Il giornalista della Calabria

    "Considero i giornalisti manovali della parola, operai della parola. Il giornalismo diventa letteratura quando è fatto in modo passionale".( Margherite Duras)

"Il Giornalista della Calabria", questa è la storia di un giornale periodico nato quasi per gioco in redazione, tra un dibattito e l’altro, tra una riunione di lavoro e l’altra, discussione dopo discussione. All’inizio era solo un’idea, anche assai vaga, ma che prendeva corpo sempre di più man mano che se ne parlava. Alfonso Samengo l’ha partorita nel chiuso di quella nostra stanza dove da anni arriva davvero di tutto, dove non c’è collega che non si fermi, dove tutti forse si sentono a proprio agio (così almeno mi auguro), anche perché né io né Alfonso, e da qualche anno anche Fabio Nicolò nostro giovanissimo e comune compagno di viaggio, non abbiamo mai avuto il coraggio di cacciare via nessuno. Da anni, per la verità, la nostra stanza, al primo piano della nuova sede di Viale Marconi, ci si arriva entrando a sinistra in fondo al corridoio, è in realtà un autentico porto di mare. Lo è in tutti i sensi, ma lo è diventata ancora di più da quando, anni fa, decisi di tappezzare le pareti intorno alle nostre scrivanie con le foto scattate in tutti questi anni in redazione. Insomma, un vero e proprio tazebao, che oggi racchiude e racconta la vera storia della Rai calabrese. A furia di vivere in una stanza come questa, anche dieci ore al giorno della propria vita quotidiana, alla fine si finisce col produrre qualcosa di bello e d’importante anche per se stessi. Così è accaduto per noi, testimoni pazienti devo aggiungere, al di là del vetro che separa i nostri spazi vitali, a volte tolleranti anche oltre ogni limite, il dolcissimo Pasqualino Pandullo e, quando rientrava dalle sue lunghe tournées sportive, l’impareggiabile Tonino Raffa. Alfonso ed io, di questa loro capacità di sopportazione nei confronti del caos che per anni sembrava essere diventata la regola di vita di questa nostra stanza, non finiremo mai di essere grati ad ognuno di loro.

Ricordo le mille discussioni tra di noi, soprattutto all’indomani dell’elezione di Alfonso Samengo alla guida della segreteria regionale della FNSI. Come giovanissimo Segretario Regionale dei Giornalisti calabresi (il più giovane segretario d’Italia), Alfonso era convinto che la nostra categoria avesse bisogno di confrontarsi, e che dovesse farlo con metodo, con estrema severità, fuori degli schemi, e lontano dalla politica militante. Ma per far questo serviva uno strumento utile per raccontare anche all’esterno le difficoltà con cui si fa informazione in Calabria. E niente meglio di un giornale stampato avrebbe potuto favorire questo confronto e questo dibattito dialettico. Foto 09.jpg (491122 byte)

E’ nata così, proprio per questo, l’idea di creare uno strumento di lavoro che fosse utile ai giornalisti calabresi, se non altro per spiegare meglio all’esterno la propria storia. Un giornale, insomma, che parlasse "Un po’ di noi" (è il titolo di un libro scritto vent’anni fa da Gregorio Corigliano), e che riservasse un’attenzione particolare al mondo della televisione e al giornalismo radiotelevisivo, tema questo di cui in Calabria tutti ormai parlano, ma di cui solo pochi realmente ne sono testimoni fedeli, privilegiati, autentici. Il primo problema fondamentale da risolvere rimaneva però il costo reale del giornale. Chi lo avrebbe pagato? Dove avremmo trovato i soldi necessari per la stampa? Era meglio sottoscrivere degli abbonamenti, o sarebbe stato invece preferibile ricorrere ad una colletta tra gli iscritti all’Albo dei Giornalisti? Su questo Alfonso fu categorico.La nuova Sede RAI.JPG (609993 byte)

"Partiamo con i numeri zero -disse- poi si vedrà". In realtà tutti i numeri usciti, alla fine, li pagò solo lui, di tasca propria. Oggi, di quell’esperienza così intensa anche se così breve, nata in questa nostra stanza e con alle nostre spalle le foto storiche di un ventennio di giornalismo radiotelevisivo, è rimasto questo "nostro" giornale, che vorrei ora presentarvi in maniera completa. Se non altro perché, per almeno qualche anno, quel "foglio" ci costrinse a ragionare tra di noi e di noi, e ad immaginare quello che sarebbe poi diventato il futuro della nostra "corporazione". 

Eccolo, dunque, il primo numero de "Il giornalista della Calabria". Elegante, moderno, 32 pagine, copertina a colori, impaginazione veloce, tante foto all’interno. Ogni foto è legata ai vari argomenti trattati, la professione, il sindacato, l’ultimo congresso della FNSI a Riccione. Poi c’erano le opinioni, i commenti, le informazioni più strettamente legate alla vita dell’Ordine. In particolare, in quel primo numero: la storia personalissima di Elio Fata, giornalista RAI che non c’è più; l’intervista al primo Segretario Regionale del Sindacato Franco Cipriani, che per tantissimi anni prima di morire era stato il decano dei giornalisti calabresi; poi ancora, un tuffo nella realtà editoriale canadese con il profilo di Antonio Nicaso, giornalista di Caulonia emigrato giovanissimo in America e diventato nel giro di pochissimi anni influente ed amatissimo Condirettore del "Corriere Canadese", il più popolare e più diffuso quotidiano italoamericano di questi ultimi vent’anni. A corredo del servizio, firmato dal sociologo Rocco Turi, che lo incontrò quasi per caso in giro per il mondo, c’era una bellissima foto in bianco e nero che ritraeva il giovane Nicaso ai piedi della scaletta dell’Air Force One, l’aereo personale del Presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton, aereo che Antonio "frequenta" ormai abitualmente, ogni qual volta il suo giornale gli chiede di seguire i viaggi e le missioni diplomatiche più importanti del Capo della Casa Bianca. Ma procediamo con ordine. Parla A.Samengo.jpg (493195 byte)

In apertura, il primo numero de "Il Giornalista della Calabria" ospitava due diversi editoriali. Il primo, del Presidente dell’Ordine Regionale dei Giornalisti Raffaele Nicolò. Il secondo, del suo direttore responsabile, Alfonso Samengo, qui naturalmente anche nella sua duplice veste di Segretario Regionale del Sindacato, oltre che di guida responsabile del periodico. "Dopo tanti anni d’impegno sindacale e di battaglie ordinistiche -scriveva Raffaele Nicolò- avverto un pizzico di emozione. Un giornale che nasce per raccontare la nostra vita è uno strumento fondamentale di crescita per l’intera categoria. Come tale va letto, come tale va giudicato, come tale va anche seguito". Subito dopo aggiungeva: "In ognuno di noi è prevalsa la consapevolezza che come categoria siamo cresciuti abbastanza per avere anche noi diritto ad un bollettino che condensasse la nostra attività, che desse conto delle cose che facciamo, delle battaglie che in ogni sede istituzionale andiamo ogni giorno ad affrontare, degli impegni formali che assumiamo nell’adempiere il nostro compito, e nulla meglio di un giornale come questo avrebbe potuto dare il senso generale del nostro essere giornalisti in Calabria. Ci presentiamo ai nostri lettori con l’umiltà di sempre, ma con una consapevolezza fondamentale che deriva dalla nostra storia: vorremmo poter continuare a servire questa straordinaria famiglia dei cronisti calabresi, e vorremmo farlo senza commettere errori, senza peccare di presunzione, senza offendere la dignità di nessuno, nell’interesse esclusivo della categoria, guardando in avanti ma ricordando il nostro passato, seminando nuove pietre miliari ma non dimenticando mai il tragitto percorso, lottando perché ognuno di noi abbia la consapevolezza che anche in Calabria è arrivato il momento di tracciare un consuntivo, e se questa regione in tutti questi anni è cresciuta un pizzico di merito per quanto è stato realizzato spetta anche al nostro lavoro e al nostro ruolo".

Fu naturalmente notevole lo spazio dedicato al "Pianeta Rai": l’elezione del nuovo Cdr (l’organismo sindacale interno della redazione giornalistica) i dati d’ascolto, gli ultimi successi del telegiornale regionale commentati dallo stesso caporedattore Mimmo Nunnari, la complessa vicenda dei telecineoperatori, infine l’incontro del segretario organizzativo ed amministrativo dell’Usigrai (il sindacato nazionale dei giornalisti RAI), Gregorio Corigliano con il Direttore Generale dell’azienda Pier Luigi Celli. Insomma, c’era proprio un pò di tutto, un pò di noi, e quel giornale fu per tutti noi un modo come tanti per spiegare meglio, a chi non conosceva il nostro mondo, le difficoltà e le tensioni che lo animavano, i limiti oggettivi che fanno della nostra professione un lavoro qualche volta ingrato e difficile, ma pur sempre affascinante. 

Il 21 marzo 1998 il giornale venne ufficialmente presentato all’esterno, con una cerimonia solenne e per nulla rituale. Quella sera a Vibo, al 501, insieme con noi, c’erano tanti amici, amici vecchi di sempre, ma anche tanti altri nuovi. "Per quest’anno -precisò Alfonso Samengo- il periodico avrà scadenza trimestrale. Sarà un anno di rodaggio, poi vedremo se si porranno le condizioni per ampliare il nostro impegno. Un giornale che viene distribuito gratuitamente ha bisogno di essere sostenuto economicamente, lo faremo attraverso il contributo degli enti che vorranno far vivere questo strumento di democrazia". Foto 11.jpg (686011 byte)

Sul contenuto del giornale il direttore responsabile non lascia trasparire nessun’incertezza: "Parleremo dei tanti problemi della categoria, daremo visibilità alle esigenze nascoste dei giornalisti che in questo periodo storico del nostro paese non sono tanto amati, considerati i ripetuti attacchi da parte di alcuni personaggi della politica. M.Nunnari.jpg (651921 byte)

Sappiamo perfettamente bene che dobbiamo fare autocritica, che dobbiamo ragionare senza pregiudizi sulla qualità dei nostri giornali e telegiornali. E se abbiamo commesso degli errori, occorre trovare il metodo per evitarli. Ma è giusto che la gente sappia che spesso siamo lasciati allo sbando dagli editori, e mortificati dai ridotti o cattivi investimenti nel campo dell’editoria. Cercheremo, grazie alla diffusione di questo periodico -concludeva Alfonso Samengo- di farci amare dalla gente, come lavoratori che quotidianamente lottano per la soluzione di problemi dei quali finora nessuno ha mai parlato".

Prima di concludere, il giovane Direttore Responsabile del periodico ringraziò "per l’impegno profuso" il Direttore del progetto grafico, Bruno Castagna, ed il coordinatore editoriale, Mario Tursi Prato. In sala molti si voltarono verso di loro, i più si chiesero da dove provenissero quei due ragazzi dalla faccia così perbene. Per la verità sia Bruno Castagna che Mario Tursi Prato non erano "nuovi" a questo tipo di imprese. Il primo è uno dei più bravi tecnici di produzione della RAI calabrese (ve ne ho già parlato e anche a lungo in altra parte di questo libro), il secondo è un giornalista pubblicista che lavora nella segreteria di redazione del Tg della Calabria nella sua duplice veste di speaker-annunciatore (ma vi ho già parlato anche di lui), anima vulcanica e ribelle della nostra redazione, un ruolo professionale che da sempre Mario svolge con una dedizione ed una perfezione a volte davvero maniacali. Averli con noi fu assai semplice. Bastò che Alfonso ed io chiedessimo l’aiuto di entrambi, per vederli immediatamente all’opera. Nei primi mesi di vita del giornale a dedicarsi di più al progetto grafico fu senza dubbio Bruno Castagna, ma essendo lui abituato a lavorare sempre in silenzio e con grande riservatezza, agli occhi dei più Mario Tursi Prato sembrava aver fatto di più e meglio: amara consolazione per entrambi, comunque. Perché nessuno dei due sarà mai ripagato per tanta fatica. Le risorse del giornale non consentirono salti nel buio, tanto meno parcelle e consulenze professionali di nessun tipo. Come dire, "qui si lavora soltanto per la gloria...", anche se nella maggior parte dei casi, da noi almeno è ancora così, si dice che "una firma vale più di un conto in banca".

L'addio a E.Giacoia.JPG (490786 byte)

Ricordo che la sera della presentazione del giornale, tra un intervento e l’altro, qualcuno azzardò sottovoce: " Ma chi ha pagato questo primo numero? La Regione Calabria?". Interrogativi legittimi. A conoscere fino in fondo il "dietro-le-quinte" di questa "operazione editoriale" eravamo davvero in pochi, Alfonso, io, forse anche Bruno Castagna e Mario Tursi Prato. Nessun altro. Oggi credo sia arrivato il momento di raccontare questo piccolo mistero con la massima serenità. E’ vero "Il Giornalista della Calabria" aveva in quarta di copertina una pagina di pubblicità a colori della Regione Calabria, ma in realtà quella pubblicità era solo un "omaggio" della rivista alla Regione Calabria. Proprio così, anche se mi rendo conto che tutto questo oggi può sembrare quasi una "provocazione", ma chi per "mestiere" fa tradizionalmente l’editore sa bene però che un rapporto di collaborazione editoriale può anche incominciare così. Perchè negarlo? Anche noi, decidendo di stampare la pubblicità "Mediterraneo da scoprire", intimamente, forse, speravamo che per il secondo numero della rivista la Regione non ci avrebbe negato un modesto compenso pubblicitario: cosa che, però, non avvenne mai! Ricordo che Alfonso ed io decidemmo subito che non era il caso di coinvolgere l’Ente Istituzione in un bollettino che doveva restare soltanto "nostro", e soprattutto sufficientemente libero per poter esprimere al meglio le proprie opinioni, semmai anche contro lo stesso Ente Regione che da vent’anni teneva inspiegabilmente chiusa nei propri cassetti una proposta di legge sull’editoria minore senza deciderne la fine, ma ciò che era ancora peggio senza spiegarne a nessuno il vero perché. Chiarito questo, torniamo alla nostra festa.

Alle sette della sera il salone delle feste del 501 era già stracolmo di gente. Raffaele Nicolò ricordò i tanti anni vissuti alla guida dell’Ordine e del Sindacato dei Giornalisti calabresi, e spiegò la scelta di "aver voluto quest’incontro a Vibo, anche per una sorta di motivazione sentimentale". Il presidente dei giornalisti calabresi disse: "Qui 25 anni fa nasceva il nostro sindacato, e qui era giusto festeggiare questi nostri primi 25 anni di impegno professionale. Abbiamo percorso insieme tanta strada in avanti, ma molta ancora ce ne resta da fare. Da qui, oggi, vogliamo ripartire, per rafforzare una categoria che va difesa da mille attacchi esterni, e che al suo interno ha dimostrato di avere professionisti di primissimo ordine". copertina 40 anni rai.jpg (69754 byte)al_telefono_2.jpg (16743 byte)foto cinepresa.jpg (11341 byte)

La proposta finale del dibattito non poteva non riguardare il futuro del giornale. Prese la parola Vito Napoli. Non era uno qualunque, anche se ormai era un "ex": ex parlamentare democristiano, ex Direttore Responsabile di "Economia Calabria", ex Responsabile dell’Associazione Stampa Piemontese, ai tempi in cui lavorava alla "Gazzetta del Popolo" come notista politico, ex potente Sottosegretario di Stato all’Industria ai tempi della Prima Repubblica, ex delfino prediletto di Carlo Donatt Cattin ai tempi in cui la corrente di "Forze Nuove" era l’anima ribelle della vecchia DC, insomma un vecchio giornalista, prima di tutto, che non ha mai dimenticato l’odore del piombo e della tipografia. "Varrebbe la pena di trasformare "Il Giornalista della Calabria" in un giornale di servizio per vecchi e nuovi cronisti -propose Napoli-. Varrebbe la pena di farne una sorta di tavolo permanente di dibattito istituzionale, che sia soprattutto una vera e propria palestra per intellettuali moderni". La gente rimasta a seguire il dibattito in sala applaudì di cuore. L’idea era stimolante, ma lo diventò ancora di più quando Vito Napoli propose un "Contratto d’Area", che facesse del giornalismo calabrese una vera e propria impresa. Riusciremo nel nostro compito? I più se lo chiesero, ma era ancora presto per stabilirlo. Non era un concetto facile da capire. Forse ci saremmo riusciti, forse no. Il futuro sarebbe stato il nostro vero banco di prova. La sfida era allettante e stimolante, e conoscendo a fondo la cocciutaggine di Alfonso immaginai che nessuno di noi si sarebbe tireto mai indietro. Forse aveva ragione lui quando diceva: "Dobbiamo farlo anche pensando al futuro della grande RAI in Calabria". Sarà stato forse un discorso "di parte", ma la RAI rimaneva la nostra seconda casa. Intanto, arrivederci al prossimo appuntamento.

"Ci rivedremo tra 25 anni, se Dio vorrà. E ci ritroveremo sempre qui al 501 di Vibo -sorrise Nicolò mentre ritirava dalle mani del figlio Fabio, giornalista anche lui, il premio alla carriera conferitogli dall’Azienda di promozione turistica vibonese- e ci saremo per un nuovo consuntivo della nostra presenza politica nel Sud del Paese".

Dopo quel primo numero, tre mesi più tardi, uscì il secondo. L’apertura era un editoriale in un certo senso atipico, dal titolo "In bocca al lupo Direttore", interamente dedicato ad un grande e straordinario cronista radiotelevisivo, Nuccio Fava, uomo-Rai da sempre, da sempre visceralmente legato alla Calabria. Appena un mese prima l’ex Direttore del Tg1 era stato a Vibo Valentia per ritirare il Premio Giornalistico "Arturo Daco". "Di Nuccio Fava sappiamo praticamente tutto, -si leggeva nell’editoriale del giornale- giornalista di vecchia esperienza, mitico ed indimenticabile direttore del Tg1 nel 1990, passato poi alla guida delle Tribune Politiche, ma poi ancora massimo responsabile dell’informazione Rai sul Giubileo del 2000. Oggi lui è di nuovo sulla graticola dell’informazione radiotelevisiva italiana, chiamato a traghettare il progetto forse più ambizioso di questa Rai di fine millennio: la fusione tra la Testata Giornalistica Regionale ed il Tg3, un’impresa che solo un uomo navigato come lui poteva accettare di tentare. Un’impresa non facile, piena d’insidie, ma come tale anche affascinante ed elettrizzante. Del resto solo ad un professionista della sua tempra si poteva dire, "Prova a mettere insieme un giornale che sia la sintesi dell’eredità e del pensiero curziano, con la mediazione e le intolleranze spesso legittime delle mille province italiane. Solo ad un animale politico come lui si poteva affidare il compito di costruire il grande Palazzo Rai dell’informazione regionale futura sulle rovine di una TGR ormai a pezzi, che non ha mai avuto un’anima, e sul fallimento di un Tg3 oggi compresso dalla lotta di palazzo. Viene naturale obiettare: ma ci riuscirà mai? Chi lo conosce bene ne è certo".

La seconda parte dello spazio dedicato dal giornale all’"Attività Sindacale" ospitava un servizio di Dino Gardi (giornalista professionista, ha lavorato più volte e per più periodi alla Rai di Cosenza) dal titolo: "La gestione separata per il lavoro autonomo": "Entro fine luglio -ricordava Gardi nel suo pezzo- i giornalisti freelance dovranno versare il contributo obligatorio per l’iscrizione alla Gestione separata dell’INPGI. In Calabria sono ancora pochi ad averlo fatto, soltanto 59 pubblicisti e 8 professionisti. Io sono tra quei colleghi che hanno regolarizzato la propria posizione sin dall’inizio, vi dico come fare". A pagina 12 invece, ai piedi di una grande foto in bianco e nero, Mons. Salvatore Nunnari (allora Consigliere Nazionale della FNSI, oggi invece influentissimo Arcivescovo di Nusco in Irpinia) ricostruì il "Quirinale Day": "Noi giornalisti, un’intera giornata tra le mura di un palazzo che fu dimora di papi e di re. Quale cornice più autorevole per festeggiare i 90 anni della nostra Federazione? E’ andata così il 3 giugno scorso, quando il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha voluto ricevere al Quirinale una delegazione dei giornalisti italiani". "Sua emittenza la TV, quasi un dossier sulle Tv locali" era l’inchiesta successiva, su tutto ciò che in Calabria si muoveva "oltre la RAI".

Quella che invece Alfonso Samengo volle la "Finestra politica" del giornale proponeva due diverse opinioni. La parte centrale del giornale,"Professione Giornalista", ospitava invece quattro pezzi diversi. Il primo era dedicato alle "Scuole di Giornalismo", ed era firmato da me. Il secondo, "Un giornalista, inviato molto speciale", di Alberto Volpe. Il terzo, "Per dar voce anche ai poveri", di Giacomo Tuoto (Giornalista pubblicista, Responsabile dell’Ufficio Missionario della Conferenza Episcopale Calabra). Il quarto, infine,"Calcio satellitare", era firmato a quattro mani da Antonio Lopez (Giornalista professionista, allora Direttore Responsabile di TEN, oggi invece collaboratore fisso alla RAI) e da Francesco Sibilla (Giornalista pubblicista, conduttore di "InfoSport Gol"). A pagina 23 grande spazio alle "Associazioni", con un pezzo firmato da Elena Scrivano, bravissima giornalista professionista, impeccabile e solerte Capo Ufficio Stampa del Comune di Cosenza, dal titolo "Portavoce ma non solo", sul Gus, il Gruppo Giornalisti Uffici Stampa "che sarà presto una realtà anche in Calabria". Infine "Le news dei circoli".

 

La chiusura di questo secondo numero del giornale era affidata ad una rubrica che si chiamava "Ultima Pagina", nella prima parte della quale Mario Tursi Prato raccontava la storia professionale della "Saga" dei Giacoia, "Di Giacoia in Giacoia", come dire di padre in figlio, da un vecchio mito del giornalismo radiotelevisivo italiano ad una giovane promessa del mondo della Tv pubblica in Calabria. Insomma, da Emanuele a Riccardo. La seconda parte di "Ultima Pagina" era firmata dal sociologo Rocco Turi.

Nel dicembre del 1998 uscì il terzo numero, e fu uno di quei numeri destinati a restare per molti anni ancora nella memoria di ognuno di noi, se non altro perchè era il numero speciale che ricostruiva l’incontro con il Papa, tra il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Calabresi Raffaele Nicolò, lo stesso Alfonso Samengo, ed una nutrita delegazione calabrese guidata quella mattina, 9 dicembre 1998 in Piazza San Pietro, dai vertici del Circolo Vittorio Bachelet di Cosenza, Tonino Farina, Antonino Oliva, Salvatore Greco, e lo stesso mons. Vincenzo Filice. "L’incontro con il Santo Padre -si leggeva nell’editoriale- ha rappresentato per la nostra categoria un avvenimento storico, un evento preparato e voluto dalla nostra associazione per il 25° Anniversario della sua costituzione. Questa visita a Giovanni Paolo II non va letta come una solenne ma vuota cerimonia. Vuole offrire invece l’occasione per riflettere sul nostro modo di operare, sui rapporti tra verità e informazione, tra onestà e comunicazione. Il Papa ha recentemente ricordato che l’impegno di coloro che utilizzano i mezzi di comunicazione va indirizzato verso la ricerca della verità. "Comunicare la speranza", l’appello che spesso rivolge la Chiesa ai giornalisti, significa non nascondere la realtà anche crudele, ma neppure gli sforzi compiuti da una comunità sociale che vuole uscire dal tunnel".

Anche in questo terzo numero il giornale dedicò ampio spazio al "Pianeta RAI". Prima di chiudere c’erano poi, ancora, due pezzi, il primo di Tonio Licordari (giornalista professionista, Presidente dell’Unione Stampa Sportiva in Calabria, cronista-mito delle pagine sportive della "Gazzetta del Sud") su quelle che dovevano essere "Le regole del gioco" tra giornalisti e società sportive, e di Vincenzo d’Atri (chi non lo conosce?) sul ruolo e l’importanza della nuova Casagit:"Nasce Casagit 2".L’ultima pagina dedicata, infine, alla classica rubrica di Rocco Turi, "Globe Trotter", ed in cui il sociologo calabrese ricostruiva e raccontava la storia di Cosimo Gabor Marco, notissimo giornalista ungherese di origini rendesi.

Ma dimenticavo però di dirvi un’ultima cosa ancora. C’era un secondo giornale che in quegli anni in qualche modo ha scandito la vita della redazione. Era uno di quei fogli "ciclostilato in proprio", si chiamava "La voce del corridoio", non si è mai capito bene redatto da chi, né tantomeno si è mai riusciti ad individuarne il vero direttore responsabile: un foglio interno, insomma, una sorta di "pasquinata", un manifesto goliardico, sempre estremamente informato, scritto però con l’attenzione e con l’humour necessario per far sorridere anche la maggior parte di noi. "La voce del corridoio" usciva, naturalmente in forma clandestina ed anonima, quando meno te lo aspettavi, e dentro ci trovavi in bella mostra tutti i "paradossi" della nostra essenza professionale. Giornale satirico, sarcastico, scritto in perfetto italiano, un giornalismo graffiante, sul piano della forma assolutamente impeccabile, a volte monotematico, altre volte vario e complesso, ma sempre e comunque al sapore agrodolce della vis polemica. Obiettivi del giornale siamo stati, di volta in volta, un pò tutti noi, chi più chi meno, ma la parola d’ordine di chi materialmente lo pensava e lo preparava pareva essere "Dàgli all’untore-giornalista". L’ultimo numero aveva anche un sottotitolo di particolare effetto, "2000, l’odissea è iniziata", peccato però che sia andato a ruba nello spazio di un mattinata e che in circolazione non ci sia più neanche una copia da archiviare per gli storici del futuro. A chi invece per anni lo ha diretto nel silenzio dell’anonimato, con un pizzico di autoironia, oggi gli consiglierei questo: "Caro collega, se hai la relativa ritenuta d’acconto prevista dalla legge, fai pure domanda d’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti perché, a parte il giudizio sulla sostanza e sui contenuti del giornale che per anni hai coccolato e difeso così bene, nonostante la nevrosi dei nostri ritmi e dei nostri montaggi, potresti tranquillamente essere iscritto all’Albo dei nuovi Giornalisti Pubblicisti. Nell’ipotesi in cui questo non sia possibile allora ti toccherebbe di diritto l’iscrizione all’Albo Speciale. Se non altro, devo riconoscere, che lo stile letterario da te (o da voi?) usato te ne darebbe (o ve ne darebbe?) diritto assoluto".

Ma lo stesso discorso vale per Bruno Castagna che in questi anni, a costo di pesanti sacrifici personali, ha trovato l’intelligenza, il tempo, e il modo per inventarsi stando tra di noi "Compagni di viaggio", un giornale ben fatto, periodico di cultura popolare, che raccontava la storia della gente di Carolei, e che grazie all’intuito di Bruno passerà alla storia del giornalismo scritto di questa regione per essere stato il primo vero periodico calabrese "on-line". Devo confessare qui la mia emozione, ma quando ho scoperto, e poi toccato con mano, che era possibile leggere "Compagni di viaggio" su Internet, ho allora pensato che avrebbero potuto fare altrettanto tanti altri nostri amici, e colleghi, i cui giornali, pur avendo ben scandito per anni la storia di alcune grandi aree della Calabria, sono rimasti però per quasi tutta la vita "sconosciuti ai più". Ma il mondo cambia, e guai a non saperne interpretare e seguire le sue trasformazioni.

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