40 Anni di RAI in Calabria

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RINGRAZIAMENTI

Il mio primo grazie lo devo all’ex Direttore Responsabile della Testata Giornalistica Regionale della Rai Ennio Chiodi per avermi, per primo, autorizzato a realizzare questo lungo lavoro di ricerca. Insieme a lui ringrazio naturalmente il Direttore Generale della Rai, Pier Luigi Celli, il Capo del suo Staff, Luigi Ferrari, e l’attuale Direttore del Tg3, Nino Rizzo Nervo. Con loro non posso non ricordare il ruolo determinante svolto dal Prof. Enrico Mascilli Migliorini, Direttore dell’IFG, l’Istituto Superiore di Formazione per Giornalismo di Urbino, e per lunghissimi anni Preside della Facoltà di Sociologia all’Università di Urbino, che mi ha riservato l’onore e il prestigio personale della sua grande esperienza e conoscenza di mass-mediologo: se questo libro vede oggi la luce lo devo soprattutto all’entusiasmo e alla caparbia dolcezza di questo grande maestro del giornalismo italiano che si è preso la briga di seguire in prima persona la fase di chiusura di alcuni dei capitoli più complessi. La prefazione che il Professore Enrico Mascilli Migliorini ha voluto dedicare a questo mio lavoro la considero un privilegio di cui mio padre, straordinario uomo di cultura, sarebbe andato assai fiero. Grazie anche al Prof. Rocco Turi, docente di Sociologia della Devianza all’Università di Cassino, per le correzioni apportate al testo originario e per averne poi tratto la prefazione del secondo volume. Un grazie assai particolare lo devo poi a tutti i colleghi della sede Rai della Calabria, giornalisti, tecnici, impiegati, nessuno escluso, per essermi stati sempre tutti molto vicini, e per avermi stimolato a credere, sempre di più e comunque, persino nei momenti più difficili, nella sacralità della "corporazione Rai" di cui con fierezza mi sento parte integrante. Ringrazio il Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Italiani Mario Petrina, e i componenti l’Esecutivo del Consiglio Nazionale, per aver voluto concedere a questo libro l’Alto Patrocinio morale dell’Ordine; così come ringrazio il Prof. Mario Bozzo, Presidente della Fondazione CARIME, e l’avv. Luigi Morrone per aver voluto favorire concretamente questo progetto editoriale: una parte delle spese necessarie per la pubblicazione di questo volume sono infatti a carico della Fondazione. Ringrazio la Segreteria del Consiglio d’Amministrazione della Rai; il dr. Giulio Carminati e l’Ufficio Studi Rai; i diretti Responsabili della Biblioteca Rai di Viale Mazzini e di Via Teulada; Enzo Viggiani, già direttore della Sede di Cosenza e Direttore di una delle Divisioni Generali della Rai; l’attuale Direttore della Sede Rai di Cosenza, Basilio Bianchini, per avermi permesso l’accesso a documenti di fondamentale importanza per la stesura definitiva di questo libro; il Direttore della Biblioteca Civica di Cosenza, Giacinto Pisani, per avermi permesso una consultazione agevole delle cronache dell’epoca; il dr. Michele Chiodo per avermi aiutato a riprendere alcuni dei documenti più antichi legati alla nascita della Sede Rai in Calabria ed ancora meravigliosamente ben custoditi nella stessa Biblioteca Civica di Cosenza; lo stesso Luciano Romeo per avermi aiutato a ricostruire attraverso i tantissimi giornali dell’epoca la storia personale di Alfredo Caputo. Grazie anche alla Direzione della Biblioteca Nazionale di Roma per aver permesso che io facessi le copie delle testate originali e dei quotidiani nazionali degli anni 1958,1959,1960,1962,1979; alla Curia Arcivescovile di Cosenza; all’Ufficio Stampa della Camera dei Deputati; all’Ufficio Studi di Palazzo Madama; all’Ufficio Stampa della Rai; all’Ufficio Stampa della Santa Sede; al Capo dell’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale Gianfranco Manfredi; al Capo dell’Ufficio Stampa della Franco Angeli Editore Maria Ferrara; all’Ufficio Pubbliche Relazioni della Rubettino Editore; al Direttore della Scuola di Giornalismo Rai di Perugia Vittorio Fiorito; a tutti gli ex Capiredattori della Sede Rai di Cosenza, Franco Falvo, Emanuele Giacoia, Franco Martelli, Mimmo Nunnari, e Gregorio Corigliano; ai vecchi Direttori di Sede, Sandro Passino, Paolo Lo Zupone ed Enzo Arcuri; a due straordinari compagni d’altri tempi, Franco Cipriani e Ninì Talamo. Ringrazio ancora il ragioniere Antonio Serafini, personaggio mitico della storia della Rai calabrese e memoria storica delle mille vicende di Via Montesanto; l’attuale Responsabile del Supporto Gestionale, Carla Vertecchi, una signora che è la storia stessa della Rai calabrese e che con il suo stile rigoroso ed impeccabile ha sempre dato della mia Azienda un’immagine austera; il Capo dell’Ufficio del Personale della Sede Rai della Calabria Rosalba Valentini, per il contributo determinante fornitomi nella ricostruzione storica degli incarichi assegnati nel tempo alla guida dei vari settori della vecchia Sede di Via Montesanto, ma soprattutto per l’estremo garbo con cui ha sempre risposto alle mie mille domande; i Direttori Responsabili di Gazzetta del Sud, Il Quotidiano della Calabria, Il Domani, Il Giornale di Calabria, La Provincia Cosentina, Comunicando, Il Giornalista della Calabria, Oggi Famiglia: alcuni di loro per aver reso possibile attraverso la consultazione dei propri archivi una parte importante delle mie ricerche storiche, altri invece per aver anticipato sulle proprie pagine parte delle conclusioni di questo libro. Grazie anche alla Direzione Centrale Teche della Rai; al Museo Nazionale della Radio e della Televisione di Torino e al Presidente dell’Istituto Luce, prof. Angelo Guglielmi; all’Archivio Storico dell’Agenzia Giornalista ANSA; al Direttore dell’Adn-Kronos Pippo Marra; al responsabile della Biblioteca Centrale dell’Università della Calabria e della stessa Biblioteca Nazionale. Ringrazio poi i miei amici Carlo Caricato e Mario Manna, straordinari fantasisti del computer, per avermi insegnato alcuni dei segreti fondamentali del mio personal; i colleghi della Segreteria della redazione giornalistica della Rai di Cosenza, Olivia Coppola, Adriana Manna, Francesca Pecora, Mario Tursi Prato e Giuseppe Figliuzzi, per le interminabili ricerche effettuate per il mio lavoro al terminale; lo stesso Responsabile della Teca Rai di Cosenza Giuseppe Nocito; la Segreteria della Struttura di Produzione; la Segreteria Tecnica; la Segreteria della stessa Direzione di Sede; Pino Manzo per aver sopportato insieme a me e con grande pazienza il tanfo e la polvere del nostro immenso archivio sotterraneo; Roberto De Napoli e Pupa Pisani per avermi aiutato a ricostruire uno dei capitoli fondamentali della storia della radio in Via Montesanto; i colleghi registi Brunella Eugeni e Alberto Leonetti per aver accettato di leggere in anteprima alcuni dei passaggi più complessi di questo libro e per avermi aiutato a ricostruire la fase forse meno documentata dell’avvio della Terza Rete; lo storico Gustavo Valente, e lo stesso Jerrj Mussaro, per la consulenza meticolosa assicurata alla stesura del capitolo forse più sofferto, quello riferito alla nascita dei primi programmi. Devo poi un grazie, pieno di riconoscenza e di ammirazione a Pantaleone Sergi, inviato-speciale de La Repubblica, per aver trovato la voglia, la pazienza, e soprattutto il tempo di leggere e di correggere il mio primo manoscritto: da lui mi sono venuti suggerimenti e spunti importanti, e a lui mi sono affidato come un giovane praticante lo può fare solo con il suo vecchio capocronista. Ma per tanti lunghi anni mi è stato assai vicino anche Alfonso Samengo, con cui ho condiviso una cosa fondamentale: e cioè il desiderio di spiegare agli altri ciò di bello e di importante avviene in una redazione come la mia. Infine un grazie  personalissimo, a due miei vecchi amici, Raffaele Nicolò e Vito Napoli: entrambi, tanti anni fa, mi spiegarono e mi convinsero che era finalmente arrivato anche per me il momento di pensare alla Rai. Diventai così uno dei pochi fortunati "Ragazzi di Via Montesanto". Era il 12 maggio 1982, e quel giorno, accompagnato da Gianni Profiti, mio indimenticabile amico d’infanzia, bussai per la prima volta a quel portone che sarebbe poi diventato la porta d’ingresso della mia nuova casa. L’ultimo grazie, infine, il più caro, lo riservo a mia moglie Licia e alle mie bambine, Gloria e Beatrice, per avermi consentito, direi quasi con religioso rispetto, di arrivare fino in fondo a questo volume: credo che ad un certo punto esse abbiamo capito che non si trattava più solo di un mio personalissimo diario di viaggio, ma che invece stavo disperatamente tentando di spiegare al mio dolce papà (anche se ormai troppo tardi) quale fosse la parte migliore del mio nuovo mondo. Lui credeva poco nel mio mestiere, ma forse proprio perché non aveva mai avuto il tempo di conoscere i veri ragazzi di Via Montesanto.

 

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"40 anni di RAI in Calabria" racconta e ricostruisce i “primi 43 anni di vita della Tv di stato in Calabria”. Due volumi, 776 pagine, decine di schede e di profili legati a questo primo mezzo secolo di informazione pubblica. pino nano definisce questo suo nuovo libro “una sorta di diario di viaggio, personalissimo e pubblico insieme”, in cui racconta se stesso e i colleghi che insieme a lui hanno festeggiato quest’anno vent’anni di impegno professionale in rai. Il libro propone anche decine di episodi diversi, che danno il senso reale delle difficoltà iniziali con cui l’azienda di stato dovette confrontarsi nei primi anni 50. Poi ancora: la Rivolta di Reggio, l’assalto al centro rai di Gambarie, le guerre di campanile tra Catanzaro Reggio e Cosenza per l’aggiudicazione della sede, le polemiche legate all’epopea del quinto centro siderurgico, i primi vagiti del movimento operaio, le prime conquiste sindacali, le prime battaglie per l’industrializzazione, il primo radiogiornale, i primi programmi regionali, il primo tg della terza rete, il tutto narrato come se il libro fosse la sceneggiatura di un film, infarcita dei personaggi e dei protagonisti dell’epoca. nella seconda parte pino nano racconta invece gli aneddoti e le storie private dei giornalisti che hanno segnato il loro nome alla vita della rai calabrese, partendo dal primo direttore di sede, Enrico Mascilli Migliorini, oggi direttore della prestigiosissima scuola di giornalismo di Urbino. Poi tutti gli altri, fino all’ultimo caporedattore Gregorio Corigliano. Di ognuno di essi Pino Nano fornisce un ritratto assolutamente inedito, alla sua maniera, dal taglio personalissimo, e squisitamente privato, “proprio per dare il senso della mia vita reale -spiega l’autore- all’interno della vecchia redazione di via Montesanto”.

 

Editoriale Bios-Cosenza. Dicembre 2000.(776 pagine, Vol.I, Vol.II,per le  Edizioni Memoria).

 

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11 dicembre 1958,Mons. Aniello Calcara Vescovo di Cosenza inaugura ufficialmente la nuova Sede RAI di Via Montesanto

     Storia della RAI in Calabria  

                                               INDICE

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-Prefazione del prof. Enrico Mascilli Migliorini

-Introduzione del prof. Rocco Turi

-Il perché di questo libro

-Ringraziamenti

PARTE PRIMA

Sulle tracce della storia

11 Dicembre 1958, in Calabria nasce la Rai

Gli uomini-guida di questi ultimi quarant’anni

I ricordi di Antonio Talamo

Franco Martelli, la mia Rai, le mie colpe, i miei sogni

Pupa Pisani e l’epitaffio di Edgar Lee Masters

L’avvento del digitale e la filosofia di vita di Enzo Pitascio

Gli uomini del Miaf e i centri di trasmissione

PARTE SECONDA

Cosenza, Via Montesanto 25…strettamente personale

La pagina politica

Giornalisti sportivi, razza maledetta

Mons. Domenico Nunnari Arcivescovo di Nusco

I conduttori, immagine patinata e sorridente

Una gabbia di matti, tra voli pindarici e sfrenate passioni civili

Dai primi vagiti televisivi ai primi Cdr, il sindacato-mito

Il clima rovente delle salette di montaggio

Maestri dell’immagine, direttori di fotografia e operatori di ripresa

Gli specializzati di ripresa, una straordinaria risorsa umana

Roberto Salvia il re del suono, Mario Manna il mago dei computer

La segreteria di redazione

Vivì Martire e Tina Fava

La pausa mensa, caffè e cappuccino, quasi un rito

La nostra storia è anche storia di osti e osterie

Tra una telefonata e l’altra, sono arrivati i nuovi inquilini

PARTE TERZA

Antologia quotidiana

Dicembre 1979, parte la Terza Rete ed il primo Tg regionale della Calabria

Ecco come nasce il Tg della Calabria

Giugno 1992, il primo Tg nella nuova sede di viale Marconi

I corrispondenti, colonna portante di ogni redazione

I Viaggi all’estero, tanti e ricchi di fascino

Un anno di titoli, il 1999 saluta il nuovo millennio

Il Cinsedo, la nuova sfida regionale dell’informazione

I sequestri di persona, una delle pagine più nere

Viaggio tra i disperati di Platì

Ottobre 1984, arriva il vecchio Karol Wojtyla

Il Tg-itinerante, un sogno rimasto per anni nel cassetto di tanti

Tg Agricoltura, il riscatto del mondo contadino

La storia di Natuzza Evolo, da Samarcanda a Rai- Usa

Un giornale nato in redazione

PARTE QUARTA

Tra memoria e futuro

La struttura programmi, sette anni di straordinarie follie

L’irresistibile fascino della radio

Il successo imprevisto di "Gong"

"Nascita di una Regione"

Il battesimo dell’aria del pullman satellitare

Prove tecniche, in diretta da Via Montesanto

La mediateca ed il fascino del bianco e nero

Le lezioni di Saverio Strati in Via Montesanto

"CittàCalabria", la rivista RAI per eccellenza

PARTE QUINTA

Quelli che ci han lasciati per sempre.

Franco Cipriani, il pioniere dei giornalisti radiotelevisivi

Elio Fata, un maestro scomodo

Vincenzo Pesce, il regista dalle mille idee

Conclusione e appendici

Direttori e Capiredattori della Sede Rai della Calabria dal 1958 ad oggi

Responsabili della Struttura Tecnica dal 1958 ad oggi

Elenco analitico dei programmi trasmessi dalla Rai Calabrese

Indice dei nomi

 

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40 anni dopo un altro vescovo, mons. Giuseppe Agostino rende una visita

di cortesia alla nuova Sede RAI della Calabria:attorno a lui l'intera redazione.

 I corrispondenti, colonna portante di ogni redazione

 I corrispondenti sono sempre stati l’anima vera della Rai. Per chi lavora in una qualsiasi redazione, il corrispondente di provincia, o anche l’informatore del più piccolo paese della regione, diventa il vero cordone ombelicale che lega il mondo ufficiale della Rai al territorio e ai problemi della gente. Il corrispondente è l’unico punto di riferimento a cui si ricorre ogni qual volta accade qualcosa, e in una redazione giornalistica si ha sempre bisogno di notizie certe, attendibili, continue, di verifiche quotidiane, di controlli immediati, insomma di dettagli, che nessuna agenzia di stampa potrà mai darti in tempo reale come invece è in grado di fare il "fido" corrispondente di periferia.

Il corrispondente è la Rai sul territorio. Lo è soprattutto quando i tempi di messa in onda dei nostri Gr, o dei nostri Tg, non sono sufficienti da permetterci un approfondimento diretto e personale di ciò che accade sul posto. Quando servono, i corrispondenti sono fondamentali e insostituibili. Questo discorso vale naturalmente non solo per la Rai ma per qualsiasi altro giornale che si rispetti. Accade anche, per la verità, che spesso e volentieri molti di loro chiamino in redazione per offrire o dettare notizie che non troveranno mai spazio nei nostri giornali: il più delle volte è un problema di tempi. Altre volte invece è un problema anche di argomenti, che spesso e volentieri non hanno un interesse così generale e comune da meritare l’attenzione del responsabile che in quel momento cura il giornale. Ma questo non sminuisce per nulla il loro ruolo e la funzione fondamentale del corrispondente locale.

Quando arrivai per la prima volta in Via Montesanto capii subito quale fosse il significato che la Rai dava alla loro presenza, anche se non fisica, in redazione. Ogni mattina in Via Montesanto ognuno di noi, dall’ultimo redattore al capo redattore, riceveva sul suo tavolo di lavoro un lungo elenco di notizie che i corrispondenti di ogni parte della regione avevano già dettato nelle prime ore del mattino in segreteria. Spettava poi a Tina Fava, Patrizia Campisani, Marco Ventura, Adriana Manna, Mario Tursi Prato, o alla stessa Vivì Martire (era insomma la nostra segreteria di redazione) trascriverle puntualmente su carta. Qualche volta lo faceva anche Pino De Salvo, per lungo tempo capo della segreteria di redazione nella vecchia Rai. Allora i corrispondenti chiamavano per telefono, erano ancora i tempi mitici delle "fisse" telefoniche, facevano una telefonata al mattino, una seconda nel primo pomeriggio, e una terza prima della messa in onda del Tg delle 19,00. Chiamavano passando dal centralino, allora si componeva il 10 e si chiedeva all’operatore che ti rispondeva una "r-stampa". Era una chiamata il cui costo veniva automaticamente addebitato al giornale chiamato. Ognuno di loro dettava direttamente in segreteria di redazione le notizie che aveva da comunicare. A quel tempo c’erano ancora i nostri vecchi e adorati dimafoni, erano registratori dalla forma strana che registravano ogni cosa in maniera fedelissima, persino le telefonate più disturbate, non su nastro ma su disco. A guardarli oggi sembrano davvero appartenere a un’altra epoca, veri e propri cimeli del passato, ma allora erano il sale del nostro lavoro quotidiano. Immaginate, per esempio, se per un giorno i due soli dimafoni che avevamo in segreteria si fossero bloccati…Qualche volta è accaduto. Ho ancora impressa nello sguardo e nella mente l’immagine affannata e preoccupata dei colleghi di segreteria che in presa diretta, con la cuffia alle orecchie, trascrivevano in tempo reale le tante chiamate dei nostri corrispondenti, senza neanche il tempo di una pausa, cosa che invece la presenza di un buon registratore in redazione ti consente e ti garantisce sempre.

In coda a ogni notizia, dettata ai dimafoni, c’era il nome del corrispondente che l’aveva dettata. Questo permetteva a ognuno di loro di poter essere rimborsato. Gran parte di loro venivano, infatti, pagati dalla Rai proprio in base al numero di notizie dettate ogni giorno. Credo che a conti fatti, alla fine degli anni ’70, inizi anni ’80, si trattasse di meno di due mila lire per ogni notizia utilizzata. Ma già allora, l’essere il corrispondente della Rai da una zona della regione non era tanto un modo per guadagnare qualcosa, era semmai il riconoscimento formale di un "privilegio" concesso solo a pochi.

A differenza del passato, oggi la redazione è letteralmente inondata e invasa da centinaia e centinaia di notizie d’agenzia di stampa. Da quando abbiamo lasciato Via Montesanto, per la nuova sede di Viale Marconi, siamo collegati on line a tutte le agenzie di stampa del mondo. Tutto questo, naturalmente, ha ridimensionato di molto il ruolo e la figura stessa del corrispondente di provincia. Forse proprio per questo, per molti di noi, soprattutto per i meno giovani, il corrispondente classicamente inteso rimane ancora, a distanza di tanti anni da allora, una delle figure più mitiche e più mitizzate della redazione.

Tre di loro in particolare, Franco Cipriani, Renato Mantelli e Saverio Carino, erano le colonne portanti dei nostri giornali radio e dei nostri primi telegiornali. I primi due erano corrispondenti a tempo pieno, Saverio Carino invece, e con lui tutti gli altri corrispondenti su cui la Rai poteva allora contare, erano formalmente considerati "informatori". Venivano cioè pagati a notizia, senza quindi uno stipendio mensile di base, ma quanto i primi due, corrispondenti a pieno titolo, altrettanto fondamentali per il nostro lavoro. A Reggio c’era Franco Cipriani. A Catanzaro, vi dicevo, Renato Mantelli, ed insieme a lui Saverio Carino. Saverio per la verità lavorava moltissimo. Quantitativamente produceva molto più di quanto non facesse il buon Renato Mantelli. Saverio era praticamente onnipresente, mai una cosa che gli sfuggisse o che sottovalutasse, mai un buco, mai una notizia dimenticata o non data. Forse, questa sorta di efficienza professionale la si doveva anche al suo lavoro, molto particolare. Alla Regione Calabria Saverio, allora, era responsabile dell’Ufficio Stampa dell’Assessorato regionale al turismo, e questo suo ruolo istituzionale gli dava senza dubbio la possibilità di recuperare per noi notizie anche dal comprensorio e dall’intera provincia di Catanzaro che allora, lo ricordo solo per i più giovani, comprendeva anche le nuove provincie di Vibo e Crotone. Era dunque, il suo, un bacino di utenza vastissimo e non sempre facile da coprire.

Ma a questo proposito vi racconto un particolare inedito che mi aiuta anche a ricordare con grande affetto il buon Renato Mantelli. Renato, quando io arrivai in Rai, era fisicamente molto malandato, aveva grossi problemi di salute personale e gran parte della sua vita professionale era assorbita da tutti questi acciacchi fisici. Il suo impegno era sempre puntuale. Renato era uno straordinario cronista giudiziario, uno di quelli che viveva sul serio giorno e notte in tribunale, e da Catanzaro non c’era inchiesta che non finisse, prima ancora che nelle mani del collegio giudicante, nelle sue. Era stato per giunta, per lunghi anni, uno dei punti di riferimento della redazione catanzarese della "Gazzetta del Sud" e Capo servizio del "Giornale di Calabria". Capirete l’importanza strategica e fondamentale di una "fonte" così privilegiata. Questo ci consentiva di essere sempre presenti su ogni fatto importante di cronaca giudiziaria, e ci permetteva di arrivare sempre prima degli altri, primi su tutti gli altri, e di battere sul tempo, anche con qualche giorno di anticipo, ogni altra concorrenza. Ma, soprattutto, tutto questo ci dava una garanzia assoluta, che era quella di non dover temere mai una smentita. Di fronte a una notizia battuta e dettata all’ultimo momento da Renato Mantelli c’era solo da stare tranquilli. Si poteva cioè andare in onda, leggendo tranquillamente in diretta quello che Renato aveva appena finito di dettare, e senza dover mai ricercare una verifica. Ognuno di noi in redazione lo sapeva bene: di lui c’era da fidarsi fino in fondo, e ogni verifica successiva, casuale o consapevole che fosse, si rivelava sempre esatta e a suo favore. Era davvero impensabile e inimmaginabile che Renato potesse sbagliare. Mai un errore, mai un incidente, mai una rettifica, mai un nome per un altro, neanche nei casi di omonimia più evidente e più rischiosa. Renato aveva sempre ragione, perché solo lui allora aveva fonti così privilegiate. Erano di altissimo livello, al di sopra di ogni sospetto, moralmente impeccabili ed ineccepibili. Non sempre, però, questo suo metodo di lavoro gli era favorevole. Ricordo che questo suo modo meticoloso di fare il cronista giudiziario lo teneva infatti impegnato per un’intera giornata magari su una notizia soltanto, e qualche volta l’aver dettato una sola notizia, in un solo giorno, poteva anche dare di lui l’impressione, errata senza dubbio, di un ritmo di lavoro che in realtà non corrispondeva al volume reale e numerico delle notizie dettate.

Tra i corrispondenti e gli informatori che allora avevamo a carico della redazione, Franco Cipriani era senza dubbio il più presente. Ricordo, non c’era giorno in cui Franco non mandasse in redazione le sue venti-trenta notizie legate alla vita della sua città. Era tradizionalmente puntuale come un orologio svizzero, impeccabile come sempre, con il suo stile antico e la sua nobiltà caratteriale. E sarà così anche quando al suo posto l’azienda nominerà suo figlio Orazio. Orazio prima di diventare redattore ordinario come è oggi incominciò col fare di fatto il corrispondente da Reggio Calabria, al posto di suo padre. Ricordo che i Cipriani in redazione erano il nostro pane quotidiano.

Secondo in classifica dopo Cipriani veniva Saverio Carino. Saverio è sempre stato considerato dall’azienda come semplice "informatore", ma nei fatti è stato per anni molto più che un vero e proprio corrispondente di provincia. C’erano dei giorni, o addirittura intere settimane, in cui i nostri giornali erano fatti per gran parte dalle sue notizie. Sasà, come tutti lo chiamavano, era un vero e proprio redattore viaggiante. Ogni giorno ci riempiva di notizie, sin dalle prime ore del mattino, e andava avanti fino a sera, per coprire l’ultima edizione del Tg delle 19,30. Anche lui era sempre molto puntuale, mai una grinza, mai una sbavatura, giornalista molto attento alla dinamica del mercato politico, "tanto a questo, tanto all’altro", molto vicino allora alla DC, ma anche molto rispettoso delle posizioni di potere del PSI, o dello stesso PCI che alla fine del 1979 aveva messo da parte Franco Politano e aveva chiamato al suo posto come segretario regionale del partito un giovane dirigente toscano, veniva da Firenze, si chiamava Fabio Mussi, e nessuno di noi allora avrebbe mai immaginato che quel ragazzone con tanto di baffi malcurati e un accento nasale, inconfondibile, sarebbe diventato, più o meno vent’anni dopo, il teorico numero uno e lo stratega principale del nuovo PDS del governo D’Alema.

Ricordo anche che nei nostri giornali radio e poi nei nostri telegiornali, tra i corrispondenti e gli informatori che avevamo, soltanto Franco Cipriani e Renato Mantelli andavano anche in voce. Renato lo faceva molto più spesso di Cipriani, e lo ha fatto soprattutto nel periodo in cui caporedattore era Franco Martelli, per via forse dell’attenzione che Franco aveva deciso di riservare alla città capoluogo di regione. Andare "in voce" significava registrare con la propria voce dei pezzi, che venivano poi ritrasmessi in maniera integrale sia in radio che in televisione, e che venivano regolarmente firmati. Ma "andare in voce" significava anche per il capo redattore poter affidare a ognuno di loro il compito di raccogliere alcune interviste, che i due colleghi realizzavano comunque in piena autonomia e che poi, una volta montate, venivano trasmesse con la loro firma. Redattori ordinari insomma a pieno titolo, almeno nella sostanza delle cose.

Un giorno Franco Cipriani venne sostituito da suo figlio Orazio. Nei fatti, questo, fu il frutto di una lunga ed estenuante vertenza sindacale tra il vecchio cronista reggino e la Rai. Alla fine l’azienda capì che Franco non si poteva mandarlo a casa dimenticando quello che era stato il suo ruolo storico nella città di Reggio Calabria, e soprattutto non si poteva non ricompensare la sua fedeltà all’azienda, riconoscendogli così i diritti maturati per il lavoro immenso che Franco in tutti quegli anni aveva realmente svolto. Così, dopo anni di dura gavetta a Reggio, venne assunto come redattore ordinario nella città dello Stretto suo figlio Orazio. Per Franco, ricordo, fu quello il più bel giorno della sua vita.

Di corrispondenti "storici" nei primi vent’anni d’informazione regionale ce ne furono però tanti altri. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Arturo Daco. Arturo era il nostro "uomo" da Vibo Valentia, e credo passerà alla storia del giornalismo calabrese per aver inventato al 501 le Giornate Mediche Internazionali. Lo faceva allora insieme a Lino Businco, uno scienziato di origine romana che per tutta la sua vita amò la Calabria come fosse stata la sua terra di origine, e che aveva scelto Vibo come sede permanente del suo tradizionale summit scientifico che ogni anno portava quaggiù il gotha dell’allergologia mondiale. Ma Arturo passerà alla storia della nostra redazione anche come l’inventore degli "straordinari benefici della cipolla di Tropea". Fu proprio lui infatti, per primo, a dettare alla Rai una notizia di questo genere: "Avete voglia di vivere più a lungo? Bene, mangiate allora molta cipolla di Tropea, perché vi aiuterà a invecchiare meglio e vi terrà lontani dal cancro". Dopo la sua morte, e dopo una breve parentesi professionale in cui la corrispondenza da Vibo venne affidata a sua figlia Alba, la Rai non ha mai più avuto un corrispondente da Vibo Valentia. Devo riconoscere che tutto questo avrebbe comportato qualche volta anche problemi molto seri per i nostri giornali, se non ci fosse stato il buon Peppe Sarlo, oggi Capo Ufficio Stampa dell’Asl vibonese, a sostituirsi nei fatti e nella sostanza non solo ad Arturo Daco ma anche ai vecchi informatori di tutta questa vasta area della regione che è il comprensorio vibonese. Ma, come lui, tutti gli altri. Vorrei poterli ricordare tutti, ma ho il timore, ed anche il terrore, di poterne dimenticare qualcuno.

Quando penso al povero Arturo, falciato all’improvviso da un tumore fulminante, mi viene in mente anche Venturino Coppoletti, per via dei temi legati alla politica sanitaria che, per anni, Venturino ha seguito con estrema efficacia e precisione per noi, nella sua veste ufficiale di informatore scientifico da Catanzaro. A Catanzaro, ho già detto, c’era già un corrispondente, che era Renato Mantelli, e un informatore del rango e della qualità di Saverio Carino. Per la Rai quindi sarebbe stato praticamente impossibile nominare un terzo collaboratore fisso. Ecco allora l’escamotage politico: Venturino, che allora era anche un influentissimo personaggio del Partito Liberale Italiano (in una fase della sua vita ricoprì anche l’incarico di Segretario Regionale del PLI), molto legato al suo segretario nazionale Renato Altissimo, riuscì a farsi assegnare dai vertici di Viale Mazzini una collaborazione molto specifica, che erano appunto le cronache dal mondo medico. Questo significava per lui dover seguire, per conto dei Gr e dei Tg della Rai, seminari scientifici, congressi, simposi, dibattiti, tutto ciò che in qualche modo era legato al mondo medico e alla dinamica sanitaria, argomenti e temi che Venturino seguiva per noi da un osservatorio assai privilegiato, e che era l’informatissima scrivania del suo ufficio stampa alla vecchia USL di Catanzaro. Nei fatti, Venturino Coppoletti era diventato uno specialista di problemi sanitari, e questo gli permise di restare con noi e di lavorare per noi per lungo tempo. In realtà il suo obiettivo principale, Venturino all’epoca era anche segretario regionale del sindacato dei giornalisti calabresi, sarebbe stato quello di diventare il corrispondente-principe dalla città di Catanzaro, ma questo non fu mai possibile. Neanche dopo la morte di Renato Mantelli, perché la Rai non nominò più nessun nuovo corrispondente.

Venturino non era però il solo informatore "specializzato" che avevamo. Dopo di lui arrivarono in Via Montesanto due nuovi informatori, entrambi dalla locride: erano Andrea Quattrone e Giovanni Scarfò. Andrea era stato chiamato per dei pezzi di taglio prettamente economico. Per noi lui seguiva particolari appuntamenti, come potevano esserlo i grandi convegni economici, studiava e interpretava i grandi progetti legati alla dinamica dello sviluppo meridionale, traduceva in servizi radiofonici della durata di un minuto, il che spesso era davvero un’impresa, le prime iniziative in favore del porto di Gioia Tauro non ancora realtà operativa, seguiva per noi soprattutto i primi importanti dibattiti sullo sviluppo regionale che si stavano avviando all’Università della Calabria. Ricordo anche che, allora, qualcuno in redazione sorrideva di questa sua collaborazione così atipica, solo diversi anni dopo invece tutti capimmo che in realtà sarebbe stato proprio quello il filone del futuro.

Giovanni Scarfò, come Andrea Quattrone, fu un’altra delle rivelazioni di quel periodo. Giovanni è uno degli intellettuali più attenti di questa regione, e credo sia oggi uno dei massimi esperti italiani di Storia del Cinema legata alla Calabria. Della Storia del Cinema Giovanni conosce le pieghe più remote e più intime, ma a differenza di tanti altri storici e critici cinematografici lui ha realizzato un progetto assolutamente unico nel suo genere. Ha studiato cioè nei minimi dettagli la filmografia meridionale, e ha cercato e trovato nella Storia del Cinema italiano un capitolo importante legato alla sua regione di origine. Quando Franco Martelli lo chiamò per la prima volta, per affidargli una serie di servizi legati a questo argomento, molti di noi inizialmente pensarono si trattasse di una collaborazione "politica", di un favore reso a qualcuno. In realtà subito dopo scoprimmo, e con nostra grande sorpresa ci rendemmo conto, che Giovanni era in grado di costruire per i nostri Tg dei veri e propri speciali, assolutamente inediti, nuovi, ben curati nell’impostazione, ben realizzati, elitari nella stesura del testo, dal montaggio RVM veloce e accattivante, con tantissime immagini di repertorio, moltissime anche le perle recuperate negli archivi storici, che la gente dimostrò subito di seguire con curiosità e di apprezzare. Quegli speciali furono un grande successo di ascolto, ma dopo questa prima fase, Giovanni Scarfò scomparve per sempre da Via Montesanto. Ho chiesto per anni di lui, qualcuno mi ha assicurato che era andato all’estero a studiare, poi ho scoperto che questo straordinario uomo del cinema continua a vivere ancora in Calabria e continua a coltivare nel chiuso del suo studio, di fronte al mare Jonio, le ricerche sul cinema italiano. Quando l’ho rivisto, poco tempo fa, nei nuovi studi di Viale Marconi, speravo fosse ritornato da noi. Era semplicemente venuto a chiedere le copie dei suoi speciali trasmessi allora. E’ ripartito poi con discrezione.

Identica discrezione la usava con noi Vito Barresi, giornalista pubblicista che da anni vive a Crotone, e che da anni credo insegua il sogno di fare del giornalismo il suo mestiere principale. Anche quando venne chiamato ai vertici dell’Arssa, l’Azienda Regionale di Sviluppo Agricolo, come potentissimo direttore generale dell’allora presidente Enzo Sculco, Vito mi dava la sensazione di essere un manager fuori posto. Di tanto in tanto veniva a mangiare alla nostra mensa aziendale, e ricordo non sapeva parlare d’altro che di quello che era stato il giornale del mattino o il servizio filmato del Tg della sera prima dedicato alla politica. Dico questo per spiegare meglio che Vito Barresi, questo è il mio giudizio personale, rimane ancora oggi uno di quei calabresi nati per fare del giornalismo la propria scelta di vita, unica ed esclusiva, e che invece la politica ha poi utilizzato, forse anche giustamente, per incarichi di vertice che normalmente offuscano la fantasia e la genialità di chi è nato per pensare e per scrivere. E nessuno meglio di lui in Calabria, ancora oggi, riesce a darci il senso delle cose con la freschezza e l’ardire delle sue analisi. Sociologo per professione, antropologo per passione, scrittore per tradizione, politico per uno strano errore del destino, Vito Barresi arrivò in Via Montesanto dalla strada maestra. A differenza di tanti altri colleghi, perennemente in lista d’attesa, lui riuscì a strappare all’azienda un "articolo due" del nostro contratto nazionale di lavoro. Formalmente la Rai lo considerava di fatto collaboratore fisso del nostro Tg. E per lunghi mesi Vito ha scritto e pensato per noi delle cose pregevoli. Ricordo che Franco Martelli, allora capo redattore, di quei commenti che Vito ci mandava da Crotone ne aveva fatto una "bandiera" della cronaca bianca del suo giornale. Ma fece altrettanto anni dopo Mimmo Nunnari. Succedeva un qualunque fatto di cronaca, che fosse degno di una lettura più attenta? Allora si chiamava Vito. Che in meno di mezz’ora ti mandava via fax la sua autorevole opinione. Il più delle volte si trattava di una cartella netta, venticinque righe dattiloscritte non una di più, cariche di emozioni e di passione civile. Dopo aver spedito il suo bravo fax Vito chiamava in redazione e chiedeva se andasse bene, era sempre pronto a rivedere le sue analisi, ma non senza confrontarsi prima con le analisi degli altri. Intellettuale autorevole, ma capace di dialogare con chiunque incontrasse per la strada, con una semplicità che un tempo era cara solo al mondo della politica, la politica vecchia maniera tanto per intenderci, la politica al servizio esclusivo della gente. Un giorno però anche la sua collaborazione con il nostro Tg si concluse. Nessuno di noi ne seppe più nulla. Ma anche perché in Rai c’è sempre chi parte e chi arriva, e ogni nuovo arrivo fa spesso dimenticare gli amici appena andati via.

Dopo Vito Barresi ricordo in redazione un altro ex art.2, una collaborazione fissa quindi, riconosciuta e regolata dal nostro contratto collettivo di lavoro. Venne data a Vinicio Leonetti, nel suo caso gli venne riconosciuta una zona di competenza assai precisa, la vasta provincia di Catanzaro, ma i servizi che la Rai gli chiedeva dovevano avere un taglio molto "speciale". Non solo cronaca, settore per il quale tutta questa zona come ho già detto era sufficientemente coperta, ma cronaca mista a costume, cronaca mista a sentimento, cronaca mista a economia, cronaca mista a cultura, cronaca mista a folklore, insomma una rilettura in senso positivo di quanto allora si muoveva da quelle parti. Non era un compito facile da svolgere. Eppure Vinicio, che per un certo periodo di tempo venne anche indicato come uno dei probabili candidati all’incarico di corrispondente lasciato libero a Catanzaro da Renato Mantelli, svolse il ruolo affidatogli con una solerzia unica nel suo genere. Chi conosce questo giornalista sa bene che siamo di fronte ad un cronista di razza, uno di quegli intellettuali prestati alla professione del giornalismo, che usa la macchina da scrivere non solo per raccontare, ma anche per ricordare e per interpretare. I pezzi che Vinicio scriveva per noi erano delle vere e proprie chicche, delle mini-sceneggiature per una televisione moderna, delle pillole di provocazione culturale che davano anche il senso generale delle cose. Si capiva che non era il solito cronista di periferia. Molti di noi in redazione, ricordo, allora facemmo anche il tifo per lui, ma la "Gazzetta del Sud" arrivò prima della Rai e oggi Vinicio è uno degli uomini-chiave del giornale di Calarco nella redazione di Catanzaro. Dopo quella sua prima avventura in Rai l’ho rivisto diverse volte, ed ogni volta che abbiamo trovato il tempo di riparlare della Rai gli ho sempre ripetuto una cosa di cui resto fermamente convinto: forse Vinicio Leonetti sarebbe stato più felice da noi, perché un giornalista bravo come lui e quanto lui, dal mondo della televisione sarebbe stato molto amato e anche molto coccolato.

Un’altra collaborazione atipica, molto specialistica, la ottenne da Lametia Terme per un lungo periodo di tempo, credo due anni consecutivi, Francesco Bevilacqua. Francesco è un giornalista pubblicista che per mestiere fa l’avvocato penalista, e che per anni è stato in Calabria il massimo rappresentante istituzionale del WWF. Caporedattore Mimmo Nunnari, Martelli era andato via da poco, in redazione c’era da decidere una rubrica fissa da mandare in onda nel corso del nostro Tg delle ore 14, il venerdì di ogni settimana, e che doveva interamente occuparsi dei problemi legati all’ambiente e alla natura. Serviva dunque trovare un esperto del settore che fosse in grado non solo di consigliarci cosa girare e dove andarlo a realizzare, ma soprattutto che fosse in grado di scriverci dei testi precisi su argomenti specifici che fossero adatti per la televisione. Il giudizio della redazione fu unanime. Nessuno meglio di Francesco Bevilacqua avrebbe potuto ricoprire quell’incarico così delicato. La rubrica prese il via i primi giorni del mese di gennaio del 1997 e andò avanti fino a quando Mimmo Nunnari non lasciò Cosenza. La rubrica a cui Francesco collaborava era "Week-end Cultura", la regia era della bravissima Brunella Eugeni, il montaggio veniva firmato di volta in volta dai colleghi che quel giorno erano in servizio, e l’effetto finale si rivelò assai soddisfacente. Per la prima volta il nostro Tg faceva vedere i posti più curiosi e più suggestivi della regione, i boschi dove ancora vive il pino loricato, gli anfratti più misteriosi del Pollino, i laghetti dell’Aspromonte, i tanti siti naturalistici delle Serre vibonesi e delle Serre cosentine, le bellezze incomparabili dell’Altopiano Silano, il tutto "letto" e raccontato da un naturalista convinto e conoscitore profondo, come pochi oggi in Italia, della storia naturalistica della Calabria. Anche quelli, devo dire, furono soldi spesi molto bene, certamente pochi per Francesco, ma sufficienti a garantire al nostro Tg una pagina finalmente diversa dalla monotonia della cronaca quotidiana, e a cui comunque nessun cronista serio potrà mai sottrarsi.

Ma lasciamo per un attimo tutte queste cose e torniamo al nostro Tg. Una delle fasi più difficili della vita redazionale in Via Montesanto ebbe come allegro e spensierato protagonista Otello Profazio. Proprio lui, il cantautore Otello Profazio. Credo che, all’epoca, caporedattore fosse ancora Emanuele Giacoia: fu lui ad avere l’intuizione, perché alla fine tale si dimostrò, di affidare il commento sagace del sabato sul "fatto della settimana" a un uomo di spettacolo e di teatro. Ma chi meglio di Otello Profazio? Qualche mese prima Otello aveva già incominciato a firmare sulla "Gazzetta del Sud" una sua rubrica satirica, "Le profaziate", in cui il famoso cantautore reggino si prendeva scherno del mondo circostante, ma lo faceva ricordo con un garbo e uno spirito tale che alla fine eri comunque costretto a sorridere, anche di fronte ai commenti più feroci. Giacoia fece finta di consultarsi con qualcuno di noi, poi però decise da solo e affidò a Otello Profazio (che allora vantava un rapporto personale di grande amicizia con Nuccio Fava influentissimo e venerato direttore del Tg1) la titolarità della rubrica di costume, rubrica che andò in onda per un paio d’anni nel corso del Tg delle ore 14 di ogni sabato. Per Otello, ricordo, quell’occasione fu come consumare un rito religioso. Arrivava in Via Montesanto il venerdì mattina molto presto. Passava quasi tutto il giorno in giro per la redazione, che ormai pareva essere diventata la sua seconda casa, dove tutti lo conoscevano e tutti gli volevano anche bene. Poi, alle tre del pomeriggio, tirava fuori la sua chitarra e si preparava a registrare il pezzo del giorno dopo. Credo, ma non ne sono mai stato certo, forse si consultava un momento prima con Emanuele, sul "fatto da commentare", e sui termini da usare in televisione. Il resto era invece affidato alla sua straordinaria bravura musicale. In quegli anni Otello ne ha combinate davvero di tutti i colori. La sua ironia, che era soprattutto autoironia per la vita, non risparmiò mai nessuno, e tutto quello che al mondo della politica nessuno di noi giornalisti, forse per pudore forse per timore, non aveva mai osato dire Otello invece te lo sbatteva in faccia senza nessun complimento, soprattutto fuori dai denti e "senza rete" all’ora del pranzo. Commenti sagaci, scritti e pensati prima, solo apparentemente frutto dell’improvvisazione di un menestrello folle come lui. Oggi, quindici anni dopo, varrebbe la pena di raccoglierli tutti, e semmai di riproporli, tanta attualità ancora c’è in quelle note e in quelle righe musicali. E tutto avveniva all’insegna dell’allegria e della buona musica. Il successo di quella collaborazione fu incredibile. Qualche volta capitava che il coordinatore di turno sbagliasse i conti e si trovasse costretto a sfilare dal sommario del Tg proprio il pezzo di Otello, ma la cosa non passava mai inosservata. C’era sempre gente che chiamava alla fine del Tg e chiedeva come mai quel sabato non ci fosse stata la chitarra di Otello, che credo passerà alla storia di Via Montesanto, lui forse non ne sarà particolarmente entusiasta, proprio come il grande menestrello di corte: era come quando a corte si chiamava il cantastorie più bravo del reame e gli si chiedeva di cantare, allora il cantastorie con la complicità del sorriso e della musica osava contro il re quello che nessun altro suddito avrebbe mai osato fare. Alla fine il re sorrideva e con lui il resto del reame. Ancora una volta, dunque, vendetta era stata fatta. Alla faccia della forma. Vi ricordo anche il titolo di quella fortunatissima rubrica, la prima serie fu quella de "Il cantautore", la seconda invece, ed è quella che era diventata ormai parte integrante della vita del Tg regionale perché lo stesso titolo di testa era diventato un vero e proprio modo di dire, Otello l’aveva voluta chiamare molto ironicamente "Ca’ si campa d’aria", qui si campa d’aria, e come sottotitolo "Dal canto mio".

Ma torniamo in periferia. Totò Delfino era il nostro uomo a Bovalino (proprio lui il figlio del mitico "Massaru Peppi", il fratello più grande del generale dei carabinieri Francesco Delfino), giornalista di grande efficacia ed autore di un libro stampato con grande amore da Demetrio Guzzardi per "Editoriale Progetto 2000", dedicato all’Aspromonte e alla sua montagna di San Luca, e che a mio giudizio avrebbe meritato fortune migliori di quelle avute. Ma si sa, anche per questo siamo in Calabria, assai lontani dunque dai circuiti editoriali che più contano e che alla fine determinano l’andamento generale del mercato del libro.

Alfredo Frega invece vive e lavora a Lungro. Da anni, ma lo è stato per anni, Alfredo rimane per noi l’insostituibile e forse anche l’interprete più serio e più attendibile delle migliori tradizioni italo-albanesi di Calabria. Come dire? Alfredo è da sempre il nostro ponte ideale sul mondo della vecchia Arberìa, e questo accade anche quando noi non lo sentiamo, o non lo vediamo, per mesi o per anni. Qualunque cosa però ci sia da fare nei paesi albanesi, Alfredo è la sola garanzia assoluta che ognuno di noi in Rai sa di poter avere. Quando lui non c’è, ricorriamo al dolce romanticismo di Demetrio Emmanuele (per lui l’Alberìa è il più bel sogno della sua vita), ma è davvero raro che Alfredo si allontani dalla sua Lungo e dall’ombra storica della sua Eparchìa.

A Longobardi c’era invece Emilio Frangella. Emilio passerà alla storia di questa regione come il mitico direttore responsabile di "Calabria Letteraria". Dico "mitico" perché il suo giornale è l’unico giornale culturale che da quarantasette anni si stampa in Calabria, senza mai una sola un’interruzione, e da quasi mezzo secolo il giornale esce puntualmente in edicola perché Emilio ne ha fatto la causa principale della sua vita. Più di 19 mila pagine, 214 fascicoli ordinari, 1500 articoli di letteratura, arte, filosofia, archeologia, folklore, turismo, narrativa, profili di paesi calabresi, medaglioni di uomini illustri e di artisti calabresi, 8500 poesie, gran parte delle quali in vernacolo, 12500 illustrazioni, decine di migliaia di recensioni, annunzi librai e note di cronaca, il tutto in 47 volumi formanti una grande enciclopedia della Calabria: la vita letteraria di Emilio Frangella è tutta qui in queste cifre, e forse anche nel sorriso con cui ogni qual volta t’incontra ti saluta. Per anni ho provato a chiedergli un’intervista su questa sua straordinaria esperienza editoriale, ma per anni il vecchio Emilio mi ha rimandato l’appuntamento. Oggi, di anni, lui ne ha più di ottanta, e in me è rimasta l’intima speranza di riuscire a fare ancora in tempo. La sola cosa che il vecchio e dolcissimo Emilio si lascia sfuggire è questa: " Caro Pino, scrivi pure che andremo avanti ancora, con lo stesso impegno e la stessa passione del passato, sicuri che saremo validamente sostenuti da quanti amano, come noi, le lettere, le arti e la Calabria. Che Dio ci assista sempre e benedica il nostro lavoro".

A Cariati avevamo Leonardo Rizzo, ma a differenza di tanti altri nostri informatori, Leonardo era molto più un "giornalista politico" che non invece un freddo cronista e corrispondente di periferia. Come tale andava preso e interpretato. In una certa fase della sua vita, con l’aiuto politico ricordo dell’allora assessore regionale alla sanità Rocco Trento, venne anche eletto sindaco di Cariati e questo, negli anni, fece di lui un informatore davvero "atipico", certamente ideale per la pagina sportiva o per la cronaca nera, un po’ meno, e per ovvi motivi, quando c’era invece da raccontare la vita sociale e politica della sua città e della sua zona. La sua "partigianeria" socialista, lo dico con ammirazione ed estremo affetto, la si leggeva da molto lontano. Lui però sapeva che noi sapevamo, e questo devo riconoscere ci ha permesso di lavorare insieme, senza mai un’incomprensione o uno screzio, per quasi vent’anni.

A Lamezia Terme c’era, ma c’è ancora oggi, l’inossidabile e instancabile Ugo Caravia. Nessuno meglio di lui credo potrebbe scrivere la vera storia di questa sua città, che un tempo era solo un paese di provincia e che oggi invece è diventato uno dei poli di maggiore interesse politico e sociale dell’intera regione. Al vecchio Ugo devo oggi un grazie molto particolare. Ugo è stato l’unico cronista lametino ad avermi aiutato sul serio a comprendere meglio, e quindi a tradurre con la serietà professionale e il rigore che allora era indispensabile, per immagini e sulle reti nazionali, la morte del sovrintendente di polizia lametino Salvatore Aversa e di sua moglie Lucia Precenzano. Erano stati uccisi entrambi dalla mafia, così almeno si è sempre detto. Ugo Caravia, in quella fase e in quella vicenda, fu fondamentale per tutti noi. Ricordo che allora, lui insieme anche al caro Peppe Natrella, mi aiutò a trattare questo difficilissimo argomento con la serenità che quella tragedia, in quel preciso momento della vita del Paese, imponeva ed esigeva da ognuno di noi. Ma altrettanto, anni prima, aveva fatto con me Luciano Conte, quando a Cetraro la mafia uccise Giannino Lo Sardo, era il cancelliere della Procura della Repubblica di Paola. Per i suoi funerali ricordo venne in Calabria Enrico Berlinguer, allora Segretario Nazionale del Partito Comunista Italiano, il quale tenne a Cetraro uno dei suoi discorsi politici più forti e più belli che io ricordi. In piazza quel giorno, tra la gente, la commozione si tagliava a fette. Luciano Conte, in quella circostanza così particolare, mi prese per mano e mi spiegò i tanti misteri della costa tirrenica, una zona che allora, lo riconosco, non conoscevo affatto. A questo proposito, mentre in Italia, da più parti, si tentava di mettere in dubbio la matrice mafiosa dell’agguato, Luciano mi aiutò a ricostruire nei dettagli la storia criminale della mafia del tirreno cosentino, convincendomi fino in fondo che Giannino Lo Sardo era stato in realtà ucciso dalle cosche mafiose, per la grande onestà che aveva e per l’attaccamento agli uffici giudiziari per i quali da anni lavorava.

Mario Alvaro era invece il nostro informatore da Castrovillari. Enzo Pianelli ci dettava le notizie da Camigliatello Silano, oggi fa a tempo pieno il capo ufficio stampa dell’Arssa ed è autore di decine di speciali televisivi dedicati al mondo agricolo. Mario Guido era il nostro punto di riferimento da Bisignano, da tempo ormai immemorabile è capo ufficio stampa delle Casse Rurali della dinastia dei Caputo, e dove ha inventato il Palio e le Serenate di Bisignano, che considero una delle pagine più belle e più interessanti della riscoperta delle tradizioni popolari calabresi di questo ultimo secolo.

A Gioiosa Ionica c’era Mimmo Logozzo, "re" incontrastato e assoluto della costa ionica reggina. Come lo era Ernesto Paura a Corigliano, ricordo a me stesso, grande cantore e primo inventore della bontà delle clementine della piana di Sibari, una specie di mandarino molto dolce, senza semi, che ha ormai conquistato anche i mercati stranieri più esigenti. Antonio Franzese era invece il nostro uomo a Cassano. Personaggio in tutti i sensi anche lui, avversario storico dell’allora senatore socialista Salvatore Frasca (il che era tutto dire), interprete fedelissimo delle tradizioni di tutto il comprensorio della Sibaritide. Antonio, ricordo, fu il primo giornalista calabrese a inventarsi l’idea di una "Provincia della Sibaritide". Allora pareva un’idea folle, oggi invece le condizioni perché quella provocazione possa diventare una realtà sono aumentate tutte. Vedremo nel futuro cosa succederà.

A Siderno avevamo invece Rocco Ritorto, cronista meticoloso e attentissimo ai fenomeni allora emergenti legati alla criminalità organizzata di quella zona, mentre a Palmi c’era, ma c’è ancora, Giuseppe Parrello, uno dei cronisti giudiziari più anziani ma anche più navigati d’Italia. Quanti processi! Quante storie di mafia ha saputo raccontare il vecchio Peppino ai suoi e ai nostri lettori! Ricordo che ogni sua nota dettata ai dimafoni era il romanzo di un’epoca. Di ogni personaggio arrestato Peppino Parrello conosceva i segreti più intimi, le storie più personali, le vicende familiari più intime, e di ogni vicenda che ci raccontava conosceva come le sue tasche uomini e cose. Figura davvero mitica del vecchio giornalismo giudiziario.

A Soverato c’era invece Antonio Piperata, un tempo assai presente, molto informato, oggi scomparso quasi completamente. Mentre, a Villa San Giovanni, continua a "governare" per noi il buon Pepè Caminiti. Pepè in tutti questi anni è rimasto al suo posto, oggi come allora, come se nulla fosse cambiato, come se anche in Rai il tempo si fosse fermato. Preciso quanto mai, ma soprattutto caparbio ed incurante del fatto che il più delle volte le notizie che ancora ci manda non vanno in onda, Pepè Caminiti fa finta di non accorgersene. La sua devo dire è la storia di una presenza e di una pazienza davvero invidiabili. Non c’è giorno in redazione che Pepè non chiami per salutare o per farsi sentire. Via fax ci manda anche le sue notizie, quasi sempre non vanno in onda. Ma lui insiste, il giorno dopo è come se nulla fosse accaduto il giorno prima. Ma Pepè non è il solo a vivere con noi questo stesso rapporto quotidiano. Puntuale come lui è da sempre anche il nostro uomo da Rossano, Franco Curia. Franco è uno di quei colleghi a cui tu puoi chiedere anche la luna. Se la cosa dipende da lui, non hai che da aspettare, alla fine ti porterà anche un pezzo di luna.

A San Fili c’era Sandro Cesareo. A San Giovanni in Fiore avevamo invece Saverio Basile. Saverio è l’inventore e il direttore responsabile del "Corriere della Sila", uno dei periodici più antichi di Calabria, e per la Rai, come informatore dall’Altopiano Silano, ha svolto davvero un servizio impagabile. Se la storia della Grande Sila è finita in questi anni in televisione il merito spetta proprio a lui, così come, storicamente, spetta solo a lui il merito professionale di aver permesso alle troupes della Rai di arrivare per prime sul luogo dove tanti anni fa cadde il Mig libico, abbattuto forse nel cielo di Ustica nel corso di un conflitto aereo di cui ancora nessuno sa nulla di preciso.

Un tempo avevamo anche un nostro uomo a Soveria Mannelli. Era Mario Caligiuri. Sia chiaro, Mario è sempre lì, sempre pronto a darci il meglio della sua fantasia e del suo estro, ma un tempo probabilmente aveva più tempo da dedicare alla redazione giornalistica. Oggi, di Soveria Mannelli, Mario è anche il sindaco, sindaco da sempre. In effetti Mario era già sindaco di Soveria anche quando non lo era istituzionalmente, ma continuerà ad esserlo ancora di più in futuro, quando sindaco di Soveria non lo sarà più. E’ quella sorta di strano destino che solo certi animali della politica si portano appresso, quasi avessero una doppia pelle. Nella vita e nel mondo c’è chi nasce in un posto, e non sa dove andrà a morire. Ma c’è anche chi, invece, nasce in un posto e muore nel medesimo posto dove è nato. Magari succede per passione, o per scelta personale, o anche per voto. Nessun antropologo credo abbia mai spiegato bene cosa realmente accade nella mente di chi, come Mario, si sente creato per fare solo una cosa. E’ sempre stato così per questo giovane e stravagante intellettuale calabrese, che ha fatto del suo paese un piccolo laboratorio di grandi provocazioni filosofiche e che, chiamato all’Università della Calabria per insegnare agli studenti della facoltà di lettere e filosofia i segreti della comunicazione sociale, ha finito con il riportare in cattedra la storia privata e pubblica del suo paese natale. La favola di Soveria Mannelli, insomma, raccontata da Mario Caligiuri, sindaco del paese per volere quasi divino. Non vi racconto naturalmente che cosa Mario in tutti questi anni non abbia fatto perché le telecamere della Rai riprendessero i dettagli di vita della sua gente e dei quartieri che lo hanno visto crescere. Tutto questo gli fa onore, ma mette in luce anche il carattere e la versatilità migliore del Mario-Caligiuri-giornalista.

Poco distante da Soveria, a Roggiano Gravina avevamo invece Franco Volpe. A Rogliano c’era Raffaele Guarasci, a Torano Castello Domenico Re, a Roccella Giovanni Lupis, a Palizzi Bruno Vitalone. Me lo sono chiesto per anni, ma questo Bruno Vitalone avrà nulla a che fare, o a che vedere, con il vecchio senatore andreottiano Claudio Vitalone? A Paola, c’era Attilio Romano. A Fuscaldo invece, Gaetano Vena. Gaetano, per anni amatissimo preside della Scuola Media di Fuscaldo, da qualche anno è anche diventato influentissimo Presidente del Circolo della Stampa del Tirreno Cosentino. Gaetano, per la verità, su Paola è sempre stato sempre molto più presente di quanto non lo fosse Attilio Romano, pure essendo Attilio l’informatore ufficiale della Rai da Fuscaldo. Ma il ruolo di corrispondente della "Gazzetta del Sud" dalla città di Paola automaticamente conferiva al caro Gaetano Vena (tutt’oggi è ancora così) un carisma professionale che molti altri giornalisti della zona non avevamo mai avuto. Ricordo anche che dieci anni fa, per primo in Calabria, su consiglio di Raffaele Nicolò Presidente dell’Ordine Regionale dei Giornalisti Calabresi, Vena accettò l’idea di fondare a Paola il primo Circolo della Stampa. All’inizio era soltanto un progetto-pilota, ma che poco dopo venne copiato e riproposto a ruota da Peppe Sarlo a Vibo, e forse con maggiore successo da Cosimo Bruno ai Laghi di Sibari. Dico "con maggiore successo", soprattutto per via delle tantissime adesioni al Circolo del Pollino, che col tempo portarono lo stesso Cosimo Bruno ai vertici del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Italiani. Ma proseguiamo con ordine.

A Mileto c’era Enzo Varone. Quando noi eravamo ancora in Via Montesanto Enzo era ancora un giovanissimo informatore, ma già allora era alle prese con un fenomeno che sarebbe presto diventato di dominio mondiale: sono sue infatti le prime notizie legate alla vita e alla storia di Natuzza Evolo. Vi lascio immaginare che cosa sia diventata la sua vita negli anni che sono seguiti alla prima notizia data in televisione delle stigmate di Natuzza Evolo. Ormai il suo numero telefonico di casa è sul taccuino di quasi tutti i grandi inviati, italiani e stranieri, che seguono per i rispettivi giornali le vicende e le peregrinazioni della "santa donna di Paravati".

Spostiamoci a Luzzi. Qui c’è sempre stato Salvatore Pepe, un personaggio apparentemente ombroso ma in realtà pieno di amore per questo mestiere. Sono suoi i primi servizi e le prime note stampa sulle famose scarpe Cesare Firrao, che un coraggioso imprenditore tropeano, Salvatore Rèpice, decise anni fa di realizzare a Luzzi e di esportare poi in ogni parte del mondo. Da Cosenza a Reggio Calabria il salto non è semplice. A Locri ricordo tre fasi diverse. La prima è legata a Cesare Polifroni, vecchio fotografo della Gazzetta del Sud, e soprattutto vecchio cronista. Una seconda fase, molto più intensa della prima sotto il profilo della produzione e della presenza quotidiana in Rai, è quella invece più direttamente collegata a Carlo Macrì, nostro informatore "privilegiato" dalla locride, e non a caso oggi efficacissimo e brillante inviato-speciale del "Corriere della Sera" in Calabria. Infine una terza fase, che è quella legata alla storia professionale e privata di Antonio Condò, un giornalista di primissimo ordine a cui sono personalmente molto legato per via soprattutto dei mille consigli utili da lui ricevuti in tutti questi anni per argomenti che riguardavano la sua zona di competenza. Credo che Antonio sia oggi uno dei corrispondenti Rai più proficui e più presenti sul territorio. Non c’è angolo della locride che lui non conosca, non c’è anima di quella fascia di terra che lui non abbia già raccontato nei minimi dettagli, non c’è memoria storica più informata della sua, ma soprattutto non c’è archivio più aggiornato di quello che lui conserva gelosamente nella sua casa nobiliare di Gerace, paese dove ha la fortuna di vivere in compagnia della vecchia madre, lui naturalmente impenitente e convinto single d’altri tempi. Prima o poi si sposerà anche lui, pensavo vent’anni fa: e invece è ancora lì, a fare la vita beata dello scapolone d’oro.

Altro scapolo d’oro, almeno per ora, è anche Riccardo Giacoia. Riccardo è stato per due anni consecutivi nostro collaboratore di punta allo sport. Quando suo padre Emanuele andò in pensione Riccardo pensò bene di presentare alla Rai la sua brava domandina. Avrebbe fatto per noi qualunque cosa. Il responsabile della pagina sportiva, Santi Trimboli, approfittò del momento migliore per "rapirlo" a tutti gli altri. E così convinse Mimmo Nunnari a chiedere per lui un contratto specifico, come ex art.2, da utilizzare per la pagina sportiva. Detto, fatto. Mimmo propose la collaborazione di Riccardo al direttore di testata, allora era Nino Rizzo Nervo, poi venne Ennio Chiodi, e il capo del personale che allora era Roberto Di Russo, visto il curriculum che Riccardo aveva alle spalle, firmò immediatamente la sua nomina. Da quel momento Riccardo diventò per tutti noi una istituzione. Santi lo utilizzò subito per confezionare al meglio il suo Tg sportivo e gli affidò la sua rubrica "Sport e d’Intorni". Due anni più tardi Riccardo venne definitivamente assunto come redattore ordinario e al suo posto, anche lui come collaboratore ex art.2, arrivò in redazione Antonio Lopez, giornalista professionista, ex direttore di "Video Calabria" e bravissimo cronista sportivo. Soprattutto buono, incapace di far male a una mosca, degno erede di Riccardo: varrebbe la pena di chiedersi che metro usa Santi per scegliere il meglio presente sulla piazza? Dallo sport alla cronaca. Tra i nostri corrispondenti più vecchi ricordo Vincenzo Fragola a Girifalco. L’ho conosciuto per la prima volta quando Vincenzo mandò in redazione, alla mia attenzione personale, una lunga inchiesta sulle condizioni allucinanti e davvero vergognose dell’allora manicomio di Girifalco: quella lunga e dettagliatissima nota di denuncia sociale mi convinse a chiedere al mio caporedattore, allora era Franco Falvo, una troupe per realizzare un blitz nei locali del vecchio ospedale psichiatrico. La mia inchiesta televisiva fece allora molto discutere, ma nessuno capì o immaginò che era soltanto frutto di una "rapina professionale", non avevo fatto altro che rimettere ordine nelle note documentatissime di uno dei tanti nostri sconosciuti informatori di periferia. Qualche anno dopo di me tornò a Girifalco Raffaele Malito, e ne tirò fuori ricordo un reportage dai toni forti e dalle immagini sconcertanti.

Ricordo perfettamente bene anche le notizie chilometriche che ci dettava da Fossato Ionico Domenico Salvatore e che non andavano mai in onda, salvo che non si trattasse di uno dei tanti delitti di mafia che in una certa fase della vita di questa regione accadevano in quella zona. Ma come dimenticare Angelo Bruzzese? Avvocato di chiara fama, Angelo è stato per anni il "nostro uomo" a Cittanova, corrispondente ed informatore impeccabile, chiamato per anni a dar conto della terribile faida che per decenni insanguinò quelle terre, e chi come me conosce bene quella zona sa quanto difficile e quanto realmente complesso possa essere stato il ruolo di quello che nei fatti era l’unico terminale che la Rai aveva allora ai piedi di uno dei più difficili versanti Aspromontani. Allora, da quelle parti, si respirava un clima pesante, difficile, a volte anche pericoloso. Lo era stato anche per Angelo Bruzzese, un cronista che secondo me meriterebbe molto più di due righe. Ma come lui anche Gioacchino Saccà, che di Gioia Tauro è stato l’osservatore più attento e più fedele di questi ultimi trent’anni. Nessuno meglio di lui ha saputo raccontare la storia del grande porto di Gioia Tauro, che un tempo pareva un sogno impossibile da realizzare, e che oggi invece è diventato punta di diamante del grande bacino mediterraneo e del più complesso e moderno sistema internazionale dei trasporti via mare. Certo, molto ancora resta da fare su questa strada, ma le premesse ci sono tutte per vincere questa nuova scommessa economica. Come Gioacchino Saccà, penso a tutti gli altri. Penso a quelli che erano i nostri punti di riferimento nei comuni più sperduti e più lontani dalla nostra sede di Via Montesanto. Ad Acquappesa, Nicola Carrozzino. Ad Acquaro, Nicola Lopresti. Ad Acri, Giuseppe Abruzzo. A Trebisacce, Franco Nigro. A Belvedere Spinello, Umberto Cascini. A Canna invece, ultimo comune della Calabria, lo dico nel senso della lontananza chilometrica rispetto a Via Montesanto, c’era per noi Benito Lecce, mentre Pietro Scarpelli dettava le sue notizie da Cirò Marina. Per non dimenticare i tanti altri colleghi che, nei rispettivi ruoli di responsabili dei vari uffici stampa, per anni ci hanno bombardato di note e di comunicati istituzionali. Un nome per tutti, quello di Salvatore Gaetano Santagata, mitico Capo Ufficio Stampa del Consiglio Regionale, per tanti lunghi anni potentissimo direttore responsabile di "Calabria", la corposa rivista edita dall’Assemblea Regionale. Per quasi quindici anni Salvatore ha inondato la redazione di migliaia di comunicati ufficiali che finirono poi col diventare la fonte principale della nostra pagina politica. Con lui allora lavorava anche Arnaldo Cambareri, sfegatato cronista sportivo, che aveva riportato nei locali di Palazzo San Giorgio a Reggio il sorriso disarmante di un giornalista che, pur rivestendo un ruolo istituzionale come il loro, sapeva anche però non pensare solo alla politica, e sapeva apprezzare anche le cose più semplici della vita. Salvatore e Arnaldo andavano d’accordo e stavano bene insieme proprio perché erano l’uno l’esatto contrario dell’altro. Quando poi Salvatore Santagata andò in pensione, arrivò prepotentemente a Palazzo San Giorgio Gianfranco Manfredi, il "dandy" del giornalismo calabrese, collega e compagno di lavoro di una eleganza raffinata, dai gusti sofisticati, dalla passione per le cose belle, educato a girare il mondo in lungo e in largo, rampollo della migliore borghesia lametina, ma nessuno si illuda: sotto la sua eleganza così sobria si è celata per anni l’anima di un cronista "contro", giornalista politico fortemente motivato, impegnato, libero, senza padroni, che sulle pagine del "Messaggero" di Roma ha scrupolosamente raccontato le mille malefatte della politica calabrese. Ma un fiume di comunicati arrivava in Via Montesanto anche da "Palazzo Europa", prima sede storica della Giunta Regionale calabrese, oggi trasferitasi in Viale De Filippis a Catanzaro. I comunicati allora portavano la sigla (era l’unico che non si firmava per esteso) del Capo dell’Ufficio Stampa Enzo Laganà. Enzo fu per lungo tempo un altro dei nostri informatori più abituali, un vecchio e lucido cronista che per anni ci ha fatto compagnia senza mai risultare arrogante, senza mai però pesare più di tanto, senza mai porre problemi particolari, pur essendo lui lo ricordo, negli anni in cui noi eravamo ancora in Via Montesanto, influentissimo Capo Ufficio Stampa della Giunta Regionale. Enzo Laganà era (lo è tuttora) un grande professionista, discreto come nessun altro, soprattutto garbatissimo. Ogni volta chiamava in redazione per chiedere o per sollecitare qualcosa lo faceva sempre con uno stile tutto suo. Non ricordo mai una sua intemperanza, o una sua protesta, eppure a volte aveva mille ragioni per farlo. Negli anni successivi alle sue prime frequentazioni con Via Montesanto ho avuto il privilegio di trascorrere diverso tempo con lui all’estero, tra New York Boston e Chicago: devo riconoscere che nessun altro meglio di lui avrebbe potuto fregiarsi di quel ruolo istituzionale. Era un ruolo che Enzo sapeva ricoprire con grande classe, ma anche con estrema modestia, e soprattutto senza la presunzione di essere sempre più bravo degli altri. E come pochi altri, aveva anche lui una dote rara. Era quella della semplicità e dell’umiltà, doti che in questo mio mestiere non sono certo così frequenti da incontrare. Andato in pensione prenderà il suo posto Francesco Zinnato, un giornalista che, come nessun altro in Calabria, ha seguito i politici regionali in ogni angolo della terra, diventando, di molti di loro, il confessore e amico personale. Riservato, forse eccessivamente silenzioso, discreto come solo certi funzionari di Palazzo Chigi sanno ancora esserlo, anche Ciccio (noi lo chiamiamo così) ebbe un grande merito: quello di essere riuscito a spiegare a molti di noi "ragazzi di Via Montesanto", soprattutto ai più giovani, i troppi misteri del "palazzo", traducendo in un italiano chiaro e semplice le mille alchimie della burocrazia regionale. Ma c’è un’altra cosa ancora che va detta: grazie a tutti loro, soprattutto grazie alla cocciutaggine e alla pignoleria di Salvatore Gaetano Santagata e Arnaldo Cambareri (che ne furono i primi ispiratori) ogni cronista politico, chiamato di volta in volta a raccontare le estenuanti sedute politiche dell’Assemblea Regionale, trova oggi in Consiglio Regionale una emeroteca di tutto rispetto, una vera e propria banca dati sulla Calabria a partire dal 1970 in poi, tremilacinquecento volumi ne racchiudono la storia scritta in questi trent’anni di vita regionale, vi sono conservati i maggiori quotidiani e periodici nazionali, una mastodontica rassegna stampa organizzata per voci e per materie, una fototeca da fare invidia a quella della Camera del Deputati per la concezione con cui è stata realizzata, e che ora Gianfranco Manfredi, insieme a Arnaldo Cambareri e, ultimo arrivato, Romano Pitaro, vorrebbero trasferire direttamente sulle autostrade telematiche. Sarebbe sciocco negarlo, ma centinaia di inchieste del nostro Tg sono nate proprio scavando e ricercando tra queste carte ingiallite dal tempo e spesso dimenticate da tutti.

L’ultimo arrivato, in ordine di tempo, è una donna: Teresa Munari. Teresa è frutto dell’intuizione di Gregorio Corigliano che, appena nominato Caporedattore, ha chiesto al Direttore della Testata Giornalistica regionale la nomina di un corrispondente da Roma. A che cosa serve? Serve soprattutto ad aiutare noi che lavoriamo in periferia a leggere e capire meglio tutto ciò che, legato alla Calabria, si realizza e si discute a Roma, qui davvero nei palazzi che più contano. A partire da Montecitorio e da Palazzo Madama, per non parlare del lavoro delle Commissioni parlamentari o dell’attività dei principali dicasteri economici. Teresa Munari, dunque, dai primi mesi dell’anno 2000, è il terminale della redazione calabrese della Rai nel cuore di Roma capitale. La scelta non poteva essere più felice. A Roma Teresa Munari è oggi una delle giornaliste più visibili e più apprezzate della "Gazzetta del Sud". E’ arrivata al giornalismo dopo anni di insegnamento, prima negli istituti superiori, poi all’Università. Intellettuale autentica, senza fronzoli, grande appassionata di letteratura, amante dell’arte, saggista, scrittrice, esperta di fenomeni legati al costume e alla società meridionale, dal carattere effervescente, spumeggiante, passionale, frequentatrice dei più bei salotti politici della Roma che conta, insomma una cronista di grande fascino e di grande valore professionale. Per i nostri Tg e i nostri Gr farà quello che da anni fa straordinariamente bene per il suo giornale: racconterà la Calabria vista da Roma, e lo farà attraverso la sua lente di ingrandimento e con la curiosità morbosa che ha trasformato un "topo di biblioteca" (i suoi amici più antichi la ricordano così) in una giornalista moderna e assolutamente interessante.

Tutti qui, dunque (ne manca qualcuno?), i nostri corrispondenti di fiducia. Dopo tanti anni, tutti loro, sono finiti col diventare anche nostri amici. A loro, però, nessuno di noi forse ha mai saputo trasmettere sul serio qualcosa di molto personale, a ricambiare per come si sarebbe dovuto fare l’affetto e l’attenzione che ognuno di loro aveva invece nei nostri confronti. "Quando capiremo quanto sono indispensabili i nostri corrispondenti -mi ripeteva continuamente Emanuele Giacoia- forse allora, un giorno, diremo loro grazie di cuore".

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