo di non aver contribuito a lastricare l’inferno, è stata quella di avviare una riscoperta, la più autentica possibile, del nostro mondo.: per comprendere meglio il nostro modo di essere, il perché di certi costumi, di certe mentalità, di certe tradizioni, il perché anche di certo configurarsi del nostro habitat e quindi di una vicenda storica”.

[22] “Il ciclo “Spazio Folklore”, ripeteva continuamente Antonio Minasi, ha alimentato e continua ad alimentare la riflessione che nella fase di avvio è stata sostenuta dall'apporto del prof. Luigi Maria Lombardi Satriani. Insomma, un tentativo, di disegnare un identikit storico-culturale, un recupero, come si dice oggi con una frase abusata, delle “radici”; un conoscere più intimamente se stessi per aprirsi più consapevoli al dialogo col mondo esterno. Altro obiettivo: avviare un dibattito, il più aperto e partecipato possibile, sulle scelte dello sviluppo, della piccola comunità come della Regione nel suo complesso, stimolando la costruzione dall’interno, di ipotesi coerenti con i bisogni e le aspettative della gente di Calabria. La Terza Rete è stata in questa prospettiva un luogo reale di confronto. “Punto di domanda” e “A tu per tu”, insieme ad alcune puntate di “Pronto chi video?” si iscrivono particolarmente in questo filone. Ma c’è stata pure attenzione per quella Calabria dell’esodo indubbiamente difficile da raggiungere con l’attuale dotazione di mezzi di produzione. “Terroni: viaggio tra i calabresi a Torino” ne è l’esempio più rilevante, se non altro per il riconoscimento ricevuto con l’assegnazione del Premio Vallombrosa 1981 destinato al migliore programma regionale. Ed ora (Alla Conferenza Regionale sull’Informazione e la Terza Rete Minasi anticipò anche la volontà di portare le sue telecamere in giro per il mondo) mentre con il consenso della Rete stiamo concretamente lavorando ad un’ipotesi di inchiesta tra i calabresi a New York, in questo mese di ottobre concluderemo le riprese in Canada di “Figli dove?”, un programma in cinque puntate prodotto dal Dipartimento Educativo Scolastico. Potrei riassumere gli obiettivi delle trasmissioni regionali in questa affermazione: la consapevolezza del proprio mondo, premessa per un più alto impegno civile. Questi, dunque, i nostri propositi.”.

 

[23] Accade tutt’oggi anche a me, ogni qual volta Vito Teti torna in Rai, di confondere quello che oggi è diventato il brillante e famoso professore ordinario di Antropologia Culturale all’Università di Arcavacata per un vecchio-caro-collega-regista-programmista, così tanto grande, importante e  severo è stato il suo impegno professionale in Rai su questi temi. Credo di averlo già detto più volte in televisione, chiunque oggi in Italia avesse voglia di confrontarsi con i temi più classici del folklore calabrese -quando dico folklore intendo naturalmente il linguaggio della pietà popolare e tutto quant’altro di importante sul piano antropologico si muove attorno alle razze e ai popoli del Sud- non possa, e non debba, non confrontarsi con quello che Vito Teti ha mirabilmente realizzato in Rai. E quando dico Vito Teti dico Francesco Di Michele, dico Mario Bucchieri, dico Roberto Salvia, dico Rosario Greco, dico Bruno Castagna, dico Salvatore Migliari, dico Aldo Pitassi, dico Francesco Lamanna, dico Pino Musacco, dico Tonino Perri, insomma tutto un mondo tecnico che con Vito ha vissuto in prima persona le emozioni del suono registrato su un “nagra” e poi rimontate in sala regia con il garbo di chi al montaggio si preoccupava un tempo anche della pausa o del fiato da recuperare eventualmente da qualche altra parte del nastro originale.

[24] A proposito del rapporto tra la televisione e la sua grande passione per l’antropologia vi consiglierei di leggere l’intervista completa che il prof. Vito Teti ha rilasciato a Giovanni Sole per il suo libro “Trentacinque millimetri di terra”, e da cui ho tratto fedelmente i brani che mi sembravano più adatti al nostro discorso.

[25] Ricordo qui, per chi avesse voglia di documentarsi meglio, solo alcuni dei tanti programmi e degli argomenti affrontati da Vito Teti: dai Vattienti di Nocera Terinese alla Processione dei Misteri di Cassano, dalle Vallije che si svolgono ancora oggi sempre uguali nei paesi albanesi il martedì successivo alla Pasqua al fascino del Santuario della Madonna del Pettoruto a San Sosti, dalla Festa della Madonna della Consolazione di Reggio Calabria che da secoli si celebra ogni anno a settembre al Santuario dell’Eremo alla Grande Festa della Madonna del Pollino, fino alle tradizioni pasquali nei paesi di Laino Borgo, Luzzi, Borgia, Savelli, Filogaso, Maierato, dalla celeberrima Festa di San Cosma e Damiano a Riace, alle bellissime feste tradizionali di Ferragosto, la Festa della Madonna d’alto mare a Taureana di Palmi, la Festa della Madonna dei Poveri a Seminara, la Festa della Madonna Mater Domini di San Nicola da Crissa, la Festa di San Rocco a Palmi, la bellissima Festa della Madonna della Montagna di Polsi, per finire con la Festa del Carnevale, il Carnevale inteso e “letto” come festa del cibo, dell’abbondanza, ma anche come morte medesima della società contadina tradizionale, il Carnevale inteso come riso e morte, il Carnevale e la Quaresima nelle classi popolari calabresi, impeccabile analisi di situazioni millenarie di miseria e di indigenza.

 

[26] Annarosa Macrì oggi è una delle firme più autorevoli e più apprezzate del Tg della Calabria; Giampiero De Maria è diventato ormai il conduttore “storico” di questo nostro Tg, il volto e la voce per eccellenza dell’informazione radiotelevisiva in Calabria; Marcello Walter Bruno come Vito Teti insegna all’Università della Calabria, autore molto sofisticato di testi legati alla dinamica dei media; Maurizio Fusco si è trasferito a Roma, dove per anni è stato il regista di “Harem”, il programma di Rai Tre dedicato alle donne e condotto da Caterine Spack: una volta lasciato “Harem”, Maurizio è diventato il regista preferito di Alan Fridmann conduttore di “Maastricht Italia”, sempre su Rai Tre; Valerio Nataletti è diventato invece il regista più noto del Tg1, è stato lui a firmare nei fatti la nuova veste del Tg1 delle 20.00, prima con Bruno Vespa, poi con Nuccio Fava, poi ancora con Marcello Sorgi e Giulio Borrelli. Oggi, pur essendo andato in pensione, lo chiamano per le grandi dirette televisive del Papa in tutto il mondo. Pupa Pisani, che era invece la meno giovane del gruppo, dopo qualche anno di gestione indiretta della struttura di fatto già chiusa ha preferito lasciare ed andare in pensione. Oggi scrive per diverse riviste importanti, e si occupa soprattutto di letteratura e di teatro.

[27]Annuario dlla Rai”, Roma anno 1987-1988.

[28] Il primo in Calabria a lamentare pubblicamente l’esiguità dei fondi destinati alla Terza Rete fu proprio Antonio Minasi, che alla Conferenza di Reggio Calabria, senza peli sulla lingua, disse: “Non posso essere io a dirvi se i nostri propositi si sono realizzati o meno. Nè starò a lamentare, e il cahier de doleance sarebbe interminabile, l’estrema esiguità dei mezzi, degli uomini, delle risorse budgettarie, queste veramente risibili: fattori questi che, se impiegati però opportunamente e ottimizzati, possono consentire esiti di programmazione significativi. Certo, i dati strutturali non sono da sottovalutare, ma non possono neppure costituire un alibi, doppio e ambiguo: per poter giustificare, in sede regionale, qualunque scelta di linea editoriale; in sede nazionale, per bollare di scarsa professionalità il prodotto regionale, e quindi liquidare la gracilissima esperienza di decentramento fin qui realizzata”.

 

[29] Ne ricordo volentieri uno in particolare: quello dedicato a Leonida Rèpaci. Portava la firma di Raffaele Malito e proponeva, esclusiva questa davvero unica della storia della Rai, una lunga intervista al vecchio scrittore calabrese. Era stata ambientata e registrata davanti alla mitica Pietrosa di Palmi, la villa dove lo scrittore dalla barba bianca aveva immaginato, e poi nei fatti costruito, la fortuna del suo Premio Viareggio. Credo che per la prima volta, quel giorno, un giornalista italiano sia riuscito a raccogliere per intero lo sfogo dolcissimo, e anche disperato, di un intellettuale di livello ormai internazionale che, pur avendo sempre dedicato i suoi pensieri più belli alla sua terra natale, sapeva con estrema certezza che “tutto questo a nulla era servito, perché la mia terra è così come era vent’anni addietro”. Quel documentario era, e rimane ancora oggi per tutti noi, un esempio di giornalismo per nulla “gridato”, per nulla “istintivo”, anzi un giornalismo impegnato. Uno speciale televisivo che, riguardato, riletto, e riascoltato oggi, a distanza di tanti anni, diventa e rimane un autentico documento storico della grande Rai. Come tale, dipendesse da me, lo riproporrei in maniera integrale ancora oggi, e farei di tutto perché venisse distribuito nelle scuole per avvicinare meglio i ragazzi alla letteratura e alla poesia contemporanea. Ma direi la medesima cosa per il bellissimo speciale di Annarosa Macrì dedicato a Mattia Preti e ai tantissimi anni trascorsi dal “Cavalier Calabrese” tra il caldo mediterraneo di Malta. Anche questo documentario rimarrà un documento fondamentale per la rilettura di Mattia Preti, firmato vi dicevo da Annarosa insieme ad Ugo Rendace e Francesco Lamanna, uno speciale che avrebbe meritato spazi e fortune diverse da quelle, già comunque importanti, avuti subito dopo la sua prima messa in onda nel Tg regionale della Calabria alla fine del 1998.

 

[30] “Alla Rai calabrese, che è partner di un progetto molto più complessivo -spiegò il Direttore della Sede Basilio Bianchini ai giornalisti convocati nella sua stanza poco prima delle undici del mattino- spetterà l'organizzazione pratica e tecnica di quella parte del corso relativa alla regia televisiva. Il corso che sta per partire qui a Cosenza prevede, infatti, moduli relativi alla regia cinematografica, a quella televisiva e a quella teatrale. Ritengo che l’iniziativa rivesta un'importanza straordinaria anche perché, al termine del percorso didattico, ai ragazzi che lo avranno seguito e frequentato, verrà rilasciato un attestato spendibile in ambito nazionale, e una qualifica professionale secondo un modello unitario proposto dal Comitato nazionale di progettazione del Fondo Italiano dello Spettacolo. Ma la cosa di cui andiamo più fieri è legata proprio alla possibilità di un riconoscimento reale, a livello europeo, delle competenze acquisite in Calabria”.

 

[31] Domenico Marchese, oltre ad essere uno dei più giovani Coordinatori Tecnici della Sede Rai della Calabria, è anche uno dei primi laureati al DAMS dell’Università della Calabria, fra l’altro anche egli stesso grande esperto di antropologia culturale.

 

[32] In qualche modo anche i nomi di questi ragazzi entreranno ora nella storia della Rai calabrese, se non altro per essere stati i primi allievi di questa “scuola” così speciale. Sono: Andrea Anania, Davide Accoti, Antonio Alfieri, Alba Battendieri, Fausto Francesco Capitano, Vincenzo Caruso, Patrizia Chiaravalloti, Maria Teresa De Marco, Alessandro Di Leo, Daniela Franco, Maria Francesca Greco, Immacolata Guarasci, Antonio Pensabene, Maria Portaro, Alessia Reda, Massimo Renzelli, Daniela Sergio, Silvana Stumpo, Vincent Zaffino, Maria Letizia Zito. Ognuno di questi ragazzi aveva superato l’esame di ammissione previsto da un bando di concorso regionale bandito, un anno prima dalla Regione Calabria, dal Ministero della Pubblica Istruzione e dall’Unione Europea. Gli esami di ammissione al corso si erano regolarmente tenuti nel giugno del 1999. La parte iniziale del corso ha riguardato l’insegnamento degli elementi basilari della sceneggiatura e della scenografia, e l’approfondimento di quei “saperi” che l’Unione Europea definisce “saperi minimi”, il che significa una conoscenza quasi perfetta di almeno due lingue straniere, inglese, francese, e naturalmente la padronanza assoluta della nuova scienza informatica. Il corso –spiegò Basilio Bianchini- rientra nel più generale progetto sperimentale FIS (Formazione Integrata Superiore), “percorso” IFTS di “Regia cinematografica, televisiva e teatrale”, si dice così, e per la cui realizzazione la Regione Calabria, il Ministero della Pubblica Istruzione e l’UE, insieme al Fondo Sociale Europeo (FSE) hanno stanziato complessivamente la somma di seicento milioni di lire. Ma c’è di più: partner del progetto sono anche l’Università della Calabria; il DAMS, rappresentato dai professori Roberto De Gaetano e Marcello Walter Bruno, quest’ultimo già programmista regista della Rai  ha coordinato e diretto l’unità didattica di “sceneggiatura”; la Compagnia Teatro del Grillo di Soverato, rappresentata dal prof. Claudio Rombolà, docente di regia teatrale; l’Associazione Vivarium di Catanzaro, rappresentata dal prof. Maurizio Paparazzo, docente di regia cinematografica; e infine l’Istituto Mediterraneo del Design (IMED), diretto dall'architetto Ivan Alfieri. Direttore del corso, la preside Maria Iacoe, mentre a svolgere funzione di coordinamento è stata la professoressa Giovanna Tartoni, entrambe dell'Istituto professionale per i servizi sociali di Cosenza. Il giorno della presentazione alla stampa del nuovo Corso di Regia è un giorno di gran festa nella sede di Viale Marconi. Per l’aria si coglie forse un eccesso di ottimismo. Ma per la prima volta nella sua storia “la RAI calabrese -disse Basilio Bianchini- si fa carico delle problematiche della formazione professionale e dell’occupazione dei giovani calabresi. Non solo informazione, dunque, ma anche formazione, per aiutare meglio lo sviluppo di questa regione”.

 

[33] Sono anche questi alcuni dei temi fondamentali scelti dal giornalista Pantaleone Sergi, docente all’Università della Calabria, per il suo corso di Editoria Multimediale, avviato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia nell’anno accademico 1999/2000. Il corso ha per tema “Dal gesto al bit”, e come obiettivo fondamentale  quello di fornire le competenze teoriche, storiche e professionali per futuri operatori culturali nel settore della comunicazione multimediale. La didattica si divide sostanzialmente in tre moduli. 1)Dai media tradizionali ai nuovi media: storia e tecnica della comunicazione e della stampa; evoluzione, applicazione e sviluppo dei media informatici. 2)Le forme della stampa: i meccanismi di lavorazione; pratica di videoimpaginazione con il programma Quark X Press; il quotidiano telematico. 3)Il nostro passato, il nostro presente: i quotidiani in Calabria dall’Ottocento al nuovo millennio. Per maggiori informazioni v.”Guida dello Studente”, Università degli Studi della Calabria, Facoltà di Lettere e Filosofia, Anno Accademico 1999/2000.

 

[34] Il resto è vita quotidiana. Nel nuovo “Laboratorio di regia” i giovani vincitori di questo corso, di volta in volta, saranno attori, giornalisti, ospiti, presentatori di spettacoli, spettacoli che essi stessi animeranno, mentre a turno, qualcuno di loro, sarà impegnato al mixer video, alla regolazione dell’audio, e alla regia. Per il futuro, invece, la mia speranza personale più intima è che i nuovi corsi di formazione professionale, se in Rai qualcuno avrà ancora voglia di organizzarli, possano destinare fondi ed energie professionali al recupero di tutto ciò che è ancora conservato nei nostri archivi e che, ripeto per l’ennesima volta, rischia di morire per sempre.

[35] Questo è l’elenco dettagliato di tutte le puntate del CINSEDO trasmesse nel corso dell’anno 1997. 28.1.1997, Il Presidente Giuseppe Nisticò tra la gente. 30.1.1997, La sanità e la Regione Calabria. 4.2.1997, La ricerca scientifica in Calabria. 6.2.1997, Domande al Presidente del Consiglio Regionale. 11.2.1997, Il lavoro che non c’è, l’on.Trematerra. 13.2.1997,Crotone, il dopo-alluvione.18.2.1997, La riforma dello Statuto Regionale. 20.2.1997, Il Patto per il lavoro. 25.2.1997, Bagnara e la pesca. 27.2.1997, Il porto di Gioia Tauro. 4.3.1997, La Borsa del Turismo a Milano e la Calabria. 6.3.1997, Edilizia e Territorio in Calabria. 11.3.1997, L’agricoltura in Calabria. 13.3.1997, La politica ambientale e la Calabria. 18.3.1997, La mafia e la Regione Calabria. 20.3.1997, La Borsa del turismo di Berlino e la Calabria. 5.3.1997, Il porto di Vibo visto dagli imprenditori. 27.3.1997, Il Piano Territoriale di Coordinamento. 8.4.1997, Maastricht, che cosa significa per la Calabria?. 10.4.1997, Mafia e Antimafia in Calabria. 13.5.1997, Gioia Tauro, lo sviluppo, il porto. 15.5.1997, Il Federalismo e la Calabria. 20.5.1997, I Greci in Calabria, Roghudi. 22.5.1997, Il porto di Gioia Tauro e il sistema trasporti. 12.6.1997, Oltre Gioia Tauro, quali prospettive. 19.6.1997, Mafia e legalità in Calabria. 24.6.1997, L’autostrada e la Calabria. 26.6.1997, La Calabria e l’Europa. 1.7.1997 Una laurea in economia e lavoro. 3.7.1997, Regione Calabria e burocrazia. 8.7.1997, Il decreto sblocca-cantieri. 10.7.1997, L’Alitalia e la Calabria. 16.9.1997, Mediterraneo, prima parte. 18.9.1997, Mediterraneo, seconda parte. 23.9.1997, Il lavoro che non c’è, seconda parte. 25.9.1997, Crotone e lo sviluppo possibile, prima parte. 30.9.1997, Crotone e lo sviluppo possibile, seconda parte. 2.10.1997, Gioia Tauro tra presente e futuro. 9.10.1997, Donne e politica in Calabria. 14.10.1997, La cooperazione e la Calabria. 16.10.1997, Nord-Sud, la lezione di Guarasci. 21.10.1997, Turismo e professionalità. 28.10.1997, Il ponte sullo Stretto di Messina. 30.10.1997, Il Terzo Millennio e la Calabria. 18.11.1997, Imprenditoria e sviluppo, il caso-BIC. 20.11.1997, La valorizzazione dei centri storici. 25.11.1997, Mafia e Sviluppo. 27.11.1997, Turismo e voli charters. 2.12.1997, Il Presidente Scopelliti tra la gente. 4.12.1997, Gioia Tauro e dintorni. 9.12.1997, Masterplan, il caso Gioia Tauro. 11.12.1997, La legge 488 e l’imprenditoria giovanile. 16.12.1997, Emigrazione, prima parte. 18.12.1997, Emigrazione seconda parte. 30.12.1997, Il Caso-Locri, prima parte. 31.12.1997, Il Caso-Locri, seconda parte.

[36] 1 febbraio 2003, va in onda il secondo appuntamento con Il Settimanale della TGR, che si apre questa volta con un corposo Dossier sul racket a Reggio Calabria. Si tratta di un’ampia inchiesta firmata da Pietro Melia sul racket a Reggio Calabria, “un vero e proprio viaggio nella città devastata dagli attentati e tra la gente, preoccupata del proprio futuro”. Segue “un affresco personale” di uno degli osti più noti caratteristici della provincia di Cosenza, L’oste comunista, di Dino Gardi, che in Calabria tutti conoscono meglio come “Il Cugino”, anche se il suo vero nome è Natale Barone''. Annarosa Macrì propone invece un lungo e appassionato servizio su L’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro, uno dei centri culturali più vivaci della regione. Il settimanale si occupa poi del Fiume Lao e propone una straordinaria avventura dell’inviata del TG, Livia Blasi, a bordo di enormi gommoni che d’inverno percorrono le rapide di questa zona come fosse d’estate. Infine, un Ritratto inedito di Mario Scaccia, che Giampiero De Maria ha incontrato al Politeama di Catanzaro, in occasione della “prima” teatrale dell' Avaro di Molière, e una singolarissima copertina finale, curata dal regista Alberto Leonetti, e dedicata al Trenino della Sila ancora innevata. “Ci auguriamo –dichiara in quell’occasione all’agenzia giornalistica Ansa il caporedattore di Rai Calabria Pino Nano- di aver fatto bene anche questa volta. La prima puntata del settimanale ha infatti registrato un ascolto del 15% netto di share, un risultato che conferma quanto la gente sia interessata alle microstorie che non sempre trovano adeguato spazio nei nostri Tg”. Il risultato finale legato agli ascolti di questa seconda puntata sarà altrettanto lusinghiero quanto il primo.

 

[37] Dal 21 gennaio 2003 al 9 giugno 2003 non è andato in onda il numero del 8 febbraio, quel giorno il palinsesto era occupato dai Campionati Internazionali di Scii di fondo. Il numero del 9 giugno 2003 non era invece inizialmente in programma. Quel giorno la Rete aveva immaginato per le Sedi regionali una sorta di fuorispazio regionale per permettere alle varie redazioni giornalistiche di seguire con più attenzione l'eventuale ballottaggio elettorale nei comuni e nelle provincie dove la settimana prima si era votato. In Calabria quel giorno, al ballottaggio, erano interessati due soli comuni, Paola e Villa San Giovanni, e questo non avrebbe assolutamente giustificato una mezz'ora di approfondimento proprio per via dell'esiguità del test elettorale. Per non perdere comunque quello spazio abbiamo deciso di utilizzarlo per mandare in onda alcuni servizi che erano già stati pensati e realizzati per il Settimanale ma che per motivi di spazio e di tempo erano stati più volte rinviati: un'inchiesta di Gregorio Corigliano su Dossier e 'Ndrangheta con le ultime dichiarazioni rese ai giornali dal Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Roberto Centaro; un'inchiesta sulla depressione in Calabria, Madri e Figlie, che Annarosa Macri realizza partendo dall'ultimo libro della scrittrice e psicologa cosentina Anna Salvo; un profilo personalissimo di Albino Lorenzo, che Giampiero De Maria definisce uno dei pittori impressionisti più interessanti e più amati di Calabria; e infine la storia di Un giovane talento calabrese  che arrivato in Canada -spiega Pietro Melia- ha trovato il grande successo teatrale e cinematografico che per anni aveva inseguito in Italia ma inutilmente.

 

[38] Bronzi da clonare, voci a favore e contrarie, è l’argomento del servizio di apertura de Il settimanale che va in onda il 15 febbraio 2003. Il presidente della Repubblica Ciampi e la regina del Belgio hanno richiesto che una riproduzione al laser dei guerrieri di Riace possa rappresentare la Calabria in vari paesi del mondo, ma la gran parte dei cittadini di Reggio non è d’accordo. Ma l’approfondimento vero del Tg della Rai calabrese -sottolineano il giorno prima della messa in onda le agenzie giornalistiche ANSA e AGI- è dedicato ai troppi Disagi per la neve in Sila, che mai come quest’anno è divenuta meta preferita dagli amanti degli sport invernali provenienti da tutte le altre regioni meridionali. Il terzo servizio, firmato da Pino Nano, è invece riferito alla figura misteriosa di Fratel Cosimo Fragomeni che qualche giorno prima della messa in onda dello speciale aveva radunato nella Locride migliaia di persone in preghiera sulla montagna di Placanica, e dove quest’uomo vive praticamente da eremita da quasi mezzo secolo. In chiusura poi due reportage ancora: la storia di un imprenditore coraggioso e intraprendente che da Lamezia  Terme,dove le produce in quantità industriali, esporta milioni di Rose rosse a Londra, cosa che naturalmente fa soprattutto in occasione della festa degli innamorati, e poi  ancora l’iniziativa appassionata di alcuni giovani di Tiriolo , paesino della provincia di Catanzaro,che negli anni  hanno riscoperto un antico strumento, La lira calabrese, molto apprezzato dai cultori della musica rinascimentale, e che i giovani dei più moderni Conservatori di musica dovrebbero assolutamente conoscere e provare. Infine, la tradizionale copertina di chiusura dedicata in questo numero a un gruppo di studenti universitari che nel centro storico di Malvito, minuscolo centro della periferia cosentina, proprio il giorno di San Valentino eseguono da anni  una tradizionale serenata come omaggio a tutte le donne calabresi.

 

[39] 21 febbraio 2003, La Chinatown calabrese  è l’argomento del servizio di apertura del terzo numero de  Il Settimanale firmato questa volta da Mara Martelli, giovane cronista che ricostruisce le tante tappe dell’ invasione pacifica del “popolo giallo” nelle nostre città. Ne viene fuori un dato inquietante e che diventerà anche il titolo di apertura di molti quotidiani locali del giorno dopo: in Calabria -sottolinea l’inchiesta- sono state avviate da imprenditori cinesi 40 attività commerciali negli ultimi sei mesi, senza che nessuno riesca però a spiegarsi da dove provengano gli enormi flussi di capitali investiti. Il secondo servizio ha come tema il Pericolo dell’onda anomala. Stando agli studi del noto vulcanologo Enzo Boschi l’allarme Stromboli può considerarsi cessato. Tuttavia la zona è ad alto rischio sismico, circondata da vulcani, pronti a provocare tsunami, come quello del 30 dicembre scorso. Altro argomento del Il Settimanale è il Cruscotto informatico in dotazione al Presidente della Provincia di Catanzaro, Michele Traversa. Riccardo Giacoia svela segreti e curiosità di una centrale di comando capace di monitorare con precisione l'attività burocratica dell' ente Provincia. Altra pagina importante è dedicata alla Spedizione in Etiopia voluta dal cocciuto leader del Movimento Diritti civili, Franco Corbelli, in favore dei bambini affamati di uno dei paesi ultimi del mondo. Pino Nano ricostruisce nei minimi dettagli le mille peripezie che Corbelli ha dovuto affrontare per mettere in piedi un volo speciale Roma-Etiopia e che alla fine diventerà anche un Caso Diplomatico nazionale per via dei tanti risvolti positivi ottenuti dalla missione umanitaria. Dino Gardi si occupa invece dei Pescatori di Schiavonea che stanno vivendo un momento difficilissimo per il loro settore, tra i mille ostacoli della burocrazia regionale. La pagina culturale, firmata da Giampiero De Maria, propone Cronaca , una piéce del grande attore calabrese Leopoldo Trieste, messa in scena a poche settimane dalla sua scomparsa. Per concludere I Muttetti e La Villanedda originale colonna sonora delle feste di campagna che si svolgono da oltre un secolo nell' entroterra reggino.

 

[40] Alla fine di questa esperienza abbiamo provato anche a stilare una graduatoria dei giornalisti che di più hanno lavorato alla realizzazione del Settimanale che vi proponiamo così come noi l'abbiamo stilata: in testa ci sono Livia Blasi e Alfonso Samengo con 12  reportage  ciascuno, seguono Giampiero De Maria e Annarosa Macrì (10), Mara Martelli  Dino Gardi e Pino Nano (8), Riccardo Giacoia (7), Andrea Musmeci e Gennaro Cosentino (4), Gregorio Corigliano (3), Antonio Lopez Pietro Melia Annamaria Terremoto Orazio Cipriani e Pasqualino Pandullo (2), infine Raffaele Malito che ha invece realizzato per noi una bellissima intervista in esclusiva sulla Calabria con il segretario nazionale della CGIL Guglielmo Epifani. Sia chiaro, questa graduatoria è stata fatta per pura curiosità di cronaca, non implica nessun giudizio di merito sulla qualità degli interessati e dei servizi realizzati: perché chi ha lavorato di più al Settimanale ha lavorato di meno al TG e viceversa. Alla fine la redazione è un tutt'uno e come tale va raccontata e presentata.

 

                                         [41] Tra le puntate di grande ascolto invece vale la pena di ricordare quella del 29 febbraio, una sorta di paginone dell’Arte, un omaggio al mondo dei colori con un ampio e bellissimo reportage di Alfonso Samengo interamente dedicato alla Galleria Nazionale di Palazzo Arnone a Cosenza:  una vera e propria visita guidata all'interno delle sale dedicate a Mattia Preti e Luca Giordano, due tra i maestri più rappresentativi della pittura del Seicento nell'Italia meridionale. Sarà il Soprintendente del Patrimonio Storico Artistico della Calabria, la dottoressa Rossella Vodret, appena arrivata da Palazzo Barberini di Roma a Cosenza, a riassumere i tratti salienti di un periodo ben raffigurato nel nuovo museo, inaugurato appena una settimana prima. “Palazzo Arnone - dice la dottoressa Vodret - con i suoi ottomila metri quadri sarà nel prossimo futuro il più prestigioso museo del sud, dopo quello di Capodimonte”. Il secondo reportage di questo numero è invece dedicato al Maestro Mimmo Rotella che a Giampiero De Maria racconta in esclusiva per la TGR la propria infanzia e declama, per la prima volta in assoluto in pubblico, i poemi epistaltici di cui Rotella è storicamente appassionato. “Si tratta di una recitazione - dice il maestro a Giampiero De Maria- composta da suoni, mimica facciale, mantice gutturale, una provocatoria oralità dada-futurista che potremmo far risalire alle origini dei cantastorie”. Segue poi un servizio di Annamaria Terremoto sulle esperienze di giovani calabresi che hanno trovato Lavoro attraverso la rete internet. Quindi, Livia Blasi ci introduce Nelle Viscere del Pollino, per proporre immagini straordinarie di grotte, stalattiti e stalagmiti. Per concludere un incontro ravvicinato con il Fenomeno della Reggina: il calciatore giapponese Nakamura che tanti giornalisti dal Sol Levante richiama ogni giorno dell’anno in riva allo Stretto. Andrea Musmeci svela in esclusiva per noi  le tante curiosità e i tanti aneddoti legati alla vita della vera novità del campionato di calcio nella massima serie in Calabria. La copertina finale, con le immagini di Giovanni Scarinci e il montaggio di Carlo Spadafora, è invece dedicata al Carnevale di Cittanova, uno dei più animati della provincia di Reggio.Altro numero di grande ascolto sarà quello del 15 marzo successivo, dedicato ai Tanti  amici di infanzia di Sergio Cammariere: ognuno di loro racconta le prime esperienze e i primi passi compiuti dal famoso cantautore a Crotone, sua città di origine, con una passione e un trasporto personale da farne il  servizio di apertura di questo numero. Mara Martelli va alla ricerca e scova quasi tutti i compagni di infanzia dell’artista crotonese, e che ha appena riscosso tanto successo al Festival di Sanremo. Segue quindi un reportage interamente girato e realizzato nel porto di Gioia Tauro, firmato da Gregorio Corigliano, che spiega nei minimi dettagli i mille Segreti di un complesso sistema di controlli elettronici che rendono oggi il terminal container di Gioia Tauro uno dei porti più sicuri d’Europa: ogni traffico illecito all’interno del porto- spiega il dossier- è praticamente destinato ad essere individuato proprio grazie all’apparto di intelligence che opera giorno e notte nello scalo della Piana di Gioia Tauro, davvero quanto di più ingegneristicamente sofisticato si possa oggi immaginare. Il terzo servizio in sommario si occupa invece dell’Analisi della situazione economica in Calabria, analisi effrontata personalmente dal leader della Cgil Guglielmo Epifani, intervistato da Raffaele Malito proprio qualche giorno prima della messa in onda e in occasione di una delle tante visite del leader della CGIL in Calabria. Dall’economia, dunque, alla “bianca”: assai suggestivo si presenta anche il mondo delle chat che viene indagato nel servizio di Livia Blasi, storia inedita e singolare di alcune ragazze cosentine, che  dialogando via cavo tra di loro, hanno finalmente incontrato la loro anima gemella. Ma l’inchiesta di Livia Blasi va anche oltre, e spiega che esistono delle regole, delle gerarchie, dei linguaggi che rendono l’insieme delle persone che frequentano le conversazioni via internet un vero e proprio Branco telematico, e questo evidentemente anche in Calabria, regione che per molti versi sembra ancora assai lontana da questi fenomeni. “ Si chiamano Sauron, Linux, Juliette e Thx1138 e dietro questi nicknames –spiega la giovane inviata della RAI- si nasconde una persona, un’anima spesso solitaria...”. In chiusura, infine, due reportages relativi a due paesi lontani e molto diversi tra di loro , Filadelfia e Bisignano. Il primo, in provincia di Catanzaro, nasconde Il segreto Massonico, storia di una comunità e di un centro urbano fondato dopo il terremoto del 1783 proprio da un gruppo di massoni guidati da un Vescovo spinto da idee liberali e martire della Repubblica napoletana. Bisignano invece, paesino della provincia di Cosenza, non ha nulla da nascondere: tutto il mondo conosce la bravura dei suoi liutai, che con le loro chitarre battenti riescono ancora ad incantare gli appassionati della musica d’altri tempi, e  Gennaro Cosentino intervista per l’occasione Il grande maestro De Bonis, l’ultimo erede vivente di una famiglia di liutai che ha saputo farsi amare dagli appassionati degli strumenti a corda, realizzando e suonando in prima persona chitarre e violoncelli per i più grandi artisti della musica mondiale.

                                         

                              [42] Uno dei grandi successi della programmazione televisiva dell’anno 2001 fu per esempio il ricordo che la Sede Rai di Cosenza volle fare della “TRAGEDIA DI SOVERATO”.                                         L’inchiesta aperta un anno prima dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, dopo la tragedia e i morti di Soverato, stava per ormai concludersi. La magistratura catanzarese aveva già notificato dodici  avvisi di garanzia, tra questi c’èra l’ex sindaco di Soverato Gianni Calabrettta e alcuni alti funzionari dell’Intendenza di Finanza. I reati contestati erano quelli di  omicidio colposo plurimo e inondazione colposa”. Partiva proprio da questo elemento di novità, a distanza di un anno esatto dalla notte in cui il fiume Beltrame tracimò provocando il disastro di Soverato, lo speciale che RAI Calabria dedicò a questa vicenda lunedì 10 settembre del 2001, a partire dalle  14,50 sulla Terza Rete per quasi un’ora, subito dopo il TG3 nazionale. Sarà un modo -anticipava il Caporedattore Gregorio Corigliano alle agenzie di stampa- per ricordare quei giorni di grande dolore comune e di grande apprensione generale. Lo speciale, curato dai giornalisti Pino Nano e Alfonso Samengo (in quella occasione Pino Nano fu  il primo cronista arrivato sul luogo della tragedia a commentare in diretta le prime immagini della tragedia)  riproporrà le fasi inquietanti e impietose dei primi momenti: la fase difficile dei soccorsi, le ricerche dei dispersi, le immagini dei primi cadaveri recuperati nel fango, i funerali solenni a cui partecipò anche il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. “Non una nuova inchiesta giornalista, sottolinea lo stesso Pino Nano nella sua introduzione al programma, ma un assemblaggio di immagini e di testimonianze che, 365 giorni dopo, servano a ricordare ad ognuno di noi cosa realmente accadde la notte del 10 settembre del 2000, e capire che cosa realmente accadde davanti al Camping della morte nei giorni e nelle settimane successive. Ma anche un modo per ricordare quei tredici poveri disabili dell’Unitalsi che trovarono la morte nel fango, dopo aver partecipato alla festa di fine estate. Lo speciale proponeva le testimonianze di alcuni dei tanti giornalisti della carta stampata e delle agenzie di stampa che con i propri racconti hanno fatto di Soverato un caso nazionale. Che cosa è stato fatto dopo un anno? Il programma tentò di spiegarlo dando voce ai protagonisti della fase della ricostruzione, ma riproporrà anche le immagini inediti dell’alluvione che nel 1951 colpì la parte meridionale della Calabria provocando decine e decine di morti. La regia dello speciale era di Brunella Eugenii, il montaggio di Giovanni Piro, i contributi e gli approfondimenti filmati di Pietro Melia, Andrea Musmeci, Franco Bruno, Livia Blasi, Emanuela Gemelli, Riccardo Giacoia. La fotografia invece di Pino Greco, Ugo Rendace, Paolo Bozzo, Pino Anfuso, Giovanni Scarinci, e Cesare Passalacqua, le ricerche d’archivio di Giuseppe Nocito. E per l’occasione, per la prima volta da quel giorno, il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Chiaravalloti ricordava il momento in cui, a Sideny dove era appena arrivato, gli venne comunicata la notizia della tragedia, e quindi il viaggio di ritorno sullo stesso aereo che un’ora prima lo aveva scaricato in Australia per essere sul posto della tragedia accanto ai familiari delle vittime. Lo speciale fece ascolti molto alti, segno evidente di come la cronaca sia ancora il vero motore centrale del mondo dell’informazione televisiva.  

 

 

                    [43]Cfr. Giampiero Gamaleri, IL TEMPO, Roma, 15 agosto 2002, pag. 1.

 

[44] In una lettera inviata il 18 novembre 2002 ai Capiredattori di tutte le Sedi Regionali della RAI il Direttore della TGR Angela Buttiglione spiega che “Il Settimanale Regionale dovrebbe essere l’occasione per approfondire quanto non si riesce a fare nel lavoro quotidiano dei telegiornali. D’altra parte non può e non deve essere prodotto con servizi che, per ragioni di lunghezza, non entrano nelle edizioni quotidiane dei nostri TG, né tantomeno essere un semplice ampliamento degli stessi spacciato per “approfondimento”. Angela Buttiglione spiega anche che “La formula sarà quindi quella del rotocalco d’informazione, con 5-7 servizi per volta, senza l’utilizzo dello studio e del conduttore, aperto da un sommario ragionato e graficamente accattivante nella presentazione dei contenuti. Particolare attenzione dovrà essere dedicata alla confezione dei servizi sia per quanto riguarda il linguaggio sia per la scelta delle immagini e il lavoro di montaggio. Occorre pensare il servizio con poco scritto, con effetti, molte immagini e molte voci. In quest’ottica è quindi di particolare rilievo il ruolo del telecineoperatore e del montatore per la realizzazione del magazine settimanale”.

 

[45] Questo è l’elenco dei filmati acquistati e trasmessi da Rai Calabria (Caporedattore dell’epoca il giornalista Emanuele Giaccia) e che fanno parte del grande archivio filmato della Settimana Incom: 01) Visita re Vittorio Emanuele a Reggio Calabria. 2)Fascismo:commemorazione Michele Bianchi a Camigliatello silano. 03) fascismo: commemorazione michele bianchi a belmonte calabro. 04) Ciclismo: Coppi vince Giro della Calabria. 05) Santuario S.Francesco di Paola. 06) Aiuti America: arrivo nave ausa con grano a Reggio Calabria. 07) Sila, S. Giovanni in Fiore, visita presidente Alcide Degasperi. 08) Riforma agraria: consegna terre contadini calabresi a s severina. 09) Reggio Calabria, funerale musicista cilea francesco. 10) Inaugurazione Ferrovia Calabro lucana a Gioia Tauro. 11) Sila, fiera della " ronza " a Campana. 12) Festa S.Rocco a Gioiosa Ionica. 14) Alluvione in Calabria: visita presidente Einaudi. 15) Alluvione : danni in aspromonte. 16) Alluvione in Calabria : fiumare Reggio Calabria. 17) Visita ministro Salomone a Isca Marina. 18) Sila, acquedotto del Lese. 19) Brunella Tocci miss Italia. 20) Costruzione zuccherificio a Strongoli. 21) Stretto Messina, Reggio Calabria, reliquie S.Francesco di Paola. 22) Catanzaro, apertura strada due mari Tirreno - Ionio. 23) Reggio Calabria, officine Omeca. 24) Vibo Valentia, inaugurazione industria nuovo pignone. 25) Fascismo : funerali caduti a Reggio Calabria. 26) Sila, premio oscar Due Monti a Villaggio Mancuso.  27) Documentario sulla Calabria.

 

[46] Su IL MATTINO di Napoli del 13 agosto 2002 Giampiero Gamaleri, Docente di  Sociologia delle Comunicazioni all'Università Roma Tre, lancia questa provocazione: "Quando gli elefanti litigano, chi ci va di mezzo è l'erba". Questo antico proverbio indiano rispecchia oggi perfettamente il rischio che nella battaglia tra i Centri di produzione Rai di Roma e Milano (cui si aggiungono Torino, Venezia e Bologna) il federalismo televisivo penalizzi duramente e definitivamente il Sud. Un Sud che ha detto e sta dicendo qualcosa di importante in fatto di spettacolo, cultura e tecnologie audiovisive ed elettroniche…Cosenza, con la sua Sede Rai, possiede già il know how e gli spazi fisici per costituire il grande archivio della comunicazione audiovisiva ed elettronica del Sud e del Mediterraneo, da realizzare con la collaborazione della regione, delle università e dei poli tecnologici in via di sviluppo, come quello di Lametia".

 

[47] I dati di ascolto ci confermano ogni giorno che passa che gli approfondimenti di qualsiasi genere funzionano e anche bene. Ne è un esempio emblematico "La Giornata della Memoria" lo Speciale TV che la redazione calabrese della RAI ha realizzato per ricordare le tante vittime dell'eccidio nazista. Lo speciale, firmato da Pino Nano e Gennaro Cosentino, con la regia di Roberto De Napoli e Brunella Eugeni, andò in onda martedì 27 gennaio 2004 dalle 13.10 alle 13,45 su RAI TRE in diretta da Palazzo Sersale di Cerisano, in concomitamitanza con la manifestazione organizzata per quel giorno dalla Fondazione Ferramonti  in collaborazione con la Sede calabrese della Rai ed il Segretariato Sociale. Il Caporedattore di RAI Calabria anticipa alle agenzie di stampa: " La scaletta del programma prevede una scheda storica di avvio su quello che è stato quel particolare periodo storico, a cui seguirà un servizio che il collega Mimmo Nunnari, oggi Vice Direttore della TGR, ha realizzato sul Campo di Ferramenti di Tarsia 15 anni fa quando per la prima volta le telecamere della RAI riuscirono ad entrare in quello che rimaneva dell'unico campo di concentramento nell'Italia Meridionale. In diretta invece, con Gennaro Cosentino, ci saranno alcuni dei protagonisti di questa storia di violenza, anche se il pezzo centrale del nostro speciale sarà il nuovo e bellissimo Museo di Ferramonti di Tarsia voluto dal sindaco e dall'amministrazione comunale del comune cosentino proprio per ricordare le vittime di allora. La copertina dello speciale porta le firme di Ugo Rendace  Pino Greco e Paolo Bozzo, la consulenza musicale di Alberto Leonetti, la collaborazione tecnica di Giovanni Piro, Rosario Greco, Mario Miceli, Francesco Mazzei, Salvatore Migliari, Pietro Cantafio, Antonio Gatto,  Bruno Castagna, Giuseppe Greco, Andrea Recchia. La ricerca delle immagini e della documentazione in Teca è di Giuseppe Nocito, per l'edizione hanno lavorato Adriana Manna, Giuseppe Figliuzzi, Francesca Pecora, e Mario Tursi Prato con il coordinamento di Olivia Coppola. Sulla "diretta" da Cerisano, con i vertici della Fondazione Ferramonti, ci sarà anche il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Chiaravalloti, mentre da Reggio con Gregorio Corigliano il Presidente del Consiglio Regionale Luigi Fedele spiegherà cosa nei fatti l'Assemblea Regionale ha fatto per ricordare la Shoah ".  

 

[48]Sarà la stessa Angela Buttiglione, insieme ad uno dei suoi Vice Direttori più autorevoli, Mario Colangeli, a dettare le regole del cambiamento, o meglio a indicare il percorso che ogni redazione regionale dovrà in futuro affrontare. E lo fa con un vero e proprio decalogo dedicato ai “Contenuti” e che credo valga la pena di riproporre come esempio di nuova televisione federalista: -Il Fatto è la pagina dedicata alla notizia o all’avvenimento di cronaca nera o bianca più importante della settimana, un tema di grande impatto sull’opinione pubblica commentato da esperti e protagonisti;

-L’inchiesta è lo spazio dedicato  ai temi della sanità, dei trasporti, dell’ambiente, dell’economia, della scuola, del lavoro, ecc; -Il confronto è il “faccia a faccia” che porta gli opposti punti di vista a confronto sui temi d’attualità della vita politica: ticket, contributi alle scuole private, leggi regionali; -La storia raccontata da un personaggio, non necessariamente noto, emblematica di una condizione sociale, economica e culturale; -Il luogo è una piazza, un paese, un paesaggio da far conoscere o riscoprire, un itinerario da proporre, un monumento sa salvaguardare; -Arte Cultura Spettacolo à lo spazio dedicato all’evento della settimana legato al mondo del teatro, della musica, dell’arte, dell’editoria; -Come eravamo è il recupero e la riproposta di materiali d’archivio delle teche regionali; -Dalla parte del Cittadino è la rubrica di servizio prevalentemente dedicata ai telespettatori e ai loro problemi con particolare riguardo alle categoria deboli, anziani, disabili; -Il sociale è dare voce agli aspetti del mondo del volontariato e dell’associazionismo.

[49] Lo stesso Direttore della TGR Angela Buttiglione nel corso di una riunione operativa avuta qualche settimana prima della messa in onda del primo numero, a Roma con i Capiredattori delle Sedi Rai di tutta Italia, aveva integrato il contenuto della sua prima lettera ufficiale spiegando che il Settimanale per lei avrebbe dovuto anche occuparsi di vari altri argomenti. E per l’occasione  propose alcuni temi centrali: -I ragazzi del Muretto, incontro con il pubblico giovanile, progetti, speranze e contraddizioni delle nuove generazioni; -Altrove, dedicato alle Comunità all’estero; Il cambiamento, come sono cambiate e stanno cambiando le cose nelle città e nei piccoli centri;-Agricoltura, tipicità da difendere, prodotti del territorio ed educazione alimentare; -Il protagonista, un personaggio di cui si è parlato molto negli ultimi sette giorni; -Che fine hanno fatto, protagonisti di fatti  di cronaca incontrati anni dopo; -Meteo, previsioni del tempo per fine settimana; -Controcopertina, a chiusura del Settimanale un servizio no-comment con belle immagini curate da un telecineoperatore. Alla fine di novembre ogni redazione aveva già preparato il suo numero-zero da mandare a Roma per la prima visione da parte del Direttore di Testata. Segui’ subito dopo la prima riunione generale dei Capi delle redazioni regionali per discutere singolarmente di ogni format. E prese forma proprio da qui forse il sottotitolo del Settimanale, Venti progetti per un Format

[50] Questo è il sommario del primo numero del Settimanale: Sigla+Titoli; Dietro le Sbarre di Alfonso Samengo;  Terre di Confine di Gennaro Cosentino; Dal Monte Athos, monaci ortodossi in Calabria di Annarosa Macrì: Senza Campane, Casole dopo il sequestro del campanile, di Riccardo Giacoia; E' nata Schiavonea, storia di quattro gemellini di Livia Blasi; La Strina, la copertina musicale; Sigla finale di chiusura.

 

[51] Per quanti fossero interessati a capire meglio il successo, o anche l'insuccesso, di taluni numeri del Settimanale, credo sia utile riproporre alcuni dei nostri sommari, da cui è più facile dedurre quanta attenzione sia stata dedicata e riservata a taluni temi e non invece ad altri. 8 marzo 2003: Sigla+Titoli; Voglia di mamma, di Livia Blasi; Pink Manager, storia di una donna in carriera a Cosenza di Riccardo Giacoia; Genevieve Makaping, la guerriera negra, di Pino Nano; Antichi mestieri, donne al telaio a Tiriolo, di Alfonso Samengo; Cuoche con passaporto, incontro con alcune ragazze norvegesi in cucina, di Dino Gardi; Regine dello sport, campionesse di sport minori; Musiche e Mimose, le canzoni di Daniele Moraca; Sigla finale di chiusura. 22 marzo 2003: Sigla+Titoli; Cent'anni di solitudine, i centenari di Carolei, di Dino Gardi; La Gilda al Politeama, Gianni Amelio si racconta di Annarosa Macrì; Maschere Scacciaguai a Seminara, di Andrea Musmeci; Il porto delle carrette e gli sbarchi clandestini di Mara Martelli; Novelli scrittori al Premio Grinzane Cavour di Annamaria Terremoto; Il barbiere di Rogliano di Riccardo Giacoia; Sigla finale di chiusura. 12 aprile 2003: Sigla+Titoli; Paola la capitale dei divorzi, di Livia Blasi; La scoperta di Papaglionti di Mara Martelli; Frà Diavolo l'enigmista di Annarosa Macrì; La spada del generale di Alfonso Samengo; Una scuola modello a Cosenza; L'ombra del Carafa di Giampiero De Maria; Sigla di chiusura.19 aprile 2003: Sigla+Titoli; Felici come una Pasqua di Annarosa Macrì; Il mistero di Natuzza di Pino Nano; La Kalimera di Gennaro Cosentino; Pasqua con chi vuoi di Riccardo Giacoia; Dolci e delizie di Andrea Musmeci, La Via Crucis di Giampiero De Maria; Sigla di chiusura. 3 maggio 2003: Sigla+Titoli; L'Affruntata di Sant'Onofrio a Torino di Pino Nano; I Minatori di Motta di Alfonso Samengo; La canzone napoletana di Giampiero De Maria; La passione nel piatto di Dino Gardi; Arrivano i ninja. 10 maggio 2003: Sigla+Titoli; Riconobbi Aldo Moro di Pino Nano; Invito a nozze di Annarosa Macrì; La madonna di Bombile di Alfonso Samengo; Quattro ruote di storia di Dino Gardi; Omaggio a Rendano; A scuola di vela di Antonio Lopez.17 maggio 2003: Sigla+Titoli; La banca degli occhi di Giampiero De Maria; Nel cuore del Museo di Santa Barbara di Annarosa Macrì; I palazzi liberty di Reggio; L'oro nero di Rossano di Alfonso Samengo; Il calcio rosa da serie A di Riccardo Giacoia; La tonnara di Vibo Marina di Livia Blasi; Sigla di chiusura.24 maggio 2003: Sigla+Titoli; I Bee Geens di Paola di Pasqualino Pandullo; Francesco e il Re di Giampiero De Maria; Prove di Comunicazione; La Nuova Costituzione di Gregorio Corigliano; Sigla di chiusura; 30 maggio 2003: Orchidee di Calabria di Livia Blasi; Spiagge da Vip di Emanuele Gemelli; Tombaroli nel mirino di Mara Martelli; Un museo tutto piccante; L'auto ferro da stiro di Riccardo Giacoia, Cantu e Cuntu di Gennaro Cosentino; Sigla di chiusura.

[52] Ci fu un’altra occasione nella storia della Rai calabrese  in cui gli ascolti schizzarono alle stelle e fu quando venne trasmesso uno speciale TV su Natuzza Evolo, uno speciale in cui la mistica di Paravati,  Natuzza Evolo, racconta la sua vita privata e ricorda il giorno in cui per la prima volta le apparve la madonna, tutto questo in una intervista esclusiva rilasciata al Tg  Rai della Calabria in occasione del raduno dei cenacoli di preghiera a Paravati, paese dove la donna vive. Alla domanda “ma e’ vero che lei parla con la Madonna? Natuzza Evolo risponde  “Lo faccio quasi ogni giorno”. e della Chiesa che sta per sorgere sulle colline di Paravati dice: “La chiesa sarà come quella che nel 1944 vidi in sogno, e sarà cosi come la Madonna vuole che sia. Quando la Madonna mi apparve per la prima volta la ricevetti in una casa povera, ma fu lei a dirmi che presto avrei dovuto costruire una casa bellissima interamente dedicata al suo nome. Così sarà. La chiesa che oggi nei fatti nasce a Paravati sarà una chiesa bellissima, dovrà ospitare migliaia e migliaia di pellegrini, e dovrà rappresentare un faro di luce per tutti”. Della morte la mistica di Paravati non ha mai avuto paura, “…Anzi- dice- l’aspetto con gioia, perché finalmente mi ricongiungero’ con Dio e con la madre di Dio, e dal cielo continuerò a pregare per tutti voi”. Nell’intervista Natuzza fa anche riferimento ai tanti miracoli legati alla sua storia di donna: “…Non sono io che compio i miracoli,  i miracoli sono del Signore, forse io sono il tramite. Quando la gente torna da me per ringraziarmi io dico che il merito e’ di Dio. Ma e’ cosi’ anche quando la gente arriva fin qui dai paesi più sperduti del mondo e mi dice di avermi gia’ vista, di avermi già ospitata nelle proprie case: io non mi sono mai allontanata da questa casa, allora vuol dire che forse una parte di me viaggia e arriva dove la gente vuole che arrivi”. E a proposito della Pasqua Natuzza ricorda i “dolori lancinanti che l’affliggono durante la settimana di passione: quando per la prima volta, ancora bambina, comparve sulla mia schiena la forma di una croce di sangue molti mi presero per pazza, ma in realtà io non sono mai stati male. La mia unica malattia e’ la vecchiaia, tutto il resto sono segni della misericordia”. Ma e’ vero che lei continua a parlare con i defunti? Natuzza conferma: “lo faccio da sempre e sono felice, perché questo riporta in tantissima gente speranza e fiducia”.

[53] Un altro esempio del grande interesse che la gente coltiva per le cronache locali  può essere "La Giornata della Memoria", è il titolo dello Speciale TV che il 27 gennaio 2004 la redazione calabrese della RAI ha realizzato per ricordare le tante vittime dell'eccidio nazista. Lo speciale, firmato da Pino Nano e condotto da Gennaro Cosentino, con la regia di Roberto De Napoli e Brunella Eugeni,  andò onda martedì 27 gennaio, dalle 13.00 alle 13,45, in diretta da Palazzo Sersale di Cerisano, in concomitanza con la manifestazione organizzata per quel giorno dalla Fondazione Ferramonti  di Tarsia in collaborazione con la Sede calabrese della Rai ed il Segretariato Sociale di Viale Mazzini. La scaletta del programma prevedeva una scheda storica di avvio su quello che era stato quel particolare periodo storico in Calabria, a cui seguì un servizio che il giornalista Domenico Nunnari, oggi Vice Direttore della TGR, aveva realizzato sul Campo di Ferramenti di Tarsia 15 anni prima, quando per la prima volta le telecamere della RAI riuscirono ad entrare in quello che rimaneva dell'unico campo di concentramento nell'Italia Meridionale. In diretta invece, con Gennaro Cosentino, c’erano alcuni dei protagonisti di questa storia di violenza, mentre il pezzo centrale dello speciale raccontava nei dettagli il nuovo e bellissimo Museo di Ferramonti di Tarsia voluto dal sindaco e dall'Amministrazione Comunale del comune cosentino proprio per ricordare le vittime di allora. La copertina dello speciale portava le firme di Ugo Rendace  Pino Greco e Paolo Bozzo, la consulenza musicale di Alberto Leonetti, la collaborazione tecnica di Giovanni Piro, Rosario Greco, Mario Miceli, Francesco Mazzei, Salvatore Migliari, Pietro Cantafio, Antonio Gatto,  Bruno Castagna, Giuseppe Greco, Andrea Recchia. La ricerca delle immagini e della documentazione in Teca è di Giuseppe Nocito, per l'edizione avevano lavorato Adriana Manna, Giuseppe Figliuzzi, Francesca Pecora, e Mario Tursi Prato con il coordinamento di Olivia Coppola. Sulla "diretta" da Cerisano, con i vertici della Fondazione Ferramonti, c’era anche il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Chiaravalloti, mentre da Reggio con Gregorio Corigliano il Presidente del Consiglio Regionale Luigi Fedele spiegò cosa nei fatti l'Assemblea Regionale aveva fatto per ricordare la Shoah. Un appuntamento televisivo importante, dunque, realizzatosi grazie alla sensibilità e alla grande disponibilità del direttore della Testata Giornalista Regionale Angela Buttiglione che con noi aveva condiviso l’idea che la Giornata della Memoria diventasse per tutti noi, che lavoriamo nel Servizio Pubblico,  un impegno forte e quotidiano, e di questo come calabresi, più che come giornalisti, oggi le siamo fortemente grati.  

 

                             

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